Qualche spunto sul 25 aprile a Bazzano e in Valsamoggia

5 maggio 2014

Questo articolo l’avevo scritto il 26 aprile. Mi sono reso conto solo ora che mi ero dimenticato di pubblicarlo :O

 

Ieri mattina ho partecipato, come praticamente tutti gli anni, alla commemorazione del 25 aprile a Bazzano (invece non sono potuto essere alla festa popolare del pomeriggio, con la banda e le crescentine al Centro Cassanelli: sara’ per la prossima volta!). La messa per i caduti, il corteo con le bandiere fino al cippo partigiano, i fiori, i discorsi, i ricordi. Piccoli gesti semplici, attraverso i quali si concretizza la memoria di una comunità.

Il valore di queste celebrazioni locali è ineguagliabile. La loro pluralità e la loro pervasività è parte intrinseca del loro valore: ogni paese ha il suo corteo – tutti simili, nessuno uguale all’altro – ogni evento viene ricordato nella sua unicità, ogni caduto ha il suo ricordo, ogni cippo la sua corona. Anche in una città grande come Bologna, del resto, le celebrazioni avvengono in una vasta costellazione di luoghi significativi, con modi e toni differenti senza che nessuna memoria locale – di quartiere, di vicinato… – venga oscurata.

Il nuovo Comune, che a mio parere deve ben guardarsi dal fare accorpamenti improvvidi, dev’essere anzi lo strumento per valorizzare queste occasioni ciascuna nella sua specificità. I Municipi potranno naturalmente dare il loro contributo trovandovi l’occasione per valorizzare il loro carattere fortemente simbolico.
Casomai, sarebbe bello sfruttare le nuove potenzialità amministrative per creare nella vallata “percorsi della memoria” nei luoghi più significativi, che possano essere proposti alle scuole come occasione formativa e magari avere anche un utilizzo turistico. La nostra valle comprende luoghi di guerra partigiana attiva “di montagna” e altri – come Bazzano – che erano piuttosto aree di retrovia e acquartieramento delle truppe tedesche (e per questo furono falcidiati dai bombardamenti alleati), e in cui la lotta partigiana veniva condotta con modalità differenti.
Queste semplici riflessioni potrebbero essere d’esempio per un rapporto più attivo tra amministrazione e scuole per la valorizzazione della storia locale, spesso tristemente dimenticata nonostante le sue grandissime potenzialità formative: grazie alla storia locale gli studenti possono comprendere che la storia non è solo qualcosa di astratto che si studia sui libri. Ma di questo si potrà parlare in un’altra occasione.


Aprile

25 aprile 2014

Vieni, sorella, sono gelate le notti
in questa primavera,
il fiore dei marusticani è pallido
e dalle macchie guaisce
la volpe ferita dai cani.
Finita la Quaresima non c’era
nessuno che slegasse le campane,
non gocciolano gli aibi, non luccicano
alle mangiatoie gli sfalci.
Ma tu vieni, affrettati,
sbriciola per le primule le zolle spezzate,
le nostre coltri stendile nell’aria
come bandiere, come richiamo
per uccelli di luce.

 

(25 aprile 2014)


Senato: due parole (da profano) sulla controproposta della minoranza PD

3 aprile 2014

L’Espresso pubblica il testo della contro-proposta di riforma del Senato elaborata da venti senatori riconducibili alla minoranza (meglio, alle minoranze) del PD.
Qui di seguito una mia analisi che riassumo così: al di là di ogni considerazione di opportunità, la proposta mi sembra al tempo stesso contraddittoria nell’impianto e poco significativa rispetto a quella proposta dal governo.

L’unico scopo della proposta è mantenere un senato elettivo: 100 eletti, che però avrebbero molte meno funzioni degli attuali. Sicuri che QUESTO non sarà uno spreco? Infatti, chi critica la proposta del governo perché prevede che gran parte dei senatori sarebbero sindaci, presidenti di regione e consiglieri regionali con poco tempo a disposizione, sembra dimenticare (al di là che per esempio è discutibile che il compito di consigliere regionale “semplice” lasci l’eletto del tutto privo di tempo da utilizzare), che questi dovrebbero prestare parte del loro tempo per un Senato che però “fa molte meno cose”, e quindi richiede molto meno tempo, di quello attuale. Senza contare che il Senato proposto dal governo sarebbe un luogo deputato ai rapporti tra Stato centrale e autonomie regionali e municipali, che già oggi richiedono molto tempo alle Regioni e ai Comuni. Insieme alla riforma del Senato, va ricordato, ci sarebbe anche quella del titolo V della Costituzione, che dovrebbe portare un’ulteriore, notevole semplificazione in questo senso. I 100 senatori contenuti in questa proposta, invece, sarebbero esclusivamente rivolti all’esercizio delle relativamente poche funzioni previste.

Infatti, le prerogative di questo Senato sarebbero molto simili a quelle della proposta del governo: quest’ultima già prevede che il Senato continui a dover approvare le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali (svolgendo quindi una funzione di garanzia sul mantenimento dell’assetto istituzionale, quella che molti invece paventano venga meno).

Al tempo stesso, in questa proposta si dimezza il numero dei deputati: cosa che potrà far piacere ad alcuni, ma piuttosto curiosa per chi dice di avere a cuore la rappresentanza, che viene invece ulteriormente compressa (315 deputati + 100 senatori = 415 parlamentari, mentre la riforma proposta dal governo mantiene i 630 parlamentari). E se i promotori garantiscono che questa proposta sarà votata più volentieri dai senatori, sicuri che invece non finirà per non piacere affatto ai deputati, e via di rimpallo e scaricabarile?

In questa proposta rimane la diversa soglia di età necessaria per essere elettori delle due camere, ma al tempo stesso lo scarto viene ridotto a pochissimo (per eleggere i senatori basterebbero 21 anni rispetto agli attuali 25, contro i 18 per eleggere la camera) quindi due basi elettorali diverse MA quasi uguali (poveri scrutatori, fra l’altro): non era meglio conservare gli attuali 18/25 o al contrario uniformare del tutto?).

Buona cosa introdurre il principio dell’equilibrio di genere: ma nella proposta è formulato in modo del tutto generico, così che potrebbe già tranquillamente essere considerato recepito nella legge vigente: quindi nessun vero avanzamento anche da questo punto di vista.

 I senatori di nomina presidenziale, che probabilmente sono in numero eccessivo nella proposta del governo (che peraltro prevede una loro nomina per 7 anni anziché a vita come oggi), verrebbero del tutto eliminati: secondo me basterebbe ridurli di numero, senza rinunciare completamente a questa possibilità. (ricordo che nella proposta del governo anche tali figure sarebbero prive di indennità). In compenso, serve davvero introdurre (come vuole questa proposta) dei senatori in rappresentanza degli italiani all’estero?

Se il tema era quello di un Senato che avesse una funzione di garanzia presupposta necessaria in un ordinamento monocamerale, mi sembra – lo dico da profano – che sia stato svolto piuttosto male, e che questa bozza, a prescindere da ogni altra considerazione, sia alquanto più maldestra di quella, pur perfettibile, proposta dal governo.


Sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti

16 dicembre 2013

Trovate sul Post un buon riassunto sulla riforma che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti.

Per me questa riforma – che il governo Letta, con una buona mossa, ha approvato per decreto in attesa che il Parlamento finisca di lavorarci sopra – è un ottimo risultato.
Sia chiaro: non mi iscrivo né alla categoria di quelli per cui il finanziamento pubblico ai partiti è la quintessenza della democrazia, né a quella, più affollata, che vede il concetto stesso di “soldi-ai-partiti” come “il male”.

Semplicemente, senza dover citare Aristotele o san Tommaso d’Aquino, penso che la politica sia una dimensione fondamentale della vita associata degli esseri umani; e che la politica, in un paese civile, significa democrazia parlamentare, che normalmente prevede la presenza di partiti (comunque li vogliate chiamare, partiti sono). Chi la pensa diversamente dovrebbe indicare l’alternativa: quelle finora proposte non sembrano molto rassicuranti (in questi giorni i “forconi” hanno rispolverato una vecchia conoscenza: la “giunta militare”); soprattutto, il fatto stesso di proporle significa “fare politica”.

 E per fare politica ci vogliono soldi. Lo sa bene chiunque abbia dovuto comprare una risma di carta per fotocopiare un volantino.

Quanti soldi ci vogliono? Su questo, ovviamente, si può discutere. Le elezioni presidenziali USA sono l’esempio più celebre di una campagna che in pochi mesi brucia una montagna di soldi. Ma ci sono casi, non esclusivamente locali, di campagne elettorali fortunatissime fatte spendendo veramente poco. In Italia storicamente, più che per le campagne elettorali (peraltro frequentissime vista la nostra nota instabilità politica), la maggior parte del denaro impiegato per la politica serviva per alimentare strutture di partito particolarmente pesanti, il famoso “apparato”. Ma anche chi teorizza un partito più “leggero” – io nel mio piccolo sono tra questi, sia pure con motivazioni e distinzioni che mi sono care: leggero non vuol dire liquido – non può non scontrarsi con la necessità di denaro a cui non sfugge nessuna struttura associata (né le associazioni di volontariato, né le chiese, né i club…), tantopiù se di livello nazionale.

 Da dove devono provenire questi soldi? Finanziamento pubblico ai partiti significa predisporre, con determinati criteri, una quota proveniente dalla fiscalità generale. Nonostante il referendum del 1993, la normativa sui rimborsi elettorali finora in vigore non sfuggiva a questo principio. Insomma, erano gli stessi partiti, nel complesso, che stabilivano quanti soldi dovevano spettare a loro stessi. Di per sé non è un’eresia. Quello che mancavano erano meccanismi efficaci di controllo e trasparenza, uniti all’assenza, per molti partiti, di bilanci verificabili, ma anche di procedure interne effettivamente democratiche. Non per nulla il denaro è progressivamente lievitato, esorbitando completamente dalle spese – pure ingenti – effettivamente documentate dai partiti per le campagne elettorali (falsificando nei fatti la qualifica di “rimborsi”), ma si sono moltiplicati esponenzialmente gli abusi: facilitati dal fatto che la maggior parte dei partiti ha meccanismi di democrazia interna alquanto carenti, e che non prevedono certo il controllo dei bilanci, che di solito non sono né pubblici (né conosciuti dagli aderenti) né certificati: caratteristiche, queste, che vengono invece richieste dalla nuova legge.

Abolire davvero il finanziamento pubblico significa rinunciare a questo meccanismo. La risposta dev’essere quindi: i partiti vengono finanziati dai cittadini: quelli che lo vogliono, nella misura in cui lo vogliono.
La nuova normativa – una volta entrata a regime – prevede questo? Sì. Non verrà erogato un centesimo che non dipenda da una decisione precisa di un cittadino. I cittadini che vorranno finanziare un partito potranno riservarvi un 2 per mille della tassazione dei loro redditi. Il corrispondente 2 per mille di non si avvarrà di questa possibilità andrà, esattamente come ora (e come avviene per il 5 per mille destinato alle associazioni), allo Stato. A parte ciò, il denaro versato liberamente dai cittadini a un partito beneficerà di una deduzione fiscale.

Sono inoltre previste altre agevolazioni per certe spese fatte dai partiti.

Su queste agevolazioni ci sono stati parecchi commenti. Per quanto mi riguarda, il prevedere una serie di agevolazioni mi sembra rientri tranquillamente nell’alveo del riconoscimento, da parte dello Stato, dell’importanza di una serie di “corpi intermedi” (appunto associazioni, chiese e, ora, formazioni politiche) – che sarebbero poi la famosa “società civile”. Fra l’altro mi sembra che la Costituzione riservi ai partiti un ruolo assai più forte e necessario rispetto a quello delle associazioni, e perfino delle confessioni (nonostante il modello concordatario “forte” sancito dall’articolo 8 e poi perseguito, per ovvie ragioni di parità, nei confronti delle confessioni diverse da quella cattolica). Quindi mi sembra piuttosto inquietante che, nel momento in cui si abolisce effettivamente il finanziamento pubblico – cosa per me, ripeto, sacrosanta – qualcuno storca il naso per una serie di agevolazioni fiscali con cui si favorisce un mattone fondamentale della democrazia quale prevista dalla nostra Carta.

[Sì, ho ricominciato a scrivere su Pentagras. Magari smetto subito, eh.]


L’ondata di caldo spinge a gesti inconsulti dalle conseguenze cruente. Tipo radersi al buio.

19 giugno 2013

via Facebook


Ora che l’estate è arrivata, non si può fermare il mondo e risentirci a sett… ottobre? Grazie! :)

18 giugno 2013

via Facebook


La radio al bar passa “Una ragazza del ’95” di De Gregori. Cosa volere di più?

14 giugno 2013

via Facebook


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: