E alla fine scoprimmo che SI può fare

4 settembre 2014

Per chi ha contribuito a far nascere e vivere Solidarietà Impegno fin da quel lontano 1993, quando i più giovani tra gli attuali volontari dell’associazione non erano neppure nati, la data di domani rappresenta la realizzazione di un grande sogno: dar vita a una vera e propria “Bottega del Mondo”.

Domani a Bazzano inauguriamo SI può fare, la prima bottega equa e solidale di Valsamoggia. Con la cruciale partnership di Cooperativa Oltremare di Modena (anche qui, una collaborazione che ha solide radici nel passato) e il felice incontro con la disponibilità di Libreria Carta|Bianca.

Da semplice (e non troppo assiduo) volontario come sono ora, non posso che dire un grande grazie all’attuale presidente di Solidarietà Impegno, Sem Occhiocupo, che ci ha creduto con forza e impeto, nonostante tante delusioni e stanchezze. Grazie a coloro che lo hanno preceduto – ognuno con il suo stile, la sua creatività, la sua capacità di leadership – e che, specie in questi ultimi anni, hanno dato una nuova spinta alla nostra associazione, rendendola una delle realtà più dinamiche di Bazzano e della vallata, con la forza e la lieta incoscienza necessaria per questa grande sfida. E grazie a tutti coloro che – da tanto o da poco tempo – prestano la propria opera, con generosa umiltà ed entusiasmo, e che anche questa volta hanno reso possibile che tutti i tasselli di un’impresa complicata andassero a posto.

Veniteci a trovare domani, all’inaugurazione, dalle 18.30 in poi durante la lunga Notte Bianca bazzanese: siamo in via Borgo Romano 1, a due passi dalla piazza.
La nostra aspirazione è quella di rendervi clienti assidui, ma soprattutto di farvi sentire partecipi di un progetto che, nel nostro piccolo, nasce con la grande ambizione di rendere il mondo più giusto, più coeso, più umano. Perché ogni mano, per quanto piccola, lascia sempre un’impronta.

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Qualche spunto sul 25 aprile a Bazzano e in Valsamoggia

5 maggio 2014

Questo articolo l’avevo scritto il 26 aprile. Mi sono reso conto solo ora che mi ero dimenticato di pubblicarlo :O

 

Ieri mattina ho partecipato, come praticamente tutti gli anni, alla commemorazione del 25 aprile a Bazzano (invece non sono potuto essere alla festa popolare del pomeriggio, con la banda e le crescentine al Centro Cassanelli: sara’ per la prossima volta!). La messa per i caduti, il corteo con le bandiere fino al cippo partigiano, i fiori, i discorsi, i ricordi. Piccoli gesti semplici, attraverso i quali si concretizza la memoria di una comunità.

Il valore di queste celebrazioni locali è ineguagliabile. La loro pluralità e la loro pervasività è parte intrinseca del loro valore: ogni paese ha il suo corteo – tutti simili, nessuno uguale all’altro – ogni evento viene ricordato nella sua unicità, ogni caduto ha il suo ricordo, ogni cippo la sua corona. Anche in una città grande come Bologna, del resto, le celebrazioni avvengono in una vasta costellazione di luoghi significativi, con modi e toni differenti senza che nessuna memoria locale – di quartiere, di vicinato… – venga oscurata.

Il nuovo Comune, che a mio parere deve ben guardarsi dal fare accorpamenti improvvidi, dev’essere anzi lo strumento per valorizzare queste occasioni ciascuna nella sua specificità. I Municipi potranno naturalmente dare il loro contributo trovandovi l’occasione per valorizzare il loro carattere fortemente simbolico.
Casomai, sarebbe bello sfruttare le nuove potenzialità amministrative per creare nella vallata “percorsi della memoria” nei luoghi più significativi, che possano essere proposti alle scuole come occasione formativa e magari avere anche un utilizzo turistico. La nostra valle comprende luoghi di guerra partigiana attiva “di montagna” e altri – come Bazzano – che erano piuttosto aree di retrovia e acquartieramento delle truppe tedesche (e per questo furono falcidiati dai bombardamenti alleati), e in cui la lotta partigiana veniva condotta con modalità differenti.
Queste semplici riflessioni potrebbero essere d’esempio per un rapporto più attivo tra amministrazione e scuole per la valorizzazione della storia locale, spesso tristemente dimenticata nonostante le sue grandissime potenzialità formative: grazie alla storia locale gli studenti possono comprendere che la storia non è solo qualcosa di astratto che si studia sui libri. Ma di questo si potrà parlare in un’altra occasione.


La fusione in Parlamento

22 febbraio 2013

La battaglia politica che si è consumata – e certo non spenta – sulla fusione dei Comuni della Valsamoggia avrà influenza sul risultato delle elezioni di domenica e lunedì in vallata? Dalle scelte degli abitanti della Valle del Samoggia per il Parlamento nazionale potremo trarre qualche indicazione per capire quali probabilità di successo avrà l’assalto alle amministrazioni locali targate PD? Un assalto, sia detto di passaggio, per il quale le opposizioni sembrano già mobilitate in una sorta di campagna elettorale permanente da qui al 2014, con la probabile intenzione di marciare separati per colpire uniti all’eventuale ballottaggio.

Le elezioni politiche sono il livello più distante dalla realtà amministrativa locale, nonché quello in cui le mode passeggere e gli eventi contingenti incidono meno sulle convinzioni e sulle abitudini sedimentate. Proprio per questo, paradossalmente, se gli eventi locali, e in particolare quelli relativi alla fusione dei Comuni, lasceranno un segno sulle elezioni del 24-25 in Valsamoggia, siamo autorizzati a pensare che tali tendenze potrebbero essere ancora più incisive alle elezioni amministrative del 2014 (ovviamente è una possibilità teorica: in quasi un anno e mezzo possono succedere molte cose).

Penso da un lato ai cittadini che, credendo nel progetto della fusione, e proprio grazie alla pesante polarizzazione politica che – qualunque cosa se ne pensi – si è sviluppata su questo tema, si sono avvicinati alle forze dell’attuale maggioranza, e in particolare al PD. C’è stato sicuramente uno spostamento di questo tipo da parte di esponenti vicini alle liste civiche: alcuni di essi sono anche noti. In parte è probabile che si tratti in buona parte di persone che comunque in passato avevano votato PD, ma che se ne erano successivamente distanziate, in particolare alle elezioni locali, ma forse anche in altre occasioni. Ma è possibile che questo effetto si sia verificato anche per una fascia più ampia di cittadini. Potrebbe quindi mostrarsi sotto forma di una prestazione più tonica del PD alle elezioni di questo fine settimana (un dato che andrà misurato sia rispetto ai risultati delle elezioni precedenti, sia rispetto a quelli dei Comuni vicini).

D’altro canto, una parte degli elettori dell’attuale maggioranza locale di centrosinistra si è schierata – molti nel segreto dell’urna, altri anche pubblicamente – contro la fusione dei Comuni. Per alcuni di essi ciò potrebbe non influire sulle scelte politiche nazionali; per altri, la virulenza della polemica sarà probabilmente tale da indurli a prendere le distanze dai partiti che hanno sostenuto la fusione anche nel voto del prossimo fine settimana. Ma (a parte l’ipotesi tutt’altro che peregrina che una parte di questi elettori scelga l’astensione), quali forze politiche ne beneficeranno? In prima fila ci sono il Movimento 5 Stelle e Sinistra e Libertà, che si dividono variamente buona parte dell’elettorato (nonché della dirigenza) delle liste civiche. Con alcune dinamiche particolari: SeL ha polemizzato nelle scorse settimane con i partiti ora raggruppati nella lista di Rivoluzione Civile – che si presentano come sinistra “dura e pura” in quanto non alleati col PD – rinfacciando loro di essersi “piegati” alla fusione dei Comuni (Federazione della Sinistra e Italia dei Valori hanno firmato il documento a favore della fusione e votato il provvedimento in Regione). Del resto SeL in Valsamoggia, anche nelle ultime settimane di campagna elettorale, sta insistendo con molta forza sulla questione della fusione, senza lasciar trapelare alcun imbarazzo per il fatto di presentarsi in coalizione col PD. Non è affatto escluso, del resto, che una parte di elettori di provenienza PD consideri il voto per SeL come adatto sia a marcare il proprio dissenso sulle questioni locali, sia a esprimere comunque un “voto utile” rimanendo nell’ambito del “classico” centrosinistra.

Naturalmente occorrerà osservare anche i voti del centrodestra, che si è compattamente schierato – PdL e Lega – contro la fusione. Sarà difficile trarre considerazioni dai risultati dell’UDC, sia perché il suo atteggiamento sulla fusione è stato, a livello locale, contraddittorio (alcuni esponenti si sono schierati a favore, altri – come pure in Regione – contro), sia perché si tratta di una formazione relativamente esigua. Un’eventuale tendenza delle liste civiche a catalizzare il voto delle opposizioni potrebbe lasciare qualche traccia anche nelle scelte politiche nazionali.

Si tratta di semplici ipotesi che potrebbero facilmente essere spazzate via se si verificherà che nei Comuni interessati dalla fusione il differenziale tra i risultati dei vari partiti sarà uguale a quello dei Comuni circostanti. Vedremo presto se queste piste di lettura avranno qualche fondamento, e se – guardando alle elezioni comunali del 2014 – le forze politiche locali saranno rafforzate dai risultati di lunedì, chi nei propri timori chi nelle proprie speranze. Che si mescolano – legittimamente, col debito senso delle proporzioni – alle speranze e ai timori di tutti gli italiani per il futuro del Paese in questo appuntamento cruciale.

 


Per fare un tavolo

14 dicembre 2012

La nota ufficiale diramata ieri l’altro dai cinque sindaci della Valsamoggia mostra un certo equilibrio, che sembra nascere dalla composizione faticosa, ma forse fortunata, di linee parzialmente divergenti; pur riaffermando la decisa volontà di procedere verso la fusione dei Comuni, si differenzia sensibilmente dai toni vacuamente trionfalistici delle prime ore. Insomma, la perdurante volontà di proseguire il percorso verso la fusione non sembra più implicare la rivendicazione di una vittoria completa, assoluta, senza ombre.

Resta però faticoso capire come si voglia tradurre in pratica la volontà di dialogo che viene reiteratamente professata. I sindaci, infatti, non mettono in discussione la volontà di arrivare alla fusione, né la necessità che il processo sia compiuto nei tempi stabiliti, cioè in tempo per le elezioni amministrative del 2014. Tuttavia c’è un effettivo elemento nuovo. Accanto alla nota, in cui si afferma la volontà di aprire un “processo costituente del nuovo comune, a cui tutti siamo chiamati a dare spunti e contributi, forze politiche, associazioni, cittadinanza”, e la consapevolezza dello sforzo che richiederà trovare “una fase di discussione”, c’è la richiesta dei sindaci alla Regione perché posticipi la data entro cui essa dovrà deliberare sulla fusione. È un fatto dal valore limitato: si parla di due mesi in più. Ma è un valore reale: gli attuali 60 giorni previsti (e ne sono passati quasi venti) sarebbero troppo pochi per impostare un “tavolo di lavoro” credibile; quattro mesi sono un periodo più ragionevole. E c’è anche un valore simbolico: per la prima volta si accetta di chiedere che la tempistica, finora così rigidamente determinata, venga (sia pur leggermente) modificata.

 Basterà quest’offerta a indurre le forze che hanno sostenuto il no a sedersi all’evocato tavolo? Finora le voci prevalenti, e senz’altro quelle ufficiali, proseguono su una linea (nonostante le dichiarazioni di non contrarietà “in sé e per sé” a una fusione) di rigetto totale. Rigetto dei contenuti: anziché limitarsi a evidenziare gli aspetti problematici o lacunosi, che pur ci sono, del progetto esistente, questo viene sbrigativamente destituito di ogni valore; ogni analisi viene effettuata nello spirito non di proporre migliorie, anche radicali, ma semplicemente come “pars destruens”. Rigetto, soprattutto, dei tempi, che diventa di fatto rifiuto della fusione “tout court”: la richiesta, di per sé astrattamente non irragionevole, di rimandare il processo alla prossima legislatura, viene ad assumere con troppa facilità l’aspetto di una dilazione a tempo indeterminato, e anzi dell’assunzione di un progetto alternativo – il rafforzamento dell’attuale Unione dei Comuni – che peraltro non viene neppure sbozzato e resta un’idea del tutto indeterminata

Il fronte del “no” ha certo buon gioco a mettere il dito sull’esiguità e la problematicità della vittoria del “sì” – nonché sulle criticità di metodo che del resto non abbiamo mancato di rilevare a varie riprese -, ma si dimostra assai poco credibile nel momento in cui cerca di tramutarla in una sconfitta, e ancor più di gestirla come se fosse una vittoria propria.

L’insistere su una “linea dura” del “no”, scelta molto facile di fronte al trionfalismo del fronte opposto, diventa ora un’opzione più scivolosa nel momento in cui, almeno a parole, viene offerta una linea di dialogo ora anche supportata da qualche segnale concreto. Tantopiù che questo segnale sembra non essere puramente strumentale, ma essere anche la conseguenza della posizione piuttosto ferma espressa dal sindaco di Bazzano di farsi in qualche modo garante della volontà dei suoi concittadini, espressasi maggioritariamente per il “no”. (Stupisce, incidentalmente, che un’analoga posizione non venga presa dal sindaco di Savigno, che pure aveva sottoscritto l’impegno per una valutazione dell’esito del referendum sia nel complesso “sia nei singoli Comuni”. Negare gli elementi di problematicità rimane, per tutti, la soluzione meno credibile e proficua.) Del resto per le forze che sostengono il “sì” – dopo che, a dispetto dei pur generosi “comitati indipendenti”, non sono riuscite a scrollarsi di dosso l’etichetta di essere composte dal “PD contro tutti” – è necessario a questo punto evitare come la peste l’impressione che la vittoria referendaria sia, in fin dei conti, la vittoria di alcuni paesi contro gli altri.

Parliamo, insomma, di effettivi elementi di debolezza che tuttavia, una volta assunti consapevolmente, possono tramutarsi in una responsabile posizione di forza. Ma che – proprio in quanto oggettivi – dovrebbero al tempo stesso dare al fronte del “no” la garanzia che è interesse della controparte impegnarsi in un’interlocuzione seria.

Perché, beninteso, l’onere della prova di non agire strumentalmente ricade su entrambe le parti.

Una volta seduti a un tavolo ci si può sempre rialzare e denunciarne l’impraticabilità. Rifiutare reiteratamente l’invito, invece, può essere considerata dimostrazione di coerenza, ma anche ostinazione. L’anno scorso i sindaci e la segreteria PD hanno commesso un errore marchiano nel rifiutare le condizioni che le liste civiche avevano avanzato per sedersi ai famosi “tavoli di lavoro”, impedendo l’apertura di una discussione di merito e consentendo il compattamento di tutte le opposizioni sulle posizioni più radicali. Ma ora vale anche per il fronte del “no” la domanda di quale sia il vero obiettivo strategico: evitare a tutti i costi la fusione, come dichiarato, oppure – dando già per scontato questo esito – prepararsi nel modo migliore alle elezioni del Comune unico nel 2014, rimanendo compattati su posizioni massimalistiche e continuando a tener caldo il malcontento dei cittadini che hanno votato “no”? (La legge elettorale per i comuni sopra i 15.000 abitanti non obbliga neppure le varie opposizioni a presentarsi sotto un’unica lista: presentandosi separate, anzi, le singole forze politiche potranno prendere complessivamente più voti e costringere più facilmente PD e alleati al ballottaggio. Incidentalmente, che questo ragionamento coinvolga senza apparenti problemi anche forze politiche che a livello nazionale e regionale sono alleate al PD – e addirittura alleate al segretario del PD nelle ultime primarie! – è indice di una situazione locale da tempo sfuggita di mano a più di un attore.)

Certo, lo slogan degli ultimi giorni pre-referendum, “non cambiare Comune, cambia chi ti amministra”, era già sufficientemente eloquente del piano su cui si voleva portare la contesa. E quindi, tanto peggio, tanto meglio. Ma non è affatto detto che sia questa la priorità condivisa da tutti i cittadini che hanno votato “no”. Alcuni potrebbero chiedersi – tantopiù per chi dice di non essere contro “alla” fusione ma “a questa” fusione – perché rifiutare comunque un dialogo che, se pure non mette in discussione la fusione, potrebbe consentire di entrare nel merito del “come”. Perché non costringere, in fin dei conti, i sindaci a mostrare in che misura siano davvero pronti a rivedere – come dichiarato – il progetto. Perché non trasformare l’“energia potenziale” accumulata in potere contrattuale, senza rimandare il tutto al prossimo appuntamento elettorale – a mo’ di ordalia popolare – ma assumendosi una buona volta in prima persona la responsabilità di una trattativa politica. Considerata la volontà degli amministratori di avviare tavoli di che includano anche le variegate espressioni e categorie sociali e associative del territorio, le forze politiche che hanno sostenuto il “no” dovrebbero valutare il possibile rischio di una loro auto-emarginazione.

A questo punto, in ogni caso, occorre anzitutto che la Regione dia una risposta positiva e il più rapida possibile alla richiesta dei sindaci, che stanno affrontando sul territorio – non senza responsabilità da parte loro e del partito che li esprime – una situazione indubbiamente complessa.


Dopo il referendum

27 novembre 2012

Il dato che risalta nel referendum sulla fusione dei Comuni della Valsamoggia è anzitutto quello dell’affluenza, che raggiunge a stento la metà degli aventi diritto. Mesi di campagna accesa e di forte polemica da parte di tutte le forze politiche e dei comitati schierati per il “sì” o per il “no”, un’altissima visibilità – un fatto del tutto inedito per questo territorio – su giornali e televisioni non solo locali e perfino nel dibattito politico-istituzionale nazionale, e l’arrivo in vallata di favore del personalità di assoluto rilievo nazionale schierate a favore del “sì” non sono bastati a portare al voto, su una questione di grandissima rilevanza locale, più del 50% dei cittadini.
Tra i votanti, la vittoria di misura del “sì” per 325 voti (su 11127 voti validi ci sono stati 5726 “sì”, il 51,46%, e 5401 “no”, il 48,54%) non oscura la netta affermazione del “no” a Bazzano (58,52%) e Savigno (56,80%).

Si tratta di un dato complessivo estremamente delicato, che la Regione è chiamata ad analizzare con grande attenzione.
I Consigli comunali dei cinque Comuni avevano approvato, nei mesi scorsi, un ordine del giorno che invitava la Regione “a tenere conto del risultato complessivo della consultazione e di quello nei singoli Comuni”. A questa importante affermazione di principio, tuttavia, non è mai seguita – benché richiesta da qualcuno – la formulazione di criteri oggettivi che potessero aiutare la valutazione del voto.
Resta però evidente che lo scopo di quel pronunciamento era proprio rassicurare i cittadini che non l’esito del referendum non sarebbe stato valutato semplicemente sulla base del risultato complessivo. Le affermazioni del tipo “hanno vinto i sì, quindi si va avanti”, espresse anche molto autorevolmente nella giornata di ieri, sono quindi profondamente improprie.

Il suggerimento di “rafforzare la comunicazione” nei Comuni dove il “no” ha prevalso è ancor più paradossale e mostra un’apparente incomprensione del problema. Difficilmente la “comunicazione” poteva essere più martellante e capillare di quanto è avvenuto, e non c’è dubbio che da questo punto il fronte del “sì” fosse largamente avvantaggiato.Anche una lettura “partitica” sembra difficile da sostenere: nonostante le forze politiche si siano schierate in modo netto con una contrapposizione sempre più frontale, accompagnata dalla malaugurata tacitazione di qualunque dialettica interna e dal tentativo di mobilitazione “militare” dei propri simpatizzanti, ciascuno può verificare facilmente che le opinioni e le prese di posizione dei cittadini sono rimaste alquanto trasversali rispetto allo schieramento politico. Questo sembra ancor più vero rispetto alle “dichiarazioni di voto” espresse dalle organizzazioni sindacali e di categoria. È la conferma, se ce ne fosse bisogno, del prevalere progressivo di una concezione di “appartenenza” profondamente diversa dal passato; e ancor più semplicemente, del fatto che il prendere le decisioni in modo fortemente verticistico, magari ratificandole, a volte senza neppure un voto formale, in assemblee il più possibile plebiscitarie, per poi “comunicarle” semplicemente alla “base” di riferimento riflette logiche sociali ormai perlopiù desuete.

A molti, troppi cittadini – certo non solo bazzanesi e savignesi, e non solo sostenitori del “no” – non è mancata la “comunicazione”, che forse è stata addirittura sovrabbondante. È mancato il coinvolgimento, la partecipazione, la sensazione della proposta di costruire un progetto condiviso. Una responsabilità che grava per la maggior parte sui promotori della fusione: se una grande debolezza dei sostenitori del “no” è l’inesistenza di un vero progetto alternativo, è chiaro che il compito di essere al tempo stesso convincenti e coinvolgenti spetta anzitutto a chi ha costruito una proposta così esigente. Ma l’impegno generoso e anche commovente di molti sostenitori della fusione – giovani segretari e militanti di partito quanto semplici cittadini appassionati – ha dovuto fare i conti con vertici che hanno lasciato (anche a singoli sindaci) scarso spazio di negoziazione e che hanno dimostrato forte propensione a lasciare troppi aspetti nell’indeterminatezza – per avere mano libera in seguito, vien da pensare –, malamente compensata da qualche proposta estemporanea “ad effetto”.
Come mostrano fin troppo bene i dati dell’affluenza, in moltissimi cittadini ha prevalso un senso di estraneità. Esso – certo saldandosi con una più generale sfiducia nella politica e nelle istituzioni – si è prevalentemente tradotto nella mancata partecipazione al referendum. Per molti è invece divenuto esplicita ostilità e si è espresso col voto, maggioritario laddove erano più forti e attivi i partiti e i comitati del “no”, che l’hanno saputa catalizzare e canalizzare, e più deboli i partiti e i comitati del “sì”, che non hanno saputo sufficientemente rassicurare e spiegare. Ma sarebbe errato pensare che tale senso di estraneità non sia presente anche tra coloro che alla fine hanno votato “sì” perché, alla fine, si sono fidati dei proponenti o hanno saputo distinguere tra la bontà della proposta – nonostante i vari aspetti manchevoli o controversi – e le modalità con cui è stata messa in campo.

Ritengo che la Regione Emilia-Romagna, chiamata a un difficile compito, debba partire da questo quadro assai problematico.
Nel frattempo, penso che la cosa peggiore sarebbe che qualcuno usasse come capro espiatorio i segretari di partito e gli amministratori dei Comuni dove ha vinto il “no”, e che ora sono impegnati, come ha dichiarato stamattina il sindaco di Bazzano Elio Rigillo, a tenere conto dell’espressione maggioritaria dei loro concittadini. Un simile tentativo servirebbe solo a mascherare le insufficienze e le debolezze, più volte denunciate, della modalità con cui si è condotto questo processo, sia nella campagna referendaria finale, sia soprattutto nei lunghi mesi in cui sono state prese le decisioni politiche vere e proprie. E di cui portano la responsabilità anzitutto le persone e gli organismi che tali decisioni hanno assunto e guidato.


Fusione dei Comuni in Valsamoggia: come la penso in sintesi

6 ottobre 2012
Da molti mesi non affronto sul blog il tema della fusione dei Comuni della Valle del Samoggia, nonostante sia – giustamente – il principale argomento di discussione nella vallata, e attiri l’attenzione di molti anche ben al di là dei suoi confini.
Sarò sincero: non ho apprezzato particolarmente l’andamento del pubblico dibattito, da tempo trascinato sui binari della semplice – anche se motivata – propaganda pro o contro, coi suoi argomenti di metodo e di merito. Tutti argomenti degni di considerazione e di analisi. Proprio per questo, però, non dovrebbero essere ridotti a magli da scagliare, non sempre con sovrana eleganza, contro la tesi opposta.
Sono stato refrattario nel gettare le mie considerazioni – che forse non saranno particolarmente originali o utili – in pasto a una simile discussione: cioè a una completa, inevitabile strumentalizzazione. Mi sarebbe piaciuto poterle esporre senza essere necessariamente tacciato di partigianeria, anche se una posizione ce l’ho, e già da qualche tempo fa l’ho coerentemente espressa.
Evidentemente non è possibile. Ma non è possibile neanche tacere, perché si può ugualmente strumentalizzare il silenzio (e non è detto che qualcuno non lo stia facendo).
Chi pazientemente mi segue sa che cerco di essere il più possibile corretto e preciso, ma senza prescindere dalle mie convinzioni e dalle mie appartenenze. Nei prossimi articoli cercherò di illustrare separatamente vari aspetti della questione. Qui inizio con una brutale sintesi di come la penso.
Penso che nel tracciato finora percorso verso la fusione siano stati commessi alcuni errori seri, in particolare dal punto di vista del rapporto con la cittadinanza, della partecipazione dei cittadini. Dare a questo percorso un respiro più ampio e aperto avrebbe potuto realizzare maggiore consenso e maggiore entusiasmo verso questo obiettivo, superare pregiudizi e dubbi, attrarre maggiori energie nel processo di costruzione politica del nuovo Comune unico.
Sono errori che giudico severamente: non solo perché potrebbero mettere a rischio i risultati del referendum del 25 novembre – anche se i risultati del recente sondaggio commissionato a SWG sono tali da indurre i sostenitori della fusione a un fondato ottimismo -, ma perché indeboliscono il tentativo di dare a questo processo fondativo la caratteristica di “grande sforzo civico” congiunto di amministrazioni, forze politiche, associazioni e cittadini, che era da auspicare.
Spero il più possibile di sbagliarmi e che possano emergere nei cittadini ed essere valorizzati, più di quanto sia avvenuto finora, quell’entusiasmo e quella voglia di collaborare – al di là delle diverse sensibilità e delle appartenenze partitiche – che non solo sarebbero stati preziosi per il tratto di percorso svolto finora, o che possono permettere di superare senza strascichi l’appuntamento del referendum, ma che saranno fondamentali soprattutto nei prossimi mesi e nei prossimi anni, che saranno comunque complicati.
Non mi nascondo che, accanto a tali errori, le amministrazioni – e le forze politiche che le sostengono – hanno saputo centrare l’obiettivo di portare a termine la procedura per la fusione dei Comuni, entro il mandato quinquennale. All’inizio, non molti avrebbero scommesso che ci sarebbe stata da parte di tutti la volontà e la coesione necessarie per andare fino in fondo. Mi sembra doveroso riconoscerlo.
Se lamento quelle che mi sento di definire le lacune del processo, è proprio perché sono profondamente convinto che quella della fusione sia per la Valle del Samoggia un’occasione storica: non solo per ottenere maggiore efficienza e risparmi che in questo momento sono una boccata d’ossigeno necessaria per preservare il più possibile i servizi per i cittadini; ma soprattutto per costruire un progetto condiviso per il futuro della vallata, per il suo territorio, per le sue comunità e la comunità più grande che esse compongono.

Allargare i confini, intercettare le energie

13 giugno 2012

Questo è il testo del mio intervento alla Direzione provinciale PD di ieri, martedì 12 giugno.

Vedo un intuito profondo nella scelta di Bersani di “chiamare” le primarie. La virtù delle primarie è anzitutto – anche se non sempre ci si pensa – quella di definire un campo, delimitare un perimetro (che lo si chiami “centrosinistra”, “alleanza dei progressisti ecc.). È un modo per arrestare le derive dell’antipolitica, dell’antisistema a tutti i costi: allargare i confini – non a caso Bersani insiste su primarie “aperte” – significa dire “ci siamo, “chi ci sta ci sta, si lavora insieme per qualcosa. Significa dire: questo è il campo dove ci sta la competizione, leale ma anche forte, ma anzitutto c’è la condivisione, il coinvolgimento su un progetto che certo va definito, e sul quale si può litigare, ma su cui fin d’ora si possa dire “c’interessa”.

In questo senso è perfettamente consequenziale, per Bersani, mettere Di Pietro davanti a una scelta: senza rispetto e riconoscimento reciproci non si va avanti, o Di Pietro decide di fare la controfigura di Grillo oppure sceglie una strada di responsabilità: confido che i tanti amministratori IDV che governano con noi sappiano indurlo a fare la scelta giusta. Come pure confido che Vendola non rinunci a quel “marchio” di governabilità che resta per lui caratteristico e vincente rispetto a altre espressioni della sinistra radicale.

“C’è molto PD al di fuori del PD”, ha detto giustamente il segretario Donini nella sua relazione. Bello. Ma è un bel problema! Penso che queste primarie siano l’occasione – e temo proprio che siano l’ultima – per riprenderlo dentro. Sicuramente dentro questo sforzo condiviso. Possibilmente, anche dentro il PD: almeno per i moltissimi per cui l’alternativa non è tra il PD e altro, è tra il PD e il niente, magari voto quel che mi capita ma soprattutto non m’impegno più.
(Apro una parentesi: primarie con un solo candidato PD non sono il modo migliore per tenerne aperte le porte: tutte le persone che si riconoscono nel progetto del PD, ma preferirebbero non votare Bersani, a chi le lasciamo? A chi le vogliamo lasciare? Pensiamo anche a come si sono svolte le primarie qui a Bologna – nonostante alla fine il candidato “targato” PD fosse uno solo. La Bindi, da presidente, pone giusti problemi statutari: ma non ignori il senso politico profondo di quest’operazione!)

Indire le primarie è una reazione sana, che contrasta con lo spirito di arroccamento. Il rischio infatti è tremendo e paradossale: essere identificati con la “Casta”: vuoi perché il centrodestra per ora non c’è più – che sia per sfacelo, per tattica o ambo le cose -; vuoi soprattutto nei luoghi dove portiamo da tempo l’onere del governo; vuoi perché facciamo delle cazzate – vedi nomine Agcom ecc., su cui già altri qui si sono ben espressi.

Quando paventavo la “santa alleanza” di tutti contro il PD, un paio di mesi fa, anche a livello locale, venivo preso in giro: e io stesso dubitavo di averla sparata un po’ grossa. Poi il “tutti contro il PD” l’abbiamo visto materializzarsi e vincere a Parma e a Comacchio e sfiorare la vittoria a Budrio (ovviamente, complimenti al PD di Budrio che alla fine l’ha spuntata).
Ecco, questo tipo di schema nasce proprio – penso – quando il PD non sa aprirsi in un afflato di costruzione comune: quello che Donini, all’epoca della campagna per Bologna, chiamava “civico” (e che non ha nulla a che vedere con la “lista civica” di Repubblica). Avere la saggezza e l’umiltà di accogliere le diversità, per non vedersele coalizzate contro. È difficile, dal momento che abbiamo un progetto di governo, e non possiamo permetterci di accogliere indiscriminatamente gli impulsi allo sfascio, la bizzarria antisistema, il complottismo – fenomeni che, fra l’altro, mi preoccupano anche dal punto di vista della stessa convivenza sociale.
Difficile, insomma, quest’operazione di apertura e di contaminazione: ma assolutamente necessaria. Anche laddove si debba rinunciare a qualche tranquillità nell’azione politica e amministrativa. Anche laddove sembri di moltiplicare invano la fatica, e dio sa quanto ci sarebbe bisogno di concentrare le energie sulle priorità del governare, anche a livello locale, in questi tempi difficili. Ma si tratta proprio di un investimento per tener dentro quelle grandi energie potenziali, fatte di cittadini competenti e volenterosi, di quelli che troppo spesso abbiamo visto abbandonare le nostre file, per dinamiche su cui occorrerebbe riflettere profondamente.

Non vi nascondo, in questo senso – lo dico sommessamente ma lo dico – la mia preoccupazione per la Valsamoggia, in cui un progetto di portata epocale, una sfida coraggiosa, di grande buonsenso ma soprattutto di grande proiezione verso il futuro, come la fusione dei Comuni, rischia di soffrire troppo più del fisiologico per l’insufficienza – a mio personale parere – di questa operazione di apertura e di coinvolgimento autentico dei cittadini. Non basta la sana convinzione che si sta portando avanti un progetto valido, la buona coscienza di agire con determinazione per il bene comune, se non c’è uno sforzo che non dev’essere solo (ma dev’essere anche questo) di buona comunicazione di obiettivi e processi, ma di chiamata a progettare insieme.
In questo senso gli ultimi mesi, ritengo, non sono stati completamente soddisfacenti, forse per troppo scrupolo, forse per voler mantenere – anche comprensibilmente – le mani più libere nel momento delicatissimo dell’implementazione del nuovo Comune unico. Abbiamo dato alle forze politiche di opposizione qualche alibi per prendere la strada più facile, quella del tanto peggio tanto meglio, e ormai hanno fatto in gran parte le loro scelte, che reputo distruttive. Resta molto da lavorare con le forze sociali e la cittadinanza. Abbiamo ancora alcuni mesi. Alcuni amministratori stanno lavorando molto bene con le forze sociali (cito, non solo per patriottismo, il sindaco di Bazzano, ma naturalmente non è l’unico!). Prendiamoci tutti questo compito, facciamolo e facciamolo insieme.

È solo un esempo – anche se un esempio che m’interessa particolarmente, e a cui del resto abbiamo voluto conferire un valore di esempio a livello nazionale – di un’operazione necessaria in tutto il Paese e nel nostro territorio. Serve la convinzione di tutti. Condivido anche il pensiero che se le primarie diventano solo una competizione mediatica tra candidati leader e non parlano di contenuti e sui contenuti non coinvolgono le persone per costruire un progetto, non basteranno.
Il terremoto ha mostrato la diffusa capacità e valore dei nostri amministratori. Ci ha mostrato come il senso di solidarietà, di comunità, di un’identità sana sia ancora ben vivo tra noi. Il PD è nel cuore profondo di questa storia, il PD non deve lasciare che questa storia prosegua senza di lui. Abbiamo pochi mesi per farlo.


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