Storia e psicologia di Barbazècch

1 febbraio 2018

Barbazècch è la maschera di Bazzano. La sua fama è oggi affidata al suo ruolo di “guida” del Carnevale dei Bambini, ultima sopravvivenza, peraltro in buona salute, dello spirito carnevalesco bazzanese che, già a fine Ottocento, si esprimeva, come altrove, in «società carnevalesche» che organizzavano feste private e vari divertimenti: quel «gran Carnevale» di cui Aldo Ramenghi, già negli anni Cinquanta, lamentava che fosse «morto da un pezzo».

La storia di Barbazècch sembra iniziare proprio in quel clima, peraltro propizio a elaborazioni erudite sulle proprie origini, anche se non sempre filologicamente corrette e anzi fantasiose (basti pensare al celebre “Carnevale degli Etruschi” a Bologna nel 1874). Più modestamente, i maîtres à penser (oggi diremmo, forse, gli influencer) di Bazzano vollero creare l’eroe eponimo del carnevale bazzanese a partire dall’epopea contadina di Giulio Cesare Croce. Il prolifico e popolarissimo scrittore e cantastorie, attivo nell’ultima parte del XVI secolo, cantore della vita rustica delle campagne tra Bologna e Modena, oggi è principalmente noto al grande pubblico per aver dato vita al personaggio di Bertoldo. Ciò non toglie che, nelle nostre terre, la commedia, o meglio «cosa ridiculosa» di maggiore popolarità e duraturo successo – fino a tempi recenti – sia stata La Filippa combattuta da duoi villani.

A un certo punto di questa commedia, Gaspare – uno dei due protagonisti, in contesa con Mingone – si mette a vantare le proprie ascendenze, e comincia così: «Es t’farò vder / Cun la rason in man, / Ch’i mia sun da Bazan, / E al prim dal nostr zuoc / Fu Barba Zec di Zuoc, / Ch’fu tre volt massar, / Cal n’haveva un so par / Ch’al vinzes in la littra, / L’intindia qull’itra e zitra, / Ch’sol far i nudar, / In far cont, e assazar / Al n’haveva parangon / In far una rason, / Al n’iera un par so / In qula villa, mo s’al so / Ch’al i en sia nianc ades, / Chi pses star appres. / Sì, l’haveva mil virtù, / Ma st’vuoi dir d’più, / Ch’pr quant se rasona / Al saveva Buov d’Antona / Alla compda e alla dstesa, / E s’un i fieva uffesa, / Al psea dir d’esser mort, / Ch’l’iera un hom fort. / Es iera bon suldà, / Ch’do bot al se truvà / Alla rocca d’Sauna / (T’sa pur dund’è Sauna), / E quand la rumpì, / Al si truvò in quij dì / Quel chal sie po al s’sa. / E qusì la nostra chà / Chminzò a fiorir in lù».
Non sappiamo se fu proprio questo il testo che ebbe a disposizione Leonida Ferrarini, tra i creatori della Società carnevalesca di Bazzano tra il 1869 e il 1870: queste commedie popolari, infatti, in virtù della loro diffusione che spesso avveniva per via orale, con canovacci o testi ricopiati di volta in volta, erano soggette a cambiamenti, aggiunte, improvvisazioni, che si depositavano in una quantità di varianti tali da richiedere un’analisi filologica complessa. Ma ciò premesso, si comprende bene come i versi di Croce potessero suggerire al Ferrarini di prendere Barba Zecch come «campione» della bazzanesità: la proposta fu così accettata dagli altri soci. È altresì ben chiaro che la vanteria di Gaspare rende immediatamente sospetto, per non dire assai improbabile, il lungo e variegate elenco delle «mil virtù» del suo antenato, e pone pertanto fin dal principio questa figura sotto un’aura comica, come si richiedeva, del resto, a una maschera di Carnevale. Vedremo come questo aspetto di vanteria improbabile sia poi rimasto al centro della figura di Barbazècch.

Com’è noto, l’appellativo «Barba» era un tempo diffuso nell’Italia Settentrionale per indicare lo «zio», ma era al tempo stesso una sorta di appellativo (potremmo paragonarlo, in qualche modo, all’attuale saluto giovanile “bella zio”) che denotava anche un certo rispetto, forse legato alla barba come idea di virilità e signorilità.
L’indicazione di provenienza «di Zuoc», tuttavia, poteva creare per i bazzanesi qualche perplessità: fu quindi interpretata, e modificata, nel senso che Barba Zecch venisse «dalla Ca’ di Zoca»: tale era il nome della casa che si dice sorgesse un tempo in corrispondenza dell’attuale piazza di Bazzano. Il nome completo della maschera è così rimasto fissato in «Barbazècch dla Ca’ di Zoca». In tal modo, Barbazecch veniva letteralmente radicato nel centro – storico e geografico – della vita del paese.

Il costume di Barbazecch fu ideato dal pittore Pio Passuti. Così lo descrive Aurelia Casagrande: «tricorno nero con coccarda, gabbana verde bordata in oro, panciotto a fantasia, calze bianche e scarpe con fibbie d’argento». Oggi il costume è stato modificato e semplificato (in particolare, il tricorno è sostituito dalla sola parrucca di stile settecentesco), ma viene conservato e tramandato con cura di Carnevale in Carnevale.

Dal 1870 inizia così anche la tradizione dei discorsi, o zirudelle, di Barbazecch: un’usanza che rispecchia quella tuttora viva nel Carnevale di molti altri luoghi delle vicinanze. Il primo autore fu Gaetano Bortolotti. La tradizione proseguì fin dopo la Seconda Guerra Mondiale, poi s’interruppe, col declino del Carnevale a cui abbiamo già accennato. Un declino a cui probabilmente non fu estranea l’aspra contrapposizione ideologica del dopoguerra, che si rifletteva anche nelle società carnevalesche rendendo più difficile l’impegno comune.

Il Carnevale a Bazzano rinacque grazie all’estro e all’impegno di don Bruno Barbieri, che fu prima cappellano a Bazzano dal 1956 e poi divenne parroco nel 1964, alla morte di mons. Angelo Romagnoli. Don Bruno Barbieri è tuttora ricordato – lo abbiamo commemorato recentemente – per aver creato numerose iniziative sociali tuttora vive nel paese: il Carnevale è una delle principali. Sull’esempio di quanto aveva ideato il cardinal Lercaro a Bologna, don Bruno fece nascere il «Carnevale dei bambini di Bazzano».
Puntare sui più piccoli fu un’idea vincente, che rese il Carnevale un’occasione partecipata da tutta la comunità: attorno ai bambini e ai ragazzi che sfilavano sui carri e sul trenino si radunò e ravvivò il superstite spirito carnevalesco del paese, con una serie di trovate di cui si rendevano protagonisti molti noti personaggi della Bazzano di allora. Anche oggi il Carnevale di Bazzano è un appuntamento molto sentito, che coinvolge i bambini delle scuole (materne ed elementari) e le loro famiglie che spesso si mettono a disposizione per organizzare la festa.

La sfilata di Carnevale – che oggi avviene nelle due domeniche precedenti la Quaresima – è tuttora aperta da Barbazècch in compagnia della sua consorte, detta popolarmente la Barbazecca (spesso l’onore viene affidato a una coppia appena sposata o in procinto di sposarsi), a bordo di un’auto scoperta guidata da un autista. Da oltre vent’anni – precisamente dal 1996 – nell’ultima parte della sfilata Barbazecch sale sul balcone che si affaccia sulla piazza, dove raggiunge lo «speaker» del Carnevale, e pronuncia nuovamente il suo discorso, che caratteriticamente alterna all’italiano qualche verso in dialetto bazzanese, e termina con l’augurio «ch’a psì ster luntan dal mel / fein a st’etar Caranvel!».

Sia durante la sfilata, sia dal balcone, Barbazècch e consorte lanciano caramelle alla folla: un aspetto, questo, che è condiviso anche da chi è a bordo dei carri, ma che per Barbazècch assume un significato particolare.
La figura di Barbazècch, infatti, rappresenta da tempo il bazzanese emigrato lontano dal suo paese in cerca di fortuna, e che ritorna “in patria” ostentando lo status e le ricchezze che è riuscito ad ottenere. Una fortuna su cui però – come si diceva sopra – grava più di un sospetto: non per nulla un tempo Barbazècch distribuiva zecchini, che finivano però per rivelarsi monete di cioccolato. I bazzanesi, mentre lo acclamano signore del Carnevale e approfittano della sua prodigalità, diffidano infatti intimamente di quell’ostentazione.
Si può ipotizzare che Barbazècch sia così caro ai bazzanesi proprio perché in questa dinamica essi ritrovano segretamente alcuni dei tratti più peculiari del loro carattere. Barbazècch è a un tempo – come Pietro Ospitali dice di Bazzano – «sustgnó e spanézz»: affettato e prodigo, ama fare «lo splendido» ma mantiene tuttavia quel tanto di sussiego. Per quanto abbia girato il mondo e fatto esperienza, non può fare a meno di ritornare al suo paese, e la sua più profonda realizzazione personale dipenderà sempre da come verrà ivi accolto. Disposto per questo a sperperare e scialacquare per mostrarsi più ricco e fortunato di quanto non sia, è ben consapevole nell’intimo che i suoi concittadini, che pure lo lodano e gli fanno buon viso, conservano nel loro cuore un sospetto che ben presto, terminata la festa, diventerà maldicenza e pettegolezzo. Forse perfino i bambini, dopo aver intascato le caramelle, se ne andranno con uno sberleffo. Una sottile amarezza, che si perde nell’allegria collettiva. In fondo, è Carnevale.

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Di scelte, conseguenze, carriere, rese e rendite

20 luglio 2017

Durante l’università ero convinto che avrei proseguito la carriera dedicandomi alla ricerca, “restando dentro”, come si diceva (si dice?) in gergo. Per carità, sapevo bene che non sarebbe stato semplice, specie in un campo (lettere classiche! lingue antiche!) che non avrebbe attratto finanziamenti anche in anni di vacche meno magre di quelle già smunte di allora. Mi aspettava un futuro incerto, di lunghi sforzi e sacrifici oscuri senza garanzia alcuna di successo. E senza santi in paradiso che non fossero quelli sul calendario. Ma era la mia strada. Ne ero convinto. Fortissimamente.
O no? La mia determinazione granitica franò pochi mesi dopo la laurea. Senza alcun fattore esterno preciso. Ero nella sala di lettura del Dipartimento di storia antica, compulsavo i volumoni del Corpus Inscriptionum Latinarum alla ricerca di nomi ispanici di possibile origine osco-umbra quando a un certo punto mi resi conto che no. Che in realtà non avevo nessuna intenzione di sottopormi alla snervante incertezza di quella lunga fatica. Che era un destino nobile, coraggioso, forse eroico, tanto da poter valere una vita, ma non la mia. Che soddisfazione personale, qualità professionale e indipendenza economica potevano triangolare in maniera complessivamente più favorevole di così, e che se c’erano comunque dei dadi da gettare potevo provare a giocarli su un’altra scommessa, o su un altro paio di scommesse.
Quasi vent’anni dopo io sono questa cosa qua, e ci sono pure piuttosto affezionato – ma questa è un’altra storia. Per gli amici che hanno scelto la carriera universitaria, e hanno avuto il meritato successo dopo una gavetta più o meno lunga ma comunque assai faticosa, resta la mia ammirazione, forse un filo d’invidia, ma serena – se mi concedete l’ossimoro -, pacificata. Con la mia intermittente pigrizia che si erge all’improvviso a rassicurarmi che no, non ce l’avrei fatta. E il rimpianto per quelle ricerche che avrei potuto fare (c’erano, questi dannati osco-umbri d’Hispania? E come diavolo parlavano?), ma tutto sommato: non valevano la mia vita, ripeto.
E la convinzione che se avessi accettato di intraprendere quella strada lo avrei fatto consapevolmente, a viso aperto di fronte a difficoltà e incertezze dure e spietate. A un sistema sicuramente assai deficitario, carente, insufficientemente finanziato, scarsamente meritocratico, e probabilmente in larghe parti clientelare, nepotistico e corrotto. Che come cittadino continuo a denunciare chiedendo un cambiamento. Ma consapevole che se avessi deciso di buttarmici dentro, non l’unica ma la prima persona che avrei potuto accusare di un’eventuale, probabile (ma chi lo sa?) sconfitta sarebbe stata quella che vedo tutte le mattine, appena invecchiata, allo specchio.


Da Müller a Ladaria Ferrer: un “cambio” naturale ma non scontato alla Congregazione per la dottrina della fede

3 luglio 2017

La sostituzione del card. Müller con mons. Ladaria Ferrer come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il più importante dicastero vaticano, non è in alcun modo “spoil system”. In primo luogo perché Müller è arrivato alla conclusione naturale del suo mandato quinquennale. In secondo luogo perché lo spagnolo Ladaria Ferrer è il suo successore più naturale: segretario – cioè “numero due” – della Congregazione, nominato come Müller da Benedetto XVI già nel 2008, dopo una “carriera” da teologo tutta romana, prima alla Pontificia università gregoriana poi nella stessa Congregazione.

L’avvicendamento di Müller  è stato annunciato dal Vaticano sabato 1° luglio dopo una giornata di voci sempre più insistenti, le prime nel sottobosco dei blog tradizionalisti. La tempistica ha fatto pensare a molti osservatori che la fonte fosse lo stesso Müller, che era stato ricevuto in udienza dal papa proprio venerdì 30 giugno.
Müller, beninteso, è un personaggio poliedrico: non si può considerare un conservatore a tutto tondo, né tantomeno un tradizionalista. Vanno ricordate, per esempio, le sue aperture e i suoi gesti nei confronti degli esponenti della teologia della liberazione. Nel serrato dibattito che dura dalla pubblicazione di Amoris laetitia sicuramente ha promosso un’interpretazione “continuista” dei passi più discussi, diversa da quella a cui papa Francesco ha dimostrato di accordare favore; mentre nel dibattito del sinodo sulla famiglia del 2015 è stato – insieme ad altri esponenti di primo piano della Curia come Pell e Sarah – tra i firmatari della “lettera dei 13 cardinali” (alcuni poi, non lui, negarono di averla sottoscritta) che protestavano per alcune procedure sinodali.

Un altro momento irrituale fu la sua dichiarazione, nell’aprile del 2015, per cui la Congregazione per la dottrina della fede aveva il compito di “strutturare teologicamente” un pontificato. Poco prima, peraltro, aveva pubblicato un articolo piuttosto strutturato sui “Criteri teologici per una riforma della Chiesa e della Curia romana”, mostrando un’adesione convinta al progetto di riforma di Francesco e mettendone in evidenza la continuità con gli intenti di Benedetto XVI.
Più che le singole posizioni espresse, può essere che sia stato il piglio piuttosto presenzialista di Müller a convincere papa Francesco a non rinnovare il suo incarico. Forse, invece, hanno avuto un ruolo decisivo le accuse alla Congregazione per la dottrina della fede di conservare ancora zone d’ombra in cui si annidavano efficaci resistenze alla “linea dura” del Vaticano – inaugurata, beninteso, da Benedetto XVI – contro la pedofilia nel clero (in particolare rispetto alla deposizione dei vescovi negligenti): sono di poche settimane fa le dichiarazioni molto dure di Marie Collins in polemica col card. Müller dopo le dimissioni della Collins dalla Commissione per la tutela dei minori istituita nel 2014.

Ladaria Ferrer ha un profilo dottrinalmente moderato e personalmente riservato. Certo è un gesuita, come Francesco, cosa che rendeva per alcuni improbabile la successione. Da lui è lecito attendersi una discontinuità nell’atteggiamento più che nella posizione dottrinale. Sarà interessante osservare chi sarà il nuovo segretario della Congregazione: probabilmente sarà nominato dopo una consultazione con lo stesso Ladaria Ferrer: un altro segno di un avvicendamento “fisiologico” anche se non scontato.


Congresso PD: numeretti e sassolini

24 marzo 2017

I primissimi risultati dei “congressini” dei circoli sembrano premiare Renzi anche nell’Emilia profonda. Invece che sottolineare correttamente che stiamo parlando di un risultato ancora statisticamente non rilevante, alcuni sostenitori, anche autorevoli, delle mozioni concorrenti (non uso “avversarie” perché stiamo parlando, e dovremmo ricordarcene tutti, di una competizione interna a un partito) insistono sul fatto che il calo dei votanti (anch’esso, peraltro, per ora statisticamente non significativo…) dimostrerebbe il cattivo “stato di salute” del PD.

 

In sede congressuale, naturalmente, ciascuno usa gli argomenti che vuole e soprattutto che può.

 

Vorrei però precisare un paio di cose:

 

Il PD ha sicuramente un problema di calo delle iscrizioni, che è l’indice di una crisi più generale di modello di partito. A cui vanno trovate soluzioni, né nostalgiche né demolitorie. Ma è una crisi che rimonta a ben prima dell’epoca di Renzi, come mostrano sufficientemente bene i dati. Tenendo in conto anzi che è stata la nascita del PD a essere un momento di controtendenza rispetto alla crisi dei partiti che in esso sono confluiti. Dove in molte realtà c’erano centinaia di iscritti, ma pochissimi venivano a votare ai congressi e ancora meno partecipavano alla vita del partito.

Da renziano, a Renzi imputo di non essersi occupato di questo problema. Anzi, di tante è la critica più forte e più dura che gli muovo. E spero e credo che il “ticket” con Martina significhi proprio, anche, l’intenzione di lavorare sul partito. Ne abbiamo la necessità assoluta.

Ma non ci sto a dare a Renzi la colpa di una crisi, che nasce ben prima di lui e attraversa tutte le segreterie precedenti. Tutte.

Oggi a livello nazionale il PD presenta una situazione a macchia di leopardo: in alcuni territori (per esempio in varie aree della Lombardia e del Piemonte), grazie a nuovi modelli organizzativi e a una buona dose di energia e di creatività, sta rinascendo e insediandosi in luoghi tradizionalmente ostili; ma in molte altre zone osserviamo una semplice e progressiva decadenza del modello del passato, senza capacità di autentico rinnovamento.

Fa specie osservare che certe critiche provengono proprio da esponenti di punta di una classe dirigente territoriale che, nel suo complesso, ha probabilmente gestito l’esistente in modo decoroso ma sembra non aver saputo attuare mosse decisive per investire la tendenza.

 

L’idea surrettizia per cui i successi (per ora assolutamente provvisori!) di Renzi tra gli iscritti derivino dal fatto che ormai sarebbero rimasti nel partito solo i renziani è una palese falsità. Nessuno nega le dolorose fuoruscite – che peraltro non sono una novità –; ma occorrerebbe anche guardare a tutti coloro che si stanno avvicinando o riavvicinando al PD proprio in questi ultimi anni o mesi. Soprattutto, quella lettura si scontra con la realtà che ognuno ha sott’occhio nel proprio circolo e nel proprio ambiente, e che vede molti militanti, storicamente avversi a Renzi, dichiarare pubblicamente che stavolta daranno a Renzi il loro sostegno.
Sicuramente hanno influito le tante riforme e azioni tenacemente portate a termine dal governo, nonostante le riserve che ciascuno può avere su questa o su quella. Ma credo che abbia avuto una parte determinante la lunga e dura campagna referendaria. A differenza di autorevoli commentatori che ritengono che Renzi abbia stregato il PD offrendo l’illusione della vittoria, è proprio nel momento in cui Renzi non ha vinto – pagando duramente di persona – che ha convinto una buona parte del partito: che non si rassegna alla brusca interruzione di quella storia. Che intende fare tesoro degli errori commessi, ma certo non fare tabula rasa. Mentre il comportamento di molti degli avversari interni (buona parte dei quali ora sono…altrove) è stato avvertito in modo assai negativo dalla gran parte della “base”. Non sto parlando di dirigenti, sulle cui scelte può sempre essere fatto ventilare lo spettro della convenienza: parlo di militanti che non hanno nulla da guadagnare e nulla da perdere. Se non il loro partito e le loro speranze per il Paese.

Del resto, oggi anche la gran parte di coloro che sostengono gli altri candidati sono ben determinati a rimanere nel partito anche se le primarie dovesse vincerle Renzi. Ciò dovrebbe frenare le spinte degli ultras di tutte le fazioni e curare che la legittima e sacrosanta propaganda congressuale non vada oltre i livelli di guardia. Dopo il congresso, comunque vada, ci sarà un sacco di lavoro da fare, e sarà meglio farlo con tutte le energie disponibili.


Alle soglie del congresso PD

14 marzo 2017

Rispetto a tre-quattro anni fa Matteo Renzi ha certo perso consenso nel Paese. Cosa peraltro piuttosto prevedibile: prima era solo un addensarsi di aspettative che ognuno (a parte i fiorentini) poteva disegnarsi a suo modo, ora ha governato l’Italia per tre anni in cui molte decisioni sono state prese, molte leggi approvate, molti nodi tagliati in un modo o nell’altro. Il suo stile di comunicazione e di governo sicuramente ha contribuito a polarizzare opinioni e simpatie, i delusi ci sono e spesso sono tra i critici più taglienti.
Tuttavia, contemporaneamente, Renzi ha acquistato consenso nel PD. Non solo perché, banalmente, alcuni (a volte rumorosamente, più spesso silenziosamente) sono andati via dal PD per via di Renzi, mentre altri si sono avvicinati per lo stesso motivo. Ma anche perché Renzi alla fine è riuscito a convincere molti militanti e simpatizzanti che finora non gli avevano concesso la loro fiducia.
Certo, essere il segretario mette sicuramente Renzi in una posizione di vantaggio: per molti militanti, non solo tra i più anziani, “il segretario”, anche quando non si è tra i suoi sostenitori, è una persona che comunque merita rispetto e attenzione, che possono trasformarsi in apprezzamento. In questi anni ho visto molte persone del PD, che non definirei in alcun modo “renziane”, dare a Renzi un’apertura di credito. Al netto dei suoi difetti, limiti ed errori e di alcune scelte di governo meno condivise. Del resto una polarizzazione così forte, voluta sia da Renzi sia dall’oltranzismo di molti oppositori interni, non poteva che generare una scelta di campo che non ammetteva mezze misure.

Un passaggio fondamentale, da questo punto di vista, è stata la campagna per il referendum costituzionale. La sconfitta ha cementato solidarietà e desiderio di rivalsa anche tra i non renziani. Se per i principali oppositori interni una débacle così bruciante doveva significare tout court la fine di Renzi, per una parte importante del partito la brutalità dell’interruzione del triennio renziano ha generato una reazione netta e orgogliosa, non priva di qualche eccesso. Senza contare che la scissione – nata in ultima analisi da questa drammatica aporia di lettura dei fatti, e le cui reali proporzioni saranno valutabili solo tra qualche tempo – ha in ogni caso generato tra chi ha deciso di rimanere nel PD un ulteriore impulso alla coesione.
Del resto, a chi non condivide la “linea” di Renzi ma ha scelto di non abbandonare il partito (compresa una fetta importante della classe dirigente), la candidatura di Orlando, più di quella di Emiliano, ha offerto provvidenzialmente una modalità pienamente accettabile e competitiva di esprimere la propria posizione. Al netto di contrapposizioni utili ad attirare l’attenzione dei media più ancora dell’interesse dei militanti, peraltro, il progetto di Orlando sarà tanto più convincente quanto più capace di andare, anziché contro Renzi, oltre Renzi, ad allontanarsi dalla nostalgia del passato per prospettare in modo convincente quella tensione al futuro che ha reso inaccettabile per la maggior parte l’idea di tornare tra le braccia di D’Alema e Bersani.

Al Lingotto Renzi è stato molto abile nel trasmettere il messaggio di voler rimediare ai propri errori: in particolare l’eccessiva personalizzazione e la necessità di riconnettersi con temi e sensibilità propriamente “di sinistra”. Il “ticket” con Martina, l’aspetto più appariscente di entrambi i corni di questa correzione, è un elemento sufficientemente concreto (dietro Martina c’è un’ala numericamente e strategicamente importante del partito) per fugare il dubbio che si tratti di un mero restyling di comunicazione. E lascia ben sperare anche per uno dei problemi più seri: la gestione del partito, che è stata obiettivamente molto carente, e non ha bisogno tanto di proclami programmatici ma soprattutto di qualcuno che metta mano al magma in modo più deciso, autorevole e profondo di quanto sia avvenuto finora.

Questa strategia a due cerchi concentrici (quello interno alla mozione Renzi, con Martina, e quello esterno ad essa ma interno al partito, con Orlando) sembra capace non solo di frenare in modo sostanziale le fughe della sinistra interna ma anche di ridare spinta all’intero progetto: senza dimenticare che un terzo “cerchio utile”, esterno al PD ma non alla strategia complessiva, dovrebbe essere, non senza difficoltà e complicazioni, quello del “campo progressista” di Pisapia. E l’ala centrista? Nel complesso saldamente in mano a Renzi, ma sarà importante seguire eventuali fibrillazioni e posizionamenti; così come occorrerà tener sempre presente la dimensione geografica del partito: non solo per una candidatura connotata anche da questo punto di vista come quella di Emiliano; ma proprio perché nel rapporto spesso sfilacciato tra il suo centro e le periferie il PD si gioca molto del suo futuro.


Se il sogno europeo si offusca

4 novembre 2016

(Discorso pronunciato il 4 novembre 2016 a Bazzano in occasione della celebrazione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate)

Conosciamo bene l’origine della ricorrenza che oggi celebriamo: la fine in Italia della Prima Guerra Mondiale. Una ricorrenza da ricordare sempre, in particolare in questi anni in cui si svolge il centenario di questa guerra che, se fu meno terribile di altre – e della successiva – per le conseguenze sulla popolazione civile, fu assolutamente spietata nei confronti dei soldati che vi furono coinvolti: da parte italiana, centinaia di migliaia, milioni, provenienti da ogni città, da ogni quartiere, da ogni borgo del nostro Paese: non vi è villaggio, per quanto piccolo, sperduto e lontano, che oggi non pianga il proprio tributo di sangue.

Questa ricorrenza va ricordata tantopiù a una generazione che oggi ritiene nel novero dell’impossibile, dell’assurdo, del fantastico che il nostro confine sulle Alpi fosse teatro delle manovre di eserciti nemici, l’uno contro l’altro. La costruzione dell’Europa, infatti, dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, ha consegnato a tutti noi settant’anni di pace. Ciò è particolarmente importante oggi che il sogno europeo appare sempre più offuscato, l’edificio dell’Europa sembra a tratti vacillare per il risorgere degli antichi egoismi nazionali, sia pure sotto vesti differenti. E bisogna lucidamente affermare che non c’è una diversa alternativa tra la collaborazione, la costruzione condivisa, la solidarietà da una parte e, dall’altra, il regno dell’odio, della paura, della sfiducia. Che può avere conseguenze perniciose e nefaste per tutti.

Oggi ricordiamo con gratitudine il servizio delle nostre Forze Armate. In particolare il pensiero va a coloro che sono lontano dal territorio nazionale, impegnati in missione per conto dello Stato. Auguriamo loro di essere sempre al servizio della pace, della libertà dei popoli, di ogni persona senza distinzione di nazionalità, di religione e di ceto. Ma ricordiamo anche tutti coloro che sono impegnati entro i confini dell’Italia: in particolare vogliamo ricordare chi sta prestando assistenza e soccorso ai tanti concittadini ripetutamente colpiti dal terremoto, in questi stessi giorni. E, al tempo stesso, chi quotidianamente, da anni, salva dalla furia del mare tanti che cercano di fuggire da guerre combattute altrove o di sottrarsi a un’esistenza di stenti: uno sforzo di salvataggio di vite umane che onora profondamente le nostre Forze Armate e tutti coloro che vi sono impegnati, e che onora il nostro Paese.

Nel ricordare i morti, il sacrificio dei caduti, oggi onoriamo l’impegno dei vivi. Con l’augurio per la nostra nazione e per tutti i popoli della terra di quel futuro di pace che può essere garantito solo da un presente di fraternità e di solidarietà Grazie.


Quorum, virgola, ego.

18 aprile 2016

La “piazza” virtuale è spiacevolmente invelenita dai postumi del referendum di ieri. Troppo per la misura del quesito in ballo. Si è voluto caricare questo referendum, specialistico e marginale, di significati arbitrari: l’operazione – piuttosto “a freddo” – non è riuscita, rimane solo quest’inutile coda di acrimonia.

Anche per via della natura del quesito, occorreva letteralmente inventarsi argomenti per motivare la gente, in un senso e nell’altro: da qui una delle campagne più brutte e farlocche degli ultimi tempi, e ce ne vuole.

Per abrogare una legge approvata a maggioranza dai legittimi rappresentanti dei cittadini, c’è bisogno del consenso di una grossa fetta di cittadini. Da qui l’idea costituzionale del quorum. Spetta a chi vuole abrogare la legge dimostrare che quel consenso è maggioritario nel corpo elettorale. Le regole del gioco sono chiare e ogni comportamento è lecito: compreso astenersi per far saltare il quorum, compreso chiedere di votare no perché tanto vincono i sì. A maggior ragione, quindi, serve dare e chiedere rispetto per tutti: per chi è andato a votare (sì, no, bianca – come me –, nulla) e per chi non c’è andato. Le reliquie del nonno partigiano, che Dio lo abbia in gloria, non andrebbero tirate fuori a caso: si sciupano anche così.

Avrei preferito che il mio partito spiegasse la scarsa utilità del referendum, senza invitare esplicitamente all’astensione. È una questione squisitamente estetica, ma anche l’estetica ha la sua importanza.

Molto più importante: avrei preferito che il mio partito evitasse questo scontro istituzionale tra Stato e Regioni. Risulta difficile capire come mai, disinnescati 5 referendum su 6, non si potesse arrivare a disinnescare anche il sesto. Direi che alla volontà di mediazione, a un certo punto, si è sostituita la voglia di arrivare alla prova di forza. Qualcuno faceva male i suoi conti, e l’ha persa malissimo, qualcun altro l’ha vinta. Era meglio non arrivarci.

Ancora più importante: vorrei che il mio partito fosse un partito. Non una caserma, ma neanche un bordello. Lo spettacolo non dico di iscritti e simpatizzanti, ma di parlamentari, dirigenti di partito, amministratori e militanti che facevano sostanzialmente ciascuno quel cazzo che gli pare, non di rado partecipando alla fiera del reciproco insulto, è stato avvilente.

Se fai lo sbruffone quando vinci sei uno sbruffone, se fai lo sbruffone quando perdi sei un cretino.

Lo Sblocca Italia rimane, a mio modesto parere, uno dei provvedimenti più discutibili del governo, non solo in campo di concessioni estrattive. Peccato che, anche in quest’ultimo campo, i problemi più importanti (per esempio la scarsa entità delle royalties) rimanessero ben fuori dell’ambito del referendum.

Ci sarebbe anche da fare un discorso serio sui rapporti tra Stato e autonomie locali. Chiedo troppo, vero?

La democrazia, come ogni attività umana, ha un costo. Piccolo: ogni voto costa 6-7 euro a cittadino. La Costituzione mette a disposizione l’istituto del referendum a determinate condizioni, che sono state rispettate. Inutile buttare addosso ai promotori le spese del referendum per aver esercitato un loro diritto costituzionale, inutile buttarle addosso al governo perché (come da legge) non le ha accorpate alle amministrative mettendo insieme pere con mele.

Non ha alcun senso sommare i voti fuori del proprio contesto. Al prossimo referendum, per non parlare delle prossime elezioni, quei quindici milioni e mezzo di votanti, e quei trentaquattro milioni di non votanti, si scomporranno e ricomporranno in modo completamente diverso. Incuranti delle mosche cocchiere.

Sarei veramente curioso di sapere quanti, tra chi si lamenta del quorum bestemmiando addosso a Renzi e sperando di impallinarlo al referendum costituzionale di ottobre, sanno che la riforma su cui si voterà in ottobre prevede l’abbassamento del quorum a livelli molto più agevoli (la metà dei votanti alle elezioni politiche precedenti) purché si siano raccolte 800.000 firme anziché 500.000 (ma rimane anche l’opzione attuale).

Siamo andati a votare in quindici milioni e mezzo, quorum ego. Anzi, quorum ega. Ma questa la capisce solo chi ha fatto le scuole medie a Bazzano qualche tempo fa.

 

 


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