Il discorso di Conte al Senato: pillole in 16 tweet

5 giugno 2018

1. Per me la parte più preoccupante del discorso di Conte è l’inizio: la celebrazione tra l’eversivo e il fuffarolo del rovesciamento dell'”ordinario percorso istituzionale”. Prima ancora del superamento della distinzione destra/sinistra e della rivendicazione del populismo.

2. Siamo nel cuore dell’ideologia grillista, meno ingenua ma più compiuta di come la conoscevamo finora dai proclami della Raggi. Del resto Conte questo è: un grillino – sia pur tecnico – fatto e finito. Aspettiamoci dosi da cavallo di questa roba.

3. Conte parla di “diritti sociali … progressivamente smantellati” negli ultimi anni: una narrazione che punta a sfondare a sinistra. Le parole d’ordine sono il salario minimo orario e il reddito di cittadinanza; i nemici, l’austerity e la corruzione.

4. Nel discorso di Conte i cenni al lavoro e all’ambiente sono condivisibili (e piuttosto “grillini-prima maniera”) anche se generici; apprezzabile che siano fittamente intrecciati con la questione tecnologica.

5. L’indicazione (assai asciutta) degli USA come “alleato privilegiato” e soprattutto la visione positiva dell’UE temperano nel discorso di Conte l’apertura alla Russia, che tuttavia è impressionante sentir enunciare così esplicitamente.

6. Su vitalizi, giustizia, lotta alla corruzione e alle mafie Conte si muove come sul burro. Degno di lode il riferimento alla funzione riabilitativa della pena. Interessante il riferimento circostanziato al conflitto d’interesse: sarà da seguire l’attuazione.

7. Come è stato notato, Conte parla di “pensioni di cittadinanza” (?) ma non fa cenno alla Fornero. Il reddito di cittadinanza vero e proprio viene già spostato a una fase 2.

8. Occorre riconoscere che nel discorso di Conte la questione dell’immigrazione è trattata in modo appropriato ed equilibrato. Vedremo come ciò si relazionerà con le mosse di Salvini: pessime negli ultimi giorni.

8bis. Lodevole il richiamo all’uccisione di Soumayla che chiude autorevolmente un giorno e mezzo d’ingiustificato silenzio.

9. Nel capitolo sul fisco Conte mostra le corde: la proporzionalità della flat tax, ovverosia la quadratura del cerchio. L’annuncio del carcere per i grandi evasori è come lo zucchero a velo. Lodevole che si eviti la retorica del povero italiano tartassato da Equitalia.

10. Sulla sanità Conte dice cose ovvie. Sulla ricerca pure: cosa deludente da parte di un professore universitario. Interessante il paragrafo su internet e sul digitale. Non scontato il lungo soffermarsi sul terzo settore.

11. Interessanti i riferimenti di Conte alla responsabilità sociale delle imprese e alla legge fallimentare. Irenico il riferimento alle parti sociali. Tutte da verificare le promesse sulla deburocratizzazione.

12. Il compitino di Conte sugli italiani all’estero e sulle regioni a statuto speciale è una classica marchetta da Prima Repubblica per prendersi qualche voto in più.

13. L’ampia trattazione dei rapporti col Parlamento invece individua una sede in cui Conte potrebbe recuperare centralità e protagonismo anche mediatico rispetto ai “soci di maggioranza”. Vedremo.

14. Ai terremotati Conte dedica il “pensiero finale” e l’annuncio di una visita, ma nessuna promessa.

15. Grandi assenti nel discorso di Conte: le donne (un solo breve riferimento); le famiglie (tradizionali e non); il patrimonio culturale; il turismo; l’agricoltura; molto poco sulla sicurezza, nulla sulla difesa. Praticamente nulla sulla scuola. Altro?

16. In gran sintesi, il discorso di Conte è quintessenza di grillismo avveduto ma ideologicamente forte, un po’ “prima maniera”, che occhieggia a sinistra e punta (anche con qualche imbarazzo ed excusatio non petita) a occultare e ammorbidire la componente leghista del contratto.

Nota bene: inizialmente ho diffuso questo post col titolo erroneo “Il discorso di Conte alla Camera…”. Scusate l’errore.

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Salvare il PD: no al governo col M5S (ma non basta)

3 maggio 2018

Per me impedire l’accordo M5S-PD significa salvare il PD. Non so se giovedì, da Fazio, Renzi ha fatto questo, o se ha colto l’occasione improvvidamente fornitagli da un manipolo di suoi avversari interni o ex alleati per intestarsi una battaglia che, come mostrano non solo i consensi raccolti dal documento che gira da ieri in vista della Direzione, ma soprattutto le voci di elettori e militanti, è molto più trasversale.

Non so se l’accordo fosse veramente più avanti di quanto sia trasparito a livello ufficiale (nel caso, aver detto esplicitamente, con tanto di nomi, che alcuni attuali ministri del PD erano stati “apprezzati” è stato per Di Maio ingenuamente controproducente oltre che gravemente contraddittorio). Però appare verosimile che l’accordo fosse, per alcuni dei suoi sostenitori, il modo e il punto da cui partire per mettere Renzi definitivamente “di lato”, rendendolo inoffensivo. Operazione complicata, anche qualora i favorevoli in Direzione fossero più del previsto, dal momento che alla fine il coltello dalla parte del manico ce l’hanno i gruppi parlamentari, questi in gran parte di salda fede renziana (e quei voti in Parlamento servono tutti, o quasi tutti, anche contando l’appoggio di LeU e di qualche altro parlamentare qua e là). A me sembra verosimile che Martina abbia cercato, di per sé lodevolmente, di trovare una quadra maggiormente inclusiva rispetto alla semplice maggioranza renziana, ma abbia poi subìto l’accelerazione altrui: fino alla concreta possibilità che la Direzione si trovasse formalmente a votare l’avvio di un dialogo, ma sostanzialmente a dare il via alla confezione di un “pacchetto” già pretederminato. Da qui la reazione di chi si diceva contrario a qualunque dialogo: una posizione scomoda e apparentemente anche poco logica, ma nei fatti sanamente prudente. Del resto per Martina – che, fino a un voto dell’Assemblea nazionale, è semplicemente il vicesegretario di Renzi (nominato da quest’ultimo ma sulla base di un “ticket” ben chiaro durante il percorso congressuale) ora facente funzione a seguito delle dimissioni di quest’ultimo – sarebbe non solo temerario, ma anche scorretto distanziarsi dalla constituency originaria. L’assestarsi su precondizioni decisamente poco esigenti, in particolare non negare la possibilità di un governo a guida Di Maio – quindi la piena vittoria politica non solo dei Cinque Stelle ma anche del loro “capo politico”, a cui non sarebbe stato chiesto nessun sacrificio – era l’elemento che maggiormente faceva temere questo scivolamento. E che non per nulla è stato proprio il punto su cui Renzi – come ha notato Cerasa – ha chirurgicamente mollato il suo ceffone: l’accordo col M5S è morto nel momento in cui l’ex segretario ha sillabato che i voti dei senatori PD – a quanto gli constava – Di Maio se li poteva scordare. E i notabili del PD non hanno potuto opporgli nulla nei fatti: perché gli constava giusto.

 

Ma perché penso che l’accordo col M5S significhi l’annientamento del PD? Per ragioni tattiche e per ragioni strutturali.
Le ragioni tattiche dicono che in queste condizioni essere “quelli che possono far cadere il governo” è un’arma assolutamente spuntata. Che il PD da un lato finirebbe ad avere una funzione di freno alle iniziative del M5S, dall’altro a essere costretto all’inseguimento del M5S stesso: una tenaglia mortale, sotto il fuoco di fila delle armi propagandistiche non solo del M5S stesso ma anche del centrodestra.
Le ragioni strutturali – anche al di là delle considerazioni sui rapporti tra M5S e democrazia (non solo la gestione della democrazia interna, ma soprattutto la loro idea e il loro modo di trattare la democrazia rappresentativa nonché il pubblico dibattito) e della falsa vulgata per cui i Cinque Stelle sarebbero sostanzialmente “di sinistra”, su cui ci sarebbe da scrivere libri e libri – dicono che l’accordo significherebbe la fine della vocazione maggioritaria del PD, l’accodarsi a partito gregario: confidando in una base elettorale che il 5 marzo ha già mostrato, certo, minoritaria, ma che, lungi dal considerarsi una nicchia residuale, resta e si sente radicalmente alternativa al M5S non meno che al centrodestra. L’idea di un accordo col M5S significa da un lato un’eccessiva fiducia nella capacità istituzionale e amministrativa del PD, come se i grillini fossero tutto sommato innocui mattacchioni facili da tenere sotto controllo con un po’ di tecnica e un po’ di tattica, qualche virtuosismo e schermaglie parlamentari, oltre a una nutrita pattuglia di ministri e sottosegretari. Dall’altro significa una drammatica sfiducia nella capacità del PD di fare politica – in Parlamento e nel Paese –, di individuarsi e mostrarsi come polo minoritario, ma alternativo e dinamico, capace di fare proposte incalzanti e di inventare campagne d’opinione che sappiano provocare le altre forze e dettare l’agenda politica italiana. Chi ha orrore di un PD arroccato al proprio calante potere e incapace di ritrovare la connessione sentimentale con il suo popolo (almeno con quello rimasto) dovrebbe essere molto spaventato dalla prospettiva di un accordo.

Detto questo, non posso fermarmi sullo chapeau a Renzi e alla sua mossa magistrale. Non tanto perché non sia convinto del suo “rilancio” di un governo di tutti e di una legislatura costituente, dal momento che penso che questa proposta sia semplicemente un’abile mossa dialettica per togliersi dall’angolo della domanda sul “che fare”, ma non abbia una reale praticabilità, e che Renzi lo sappia benissimo.
Ma perché, come avevo scritto nei giorni successivi alle elezioni, ritengo che il Partito Democratico abbia l’assoluta urgenza di avviare un percorso ampio (anche congressuale, ma non immediatamente congressuale, e con tempi distesi) non solo di confronto coi militanti e i simpatizzanti ma soprattutto di ascolto dei cittadini – fuori dagli organismi di partito e dalle aule delle istituzioni – e delle loro paure, angosce, speranze; un percorso di riscoperta e di rinnovamento delle sue ragioni fondanti, di elaborazione di proposte politiche forti e adatte a questi tempi. Dire che gli elettori non ci hanno capito non basta. Ammettere di avere fatto errori non equivale a squadernarli, questi errori, e a decidere in che direzione drizzare la barra per porvi rimedio. Pensare che basti il ritorno di Renzi o che basti disfarsi di Renzi per evitare questo difficile percorso – che non potrà avere esiti scontati se vorrà essere autentico – rappresentano due errori uguali e contrari alla ricerca di un’ultima, maledetta scorciatoia: converrà tenercene ugualmente distanti. “Io vi scongiuro, o miei fedeli: restate fedeli alla terra!”.


Due spiccioli sulle elezioni regionali in Molise

23 aprile 2018

Il Molise non è l’Ohio e l’idea che i risultati delle regionali dettino l’agenda a Mattarella è risibile come sarebbe affidare a De Toma – il candidato del centrodestra che si è ormai aggiudicato la presidenza della Regione – la formazione del nuovo governo a Roma.

Ciò detto, qualche riflessione su queste elezioni si può pure fare.

1) L’onda Cinque Stelle non è inarrestabile, nemmeno al Centro-Sud.

2) I Cinque Stelle hanno comunque ottenuto un risultato enorme rispetto alle precedenti regionali (37% contro 12%).

3) I Cinque Stelle si confermano più deboli sul piano locale, essendo ancora carenti nel radicamento territoriale. Da questo punto di vista, aver moltiplicato le liste mettendo in campo una grandissima quantità di candidati locali è stata sicuramente una mossa vincente per il centrodestra. (Mentre rinunciare a qualunque genere di coalizione e presentarsi con la sola lista M5S rischia di diventare un handicap per il Movimento proprio mentre ci sono le condizioni per un suo avanzamento nei territori.)

4) Il centrosinistra cala rispetto al risultato già pessimo delle politiche. E’ un tracollo che la coalizione “larga” non riesce assolutamente a frenare. Il risultato molto brutto del PD non si spiega unicamente con il “sacrificio” rispetto alle civiche, peraltro poco utile, né con motivazioni legate al malcontento per l’amministrazione uscente – che certo non ha giovato. L’impressione è quella di una grave marginalità e labilità. Anche LeU è in calo.

5) La molteplicità delle sigle vizia qualunque confronto interno tra le liste “nazionali” del centrodestra. Converrà limitarsi che la Lega, nonostante lo scarso radicamento locale, non cala rispetto alle politiche, e che il bacino dell’area che fa capo a Forza Italia è alquanto ampio; accanto ad esso, riprende vigore un’area “moderata” era in gran parte confluita in FI. Non male anche FdI.

6) Azzardando ipotesi sui flussi di voto: sicuramente il M5S viene penalizzato dall’astensione più alta (seppur relativamente fisiologica: al dato complessivo va tolto quello degli oltre 70.000 molisani residenti all’estero, che non erano computati alle politiche); difficile che abbia influito un calo di consenso per il comportamento del Movimento a Roma dopo le politiche; molto più probabile che un certo numero di elettori M5S delle politiche abbia deciso, alle regionali, di premiare candidati (soprattutto di centrodestra) a lui più “vicini”. Da questo punto di vista la nuova legge elettorale regionale, che impediva il voto disgiunto, ha probabilmente avuto un influsso non trascurabile.
Il centrosinistra probabilmente cede al centrodestra voti legati ai candidati “transfughi” (alcuni consiglieri uscenti di centrosinistra si sono ricandidati, e saranno eletti, col centrodestra); ma più in generale, forse, sconta un “effetto ballottaggio” con la concentrazione di voti (d’opinione) sui due candidati che venivano avvertito come più competitivi.

 

Vedremo come questi dati si combineranno con quelli delle regionali del Friuli-Venezia Giulia domenica prossima (in quell’occasione si voterà anche per le comunali a Udine e in altri 18 comuni della Regione) prima delle elezioni comunali del 10 giugno, che interesseranno 762 comuni, tra cui Ancona e altri 20 capoluoghi di provincia. In Emilia-Romagna si voterà in 18 comuni; nel Bolognese, oltre all’importante test di Imola, ci saranno le elezioni anche a Camugnano; nel Modenese a Guiglia, Serramazzoni, Camposanto e Polinago.


Di nuovo alle Ariette, in primavera

11 aprile 2018

Domenica pomeriggio il Teatro delle Ariette ha celebrato la sua festa di compleanno (dall’8 aprile 2017 il Deposito Attrezzi è ufficialmente “Teatro”) e ha presentato il suo nuovo progetto “Un’Odissea in Valsamoggia, esperimento di teatro per una comunità”. E mentre si ragionava liberamente – in quella pubblica intimità che è la cifra di tante cose che avvengono in quel posto – di Ulisse, di Penelope, delle nostre piccole e grandi e forse inconsapevoli Itache, ho sentito che anche quello, per me, era un piccolo ritorno: era tanto tempo che non venivo alle Ariette. Sulle pendici luminosissime della collina fiorivano i peschi e i ciliegi, guizzavano bisce nell’erba verdissima; tra le pareti, nella penombra – le cure parentali mi spingevano a un frequente dentro e fuori – prendevano forma le prime idee che vestivano quello schizzo acerbo di progetto. Il senso germinale delle Ariette, colto nel suo primo farsi. Il ritrovarsi insieme, piccola comunità, per la grande comunità – da “ricucire”, da riconoscere, da crescere –, come il lievito. Un’assoluta semplicità che consente ambizioni inaudite – come la pianta di fagiolo che svetta verso il cielo, l’uovo d’aquila, il cucciolo d’uomo. (Agata correva sul prato, mangiava la crescente, si colorava di sole.)


Francesco, Scalfari e l’inferno del non mettersi in gioco

2 aprile 2018

Nel valutare la questione dell’intervista di Eugenio Scalfari a papa Francesco pubblicata da Repubblica e poi smentita – nel suo carattere d’intervista e nei virgolettati attribuiti a Bergoglio, contenenti alcune affermazioni dottrinalmente discutibili, ad esempio sull’esistenza dell’inferno, ma non negata come colloquio effettivamente avvenuto – dalla Santa Sede, occorre prima di tutto una premessa.

Serve cioè avere ben chiara la distinzione tra dottrina e teologia: con la seconda che funge da “punta avanzata” dell’esplorazione del messaggio del vangelo, e la prima che – dalle origini del cristianesimo – si limita a mettere dei paletti, segnalando le elaborazioni teologiche eccessivamente devianti. La dottrina non si sviluppa come una monolitica e coerente verità ufficiale, ma come una progressiva conglomerazione di negazioni, ciascuna delle quali non di rado nega l’estremizzazione della negazione precedente, di modo che un’effettiva fisionomia emerge casomai per successive scheggiature, o in qualche modo di riflesso, a sbalzo. Se la teologia è un pendio, la dottrina non è un sentiero definito, ma tuttalpiù una larga pista da slalom supergigante, che si limita a indicare i dirupi e i vicoli ciechi senz’altro da non imboccare. Questa conformazione “per negazione” (apofatica) della dottrina si è conservata in modo più puro nella tradizione ortodossa, mentre il cattolicesimo più spesso, dalla Scolastica in poi, ha flirtato con la tentazione di adottare una teologica “positiva” ufficiale.

Ciò per dire che cosa? Che non c’è nulla di strano se un prete, che pure è il papa ma non ha affatto intenzione di smettere del tutto di fare il prete, in un dialogo – che è conversazione, prima che conversione, oltre che reciproco diletto e conforto – con un anziano amico intellettualmente inquieto e stimolante, percorra strade anche impervie e suggestive, e magari fragili, attorno a un concetto (un luogo teologico, un teologùmeno) come l’inferno, in cui i contenuti fissati dalla dottrina (davvero pochi e scarni, basti un’occhiata al Catechismo cattolico) lasciano obiettivamente molto spazio di possibile elaborazione teologica, di cui i primi secoli mostrano esempi notevoli.
È importante, naturalmente, che ciò non venga preso ad alcun titolo per un pronunciamento dottrinale; sarebbe pernicioso sia per la dottrina, sia per la teologia considerare come affermazione dotata di valore magisteriale ciò che è invece una suggestione, tuttalpiù un brandello di ragionamento fluttuante e in alcun modo determinato: da qui, è facile capire, le precisazioni sulla conversazione, che è appunto tale e non intervista, perché l’intervista, sia pure di livello autoritativo dubbio nel sistema articolato – e flessibile, come dimostrato anche da prima di Bergoglio – dei generi letterari papali, è pur sempre uno strumento per trasmettere volontariamente, “urbi et orbi”, un contenuto specifico.
Ma la testimonianza di quella conversazione rimane, in modo tutt’altro che casuale. Ciò che Francesco vuole dirci, con essa, non è sul piano dei contenuti, ma del metodo. Quanto ai contenuti, infatti, papa Bergoglio ha dimostrato di saper dire senza alcun problema, in contesti pubblici e sovente anche ufficiali, cose anomale, impreviste, scomode, o affatto importune sotto vari aspetti. Ed è chiaro che il papa è completamente padrone – al netto di imprecisioni e infortuni che pure possono capitare – della propria comunicazione, e che il sistema comunicativo del Vaticano (attualmente sotto riforma) si modella attorno alla comunicazione del papa e non viceversa, cosa vera più per Bergoglio – come per un altro grande comunicatore come Giovanni Paolo II, morto esattamente tredici anni fa – che per altri suoi non remoti predecessori. Per altro verso, la perizia teologica sovente dimostrata dal gesuita Bergoglio – al netto di un’interessata e maldestra vulgata – mostra un evidente sostrato latinoamericano, in cui l’insistenza per gli aspetti sociali si mescola, in modo alquanto naturale, con aspetti tradizionali come la devozione per Maria e i santi e – fra l’altro – richiami non infrequenti al diavolo.
Improbabile davvero, quindi, ipotizzare che la chiacchierata con Scalfari serva a Bergoglio per dire-non-dire chissà quale presunto contenuto teologico. Tuttavia essa ha indubbiamente un’utilità e uno scopo. Precisamente quello di mostrare un cristiano e un prete – che è papa – intento a mettersi in gioco a tutto tondo nel dialogo, senza lasciarsi ostacolare e irrigidire da uno schema dottrinale; un papa che si lascia provocare, rispondendo creativamente, senza disporsi in occhiuta difesa, lontano dall’apologetica, in una libertà consapevole e responsabile: come è la libertà stessa della teologia, qui esercitata – perfino con disinvoltura – dal custode della dottrina. (Va detto che anche Benedetto XVI, da papa, aveva scritto i suoi tre libri su Gesù esplicitando che essi non avevano valore magisteriale. Ma questo paragone sarebbe da approfondire guardando alle differenze oltre che alla somiglianza.) Non per mero sfizio o piacere intellettuale, che pure non sono negati: ma in ossequio all’adagio per cui salus animarum suprema lex Ecclesiae, la suprema legge della Chiesa è la salvezza delle anime. Fosse pure di un’anima sola. Qui Bergoglio si fa modello per gli operatori pastorali – cioè per tutti i cristiani: non a costo di confondere il popolo fedele, ma prendendosi il rischio, e probabilmente il gusto, di épater les (catholiques) bourgeoises oltre che di creare grattacapi ai comunicatori vaticani. Ad maiorem Dei gloriam, s’intende.


Politica e curriculum: considerazioni inattuali (che fa Fico)

26 marzo 2018

Non ho mai partecipato alle polemiche e ai lazzi sui curriculum vitae dei ministri “non laureati”, o con la laurea “sbagliata” o comunque che non sarebbero “del ramo”, perché sono fermamente convinto che l’unica competenza necessaria per un incarico politico sia la capacità di rappresentare gli elettori (di qui la necessità fondamentale di distinzione assoluta tra incarichi politici e tecnici in uno Stato democratico). Del resto non si vede perché nel privato sia considerato normale, e anzi titolo di merito, che un manager possa tranquillamente lavorare in campi completamente diversi in virtù delle sue competenze manageriali –  e non settoriali – mentre un politico non dovrebbe poter operare allo stesso modo in virtù delle sue competenze politiche (politico e manager, va annotato, sono due figure ben diverse, ma non prive di tratti in comune)? Intelligenza politica significa anche capacità di selezionare collaboratori tecnici competenti, affidandosi ad essi senza peraltro lasciarsene condizionare.

Abbiamo avuto pessimi ministri della Sanità medici, ed eccellenti ministri della Sanità che medici non lo erano; sciagurati assessori all’Urbanistica con ottime referenze professionali, a fianco di ottimi colleghi che nella vita facevano tutt’altro. E ovviamente anche viceversa, perché nemmeno si sostiene che “essere del ramo” sia un handicap per un incarico politico, né tantomeno che l’acquisizione di competenze non possa tornare preziosa nel corso della carriera politica di una persona (acquisire competenze di qualunque tipo torna SEMPRE prezioso per qualunque cosa ci si trovi ad occupare, in modo spesso imprevedibile): certo, ci sono (al netto dei conflitti d’interesse grossolani) potenziali rischi (il medico che fa il ministro della Sanità con un punto di vista “da medico” che non gli permette di guardare agli interessi delle altre categorie coinvolte); ma la capacità del politico dev’essere proprio quella di contemperare e trascendere i singoli legittimi interessi in una visione generale di bene comune.

E questo è vero per ministri e assessori, cioè cariche di tipo settoriale. A maggior ragione per figure politiche a tutto tondo, dal sindaco al parlamentare.

(La ragione per cui sarebbe opportuno che il “politico di professione” fosse un’eccezione non risiede nel fatto che uno debba occuparsi, in politica, delle cose su cui ha maturato un’esperienza lavorando, ma nell’importanza che il politico sia economicamente libero dalla politica e non ricattabile, diciamo così, col pane quotidiano.)

Per questo criticare il curriculum vitae di un esponente politico che giunge a un’alta carica ha poco senso, mentre è assolutamente sensato criticare se, in precedenza, ha avuto cattivi risultati ricoprendo altri incarichi. La mancanza di esperienza non è, naturalmente, un titolo di merito, ma non è neppure possibile che la politica sia come quelle aziende che affiggono alla porta il cartello “cercasi apprendista – solo con esperienza”. Certo, sulla capacità o meno delle forze politiche di promuovere armoniosamente, senza balzi e senza intoppi, la crescita “dalla gavetta” dei propri aderenti sarebbe opportuno riflettere.

Più in generale, per criticare il curriculum vitae et studiorum di un avversario politico sarebbe opportuno, prima, accertarsi di appartenere a un partito che promuove una selezione rigorosamente meritocratica del proprio personale sulla base della competenza, anziché della fedeltà, che valorizza le proprie eccellenze di base e la cui classe dirigente non è composta in larga parte di persone che dipendono dalla politica e che nella loro vita non hanno mai lavorato.


San Patrizio

20 marzo 2018

Croce di pietra e di muschio
di pioggia e di cielo
di luppolo e malto
radici nello scuro della torba
della terra del cuore
per guardare più alto.


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