Da Müller a Ladaria Ferrer: un “cambio” naturale ma non scontato alla Congregazione per la dottrina della fede

3 luglio 2017

La sostituzione del card. Müller con mons. Ladaria Ferrer come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il più importante dicastero vaticano, non è in alcun modo “spoil system”. In primo luogo perché Müller è arrivato alla conclusione naturale del suo mandato quinquennale. In secondo luogo perché lo spagnolo Ladaria Ferrer è il suo successore più naturale: segretario – cioè “numero due” – della Congregazione, nominato come Müller da Benedetto XVI già nel 2008, dopo una “carriera” da teologo tutta romana, prima alla Pontificia università gregoriana poi nella stessa Congregazione.

L’avvicendamento di Müller  è stato annunciato dal Vaticano sabato 1° luglio dopo una giornata di voci sempre più insistenti, le prime nel sottobosco dei blog tradizionalisti. La tempistica ha fatto pensare a molti osservatori che la fonte fosse lo stesso Müller, che era stato ricevuto in udienza dal papa proprio venerdì 30 giugno.
Müller, beninteso, è un personaggio poliedrico: non si può considerare un conservatore a tutto tondo, né tantomeno un tradizionalista. Vanno ricordate, per esempio, le sue aperture e i suoi gesti nei confronti degli esponenti della teologia della liberazione. Nel serrato dibattito che dura dalla pubblicazione di Amoris laetitia sicuramente ha promosso un’interpretazione “continuista” dei passi più discussi, diversa da quella a cui papa Francesco ha dimostrato di accordare favore; mentre nel dibattito del sinodo sulla famiglia del 2015 è stato – insieme ad altri esponenti di primo piano della Curia come Pell e Sarah – tra i firmatari della “lettera dei 13 cardinali” (alcuni poi, non lui, negarono di averla sottoscritta) che protestavano per alcune procedure sinodali.

Un altro momento irrituale fu la sua dichiarazione, nell’aprile del 2015, per cui la Congregazione per la dottrina della fede aveva il compito di “strutturare teologicamente” un pontificato. Poco prima, peraltro, aveva pubblicato un articolo piuttosto strutturato sui “Criteri teologici per una riforma della Chiesa e della Curia romana”, mostrando un’adesione convinta al progetto di riforma di Francesco e mettendone in evidenza la continuità con gli intenti di Benedetto XVI.
Più che le singole posizioni espresse, può essere che sia stato il piglio piuttosto presenzialista di Müller a convincere papa Francesco a non rinnovare il suo incarico. Forse, invece, hanno avuto un ruolo decisivo le accuse alla Congregazione per la dottrina della fede di conservare ancora zone d’ombra in cui si annidavano efficaci resistenze alla “linea dura” del Vaticano – inaugurata, beninteso, da Benedetto XVI – contro la pedofilia nel clero (in particolare rispetto alla deposizione dei vescovi negligenti): sono di poche settimane fa le dichiarazioni molto dure di Marie Collins in polemica col card. Müller dopo le dimissioni della Collins dalla Commissione per la tutela dei minori istituita nel 2014.

Ladaria Ferrer ha un profilo dottrinalmente moderato e personalmente riservato. Certo è un gesuita, come Francesco, cosa che rendeva per alcuni improbabile la successione. Da lui è lecito attendersi una discontinuità nell’atteggiamento più che nella posizione dottrinale. Sarà interessante osservare chi sarà il nuovo segretario della Congregazione: probabilmente sarà nominato dopo una consultazione con lo stesso Ladaria Ferrer: un altro segno di un avvicendamento “fisiologico” anche se non scontato.

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Il discorso di Bernie Sanders in Vaticano – traduzione in italiano

16 aprile 2016

Presento qui la mia traduzione in italiano del discorso pronunciato il 15 aprile 2016 da Bernie Sanders in Vaticano alla conferenza organizzata dalla Pontificia accademia di scienze sociali.
La fonte: https://berniesanders.com/urgency-moral-economy-reflections-anniversary-centesimus-annus/

 

L’urgenza di un’economia morale: riflessioni sul 25° anniversario della Centesimus Annus

Sono onorato di essere con voi oggi e sono stato lieto di ricevere il vostro invito a parlare a questa conferenza della Pontificia accademia di scienze sociali. Oggi celebriamo l’enciclica Centesimus annus e riflettiamo sul suo significato per il nostro mondo, un quarto di secolo dopo che fu pubblicata da Giovanni Paolo II. Con la caduta del comunismo, papa Giovanni Paolo II ha lanciato un appello per la libertà umana nel suo senso più vero: la libertà che difende la dignità di ogni persona ed è sempre orientata al bene comune.

Il magistero sociale della Chiesa, che risale alla prima enciclica sull’economia industriale, la Rerum novarum, del 1891, per arrivare alla Centesimus annus e all’ispirata enciclica Laudato si’ di papa Francesco dell’anno scorso, si è cimentato con le sfide dell’economia di mercato. Ci sono pochi luoghi nel pensiero moderno che possono competere con la profondità e la capacità di intuizione dell’insegnamento morale della Chiesa sull’economia di mercato.

Oltre un secolo fa, papa Leone XIII  evidenziò nella Rerum novarum problemi e sfide nel campo dell’economia che continuano a tormentarci, come quella che chiamava “l’enorme ricchezza di pochi, contrapposta alla povertà dei molti”.

E siamo chiari: la situazione oggi è peggiore. Nel 2016, l’un per cento della popolazione del pianeta possedeva più ricchezza del restante 99 per cento, mentre le sessanta persone più ricche – sessanta persone – possiedono di più della metà più povera – 3 miliardi e mezzo di persone. Nel momento in cui così pochi hanno così tanto, e così tanti hanno così poco, dobbiamo rifiutare i fondamenti di questa economia contemporanea come immorale e insostenibile.

Le parole della Centesimus annus, similmente, risuonano oggi tra di noi. Un esempio  impressionante: “Inoltre, la società e lo Stato devono assicurare livelli salariali adeguati al mantenimento del lavoratore e della sua famiglia, inclusa una certa capacità di risparmio. Ciò richiede sforzi per dare ai lavoratori cognizioni e attitudini sempre migliori e tali da rendere il loro lavoro più qualificato e produttivo; ma richiede anche un’assidua sorveglianza ed adeguate misure legislative per stroncare fenomeni vergognosi di sfruttamento, soprattutto a danno dei lavoratori più deboli, immigrati o marginali. Decisivo in questo settore è il ruolo dei sindacati, che contrattano i minimi salariali e le condizioni di lavoro” (n. 15).

La saggezza essenziale della Centesimus annus è questa: un’economia di mercato benefica per la produttività e per la libertà economica. Ma se lasciamo che la ricerca del profitto domini la società; se i lavoratori diventano ingranaggi usa e getta del sistema finanziario; se grandi disuguaglianze di potere e di ricchezza portano alla marginalizzazione di chi è povero e privo di potere; allora il bene comune è dissipato e l’economia di mercato ci rovina. Papa Giovanni Paolo II si esprime in questo modo: il profitto che è prodotto “dall’illecito sfruttamento, dalla speculazione e dalla rottura della solidarietà nel mondo del lavoro… non ha nessuna giustificazione e costituisce un abuso al cospetto di Dio e degli uomini” (n. 43).

Oggi siamo a venticinque anni dalla caduta dei regimi comunisti nell’Europa dell’est. Dobbiamo riconoscere che gli avvertimenti di papa Giovanni Paolo sugli eccessi di una finanza incontrollata erano profondamente preveggenti. Venticinque anni dopo la Centesimus annus, la speculazione, i flussi finanziari illeciti, la distruzione dell’ambiente e l’indebolimento dei diritti dei lavoratori sono molto più gravi di un quarto di secolo fa. Gli eccessi della finanza, anzi la diffusa criminalità finanziaria nelle borse, hanno giocato un ruolo diretto nel causare la più grave crisi finanziaria mondiale dopo la Grande Depressione.

Abbiamo bisogno di un’analisi politica e anche di un’analisi morale e antropologica per comprendere che cos’è avvenuto dal 1991. Possiamo dire che con la globalizzazione priva di regole, un’economia mondiale di mercato costruita sulla finanza speculativa ha distrutto le limitazioni legali, politiche e morali che un tempo erano servite a proteggere il bene comune. Nel mio Paese, patria dei più grandi mercati finanziari del mondo, la globalizzazione è stata usata come pretesto per deregolamentare le banche, ponendo fine a decenni di protezioni legali dei lavoratori e dei piccoli imprenditori.
I politici si sono uniti ai grandi banchieri per permettere alle banche di diventare “troppo grandi per fallire”. Il risultato: otto anni fa l’economia americana e gran parte del mondo sono sprofondato nel peggiore declino economico dagli anni Trenta. I lavoratori hanno perso il lavoro, la casa e i risparmi, mentre i governi salvavano le banche.

Inspiegabilmente, il sistema politico statunitense ha raddoppiato questa spericolata deregolamentazione finanziaria, mentre la Corte Suprema, con una serie di decisioni profondamente fuorviate, ha fatto irrompere nella politica americana un flusso di denaro senza precedenti. Queste decisioni sono culminate nel famoso caso Citizen United, che ha aperto i rubinetti finanziari per enormi donazioni elettorali da parte di miliardari e grandi industrie per volgere a proprio stretto e ingordo vantaggio il sistema politico americano. Si è istituito un sistema in cui i miliardari possono comprare le elezioni. Piuttosto che un’economia indirizzata al bene comune, siamo rimasti con un’economia gestita dall’1% più ricco, che diventa sempre più ricco, mentre la classe lavoratrice, i giovani e i poveri ricadono sempre più indietro. E i miliardari e le banche hanno raccolto il frutto dei loro investimenti elettorali, sotto forma di speciali privilegi fiscali e di accordi commerciali squilibrati che favoriscono gli investitori piuttosto che i lavoratori, e che danno alle imprese multinazionali un potere extragiudiziale sui governi che tentano di regolamentarle.

Ma – come papa Giovanni Paolo II e papa Francesco hanno messo in guardia noi e il mondo – le conseguenze sono state ancora più terribili dei disastrosi effetti delle bolle finanziarie e hanno fatto crollare gli standard di vita delle famiglie della classe lavoratrice. L’anima stessa della nostra nazione ha sofferto, nel momento in cui i cittadini hanno perso la fiducia nelle istituzioni politiche e sociali. Come ha affermato papa Francesco: “Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano” [Evangelii gaudium, n. 75]

E anche: ” Mentre il reddito di una minoranza cresce in maniera esponenziale, quello della maggioranza si indebolisce. Questo squilibrio deriva da ideologie che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune” [Discorso del 16 maggio 2013].

Papa Francesco nell’Evangelii gaudium ha chiamato il mondo a dire “no a un sistema finanziario che governa invece di servire” [n. 57]. E ha esortato i dirigenti finanziari e i leader politici a perseguire una riforma finanziaria che sia informata da considerazioni etiche. Ha affermato in modo chiaro e con forza che il ruolo della ricchezza e delle risorse in un’economia morale dev’essere quello di servitore, non di padrone.

Il crescente divario tra ricchi e poveri, la disperazione degli emarginati, il potere delle imprese sulla politica non sono fenomeni unicamente statunitensi. Gli eccessi dell’economia globale deregolamentata hanno causato ancora più danno nei paesi in via di sviluppo. Essi soffrono non solo per i cicli espansivo-recessivi delle borse, ma per un’economia mondiale che mette il profitto al di sopra dell’inquinamento, le compagnie petrolifere al di sopra della sicurezza climatica e il commercio di armi al di sopra della pace. E mentre una parte credente della nuova ricchezza e del nuovo reddito va a una piccola frazione dei più ricchi, rimediare a questa grossolana disuguaglianza è divenuta una sfida centrale. Il problema della disuguaglianza della ricchezza e del reddito è il grande problema economico del nostro tempo, il grande problema politico del nostro tempo e il grande problema morale del nostro tempo. È un problema con cui ci confrontiamo nella mia nazione e in tutto il mondo.

Papa Francesco ha dato alla difficile situazione della società moderna il nome più potente: la globalizzazione dell’indifferenza. “Quasi senza accorgercene”, ha sottolineato, “diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete”. Abbiamo visto a Wall Street che la frode finanziaria è divenuta non solo la norma ma in vario modo il nuovo modello di affari. I grandi banchieri non hanno mostrato alcuna vergogna per il loro cattivo comportamento e non hanno porto le scuse ai cittadini. I miliardi e miliardi di dollari di multe che hanno pagato per le frodi finanziarie sono solo un altro costo d’impresa, un’altra scorciatoia verso gli ingiusti profitti.

Alcuni potrebbero pensare che combattere il sistema economico sia senza speranza, che una volta che l’economia di mercato è uscita dai confini della moralità sia impossibile riportarla indietro, sotto gli imperativi della moralità e del bene comune. Mi è stato detto tante e tante volte dai ricchi e potenti, e dai media dominanti che li rappresentano, che noi dovremmo essere “pratici”, che dovremmo accettare lo status quo; che un’economia veramente morale è fuori dalla nostra portata. Bene, papa Francesco stesso è certamente la più grande dimostrazione al mondo contro una simile resa alla disperazione e al cinismo. Egli ha aperto ancora una volta gli occhi del mondo alle richieste di misericordia e di giustizia e alla possibilità di un mondo migliore. Ispira il mondo a trovare un nuovo consenso globale per la nostra casa comune.

Io vedo ogni giorno questa speranza e questo senso di possibilità tra i giovani dell’America. I nostri giovani non si accontentano più di una politica corrotta e guasta e di un’economia di aspra disuguaglianza e ingiustizia. Non sono soddisfatti della distruzione del nostro ambiente da parte di un’industria dei combustibili fossili la cui avidità ha messo i profitti di breve termine al di sopra del cambiamento climatico e del futuro del nostro pianeta. Essi vogliono vivere in armonia con la natura, non distruggerla. Esortano a un ritorno all’equità: a un’economia che difende il bene comune assicurando che ogni persona, ricca o povera, abbia accesso a sanità, cibo e educazione di qualità.

Come papa Francesco ha reso potentemente chiaro l’anno scorso nella Laudato si’, abbiamo la tecnologia e la competenza per risolvere i nostri problemi – dalla povertà al cambiamento climatico, alla sanità, alla protezione della biodiversità. Abbiamo anche enormi risorse per farlo, specialmente se i ricchi faranno la loro parte nel pagare le tasse dovute, anziché nascondere il loro denaro nei paradisi fiscali – come hanno mostrato i Panama Papers.

Le sfide poste davanti al nostro pianeta non sono principalmente tecnologiche, e nemmeno finanziarie, poiché – come mondo – siamo sufficientemente ricchi per accrescere i nostri investimenti in capacità, infrastrutture e competenze tecnologiche per soddisfare i nostri bisogni e proteggere il pianeta. La nostra sfida è prevalentemente morale, per reindirizzare i nostri sforzi e la nostra prospettiva verso il bene comune. La Centesimus annus, che celebriamo e su cui riflettiamo oggi, e la Laudato si’, sono messaggi potenti, eloquenti e ricchi di speranza per questa possibilità. Sta a noi imparare da essi e incamminarci con audacia verso il bene comune nel nostro tempo.


La prima riforma di papa Francesco

17 aprile 2013

Dal “consiglio degli otto” nominato dal papa può nascere un cambiamento della Chiesa nel segno della collegialità conciliare. La sola ipotesi che la riforma della Curia sia promulgata il 4 ottobre, festa di San Francesco, ne lascia intendere il valore epocale.

Sabato 13 aprile il Bollettino della Sala stampa della Santa Sede ha annunciato che papa Francesco “ha costituito un gruppo di cardinali per consigliarlo nel governo della Chiesa universale e per studiare un progetto di revisione della costituzione apostolica Pastor bonus sulla Curia romana”.
L’annuncio avviene mediante un comunicato della Segreteria di Stato, e proprio il giorno dopo che il papa aveva visitato gli uffici e i dipendenti della Segreteria. Delicatezze formali – confermate dall’understatement mostrato dal portavoce della Santa Sede, padre Lombardi, nel commentare l’annuncio – che indicano, anziché nascondere, il punto cruciale: il papa intende lavorare immediatamente a una riforma della Curia mediante uno snello gruppo di lavoro completamente distinto dalla Curia stessa. Ma il compito dei nominati non si limita a questo, anzi è in primo luogo una funzione di “consiglio nel governo della Chiesa universale” che sembra alludere in modo trasparente a un organismo permanente, del tutto nuovo: la riforma non è unicamente annunciata, ma inizia già.
La data, a un mese esatto dall’elezione, non è casuale: indica una cadenza ravvicinata ma al tempo stesso ragionata, stabilita con pacata decisione.

L’articolo continua qui, su BoDem.


Ancora sulla rinuncia di Benedetto XVI

6 marzo 2013

Ieri è stato pubblicato su BODEM, la nuova rivista online diretta da Salvatore Vassallo, un mio articolo sulla rinuncia di Benedetto XVI al pontificato: lo trovate qui.
Ovviamente vi consiglio la lettura dell’intera rivista e vi segnalo fin d’ora l’assemblea di BODEM aperta al pubblico sabato 16 marzo a Ca’ La Ghironda (Zola Predosa), dalle 10 alle 13.


Sulla possibile anticipazione del conclave

17 febbraio 2013

Si sta discutendo molto su quale sarà la data d’inizio del conclave. Ieri p. Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, ha ammesso che non si esclude che esso possa venire anticipato, sulla base del fatto che i quindici giorni d’intervallo previsti, che intercorrono dall’inizio della sede vacante (ma la costituzione apostolica Universi dominici gregis dice solo “dalla morte del papa”: il caso di dimissioni, pur previsto genericamente, su questo punto non è normato), servono per attendere i cardinali elettori assenti (per la stessa ragione il periodo può essere prolungato fino a venti giorni). Se quindi i cardinali fossero tutti presenti prima, la norma potrebbe legittimamente considerarsi accantonata.

Mi sembra tuttavia che occorra guardare con più attenzione alle operazioni previste durante la sede vacante, prima dell’inizio del conclave: fatta eccezione, naturalmente, per quelle relative alla morte e alle esequie del papa, tutte le altre dovranno infatti essere applicate.
Anzitutto e in generale, la norma vigente (che è sempre la costituzione apostolica Universi dominici gregis promulgata nel 1996 da Giovanni Paolo II) stabilisce che al collegio dei cardinali, nel tempo in cui la Sede apostolica è vacante, è affidato il governo della Chiesa … e per la preparazione di quanto è necessario all’elezione del nuovo pontefice. Questo compito dovrà essere svolto nei modi e nei limiti previsti da questa costituzione”.

Se infatti gli “affari ordinari”, anzi “le questioni di minore importanza”, vengono demandate a un organismo ristretto, detto “congregazione particolare”, composto dal camerlengo e da tre cardinali estratti a sorte tra quelli già presenti e sostituiti con lo stesso metodo ogni tre giorni, le questioni importanti sono sottoposte alle “congregazioni generali“, ovvero alle assemblee quotidiane di tutti i cardinali già giunti a Roma (compresi, se lo desiderano, gli ultraottantenni – quelli che non potranno cioè eleggere il futuro papa). Il giorno della prima congregazione generale viene stabilito “dal camerlengo di santa romana Chiesa e dal primo cardinale di ciascun ordine tra gli elettori”: da quel momento sarà convocata una congregazione tutti i giorni.
E’ molto significativo che il primo atto della prima congregazione generale debba essere il giuramento – per l’intero organismo e per i singoli cardinali (i ritardatari lo pronunceranno al loro arrivo) – “di osservare esattamente e fedelmente tutte le norme, contenute nella costituzione apostolica Universi dominici gregis”. Un dovere che non è da intendersi in senso esclusivamente passivo: a ciascuno dei cardinali dev’essere data immediatamente una copia della costituzione apostolica, insieme alla “possibilità di proporre eventualmente questioni circa il significato e l’esecuzione delle norme nella stessa stabilite”. In sostanza, è l’intero collegio cardinalizio a portare la responsabilità della corretta e compiuta esecuzione di queste norme. In particolare, le congregazioni generali dovranno prendere una serie di decisioni in preparazione all’elezione del futuro papa (si parla infatti di “congregazioni preparatorie”).
Da un lato ci sono tutte le operazioni relative alle esequie del pontefice defunto, che in questo caso naturalmente non saranno applicate. Tutte le altre, invece, rimangono necessarie: si tratta in particolare dell’annullamento dell’anello e del sigillo del papa; della predisposizione degli alloggi per i cardinali e della Cappella Sistina (che spetterà esecutivamente a una commissione, “composta dal cardinale camerlengo e dai cardinali che svolgevano rispettivamente l’ufficio di segretario di Stato e di presidente della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano”); dell’attribuzione per sorteggio degli alloggi ai singoli cardinali; dell’indizione di due meditazioni sulla situazione della Chiesa e della scelta dei “due ecclesiastici di specchiata dottrina, saggezza ed autorevolezza morale” che dovranno tenerle. Infine, spetta alle congregazioni generali stabilire “giorno e ora dell’inizio delle operazioni di voto.
Sarà quindi solo la congregazione generale dei cardinali a stabilire la data dell’inizio del conclave vero e proprio, e in particolare a decidere se occorra mantenere l’intervallo di quindici giorni dall’inizio della sede vacante o se tale intervallo possa essere ridotto, nel caso che tutti i cardinali siano già arrivati in Vaticano. E l’unico atto che potrebbe essere legittimamente deciso prima del 28 sarebbe un invito informale ai cardinali elettori a recarsi a Roma. Secondo la norma vigente, quindi, come abbiamo visto, è formalmente impossibile che la data d’inizio conclave venga decisa prima dell’inizio della sede vacante: è molto probabile anzi che essa venga fissata solo qualche giorno dopo. L’anticipazione al 10 marzo – una delle ipotesi comparse su alcuni organi d’informazione – è sicuramente nel novero del possibile: ma potremo saperlo unicamente nei primi giorni di marzo.
 
Certo, nulla vieta che papa Benedetto XVI, prima delle dimissioni e nel pieno dei propri poteri, impartisca disposizioni – per esempio, mediante la promulgazione di un motu proprio – che vadano a modificare quelle vigenti. Mi sembra però che un simile atto (che potrebbe spettare, assolutamente, soltanto al papa) sia piuttosto improbabile: in particolare, è difficile che papa Ratzinger decida di intaccare  prerogative che attualmente spettano, tutte intere, al collegio cardinalizio. Il paragone con l’atto con cui Benedetto XVI nel 2007 ha introdotto modifiche per l’elezione del suo successore (come del resto gran parte dei suoi predecessori) è assolutamente improprio: nessuna di queste modifiche è mai stata fatta nell’imminenza della fine del pontificato.
Fra l’altro, se la preoccupazione è quella che possa essere il nuovo papa a celebrare i riti della Settimana Santa, bisogna tener presente che, iniziando regolarmente il conclave il 15 marzo e rispettando le norme vigenti, sarebbero a disposizione oltre 20 votazioni per eleggere il papa entro la domenica delle Palme, e svariate di più per eleggerlo entro l’inizio del Triduo Pasquale. Ed è oltre un secolo e mezzo che il papa viene sempre eletto prima della quindicesima votazione. Senza contare che non è affatto detto che ridurre il tempo a disposizione dei cardinali prima dell’inizio del conclave si traduca effettivamente in un abbreviamento del conclave stesso. Più giorni di consultazione, riflessione e preghiera tra i cardinali potrebbero al contrario essere utili per una scelta che la stragrande maggioranza degli elettori non si aspettava così imminente.
Ma qui si aprirebbe il capitolo su come le diverse tempistiche potrebbero influire sulla designazione del successore di Benedetto XVI: una questione da cui tutti comprendono quanto papa Ratzinger intenda  rimanere completamente fuori. La decisione di rimanere lontano da Roma dal momento delle dimissioni, e per due mesi, è abbastanza indicativa in questo senso. Più in generale, la decisione delle dimissioni – inaudita da molti secoli – pone inevitabilmente di fronte a situazioni inedite e delicate, a nodi non normati che appare utile risolvere mediante un’interpretazione ragionevole delle norme vigenti: interventi normativi ad hoc, apparentemente risolutivi, potrebbero porre non solo problemi di opportunità, ma anche di coerenza e d’interpretazione rispetto al corpus finora sedimentato.

Postilla del 20/2:
Oggi Tornielli su VaticanInsider riferisce che sarebbe imminente la firma da parte di Benedetto XVI di un breve motu proprio che darebbe ai cardinali la facoltà di anticipare l’inizio del conclave. In questo caso la modifica della norma vigente non intaccherebbe la titolarità delle congregazioni dei cardinali sui tempi del conclave, lasciando la decisione alla libera discussione dei cardinali (a maggioranza assoluta dei presenti, come osserva Tornielli): tra i quali sono già stati formulati pubblicamente pareri discordanti sul punto.
Nota delle 15.00: P. Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, ha confermato – con una certa freddezza, mi verrebbe da dire – la possibilità della pubblicazione del motu proprio, di cui Benedetto XVI sta valutando l’opportunità.

Quell’apostrofo roseo tra Benetton e il Vaticano

15 dicembre 2011

Il «lancio» è ormai terminato, e così pure i clamori: forse possiamo ragionarci su con un po’ di calma. Parliamo dell’ultima campagna di casa Benetton, riassumibile nel neologismo «UNHATE» che fa al tempo stesso da titolo e da slogan di un’unica parola. «UNHATE», un «non odiare» che assuona, nel prefisso, anche alle Nazioni Unite (UN) e naturalmente al più antico e duraturo United Colors of Benetton. La campagna non si presenta direttamente come una campagna pubblicitaria, bensì come l’iniziativa della Unhate Foundation, ente «voluto e fondato» dal gruppo Benetton per «contribuire alla creazione di una nuova cultura di tolleranza». Naturalmente il logo del gruppo è ben visibile, anche se non invasivo, come nella tradizione Benetton.

La campagna raffigura fotomontaggi ben riusciti ritraggono coppie di leaders mondiali avversari – o presunti tali – mentre si baciano sulle labbra. Quella che fa più scalpore raffigura Benedetto XVI e Ahmed Mohamed el-Tayeb, l’imam della grande moschea di Al-Azhar: scalpore che sembra cercato, anche perché la gigantografia – analogamente ad altre fatte comparire nelle principali città del mondo, con quelle che sono state definite dai promotori guerrilla actions, termine tipico delle campagne d’impegno sociale – è stata affissa proprio a Ponte Sant’Angelo, a un passo dal Vaticano. Che reagisce con notevole rapidità: esprime via comunicato della Sala stampa «una decisa protesta per un uso del tutto inaccettabile dell’immagine del Santo Padre, manipolata e strumentalizzata nel quadro di una campagna pubblicitaria con finalità commerciale», considerata «una grave mancanza di rispetto per il Papa, …un’offesa dei sentimenti dei fedeli, …una dimostrazione evidente di come nell’ambito della pubblicità si possano violare le regole elementari del rispetto delle persone per attirare attenzione per mezzo della provocazione». La Santa Sede ventila la possibilità di un’azione legale; in un comunicato successivo – stavolta a firma della Segreteria di Stato – afferma di aver effettivamente demandato ai propri legali «di intraprendere, in Italia e all’estero, le opportune azioni al fine di impedire la circolazione, anche attraverso i mass media, del fotomontaggio». Ciò nonostante i promotori della campagna si affrettino a dichiararsi «dispiaciuti che l’utilizzo dell’immagine del Papa e dell’imam abbia urtato la sensibilità dei fedeli» e a ritirare immediatamente l’immagine «da ogni pubblicazione». Anche un consigliere dell’imam, infatti, ha definito il fotomontaggio «irresponsabile e assurdo», aggiungendo che al-Azhar «non sa ancora se questa immagine merita una risposta, tanto è poco seria». Superfluo aggiungere che l’immagine, ormai, ha già fatto il giro del mondo.
Tra le altre reazioni alla campagna, spicca quella della Casa Bianca, che, come riporta un comunicato, «disapprova l’uso dell’immagine del presidente Barack Obama» – ritratto in un bacio col premier cinese Hu Jintao – per motivi commerciali. Mentre il presidente francese Sarkozy pare abbia reagito in modo positivo: del resto, il suo bacio con la cancelliera tedesca Angela Merkel sembra di gran lunga il meno politically uncorrect. Ma pare che la coppia sia il frutto della scomposizione di due decisamente meno innocue, poi venute a mancare per sopravvenuta scomparsa (politica in un caso, anche fisica nell’altro) dei due partner.

Toscani contro

L’idea è sicuramente geniale per la sua semplicità, anche pratica: per realizzarla serve solo qualche fotomontaggio ben fatto; il che consente di concentrare il budget della campagna sulla diffusione, potendo contare fra l’altro sull’effetto moltiplicatore innescato sia dal riverbero sui media, sia da meccanismi di tipo virale. Iniziano anche a circolare imitazioni e parodie, che in questi casi sono la cartina di tornasole del successo. Nell’ambiente della comunicazione, peraltro, agli apprezzamenti si sono frammiste le critiche.
Quel che è certo è che la campagna sembra segnare il ritorno allo stile che avevamo imparato ad associare a Benetton dai tempi di Oliviero Toscani: immagini a vario titolo provocatorie che veicolano un messaggio di tipo sociale. Stavolta la veste – con la creazione, addirittura, di una fondazione costituita all’uopo dal gruppo Benetton – è ben confezionata: l’iniziativa – di cui la campagna rappresenterebbe, secondo i promotori, solo il momento iniziale – è presentata come una questione di «strategia di responsabilità sociale del gruppo: non un esercizio cosmetico, ma un contributo che intende avere un impatto reale sulla comunità internazionale, specie mediante il veicolo della comunicazione». Alla campagna fotografica si sono affiancate per ora iniziative come un video – che fino a oggi ha avuto oltre 500000 visualizzazioni su YouTube – e il «Kiss Wall», su cui ognuno può inserire la propria immagine di un bacio.
Una delle più «scandalose» immagini firmate da Oliviero Toscani per Benetton raffigurava, come molti ricorderano, il bacio (eroticamente connotato, allora) tra un giovane prete e una giovane suora. Impossibile non associarla alla campagna odierna. Ma proprio Toscani ha rilasciato, rispetto a UNHATE, una dichiarazione che è difficile non considerare velenosa: «Più di 10 anni fa, quando lasciai la Benetton, il figlio di Luciano, Alessandro Benetton dichiarò: “Basta provocazioni, basta pubblicità trasgressive. Alla fine mi sembra che il padre sia stato più bravo e meno presuntuoso”».

Vassalli, confratelli, nemici

In che cosa consiste la provocazione? I baci, è bene precisare, sono letteralmente a fior di labbra (il che, fra l’altro, consente una certa semplicità del fotomontaggio, che può essere fatto in modo più realistico e meno manipolativo), e non compare alcun tipo di allusione erotica. Se forse è legittimo tradurre l’idea di UNHATE con «make love not war», certo non si tratta di «make sex». A essere in evidenza non è – se non come controcanto secondario – l’allusione sessuale, ma piuttosto l’inusitata associazione delle figure di leader politici, o religiosi, con il bacio.
Ma anche questa lettura non è esaustiva. Se non altro perché in certe epoche o culture, anche non lontane dalla nostra, il bacio tra potenti sarebbe percepito come gesto assolutamente comune: basti pensare al «bacio vassallatico», che nel Medioevo europeo suggellava il rapporto tra l’imperatore e il suo vassallo. Commentando la campagna UNHATE, molti hanno ricordato la foto con il bacio di Breznev e Honecker: ed effettivamente quello tra il leader sovietico e il presidente della DDR – uno Stato la cui posizione non era troppo diversa da quella di «vassallo» dell’URSS – potrebbe essere a giusto titolo essere considerato l’ultimo esempio celebre di bacio vassallatico, non per nulla rimontante a quel mondo slavo che era praticamente passato direttamente dall’ancien régime al socialismo reale. Eccettuando naturalmente i riti delle cosche mafiose, in cui i baci, veri o presunti, tra affiliati hanno conosciuto gli onori delle cronache anche in anni recentissimi. Se poi parliamo di religiosi, è facile ricordare il «bacio santo» che nella messa, ma anche in altre occasioni solenni, ci si scambiava – fin dai primi tempi del cristianesimo – tra pastori e tra fedeli (normalmente partendo dai presbiteri, quindi anche qui non senza una qualche connotazione gerarchica).
Si potrebbe pensare, allora, che la campagna di Benetton solletichi e ribalti quel tipo di archetipi, sostituendo l’amico col nemico, il confratello con l’avversario irriducibile. La percezione straniata con cui osserviamo il bacio smaschererebbe la cruda realtà sottostante al linguaggio ovattato e sorridente delle diplomazie, permettendo al tempo stesso di scoprire il fianco al semplice, ma paradossale invito «non odiare!». Per trovare nella nostra cultura un bacio che provoca un simile sbugiardamento delle umane convenzioni dovremmo rivolgerci direttamente a quello di san Francesco al lebbroso: che, rispetto a quello di Benetton, ha il pregevole vantaggio di essere – com’è probabile per un fatto completamente estraneo ai clichés agiografici – realmente accaduto.

Una reazione dura

Il comunicato della Sala stampa sembra concentrarsi sul fatto che l’immagine del Santo Padre è stata «manipolata e strumentalizzata» (il riferimento è evidentemente al fotomontaggio) «nel quadro di una campagna pubblicitaria con finalità commerciale». È questo – in una certa consonanza col comunicato della Casa Bianca – a essere considerato un «uso del tutto inaccettabile»; anche il comunicato della Segreteria di Stato si concentra sul «fotomontaggio, realizzato nell’ambito della campagna pubblicitaria Benetton». Le modalità in cui vi viene raffigurato il Papa vengono definite prima «tipicamente commerciali», poi «lesive non soltanto della dignità del Papa e della Chiesa Cattolica, ma anche della sensibilità dei credenti». La prima «lesione» della dignità è quindi vista nell’utilizzo indebito dell’immagine del Papa: e denunciare che si tratta né più né meno che di un annuncio pubblicitario, al di là delle asserite finalità sociali, è forse l’elemento più efficace del comunicato vaticano.
Tuttavia, si afferma che la lesione si deve anche al contenuto: anche il primo comunicato parlava di violazione delle «regole elementari del rispetto delle persone» e di «provocazione». Ma si evita accuratamente – come dandoli per scontati? – di esplicitare gli elementi considerati provocatori. È offensivo il fatto di ritrarre il Papa nell’atto stesso di un bacio, ancorché casto, sulla bocca? È determinante i protagonisti del bacio siano due uomini? È significativo che il «partner» sia un importante esponente di un’altra grande confessione religiosa, e segnatamente del musulmanesimo? Di ciò nulla è detto.

È circolata la voce che la fotografia abbia irritato personalmente Benedetto XVI. Notizia difficile da confermare come da smentire. Potrebbe essere semplicemente una supposizione tratta dalla durezza e dalla rapidità della reazione vaticana. Quanto alla rapidità, obiettivamente bastava che qualunque impiegato di Curia andasse a prendere una boccata d’aria in via della Conciliazione per accorgersi del manifesto, «bruciando» ogni scoop d’agenzia. Ma a che si deve una reazione così forte? Sicuramente «la sensibilità dei fedeli» è un elemento decisivo: se si può pensare che alcuni abbiano valutato la foto con simpatia o indulgenza, e avrebbero magari voluto che il Vaticano si mostrasse maggiormente disposto all’ironia, certo in altri l’immagine avrebbe provocato un prevalente senso di disturbo e di offesa, e questi andavano tutelati. Bisognava inoltre chiarire che l’operazione non era stata in alcun modo preventivamente autorizzata o comunque conosciuta dalla Santa Sede. Ma la questione è più complessa: vorrei analizzare qui due aspetti.

Di chi è l’«immagine» del Papa?

Dall’inizio del pontificato di Benedetto XVI si registra una crescita dell’attenzione vaticana sui «diritti» (nel senso commerciale del termine) connessi all’immagine del Papa e ai suoi scritti. È del 2005 una stretta – decisa dalla Segreteria di Stato, allora guidata dal Card. Sodano – sui diritti sull’utilizzo degli scritti di Benedetto XVI (ma anche di quelli di Ratzinger prima dell’elezione a pontefice) e in generale dei documenti emessi dagli organi della Curia vaticana. Una decisione discussa sul piano pastorale, ma impeccabile dal punto di vista giuridico e commerciale: fino ad allora, chiunque poteva riprodurre gratis e in modo incontrollato, anche a scopo di lucro, il testo di documenti come – per esempio – le encicliche o le catechesi del Papa; ora è richiesta l’autorizzazione e, di norma, il pagamento di una proporzionata royalty (bisogna ricordare che ora praticamente tutti i documenti vaticani sono pubblicati sollecitamente sul sito della Santa Sede: per chi ha internet, la consultazione e l’uso a fini non commerciali sono semplicissimi e gratuiti).
Alcuni anni dopo, invece, il 19 dicembre 2009, la Segreteria di Stato dichiarò la necessità di tutelare il rispetto del Papa e «salvaguardarne la figura e l’identità personale da iniziative che, prive di autorizzazione, adottano il nome e/o lo stemma dei Papi per scopi ed attività che nulla o ben poco hanno a che vedere con la Chiesa cattolica», anche «mediante l’uso di simboli nonché di loghi ecclesiali o pontifici», sottoponendo tutto all’autorizzazione della Santa Sede.
È del 19 marzo 2011, poi, la promulgazione della nuova legge vaticana sulla protezione del diritto d’autore, che aggiorna la precedente disciplina (risalente al 1960), ma che dedica anche uno spazio specifico alla tutela dell’immagine del Papa: in particolare, «l’immagine del Romano Pontefice non può essere esposta, riprodotta, diffusa o messa in commercio quando ciò rechi pregiudizio, in qualsiasi modo, anche eventuale, all’onore, alla reputazione, al decoro o al prestigio della Sua Persona»; inoltre, «salvo che ciò sia giustificato da scopi religiosi, culturali, didattici o scientifici e salvo che sia collegato a fatti, avvenimenti o cerimonie pubbliche o che si svolgono in pubblico, l’immagine del Romano Pontefice non può essere esposta, riprodotta, diffusa o messa in commercio senza il Suo consenso, espresso a mezzo degli organismi competenti» (la norma si applica anche «alla voce» del Papa).
La norma ha vari obiettivi: anzitutto limitare la proliferazione incontrollata e gratuita del merchandising, ma anche svolgere una funzione di controllo a più vasto raggio sull’immagine del Papa. E i comunicati vaticani sulla campagna del gruppo Benetton sembrano proprio richiamare il dettato della legge.

Un dialogo a rischio

Una seconda considerazione ci porta all’altro soggetto raffigurato nella fotografia, il grande imam della moschea di al-Azhar al Cairo. Per cominciare, cos’è esattamente al-Azhar? È prima di tutto un’università. La più prestigiosa dell’islam sunnita, dotata nel mondo islamico di ineguagliata autorevolezza religiosa e culturale. Nulla di paragonabile a un Vaticano – che è sede di un’autorità gerarchica ben definita – ma comunque un punto di riferimento di grande importanza in un mondo religioso non centralizzato come quello cattolico.
Al-Azhar – in virtù della sua autorevolezza ma anche della sua moderazione – è anche l’ente con cui il Vaticano ha stabilito da alcuni anni un dialogo istituzionale, fin dalla visita di Giovanni Paolo II all’università nel 2000: il «Comitato congiunto per il dialogo» tra il Comitato permamente di al-Azhar per il dialogo tra le religioni monoteiste e il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, che ha effettuato finora una dozzina di incontri annuali. Un appuntamento divenuto tanto più importante con l’aumento della tensione tra occidente e mondo islamico, dall’11 settembre in poi. Un aspetto che investì direttamente il Vaticano con le note polemiche sulla dichiarazione di Benedetto XVI a Ratisbona nell’ottobre del 2006: un «incidente» a seguito del quale la Santa Sede decise di intensificare con decisione i rapporti e i canali di dialogo con il mondo musulmano. Ma proprio con al-Azhar – e veniamo praticamente all’attualità – la tensione si impennò in occasione del sanguinoso attentato, nel Capodanno 2011, contro una chiesa copta (non cattolica) del Cairo. Nel consueto discorso d’inizio anno al corpo diplomatico, la richiesta del Papa di tutelare le minoranze religiose, auspicando anche un’azione diplomatica dei Paesi europei, venne considerata dall’Egitto una grave ingerenza, fino al punto di richiamare il proprio ambasciatore in Vaticano. Alla decisione fece seguito, da parte di al-Azhar, la sospensione immediata del dialogo in vigore col Vaticano per questa «inaccettabile intromissione negli affari dell’Egitto». Un atto che si inserisce chiaramente nelle complesse dinamiche dei rapporti di potere tra le istituzioni e le componenti della società egiziana (il grande imam di al-Azhar era stato nominato direttamente, pochi mesi prima, da Mubarak) in un momento gravido di tensione: sono i giorni dell’inizio della «primavera araba», e di lì a pochissimo sarebbe cominciata l’occupazione di piazza Tahrir.

Questo caso può ricordare quello più noto e più violento delle vignette satiriche su Maometto pubblicate originariamente da un giornale danese nel 2005, che provocarono nei mesi successivi grande sollevazione e forti polemiche nel mondo islamico.
Anche in quel caso la Santa Sede cercò, molto faticosamente, di non rimanere associata all’immagine di un Occidente irrispettoso – in nome del principio di libertà di espressione – verso l’islam e in generale verso i valori religiosi: Benedetto XVI affermo la necessità «che le religioni e i loro simboli vengano rispettati, e che i credenti non siano oggetto di provocazioni»: parole che proprio il Comitato congiunto per il dialogo tra la Santa Sede e al-Azhar citò per condannare, due anni dopo (quando numerosi quotidiani danesi ripubblicarono le vignette dopo la scoperta di una cellula di terroristi islamici nel Paese), «la ripubblicazione di vignette offensive e il crescente numero di attacchi contro l’islam e i suoi profeti, e così pure altri attacchi contro la religione».
Anche la dichiarazione del consigliere di al-Azhar dopo la campagna Benetton ha espresso un dubbio analogo se simili iniziative non fossero «pericolose per i valori universali e la libertà di espressione come le si intende in Europa». Tantopiù in una fase di incomprensione con al-Azhar – e in cui i rapporti tra le fedi religiose in Egitto, e non solo, sono sottoposti a crescenti sfide – il Vaticano non può concedere il minimo sospetto d’indulgenza verso un’iniziativa che comunque è difficilmente compresa e accettata dalla controparte coinvolta.

Conclusione, e un divertissement

Non si sa quanto la reazione vaticana fosse messa in conto dai promotori di UNHATE. Certo è che essa – come avviene in questi casi – ha ulteriormente catalizzato l’attenzione dei media sulla campagna, cosa che non può essere risultata sgradita. La stessa foto del Papa e dell’imam ha goduto di un’immensa circolazione spontanea, specie via internet, nonostante il ritiro tempestivo, che ha dato perdipiù al gruppo Benetton l’occasione di esibire un comportamento ineccepibile.
Riusciranno i procedimenti legali che dovrebbero essere intrapresi per conto della Santa Sede a scoraggiare iniziative analoghe? Quel che è certo, finora, è che la reazione del Vaticano, seppur considerata da alcuni comprensibile o doverosa, è stata vista da altri come un esempio di oscurantismo e di atteggiamento censorio, o quantomeno di un rapporto difensivo e controverso rispetto al mondo contemporaneo.

Una piccola fantasia: se il Vaticano, pur rivendicando il diritto di adire le vie legali, avesse dichiarato di rinunciarvi, e di donare il corrispettivo delle spese alle organizzazioni umanitarie che lottano contro il lavoro minorile (cf. Guida al consumo critico, EMI 2011, voce «Benetton») o a quelle che si battono per la difesa del popolo Mapuche, quale sarebbe stato il punteggio di questo interessante match comunicativo?


Il Sinodo dei vescovi è una figata

15 ottobre 2010

Domenica è iniziato il Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente. Avrei voluto seguirlo scrivendo qualcosa anche qui, ma proprio non ce la faccio.  Allora do giusto qualche dritta. cercando di incuriosire qualche lettore.

Intanto, cos’è il Sinodo dei vescovi? E’ un’assemblea di rappresentanti dei vescovi cattolici: “un luogo per l’incontro dei vescovi tra di loro”, insieme al papa, “per lo scambio di informazioni ed esperienze, per la comune ricerca di soluzioni pastorali”. Si rifà all’antica tradizione sinodale della Chiesa, ma è una novità del Concilio Vaticano II, anzi è nato proprio col desiderio di “mantenere vivo l’autentico spirito formatosi dall’esperienza conciliare”. Qui potete leggere qualcosa in più sulla sua nascita.

Come funziona? I vescovi di tutto il mondo, o di una particolare regione, mandano i loro rappresentanti a Roma, che discutono per alcune settimane su un determinato argomento, o sulla situazione della Chiesa in quella regione.
E’ un grande organo consultivo: non decide nulla, ma formula delle “Proposizioni” (che sono al tempo stesso delle “frasi” e delle “proposte”) che vengono inviate al papa. Il papa si prende del tempo per ragionarci sopra e in uno o due anni – naturalmente con l’aiuto dei vari organi di Curia – scrive un'”Esortazione apostolica post-sinodale”, cioè un documento – che porta la sua firma – e che raccoglie e rielabora quanto da quelle “Proposizioni” è stato recepito.

Fino a pochi anni fa le “Proposizioni” venivano tenute rigorosamente segrete: Benedetto XVI ha deciso che fossero pubblicate (qui vedete per esempio quelle dell’ultimo sinodo concluso, quello sull’Africa).
E’ solo una delle innovazioni introdotte da papa Ratzinger nel Sinodo: per esempio, è stata ridotta leggermente la durata dei lavori ma sono stati introdotti momenti di libero dialogo tra i componenti, per non rinviare tutta la discussione ai soli “circoli minori” (una sorta di gruppi di lavoro). Qui potete leggere l’attuale Regolamento del Sinodo, approvato nel 2006. Benedetto XVI inoltre (a differenza di Giovanni Paolo II) ha iniziato a fare interventi personali nel corso della discussione.

Mentre i “padri sinodali” sono tutti vescovi, sono invitati anche degli “auditori” – una sorta di esperti – che possono essere anche preti, religiosi o laici (donne comprese). Esistono poi i “delegati fraterni“, dei veri e propri “inviati” di comunità cristiane non cattoliche (nel Sinodo del 2008 fece scalpore la presenza del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, il primate della Chiesa ortodossa). Tutti costoro possono fare, e fanno, interventi in aula.

Il bello del Sinodo dei vescovi è che lo si può seguire molto da vicino: non proprio in diretta ma quasi. Non siamo abituati a una simile trasparenza per le istituzioni della Chiesa.
Il “Bollettino del Sinodo dei vescovi” (Synodus Episcoporum Bollettino)  viene pubblicato almeno una-due volte al giorno, anche sul sito del Vaticano. Possiamo leggere (per riassunti significativi) tutti quanti gli interventi, già tradotti in italiano, a mezza giornata di distanza circa. Per esempio, ecco la trascrizione degli interventi di ieri pomeriggio (giovedì).

Insomma, questo Sinodo è una grande occasione per ascoltare direttamente la viva voce dei cristiani delle Chiese del Medio Oriente. Leggendo si scopre facilmente che i padri sinodali parlano con franchezza: analizzano in modo solitamente lucido e disincantato la situazione della loro Chiesa e della società del luogo, senza rinunciare a mettere il dito nella piaga; spesso non risparmiano critiche ai documenti preparatori o a cose che – anche nell’organizzazione ecclesiale – non vanno, suggerendo soluzioni e riforme anche coraggiose.

Tra i temi scottanti di questo Sinodo il rapporto coi musulmani, l’emigrazione dei cristiani e le sue conseguenze, il rischio della frammentazione e scarsa collaborazione tra le Chiese cattoliche di diverso rito, i rapporti con Roma e con la Chiesa latina… Si può quindi comporre un quadro molto ricco e frastagliato di situazioni e di esperienze che normalmente non sono sotto l’attenzione dei media e spesso vengono trascurate anche dai cattolici “occidentali”.

UNA SEGNALAZIONE: nel contesto del Sinodo, domenica in parrocchia a Bazzano incontreremo Maria Chiara Rioli, reduce da un’esperienza di circa un anno in Israele e Palestina che le ha consentito di venire a contatto con molte realtà significative della regione.
Maria Chiara è dottoranda alla Normale di Pisa, collabora con Il Regno e diverse altre testate; nel 2009 ha vinto il Premio Toniolo Diritto Internazionale per la Pace. Si occupa d’informazione sociale e dal Sud del mondo, delle relazioni tra religioni e società.
L’appuntamento è per le 15 nel salone parrocchiale.


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