Congresso PD: numeretti e sassolini

24 marzo 2017

I primissimi risultati dei “congressini” dei circoli sembrano premiare Renzi anche nell’Emilia profonda. Invece che sottolineare correttamente che stiamo parlando di un risultato ancora statisticamente non rilevante, alcuni sostenitori, anche autorevoli, delle mozioni concorrenti (non uso “avversarie” perché stiamo parlando, e dovremmo ricordarcene tutti, di una competizione interna a un partito) insistono sul fatto che il calo dei votanti (anch’esso, peraltro, per ora statisticamente non significativo…) dimostrerebbe il cattivo “stato di salute” del PD.

 

In sede congressuale, naturalmente, ciascuno usa gli argomenti che vuole e soprattutto che può.

 

Vorrei però precisare un paio di cose:

 

Il PD ha sicuramente un problema di calo delle iscrizioni, che è l’indice di una crisi più generale di modello di partito. A cui vanno trovate soluzioni, né nostalgiche né demolitorie. Ma è una crisi che rimonta a ben prima dell’epoca di Renzi, come mostrano sufficientemente bene i dati. Tenendo in conto anzi che è stata la nascita del PD a essere un momento di controtendenza rispetto alla crisi dei partiti che in esso sono confluiti. Dove in molte realtà c’erano centinaia di iscritti, ma pochissimi venivano a votare ai congressi e ancora meno partecipavano alla vita del partito.

Da renziano, a Renzi imputo di non essersi occupato di questo problema. Anzi, di tante è la critica più forte e più dura che gli muovo. E spero e credo che il “ticket” con Martina significhi proprio, anche, l’intenzione di lavorare sul partito. Ne abbiamo la necessità assoluta.

Ma non ci sto a dare a Renzi la colpa di una crisi, che nasce ben prima di lui e attraversa tutte le segreterie precedenti. Tutte.

Oggi a livello nazionale il PD presenta una situazione a macchia di leopardo: in alcuni territori (per esempio in varie aree della Lombardia e del Piemonte), grazie a nuovi modelli organizzativi e a una buona dose di energia e di creatività, sta rinascendo e insediandosi in luoghi tradizionalmente ostili; ma in molte altre zone osserviamo una semplice e progressiva decadenza del modello del passato, senza capacità di autentico rinnovamento.

Fa specie osservare che certe critiche provengono proprio da esponenti di punta di una classe dirigente territoriale che, nel suo complesso, ha probabilmente gestito l’esistente in modo decoroso ma sembra non aver saputo attuare mosse decisive per investire la tendenza.

 

L’idea surrettizia per cui i successi (per ora assolutamente provvisori!) di Renzi tra gli iscritti derivino dal fatto che ormai sarebbero rimasti nel partito solo i renziani è una palese falsità. Nessuno nega le dolorose fuoruscite – che peraltro non sono una novità –; ma occorrerebbe anche guardare a tutti coloro che si stanno avvicinando o riavvicinando al PD proprio in questi ultimi anni o mesi. Soprattutto, quella lettura si scontra con la realtà che ognuno ha sott’occhio nel proprio circolo e nel proprio ambiente, e che vede molti militanti, storicamente avversi a Renzi, dichiarare pubblicamente che stavolta daranno a Renzi il loro sostegno.
Sicuramente hanno influito le tante riforme e azioni tenacemente portate a termine dal governo, nonostante le riserve che ciascuno può avere su questa o su quella. Ma credo che abbia avuto una parte determinante la lunga e dura campagna referendaria. A differenza di autorevoli commentatori che ritengono che Renzi abbia stregato il PD offrendo l’illusione della vittoria, è proprio nel momento in cui Renzi non ha vinto – pagando duramente di persona – che ha convinto una buona parte del partito: che non si rassegna alla brusca interruzione di quella storia. Che intende fare tesoro degli errori commessi, ma certo non fare tabula rasa. Mentre il comportamento di molti degli avversari interni (buona parte dei quali ora sono…altrove) è stato avvertito in modo assai negativo dalla gran parte della “base”. Non sto parlando di dirigenti, sulle cui scelte può sempre essere fatto ventilare lo spettro della convenienza: parlo di militanti che non hanno nulla da guadagnare e nulla da perdere. Se non il loro partito e le loro speranze per il Paese.

Del resto, oggi anche la gran parte di coloro che sostengono gli altri candidati sono ben determinati a rimanere nel partito anche se le primarie dovesse vincerle Renzi. Ciò dovrebbe frenare le spinte degli ultras di tutte le fazioni e curare che la legittima e sacrosanta propaganda congressuale non vada oltre i livelli di guardia. Dopo il congresso, comunque vada, ci sarà un sacco di lavoro da fare, e sarà meglio farlo con tutte le energie disponibili.


Alle soglie del congresso PD

14 marzo 2017

Rispetto a tre-quattro anni fa Matteo Renzi ha certo perso consenso nel Paese. Cosa peraltro piuttosto prevedibile: prima era solo un addensarsi di aspettative che ognuno (a parte i fiorentini) poteva disegnarsi a suo modo, ora ha governato l’Italia per tre anni in cui molte decisioni sono state prese, molte leggi approvate, molti nodi tagliati in un modo o nell’altro. Il suo stile di comunicazione e di governo sicuramente ha contribuito a polarizzare opinioni e simpatie, i delusi ci sono e spesso sono tra i critici più taglienti.
Tuttavia, contemporaneamente, Renzi ha acquistato consenso nel PD. Non solo perché, banalmente, alcuni (a volte rumorosamente, più spesso silenziosamente) sono andati via dal PD per via di Renzi, mentre altri si sono avvicinati per lo stesso motivo. Ma anche perché Renzi alla fine è riuscito a convincere molti militanti e simpatizzanti che finora non gli avevano concesso la loro fiducia.
Certo, essere il segretario mette sicuramente Renzi in una posizione di vantaggio: per molti militanti, non solo tra i più anziani, “il segretario”, anche quando non si è tra i suoi sostenitori, è una persona che comunque merita rispetto e attenzione, che possono trasformarsi in apprezzamento. In questi anni ho visto molte persone del PD, che non definirei in alcun modo “renziane”, dare a Renzi un’apertura di credito. Al netto dei suoi difetti, limiti ed errori e di alcune scelte di governo meno condivise. Del resto una polarizzazione così forte, voluta sia da Renzi sia dall’oltranzismo di molti oppositori interni, non poteva che generare una scelta di campo che non ammetteva mezze misure.

Un passaggio fondamentale, da questo punto di vista, è stata la campagna per il referendum costituzionale. La sconfitta ha cementato solidarietà e desiderio di rivalsa anche tra i non renziani. Se per i principali oppositori interni una débacle così bruciante doveva significare tout court la fine di Renzi, per una parte importante del partito la brutalità dell’interruzione del triennio renziano ha generato una reazione netta e orgogliosa, non priva di qualche eccesso. Senza contare che la scissione – nata in ultima analisi da questa drammatica aporia di lettura dei fatti, e le cui reali proporzioni saranno valutabili solo tra qualche tempo – ha in ogni caso generato tra chi ha deciso di rimanere nel PD un ulteriore impulso alla coesione.
Del resto, a chi non condivide la “linea” di Renzi ma ha scelto di non abbandonare il partito (compresa una fetta importante della classe dirigente), la candidatura di Orlando, più di quella di Emiliano, ha offerto provvidenzialmente una modalità pienamente accettabile e competitiva di esprimere la propria posizione. Al netto di contrapposizioni utili ad attirare l’attenzione dei media più ancora dell’interesse dei militanti, peraltro, il progetto di Orlando sarà tanto più convincente quanto più capace di andare, anziché contro Renzi, oltre Renzi, ad allontanarsi dalla nostalgia del passato per prospettare in modo convincente quella tensione al futuro che ha reso inaccettabile per la maggior parte l’idea di tornare tra le braccia di D’Alema e Bersani.

Al Lingotto Renzi è stato molto abile nel trasmettere il messaggio di voler rimediare ai propri errori: in particolare l’eccessiva personalizzazione e la necessità di riconnettersi con temi e sensibilità propriamente “di sinistra”. Il “ticket” con Martina, l’aspetto più appariscente di entrambi i corni di questa correzione, è un elemento sufficientemente concreto (dietro Martina c’è un’ala numericamente e strategicamente importante del partito) per fugare il dubbio che si tratti di un mero restyling di comunicazione. E lascia ben sperare anche per uno dei problemi più seri: la gestione del partito, che è stata obiettivamente molto carente, e non ha bisogno tanto di proclami programmatici ma soprattutto di qualcuno che metta mano al magma in modo più deciso, autorevole e profondo di quanto sia avvenuto finora.

Questa strategia a due cerchi concentrici (quello interno alla mozione Renzi, con Martina, e quello esterno ad essa ma interno al partito, con Orlando) sembra capace non solo di frenare in modo sostanziale le fughe della sinistra interna ma anche di ridare spinta all’intero progetto: senza dimenticare che un terzo “cerchio utile”, esterno al PD ma non alla strategia complessiva, dovrebbe essere, non senza difficoltà e complicazioni, quello del “campo progressista” di Pisapia. E l’ala centrista? Nel complesso saldamente in mano a Renzi, ma sarà importante seguire eventuali fibrillazioni e posizionamenti; così come occorrerà tener sempre presente la dimensione geografica del partito: non solo per una candidatura connotata anche da questo punto di vista come quella di Emiliano; ma proprio perché nel rapporto spesso sfilacciato tra il suo centro e le periferie il PD si gioca molto del suo futuro.


Quorum, virgola, ego.

18 aprile 2016

La “piazza” virtuale è spiacevolmente invelenita dai postumi del referendum di ieri. Troppo per la misura del quesito in ballo. Si è voluto caricare questo referendum, specialistico e marginale, di significati arbitrari: l’operazione – piuttosto “a freddo” – non è riuscita, rimane solo quest’inutile coda di acrimonia.

Anche per via della natura del quesito, occorreva letteralmente inventarsi argomenti per motivare la gente, in un senso e nell’altro: da qui una delle campagne più brutte e farlocche degli ultimi tempi, e ce ne vuole.

Per abrogare una legge approvata a maggioranza dai legittimi rappresentanti dei cittadini, c’è bisogno del consenso di una grossa fetta di cittadini. Da qui l’idea costituzionale del quorum. Spetta a chi vuole abrogare la legge dimostrare che quel consenso è maggioritario nel corpo elettorale. Le regole del gioco sono chiare e ogni comportamento è lecito: compreso astenersi per far saltare il quorum, compreso chiedere di votare no perché tanto vincono i sì. A maggior ragione, quindi, serve dare e chiedere rispetto per tutti: per chi è andato a votare (sì, no, bianca – come me –, nulla) e per chi non c’è andato. Le reliquie del nonno partigiano, che Dio lo abbia in gloria, non andrebbero tirate fuori a caso: si sciupano anche così.

Avrei preferito che il mio partito spiegasse la scarsa utilità del referendum, senza invitare esplicitamente all’astensione. È una questione squisitamente estetica, ma anche l’estetica ha la sua importanza.

Molto più importante: avrei preferito che il mio partito evitasse questo scontro istituzionale tra Stato e Regioni. Risulta difficile capire come mai, disinnescati 5 referendum su 6, non si potesse arrivare a disinnescare anche il sesto. Direi che alla volontà di mediazione, a un certo punto, si è sostituita la voglia di arrivare alla prova di forza. Qualcuno faceva male i suoi conti, e l’ha persa malissimo, qualcun altro l’ha vinta. Era meglio non arrivarci.

Ancora più importante: vorrei che il mio partito fosse un partito. Non una caserma, ma neanche un bordello. Lo spettacolo non dico di iscritti e simpatizzanti, ma di parlamentari, dirigenti di partito, amministratori e militanti che facevano sostanzialmente ciascuno quel cazzo che gli pare, non di rado partecipando alla fiera del reciproco insulto, è stato avvilente.

Se fai lo sbruffone quando vinci sei uno sbruffone, se fai lo sbruffone quando perdi sei un cretino.

Lo Sblocca Italia rimane, a mio modesto parere, uno dei provvedimenti più discutibili del governo, non solo in campo di concessioni estrattive. Peccato che, anche in quest’ultimo campo, i problemi più importanti (per esempio la scarsa entità delle royalties) rimanessero ben fuori dell’ambito del referendum.

Ci sarebbe anche da fare un discorso serio sui rapporti tra Stato e autonomie locali. Chiedo troppo, vero?

La democrazia, come ogni attività umana, ha un costo. Piccolo: ogni voto costa 6-7 euro a cittadino. La Costituzione mette a disposizione l’istituto del referendum a determinate condizioni, che sono state rispettate. Inutile buttare addosso ai promotori le spese del referendum per aver esercitato un loro diritto costituzionale, inutile buttarle addosso al governo perché (come da legge) non le ha accorpate alle amministrative mettendo insieme pere con mele.

Non ha alcun senso sommare i voti fuori del proprio contesto. Al prossimo referendum, per non parlare delle prossime elezioni, quei quindici milioni e mezzo di votanti, e quei trentaquattro milioni di non votanti, si scomporranno e ricomporranno in modo completamente diverso. Incuranti delle mosche cocchiere.

Sarei veramente curioso di sapere quanti, tra chi si lamenta del quorum bestemmiando addosso a Renzi e sperando di impallinarlo al referendum costituzionale di ottobre, sanno che la riforma su cui si voterà in ottobre prevede l’abbassamento del quorum a livelli molto più agevoli (la metà dei votanti alle elezioni politiche precedenti) purché si siano raccolte 800.000 firme anziché 500.000 (ma rimane anche l’opzione attuale).

Siamo andati a votare in quindici milioni e mezzo, quorum ego. Anzi, quorum ega. Ma questa la capisce solo chi ha fatto le scuole medie a Bazzano qualche tempo fa.

 

 


Senato: due parole (da profano) sulla controproposta della minoranza PD

3 aprile 2014

L’Espresso pubblica il testo della contro-proposta di riforma del Senato elaborata da venti senatori riconducibili alla minoranza (meglio, alle minoranze) del PD.
Qui di seguito una mia analisi che riassumo così: al di là di ogni considerazione di opportunità, la proposta mi sembra al tempo stesso contraddittoria nell’impianto e poco significativa rispetto a quella proposta dal governo.

L’unico scopo della proposta è mantenere un senato elettivo: 100 eletti, che però avrebbero molte meno funzioni degli attuali. Sicuri che QUESTO non sarà uno spreco? Infatti, chi critica la proposta del governo perché prevede che gran parte dei senatori sarebbero sindaci, presidenti di regione e consiglieri regionali con poco tempo a disposizione, sembra dimenticare (al di là che per esempio è discutibile che il compito di consigliere regionale “semplice” lasci l’eletto del tutto privo di tempo da utilizzare), che questi dovrebbero prestare parte del loro tempo per un Senato che però “fa molte meno cose”, e quindi richiede molto meno tempo, di quello attuale. Senza contare che il Senato proposto dal governo sarebbe un luogo deputato ai rapporti tra Stato centrale e autonomie regionali e municipali, che già oggi richiedono molto tempo alle Regioni e ai Comuni. Insieme alla riforma del Senato, va ricordato, ci sarebbe anche quella del titolo V della Costituzione, che dovrebbe portare un’ulteriore, notevole semplificazione in questo senso. I 100 senatori contenuti in questa proposta, invece, sarebbero esclusivamente rivolti all’esercizio delle relativamente poche funzioni previste.

Infatti, le prerogative di questo Senato sarebbero molto simili a quelle della proposta del governo: quest’ultima già prevede che il Senato continui a dover approvare le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali (svolgendo quindi una funzione di garanzia sul mantenimento dell’assetto istituzionale, quella che molti invece paventano venga meno).

Al tempo stesso, in questa proposta si dimezza il numero dei deputati: cosa che potrà far piacere ad alcuni, ma piuttosto curiosa per chi dice di avere a cuore la rappresentanza, che viene invece ulteriormente compressa (315 deputati + 100 senatori = 415 parlamentari, mentre la riforma proposta dal governo mantiene i 630 parlamentari). E se i promotori garantiscono che questa proposta sarà votata più volentieri dai senatori, sicuri che invece non finirà per non piacere affatto ai deputati, e via di rimpallo e scaricabarile?

In questa proposta rimane la diversa soglia di età necessaria per essere elettori delle due camere, ma al tempo stesso lo scarto viene ridotto a pochissimo (per eleggere i senatori basterebbero 21 anni rispetto agli attuali 25, contro i 18 per eleggere la camera) quindi due basi elettorali diverse MA quasi uguali (poveri scrutatori, fra l’altro): non era meglio conservare gli attuali 18/25 o al contrario uniformare del tutto?).

Buona cosa introdurre il principio dell’equilibrio di genere: ma nella proposta è formulato in modo del tutto generico, così che potrebbe già tranquillamente essere considerato recepito nella legge vigente: quindi nessun vero avanzamento anche da questo punto di vista.

 I senatori di nomina presidenziale, che probabilmente sono in numero eccessivo nella proposta del governo (che peraltro prevede una loro nomina per 7 anni anziché a vita come oggi), verrebbero del tutto eliminati: secondo me basterebbe ridurli di numero, senza rinunciare completamente a questa possibilità. (ricordo che nella proposta del governo anche tali figure sarebbero prive di indennità). In compenso, serve davvero introdurre (come vuole questa proposta) dei senatori in rappresentanza degli italiani all’estero?

Se il tema era quello di un Senato che avesse una funzione di garanzia presupposta necessaria in un ordinamento monocamerale, mi sembra – lo dico da profano – che sia stato svolto piuttosto male, e che questa bozza, a prescindere da ogni altra considerazione, sia alquanto più maldestra di quella, pur perfettibile, proposta dal governo.


Come siamo arrivati qui

29 aprile 2013

Se fossi in Parlamento, voterei la fiducia al governo Letta.
Ma sarebbe grave dimenticare come siamo arrivati a questa situazione.

Dal congresso alle primarie. Una sinistra “che facesse la sinistra”, per poi allearsi col centro, era già una direzione insita nel progetto di Bersani al congresso del 2009. I possibili contrappesi in direzione ulivista, che pure esistevano (e grazie ai quali io stesso finii per aderire a quel progetto), si sono via via rivelati inefficaci. La polarizzazione delle primarie di novembre 2012, in particolare l’idea che non fossero tanto un sano confronto interno al PD, ma una guerra per la sopravvivenza della “vera” identità del PD – evidentemente vista in una logica di continuità con le identità dei partiti precedenti, in particolare della tradizione risalente al PCI – rispetto a una pericolosa invasione (una percezione falsamente indotta, ma a cui, beninteso, alcuni atteggiamenti di Renzi e di certi suoi sostenitori hanno talora prestato il fianco), è stata particolarmente efficace nella mobilitazione interna ma ha provocato conseguenze nefaste. Da un lato, facendo sentire come stranieri in casa propria non solo i tanti del PD che sostenevano Renzi, ma soprattutto i molti sostenitori provenienti dall’esterno e in particolare chi a lui guardava pur proveniendo da altre aree politiche. Dall’altro, alimentando una pericolosa falsa sicurezza, non priva di componenti regressive, come se vincere alle primarie fosse stato il punto cruciale di una stagione che si sarebbe comunque risolta in un trionfo elettorale del centrosinistra.

La rinuncia alla vocazione maggioritaria, comunque declinata, e la prospettiva di un governo che avrebbe comunque visto l’alleanza con Monti – l’unica variabile, a questo punto, erano i rapporti di forza – ha finito per renderci insufficientemente convincenti sia al centro, sia a sinistra; soprattutto, l’incapacità di dare risposte all’elettorato bisognoso di rinnovamento e di partecipazione – con le primarie di novembre 2012 vissute come assalto o difesa del fortino assediato anziché come occasione di apertura alla società e di vero e comunque positivo confronto – ha significato aprire vaste praterie al movimento di Grillo, che alternava abilmente alle prevalenti parole d’ordine anticasta alcuni accenti destrorsi e parole d’ordine tipicamente di sinistra come quella per l’ambiente e i beni comuni.

Le “parlamentarie”. Anche le pur innovative primarie per l’elezione dei parlamentari hanno avuto un impatto limitato e talora controproducente, riuscendo a intercettare la sola platea degli elettori più affezionati. Hanno peraltro prodotto un forte rinnovamento – anagrafico più che politico – delle candidature. I candidati scelti fuori dalle primarie, poi, in parte hanno costituito scelte felici e di pregio, capaci di parlare a una platea più vasta; in parte hanno risposto a un riequilibrio correntizio anche comprensibile, ma che è stato percepito come contraddittorio con la logica delle primarie, esposto a facili critiche interne ed esterne.

La campagna elettorale. Tutto questo, probabilmente, non avrebbe compromesso la vittoria del PD e della coalizione di centrosinistra, che partiva da un vantaggio robusto. Ma giunto il tempo della campagna elettorale vera e propria, mentre Berlusconi – dopo averne dettato i tempi facendo cadere il governo Monti – rianimava il proprio sconfortato esercito con una serie di trovate mirabolanti, e Grillo varava a tutto campo lo “tsunami tour”, sembrava che le energie del PD si fossero completamente esaurite nella stagione delle primarie. O che attendessimo semplicemente che l’Italia, come per diritto divino, cadesse nelle nostre mani come il frutto maturo della crisi. La campagna elettorale – per ammissione ormai unanime – è stata assolutamente insufficiente, se non addirittura inesistente, e comunque afona. Discutibile quanto ciò sia dovuto a una grave insufficienza tecnica e organizzativa, quanto a una imperdonabile sottovalutazione politica e alla difficoltà di trovare contenuti concreti e condivisi: sta di fatto che non siamo stati in grado di produrre una comunicazione chiara ed efficace, mentre quote sempre maggiori anche del nostro elettorato risultavano ormai in bilico, assieme alle regioni-chiave per assicurarsi un numero sufficiente di seggi in Senato.
Se la ricostruzione di vari sondaggisti è corretta, è negli ultimi 10-15 giorni che gli equilibri si sono volti robustamente a nostro sfavore, producendo il risultato del 25 marzo.

Dopo le elezioni. Questo risultato è stato solo gradualmente compreso e ammesso come una grave sconfitta, con la complicazione del pessimo risultato di Monti che rendeva insufficiente l’alleanza tra centro e centrosinistra. Il tentativo di Bersani di formare un governo dialogando col Movimento 5 Stelle è servito anche a prendere tempo per assorbire il colpo e preparare il partito alle conseguenze. L’elezione dei presidenti di Camera e Senato ha fatto pensare a un certo punto – probabilmente a torto – che il dialogo con i grillini fosse possibile, ma è chiaro che un’applicazione coerente del “metodo Grasso” avrebbe comportato la rinuncia dell’aspirazione di Bersani a presidente del Consiglio: cosa che di fatto non è mai avvenuta.  Dopo il rifiuto di Napolitano – secondo me discutibile – di mandare Bersani al voto delle Camere in assenza di numeri certi, la candidatura di Marini a presidente della Repubblica materializzava oggettivamente, al di là delle intenzioni dei singoli, la prospettiva delle larghe intese.  Tale prospettiva, alla fine – nonostante il rigetto a furor di popolo di Marini, il disonorante siluramento della candidatura di Prodi e la spinta di una parte del partito per convergere su Rodotà candidato dai grillini –,  è risultata prevalente con la sofferta rielezione di Napolitano.
Evidentemente è un risultato a cui parte del gruppo dirigente puntava da tempo, come la strategia più ovvia una volta constatata l’insufficienza dell’alleanza con Monti, peraltro concorde nel sostenere la necessità di allargare al centrodestra. Se le contraddizioni delle ultime settimane sono da rimproverare a Bersani – degno, e ci mancherebbe, del massimo rispetto personale e della più grande umana solidarietà –, quella di base la condivide non solo con tutto il gruppo dirigente nazionale con le sue filiere locali, ma con tutti gli elettori delle primarie: quelli che l’hanno sostenuto e quelli che, “in solidum”, ne hanno accettato lealmente il risultato, anzi i risultati: non solo quello del 2 dicembre, ma anche quelli del 25 marzo e del 28 aprile che ne sono coerentemente derivati. Per questo non servono improbabili abiure e rapidi riposizionamenti, ma una riflessione seria sull’accaduto che apra una prospettiva per il futuro.


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