Di scelte, conseguenze, carriere, rese e rendite

20 luglio 2017

Durante l’università ero convinto che avrei proseguito la carriera dedicandomi alla ricerca, “restando dentro”, come si diceva (si dice?) in gergo. Per carità, sapevo bene che non sarebbe stato semplice, specie in un campo (lettere classiche! lingue antiche!) che non avrebbe attratto finanziamenti anche in anni di vacche meno magre di quelle già smunte di allora. Mi aspettava un futuro incerto, di lunghi sforzi e sacrifici oscuri senza garanzia alcuna di successo. E senza santi in paradiso che non fossero quelli sul calendario. Ma era la mia strada. Ne ero convinto. Fortissimamente.
O no? La mia determinazione granitica franò pochi mesi dopo la laurea. Senza alcun fattore esterno preciso. Ero nella sala di lettura del Dipartimento di storia antica, compulsavo i volumoni del Corpus Inscriptionum Latinarum alla ricerca di nomi ispanici di possibile origine osco-umbra quando a un certo punto mi resi conto che no. Che in realtà non avevo nessuna intenzione di sottopormi alla snervante incertezza di quella lunga fatica. Che era un destino nobile, coraggioso, forse eroico, tanto da poter valere una vita, ma non la mia. Che soddisfazione personale, qualità professionale e indipendenza economica potevano triangolare in maniera complessivamente più favorevole di così, e che se c’erano comunque dei dadi da gettare potevo provare a giocarli su un’altra scommessa, o su un altro paio di scommesse.
Quasi vent’anni dopo io sono questa cosa qua, e ci sono pure piuttosto affezionato – ma questa è un’altra storia. Per gli amici che hanno scelto la carriera universitaria, e hanno avuto il meritato successo dopo una gavetta più o meno lunga ma comunque assai faticosa, resta la mia ammirazione, forse un filo d’invidia, ma serena – se mi concedete l’ossimoro -, pacificata. Con la mia intermittente pigrizia che si erge all’improvviso a rassicurarmi che no, non ce l’avrei fatta. E il rimpianto per quelle ricerche che avrei potuto fare (c’erano, questi dannati osco-umbri d’Hispania? E come diavolo parlavano?), ma tutto sommato: non valevano la mia vita, ripeto.
E la convinzione che se avessi accettato di intraprendere quella strada lo avrei fatto consapevolmente, a viso aperto di fronte a difficoltà e incertezze dure e spietate. A un sistema sicuramente assai deficitario, carente, insufficientemente finanziato, scarsamente meritocratico, e probabilmente in larghe parti clientelare, nepotistico e corrotto. Che come cittadino continuo a denunciare chiedendo un cambiamento. Ma consapevole che se avessi deciso di buttarmici dentro, non l’unica ma la prima persona che avrei potuto accusare di un’eventuale, probabile (ma chi lo sa?) sconfitta sarebbe stata quella che vedo tutte le mattine, appena invecchiata, allo specchio.

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Da Müller a Ladaria Ferrer: un “cambio” naturale ma non scontato alla Congregazione per la dottrina della fede

3 luglio 2017

La sostituzione del card. Müller con mons. Ladaria Ferrer come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il più importante dicastero vaticano, non è in alcun modo “spoil system”. In primo luogo perché Müller è arrivato alla conclusione naturale del suo mandato quinquennale. In secondo luogo perché lo spagnolo Ladaria Ferrer è il suo successore più naturale: segretario – cioè “numero due” – della Congregazione, nominato come Müller da Benedetto XVI già nel 2008, dopo una “carriera” da teologo tutta romana, prima alla Pontificia università gregoriana poi nella stessa Congregazione.

L’avvicendamento di Müller  è stato annunciato dal Vaticano sabato 1° luglio dopo una giornata di voci sempre più insistenti, le prime nel sottobosco dei blog tradizionalisti. La tempistica ha fatto pensare a molti osservatori che la fonte fosse lo stesso Müller, che era stato ricevuto in udienza dal papa proprio venerdì 30 giugno.
Müller, beninteso, è un personaggio poliedrico: non si può considerare un conservatore a tutto tondo, né tantomeno un tradizionalista. Vanno ricordate, per esempio, le sue aperture e i suoi gesti nei confronti degli esponenti della teologia della liberazione. Nel serrato dibattito che dura dalla pubblicazione di Amoris laetitia sicuramente ha promosso un’interpretazione “continuista” dei passi più discussi, diversa da quella a cui papa Francesco ha dimostrato di accordare favore; mentre nel dibattito del sinodo sulla famiglia del 2015 è stato – insieme ad altri esponenti di primo piano della Curia come Pell e Sarah – tra i firmatari della “lettera dei 13 cardinali” (alcuni poi, non lui, negarono di averla sottoscritta) che protestavano per alcune procedure sinodali.

Un altro momento irrituale fu la sua dichiarazione, nell’aprile del 2015, per cui la Congregazione per la dottrina della fede aveva il compito di “strutturare teologicamente” un pontificato. Poco prima, peraltro, aveva pubblicato un articolo piuttosto strutturato sui “Criteri teologici per una riforma della Chiesa e della Curia romana”, mostrando un’adesione convinta al progetto di riforma di Francesco e mettendone in evidenza la continuità con gli intenti di Benedetto XVI.
Più che le singole posizioni espresse, può essere che sia stato il piglio piuttosto presenzialista di Müller a convincere papa Francesco a non rinnovare il suo incarico. Forse, invece, hanno avuto un ruolo decisivo le accuse alla Congregazione per la dottrina della fede di conservare ancora zone d’ombra in cui si annidavano efficaci resistenze alla “linea dura” del Vaticano – inaugurata, beninteso, da Benedetto XVI – contro la pedofilia nel clero (in particolare rispetto alla deposizione dei vescovi negligenti): sono di poche settimane fa le dichiarazioni molto dure di Marie Collins in polemica col card. Müller dopo le dimissioni della Collins dalla Commissione per la tutela dei minori istituita nel 2014.

Ladaria Ferrer ha un profilo dottrinalmente moderato e personalmente riservato. Certo è un gesuita, come Francesco, cosa che rendeva per alcuni improbabile la successione. Da lui è lecito attendersi una discontinuità nell’atteggiamento più che nella posizione dottrinale. Sarà interessante osservare chi sarà il nuovo segretario della Congregazione: probabilmente sarà nominato dopo una consultazione con lo stesso Ladaria Ferrer: un altro segno di un avvicendamento “fisiologico” anche se non scontato.


Congresso PD: numeretti e sassolini

24 marzo 2017

I primissimi risultati dei “congressini” dei circoli sembrano premiare Renzi anche nell’Emilia profonda. Invece che sottolineare correttamente che stiamo parlando di un risultato ancora statisticamente non rilevante, alcuni sostenitori, anche autorevoli, delle mozioni concorrenti (non uso “avversarie” perché stiamo parlando, e dovremmo ricordarcene tutti, di una competizione interna a un partito) insistono sul fatto che il calo dei votanti (anch’esso, peraltro, per ora statisticamente non significativo…) dimostrerebbe il cattivo “stato di salute” del PD.

 

In sede congressuale, naturalmente, ciascuno usa gli argomenti che vuole e soprattutto che può.

 

Vorrei però precisare un paio di cose:

 

Il PD ha sicuramente un problema di calo delle iscrizioni, che è l’indice di una crisi più generale di modello di partito. A cui vanno trovate soluzioni, né nostalgiche né demolitorie. Ma è una crisi che rimonta a ben prima dell’epoca di Renzi, come mostrano sufficientemente bene i dati. Tenendo in conto anzi che è stata la nascita del PD a essere un momento di controtendenza rispetto alla crisi dei partiti che in esso sono confluiti. Dove in molte realtà c’erano centinaia di iscritti, ma pochissimi venivano a votare ai congressi e ancora meno partecipavano alla vita del partito.

Da renziano, a Renzi imputo di non essersi occupato di questo problema. Anzi, di tante è la critica più forte e più dura che gli muovo. E spero e credo che il “ticket” con Martina significhi proprio, anche, l’intenzione di lavorare sul partito. Ne abbiamo la necessità assoluta.

Ma non ci sto a dare a Renzi la colpa di una crisi, che nasce ben prima di lui e attraversa tutte le segreterie precedenti. Tutte.

Oggi a livello nazionale il PD presenta una situazione a macchia di leopardo: in alcuni territori (per esempio in varie aree della Lombardia e del Piemonte), grazie a nuovi modelli organizzativi e a una buona dose di energia e di creatività, sta rinascendo e insediandosi in luoghi tradizionalmente ostili; ma in molte altre zone osserviamo una semplice e progressiva decadenza del modello del passato, senza capacità di autentico rinnovamento.

Fa specie osservare che certe critiche provengono proprio da esponenti di punta di una classe dirigente territoriale che, nel suo complesso, ha probabilmente gestito l’esistente in modo decoroso ma sembra non aver saputo attuare mosse decisive per investire la tendenza.

 

L’idea surrettizia per cui i successi (per ora assolutamente provvisori!) di Renzi tra gli iscritti derivino dal fatto che ormai sarebbero rimasti nel partito solo i renziani è una palese falsità. Nessuno nega le dolorose fuoruscite – che peraltro non sono una novità –; ma occorrerebbe anche guardare a tutti coloro che si stanno avvicinando o riavvicinando al PD proprio in questi ultimi anni o mesi. Soprattutto, quella lettura si scontra con la realtà che ognuno ha sott’occhio nel proprio circolo e nel proprio ambiente, e che vede molti militanti, storicamente avversi a Renzi, dichiarare pubblicamente che stavolta daranno a Renzi il loro sostegno.
Sicuramente hanno influito le tante riforme e azioni tenacemente portate a termine dal governo, nonostante le riserve che ciascuno può avere su questa o su quella. Ma credo che abbia avuto una parte determinante la lunga e dura campagna referendaria. A differenza di autorevoli commentatori che ritengono che Renzi abbia stregato il PD offrendo l’illusione della vittoria, è proprio nel momento in cui Renzi non ha vinto – pagando duramente di persona – che ha convinto una buona parte del partito: che non si rassegna alla brusca interruzione di quella storia. Che intende fare tesoro degli errori commessi, ma certo non fare tabula rasa. Mentre il comportamento di molti degli avversari interni (buona parte dei quali ora sono…altrove) è stato avvertito in modo assai negativo dalla gran parte della “base”. Non sto parlando di dirigenti, sulle cui scelte può sempre essere fatto ventilare lo spettro della convenienza: parlo di militanti che non hanno nulla da guadagnare e nulla da perdere. Se non il loro partito e le loro speranze per il Paese.

Del resto, oggi anche la gran parte di coloro che sostengono gli altri candidati sono ben determinati a rimanere nel partito anche se le primarie dovesse vincerle Renzi. Ciò dovrebbe frenare le spinte degli ultras di tutte le fazioni e curare che la legittima e sacrosanta propaganda congressuale non vada oltre i livelli di guardia. Dopo il congresso, comunque vada, ci sarà un sacco di lavoro da fare, e sarà meglio farlo con tutte le energie disponibili.


Alle soglie del congresso PD

14 marzo 2017

Rispetto a tre-quattro anni fa Matteo Renzi ha certo perso consenso nel Paese. Cosa peraltro piuttosto prevedibile: prima era solo un addensarsi di aspettative che ognuno (a parte i fiorentini) poteva disegnarsi a suo modo, ora ha governato l’Italia per tre anni in cui molte decisioni sono state prese, molte leggi approvate, molti nodi tagliati in un modo o nell’altro. Il suo stile di comunicazione e di governo sicuramente ha contribuito a polarizzare opinioni e simpatie, i delusi ci sono e spesso sono tra i critici più taglienti.
Tuttavia, contemporaneamente, Renzi ha acquistato consenso nel PD. Non solo perché, banalmente, alcuni (a volte rumorosamente, più spesso silenziosamente) sono andati via dal PD per via di Renzi, mentre altri si sono avvicinati per lo stesso motivo. Ma anche perché Renzi alla fine è riuscito a convincere molti militanti e simpatizzanti che finora non gli avevano concesso la loro fiducia.
Certo, essere il segretario mette sicuramente Renzi in una posizione di vantaggio: per molti militanti, non solo tra i più anziani, “il segretario”, anche quando non si è tra i suoi sostenitori, è una persona che comunque merita rispetto e attenzione, che possono trasformarsi in apprezzamento. In questi anni ho visto molte persone del PD, che non definirei in alcun modo “renziane”, dare a Renzi un’apertura di credito. Al netto dei suoi difetti, limiti ed errori e di alcune scelte di governo meno condivise. Del resto una polarizzazione così forte, voluta sia da Renzi sia dall’oltranzismo di molti oppositori interni, non poteva che generare una scelta di campo che non ammetteva mezze misure.

Un passaggio fondamentale, da questo punto di vista, è stata la campagna per il referendum costituzionale. La sconfitta ha cementato solidarietà e desiderio di rivalsa anche tra i non renziani. Se per i principali oppositori interni una débacle così bruciante doveva significare tout court la fine di Renzi, per una parte importante del partito la brutalità dell’interruzione del triennio renziano ha generato una reazione netta e orgogliosa, non priva di qualche eccesso. Senza contare che la scissione – nata in ultima analisi da questa drammatica aporia di lettura dei fatti, e le cui reali proporzioni saranno valutabili solo tra qualche tempo – ha in ogni caso generato tra chi ha deciso di rimanere nel PD un ulteriore impulso alla coesione.
Del resto, a chi non condivide la “linea” di Renzi ma ha scelto di non abbandonare il partito (compresa una fetta importante della classe dirigente), la candidatura di Orlando, più di quella di Emiliano, ha offerto provvidenzialmente una modalità pienamente accettabile e competitiva di esprimere la propria posizione. Al netto di contrapposizioni utili ad attirare l’attenzione dei media più ancora dell’interesse dei militanti, peraltro, il progetto di Orlando sarà tanto più convincente quanto più capace di andare, anziché contro Renzi, oltre Renzi, ad allontanarsi dalla nostalgia del passato per prospettare in modo convincente quella tensione al futuro che ha reso inaccettabile per la maggior parte l’idea di tornare tra le braccia di D’Alema e Bersani.

Al Lingotto Renzi è stato molto abile nel trasmettere il messaggio di voler rimediare ai propri errori: in particolare l’eccessiva personalizzazione e la necessità di riconnettersi con temi e sensibilità propriamente “di sinistra”. Il “ticket” con Martina, l’aspetto più appariscente di entrambi i corni di questa correzione, è un elemento sufficientemente concreto (dietro Martina c’è un’ala numericamente e strategicamente importante del partito) per fugare il dubbio che si tratti di un mero restyling di comunicazione. E lascia ben sperare anche per uno dei problemi più seri: la gestione del partito, che è stata obiettivamente molto carente, e non ha bisogno tanto di proclami programmatici ma soprattutto di qualcuno che metta mano al magma in modo più deciso, autorevole e profondo di quanto sia avvenuto finora.

Questa strategia a due cerchi concentrici (quello interno alla mozione Renzi, con Martina, e quello esterno ad essa ma interno al partito, con Orlando) sembra capace non solo di frenare in modo sostanziale le fughe della sinistra interna ma anche di ridare spinta all’intero progetto: senza dimenticare che un terzo “cerchio utile”, esterno al PD ma non alla strategia complessiva, dovrebbe essere, non senza difficoltà e complicazioni, quello del “campo progressista” di Pisapia. E l’ala centrista? Nel complesso saldamente in mano a Renzi, ma sarà importante seguire eventuali fibrillazioni e posizionamenti; così come occorrerà tener sempre presente la dimensione geografica del partito: non solo per una candidatura connotata anche da questo punto di vista come quella di Emiliano; ma proprio perché nel rapporto spesso sfilacciato tra il suo centro e le periferie il PD si gioca molto del suo futuro.


Se il sogno europeo si offusca

4 novembre 2016

(Discorso pronunciato il 4 novembre 2016 a Bazzano in occasione della celebrazione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate)

Conosciamo bene l’origine della ricorrenza che oggi celebriamo: la fine in Italia della Prima Guerra Mondiale. Una ricorrenza da ricordare sempre, in particolare in questi anni in cui si svolge il centenario di questa guerra che, se fu meno terribile di altre – e della successiva – per le conseguenze sulla popolazione civile, fu assolutamente spietata nei confronti dei soldati che vi furono coinvolti: da parte italiana, centinaia di migliaia, milioni, provenienti da ogni città, da ogni quartiere, da ogni borgo del nostro Paese: non vi è villaggio, per quanto piccolo, sperduto e lontano, che oggi non pianga il proprio tributo di sangue.

Questa ricorrenza va ricordata tantopiù a una generazione che oggi ritiene nel novero dell’impossibile, dell’assurdo, del fantastico che il nostro confine sulle Alpi fosse teatro delle manovre di eserciti nemici, l’uno contro l’altro. La costruzione dell’Europa, infatti, dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, ha consegnato a tutti noi settant’anni di pace. Ciò è particolarmente importante oggi che il sogno europeo appare sempre più offuscato, l’edificio dell’Europa sembra a tratti vacillare per il risorgere degli antichi egoismi nazionali, sia pure sotto vesti differenti. E bisogna lucidamente affermare che non c’è una diversa alternativa tra la collaborazione, la costruzione condivisa, la solidarietà da una parte e, dall’altra, il regno dell’odio, della paura, della sfiducia. Che può avere conseguenze perniciose e nefaste per tutti.

Oggi ricordiamo con gratitudine il servizio delle nostre Forze Armate. In particolare il pensiero va a coloro che sono lontano dal territorio nazionale, impegnati in missione per conto dello Stato. Auguriamo loro di essere sempre al servizio della pace, della libertà dei popoli, di ogni persona senza distinzione di nazionalità, di religione e di ceto. Ma ricordiamo anche tutti coloro che sono impegnati entro i confini dell’Italia: in particolare vogliamo ricordare chi sta prestando assistenza e soccorso ai tanti concittadini ripetutamente colpiti dal terremoto, in questi stessi giorni. E, al tempo stesso, chi quotidianamente, da anni, salva dalla furia del mare tanti che cercano di fuggire da guerre combattute altrove o di sottrarsi a un’esistenza di stenti: uno sforzo di salvataggio di vite umane che onora profondamente le nostre Forze Armate e tutti coloro che vi sono impegnati, e che onora il nostro Paese.

Nel ricordare i morti, il sacrificio dei caduti, oggi onoriamo l’impegno dei vivi. Con l’augurio per la nostra nazione e per tutti i popoli della terra di quel futuro di pace che può essere garantito solo da un presente di fraternità e di solidarietà Grazie.


Quorum, virgola, ego.

18 aprile 2016

La “piazza” virtuale è spiacevolmente invelenita dai postumi del referendum di ieri. Troppo per la misura del quesito in ballo. Si è voluto caricare questo referendum, specialistico e marginale, di significati arbitrari: l’operazione – piuttosto “a freddo” – non è riuscita, rimane solo quest’inutile coda di acrimonia.

Anche per via della natura del quesito, occorreva letteralmente inventarsi argomenti per motivare la gente, in un senso e nell’altro: da qui una delle campagne più brutte e farlocche degli ultimi tempi, e ce ne vuole.

Per abrogare una legge approvata a maggioranza dai legittimi rappresentanti dei cittadini, c’è bisogno del consenso di una grossa fetta di cittadini. Da qui l’idea costituzionale del quorum. Spetta a chi vuole abrogare la legge dimostrare che quel consenso è maggioritario nel corpo elettorale. Le regole del gioco sono chiare e ogni comportamento è lecito: compreso astenersi per far saltare il quorum, compreso chiedere di votare no perché tanto vincono i sì. A maggior ragione, quindi, serve dare e chiedere rispetto per tutti: per chi è andato a votare (sì, no, bianca – come me –, nulla) e per chi non c’è andato. Le reliquie del nonno partigiano, che Dio lo abbia in gloria, non andrebbero tirate fuori a caso: si sciupano anche così.

Avrei preferito che il mio partito spiegasse la scarsa utilità del referendum, senza invitare esplicitamente all’astensione. È una questione squisitamente estetica, ma anche l’estetica ha la sua importanza.

Molto più importante: avrei preferito che il mio partito evitasse questo scontro istituzionale tra Stato e Regioni. Risulta difficile capire come mai, disinnescati 5 referendum su 6, non si potesse arrivare a disinnescare anche il sesto. Direi che alla volontà di mediazione, a un certo punto, si è sostituita la voglia di arrivare alla prova di forza. Qualcuno faceva male i suoi conti, e l’ha persa malissimo, qualcun altro l’ha vinta. Era meglio non arrivarci.

Ancora più importante: vorrei che il mio partito fosse un partito. Non una caserma, ma neanche un bordello. Lo spettacolo non dico di iscritti e simpatizzanti, ma di parlamentari, dirigenti di partito, amministratori e militanti che facevano sostanzialmente ciascuno quel cazzo che gli pare, non di rado partecipando alla fiera del reciproco insulto, è stato avvilente.

Se fai lo sbruffone quando vinci sei uno sbruffone, se fai lo sbruffone quando perdi sei un cretino.

Lo Sblocca Italia rimane, a mio modesto parere, uno dei provvedimenti più discutibili del governo, non solo in campo di concessioni estrattive. Peccato che, anche in quest’ultimo campo, i problemi più importanti (per esempio la scarsa entità delle royalties) rimanessero ben fuori dell’ambito del referendum.

Ci sarebbe anche da fare un discorso serio sui rapporti tra Stato e autonomie locali. Chiedo troppo, vero?

La democrazia, come ogni attività umana, ha un costo. Piccolo: ogni voto costa 6-7 euro a cittadino. La Costituzione mette a disposizione l’istituto del referendum a determinate condizioni, che sono state rispettate. Inutile buttare addosso ai promotori le spese del referendum per aver esercitato un loro diritto costituzionale, inutile buttarle addosso al governo perché (come da legge) non le ha accorpate alle amministrative mettendo insieme pere con mele.

Non ha alcun senso sommare i voti fuori del proprio contesto. Al prossimo referendum, per non parlare delle prossime elezioni, quei quindici milioni e mezzo di votanti, e quei trentaquattro milioni di non votanti, si scomporranno e ricomporranno in modo completamente diverso. Incuranti delle mosche cocchiere.

Sarei veramente curioso di sapere quanti, tra chi si lamenta del quorum bestemmiando addosso a Renzi e sperando di impallinarlo al referendum costituzionale di ottobre, sanno che la riforma su cui si voterà in ottobre prevede l’abbassamento del quorum a livelli molto più agevoli (la metà dei votanti alle elezioni politiche precedenti) purché si siano raccolte 800.000 firme anziché 500.000 (ma rimane anche l’opzione attuale).

Siamo andati a votare in quindici milioni e mezzo, quorum ego. Anzi, quorum ega. Ma questa la capisce solo chi ha fatto le scuole medie a Bazzano qualche tempo fa.

 

 


Il discorso di Bernie Sanders in Vaticano – traduzione in italiano

16 aprile 2016

Presento qui la mia traduzione in italiano del discorso pronunciato il 15 aprile 2016 da Bernie Sanders in Vaticano alla conferenza organizzata dalla Pontificia accademia di scienze sociali.
La fonte: https://berniesanders.com/urgency-moral-economy-reflections-anniversary-centesimus-annus/

 

L’urgenza di un’economia morale: riflessioni sul 25° anniversario della Centesimus Annus

Sono onorato di essere con voi oggi e sono stato lieto di ricevere il vostro invito a parlare a questa conferenza della Pontificia accademia di scienze sociali. Oggi celebriamo l’enciclica Centesimus annus e riflettiamo sul suo significato per il nostro mondo, un quarto di secolo dopo che fu pubblicata da Giovanni Paolo II. Con la caduta del comunismo, papa Giovanni Paolo II ha lanciato un appello per la libertà umana nel suo senso più vero: la libertà che difende la dignità di ogni persona ed è sempre orientata al bene comune.

Il magistero sociale della Chiesa, che risale alla prima enciclica sull’economia industriale, la Rerum novarum, del 1891, per arrivare alla Centesimus annus e all’ispirata enciclica Laudato si’ di papa Francesco dell’anno scorso, si è cimentato con le sfide dell’economia di mercato. Ci sono pochi luoghi nel pensiero moderno che possono competere con la profondità e la capacità di intuizione dell’insegnamento morale della Chiesa sull’economia di mercato.

Oltre un secolo fa, papa Leone XIII  evidenziò nella Rerum novarum problemi e sfide nel campo dell’economia che continuano a tormentarci, come quella che chiamava “l’enorme ricchezza di pochi, contrapposta alla povertà dei molti”.

E siamo chiari: la situazione oggi è peggiore. Nel 2016, l’un per cento della popolazione del pianeta possedeva più ricchezza del restante 99 per cento, mentre le sessanta persone più ricche – sessanta persone – possiedono di più della metà più povera – 3 miliardi e mezzo di persone. Nel momento in cui così pochi hanno così tanto, e così tanti hanno così poco, dobbiamo rifiutare i fondamenti di questa economia contemporanea come immorale e insostenibile.

Le parole della Centesimus annus, similmente, risuonano oggi tra di noi. Un esempio  impressionante: “Inoltre, la società e lo Stato devono assicurare livelli salariali adeguati al mantenimento del lavoratore e della sua famiglia, inclusa una certa capacità di risparmio. Ciò richiede sforzi per dare ai lavoratori cognizioni e attitudini sempre migliori e tali da rendere il loro lavoro più qualificato e produttivo; ma richiede anche un’assidua sorveglianza ed adeguate misure legislative per stroncare fenomeni vergognosi di sfruttamento, soprattutto a danno dei lavoratori più deboli, immigrati o marginali. Decisivo in questo settore è il ruolo dei sindacati, che contrattano i minimi salariali e le condizioni di lavoro” (n. 15).

La saggezza essenziale della Centesimus annus è questa: un’economia di mercato benefica per la produttività e per la libertà economica. Ma se lasciamo che la ricerca del profitto domini la società; se i lavoratori diventano ingranaggi usa e getta del sistema finanziario; se grandi disuguaglianze di potere e di ricchezza portano alla marginalizzazione di chi è povero e privo di potere; allora il bene comune è dissipato e l’economia di mercato ci rovina. Papa Giovanni Paolo II si esprime in questo modo: il profitto che è prodotto “dall’illecito sfruttamento, dalla speculazione e dalla rottura della solidarietà nel mondo del lavoro… non ha nessuna giustificazione e costituisce un abuso al cospetto di Dio e degli uomini” (n. 43).

Oggi siamo a venticinque anni dalla caduta dei regimi comunisti nell’Europa dell’est. Dobbiamo riconoscere che gli avvertimenti di papa Giovanni Paolo sugli eccessi di una finanza incontrollata erano profondamente preveggenti. Venticinque anni dopo la Centesimus annus, la speculazione, i flussi finanziari illeciti, la distruzione dell’ambiente e l’indebolimento dei diritti dei lavoratori sono molto più gravi di un quarto di secolo fa. Gli eccessi della finanza, anzi la diffusa criminalità finanziaria nelle borse, hanno giocato un ruolo diretto nel causare la più grave crisi finanziaria mondiale dopo la Grande Depressione.

Abbiamo bisogno di un’analisi politica e anche di un’analisi morale e antropologica per comprendere che cos’è avvenuto dal 1991. Possiamo dire che con la globalizzazione priva di regole, un’economia mondiale di mercato costruita sulla finanza speculativa ha distrutto le limitazioni legali, politiche e morali che un tempo erano servite a proteggere il bene comune. Nel mio Paese, patria dei più grandi mercati finanziari del mondo, la globalizzazione è stata usata come pretesto per deregolamentare le banche, ponendo fine a decenni di protezioni legali dei lavoratori e dei piccoli imprenditori.
I politici si sono uniti ai grandi banchieri per permettere alle banche di diventare “troppo grandi per fallire”. Il risultato: otto anni fa l’economia americana e gran parte del mondo sono sprofondato nel peggiore declino economico dagli anni Trenta. I lavoratori hanno perso il lavoro, la casa e i risparmi, mentre i governi salvavano le banche.

Inspiegabilmente, il sistema politico statunitense ha raddoppiato questa spericolata deregolamentazione finanziaria, mentre la Corte Suprema, con una serie di decisioni profondamente fuorviate, ha fatto irrompere nella politica americana un flusso di denaro senza precedenti. Queste decisioni sono culminate nel famoso caso Citizen United, che ha aperto i rubinetti finanziari per enormi donazioni elettorali da parte di miliardari e grandi industrie per volgere a proprio stretto e ingordo vantaggio il sistema politico americano. Si è istituito un sistema in cui i miliardari possono comprare le elezioni. Piuttosto che un’economia indirizzata al bene comune, siamo rimasti con un’economia gestita dall’1% più ricco, che diventa sempre più ricco, mentre la classe lavoratrice, i giovani e i poveri ricadono sempre più indietro. E i miliardari e le banche hanno raccolto il frutto dei loro investimenti elettorali, sotto forma di speciali privilegi fiscali e di accordi commerciali squilibrati che favoriscono gli investitori piuttosto che i lavoratori, e che danno alle imprese multinazionali un potere extragiudiziale sui governi che tentano di regolamentarle.

Ma – come papa Giovanni Paolo II e papa Francesco hanno messo in guardia noi e il mondo – le conseguenze sono state ancora più terribili dei disastrosi effetti delle bolle finanziarie e hanno fatto crollare gli standard di vita delle famiglie della classe lavoratrice. L’anima stessa della nostra nazione ha sofferto, nel momento in cui i cittadini hanno perso la fiducia nelle istituzioni politiche e sociali. Come ha affermato papa Francesco: “Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano” [Evangelii gaudium, n. 75]

E anche: ” Mentre il reddito di una minoranza cresce in maniera esponenziale, quello della maggioranza si indebolisce. Questo squilibrio deriva da ideologie che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune” [Discorso del 16 maggio 2013].

Papa Francesco nell’Evangelii gaudium ha chiamato il mondo a dire “no a un sistema finanziario che governa invece di servire” [n. 57]. E ha esortato i dirigenti finanziari e i leader politici a perseguire una riforma finanziaria che sia informata da considerazioni etiche. Ha affermato in modo chiaro e con forza che il ruolo della ricchezza e delle risorse in un’economia morale dev’essere quello di servitore, non di padrone.

Il crescente divario tra ricchi e poveri, la disperazione degli emarginati, il potere delle imprese sulla politica non sono fenomeni unicamente statunitensi. Gli eccessi dell’economia globale deregolamentata hanno causato ancora più danno nei paesi in via di sviluppo. Essi soffrono non solo per i cicli espansivo-recessivi delle borse, ma per un’economia mondiale che mette il profitto al di sopra dell’inquinamento, le compagnie petrolifere al di sopra della sicurezza climatica e il commercio di armi al di sopra della pace. E mentre una parte credente della nuova ricchezza e del nuovo reddito va a una piccola frazione dei più ricchi, rimediare a questa grossolana disuguaglianza è divenuta una sfida centrale. Il problema della disuguaglianza della ricchezza e del reddito è il grande problema economico del nostro tempo, il grande problema politico del nostro tempo e il grande problema morale del nostro tempo. È un problema con cui ci confrontiamo nella mia nazione e in tutto il mondo.

Papa Francesco ha dato alla difficile situazione della società moderna il nome più potente: la globalizzazione dell’indifferenza. “Quasi senza accorgercene”, ha sottolineato, “diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete”. Abbiamo visto a Wall Street che la frode finanziaria è divenuta non solo la norma ma in vario modo il nuovo modello di affari. I grandi banchieri non hanno mostrato alcuna vergogna per il loro cattivo comportamento e non hanno porto le scuse ai cittadini. I miliardi e miliardi di dollari di multe che hanno pagato per le frodi finanziarie sono solo un altro costo d’impresa, un’altra scorciatoia verso gli ingiusti profitti.

Alcuni potrebbero pensare che combattere il sistema economico sia senza speranza, che una volta che l’economia di mercato è uscita dai confini della moralità sia impossibile riportarla indietro, sotto gli imperativi della moralità e del bene comune. Mi è stato detto tante e tante volte dai ricchi e potenti, e dai media dominanti che li rappresentano, che noi dovremmo essere “pratici”, che dovremmo accettare lo status quo; che un’economia veramente morale è fuori dalla nostra portata. Bene, papa Francesco stesso è certamente la più grande dimostrazione al mondo contro una simile resa alla disperazione e al cinismo. Egli ha aperto ancora una volta gli occhi del mondo alle richieste di misericordia e di giustizia e alla possibilità di un mondo migliore. Ispira il mondo a trovare un nuovo consenso globale per la nostra casa comune.

Io vedo ogni giorno questa speranza e questo senso di possibilità tra i giovani dell’America. I nostri giovani non si accontentano più di una politica corrotta e guasta e di un’economia di aspra disuguaglianza e ingiustizia. Non sono soddisfatti della distruzione del nostro ambiente da parte di un’industria dei combustibili fossili la cui avidità ha messo i profitti di breve termine al di sopra del cambiamento climatico e del futuro del nostro pianeta. Essi vogliono vivere in armonia con la natura, non distruggerla. Esortano a un ritorno all’equità: a un’economia che difende il bene comune assicurando che ogni persona, ricca o povera, abbia accesso a sanità, cibo e educazione di qualità.

Come papa Francesco ha reso potentemente chiaro l’anno scorso nella Laudato si’, abbiamo la tecnologia e la competenza per risolvere i nostri problemi – dalla povertà al cambiamento climatico, alla sanità, alla protezione della biodiversità. Abbiamo anche enormi risorse per farlo, specialmente se i ricchi faranno la loro parte nel pagare le tasse dovute, anziché nascondere il loro denaro nei paradisi fiscali – come hanno mostrato i Panama Papers.

Le sfide poste davanti al nostro pianeta non sono principalmente tecnologiche, e nemmeno finanziarie, poiché – come mondo – siamo sufficientemente ricchi per accrescere i nostri investimenti in capacità, infrastrutture e competenze tecnologiche per soddisfare i nostri bisogni e proteggere il pianeta. La nostra sfida è prevalentemente morale, per reindirizzare i nostri sforzi e la nostra prospettiva verso il bene comune. La Centesimus annus, che celebriamo e su cui riflettiamo oggi, e la Laudato si’, sono messaggi potenti, eloquenti e ricchi di speranza per questa possibilità. Sta a noi imparare da essi e incamminarci con audacia verso il bene comune nel nostro tempo.


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