Alle soglie del congresso PD

14 marzo 2017

Rispetto a tre-quattro anni fa Matteo Renzi ha certo perso consenso nel Paese. Cosa peraltro piuttosto prevedibile: prima era solo un addensarsi di aspettative che ognuno (a parte i fiorentini) poteva disegnarsi a suo modo, ora ha governato l’Italia per tre anni in cui molte decisioni sono state prese, molte leggi approvate, molti nodi tagliati in un modo o nell’altro. Il suo stile di comunicazione e di governo sicuramente ha contribuito a polarizzare opinioni e simpatie, i delusi ci sono e spesso sono tra i critici più taglienti.
Tuttavia, contemporaneamente, Renzi ha acquistato consenso nel PD. Non solo perché, banalmente, alcuni (a volte rumorosamente, più spesso silenziosamente) sono andati via dal PD per via di Renzi, mentre altri si sono avvicinati per lo stesso motivo. Ma anche perché Renzi alla fine è riuscito a convincere molti militanti e simpatizzanti che finora non gli avevano concesso la loro fiducia.
Certo, essere il segretario mette sicuramente Renzi in una posizione di vantaggio: per molti militanti, non solo tra i più anziani, “il segretario”, anche quando non si è tra i suoi sostenitori, è una persona che comunque merita rispetto e attenzione, che possono trasformarsi in apprezzamento. In questi anni ho visto molte persone del PD, che non definirei in alcun modo “renziane”, dare a Renzi un’apertura di credito. Al netto dei suoi difetti, limiti ed errori e di alcune scelte di governo meno condivise. Del resto una polarizzazione così forte, voluta sia da Renzi sia dall’oltranzismo di molti oppositori interni, non poteva che generare una scelta di campo che non ammetteva mezze misure.

Un passaggio fondamentale, da questo punto di vista, è stata la campagna per il referendum costituzionale. La sconfitta ha cementato solidarietà e desiderio di rivalsa anche tra i non renziani. Se per i principali oppositori interni una débacle così bruciante doveva significare tout court la fine di Renzi, per una parte importante del partito la brutalità dell’interruzione del triennio renziano ha generato una reazione netta e orgogliosa, non priva di qualche eccesso. Senza contare che la scissione – nata in ultima analisi da questa drammatica aporia di lettura dei fatti, e le cui reali proporzioni saranno valutabili solo tra qualche tempo – ha in ogni caso generato tra chi ha deciso di rimanere nel PD un ulteriore impulso alla coesione.
Del resto, a chi non condivide la “linea” di Renzi ma ha scelto di non abbandonare il partito (compresa una fetta importante della classe dirigente), la candidatura di Orlando, più di quella di Emiliano, ha offerto provvidenzialmente una modalità pienamente accettabile e competitiva di esprimere la propria posizione. Al netto di contrapposizioni utili ad attirare l’attenzione dei media più ancora dell’interesse dei militanti, peraltro, il progetto di Orlando sarà tanto più convincente quanto più capace di andare, anziché contro Renzi, oltre Renzi, ad allontanarsi dalla nostalgia del passato per prospettare in modo convincente quella tensione al futuro che ha reso inaccettabile per la maggior parte l’idea di tornare tra le braccia di D’Alema e Bersani.

Al Lingotto Renzi è stato molto abile nel trasmettere il messaggio di voler rimediare ai propri errori: in particolare l’eccessiva personalizzazione e la necessità di riconnettersi con temi e sensibilità propriamente “di sinistra”. Il “ticket” con Martina, l’aspetto più appariscente di entrambi i corni di questa correzione, è un elemento sufficientemente concreto (dietro Martina c’è un’ala numericamente e strategicamente importante del partito) per fugare il dubbio che si tratti di un mero restyling di comunicazione. E lascia ben sperare anche per uno dei problemi più seri: la gestione del partito, che è stata obiettivamente molto carente, e non ha bisogno tanto di proclami programmatici ma soprattutto di qualcuno che metta mano al magma in modo più deciso, autorevole e profondo di quanto sia avvenuto finora.

Questa strategia a due cerchi concentrici (quello interno alla mozione Renzi, con Martina, e quello esterno ad essa ma interno al partito, con Orlando) sembra capace non solo di frenare in modo sostanziale le fughe della sinistra interna ma anche di ridare spinta all’intero progetto: senza dimenticare che un terzo “cerchio utile”, esterno al PD ma non alla strategia complessiva, dovrebbe essere, non senza difficoltà e complicazioni, quello del “campo progressista” di Pisapia. E l’ala centrista? Nel complesso saldamente in mano a Renzi, ma sarà importante seguire eventuali fibrillazioni e posizionamenti; così come occorrerà tener sempre presente la dimensione geografica del partito: non solo per una candidatura connotata anche da questo punto di vista come quella di Emiliano; ma proprio perché nel rapporto spesso sfilacciato tra il suo centro e le periferie il PD si gioca molto del suo futuro.


Come siamo arrivati qui

29 aprile 2013

Se fossi in Parlamento, voterei la fiducia al governo Letta.
Ma sarebbe grave dimenticare come siamo arrivati a questa situazione.

Dal congresso alle primarie. Una sinistra “che facesse la sinistra”, per poi allearsi col centro, era già una direzione insita nel progetto di Bersani al congresso del 2009. I possibili contrappesi in direzione ulivista, che pure esistevano (e grazie ai quali io stesso finii per aderire a quel progetto), si sono via via rivelati inefficaci. La polarizzazione delle primarie di novembre 2012, in particolare l’idea che non fossero tanto un sano confronto interno al PD, ma una guerra per la sopravvivenza della “vera” identità del PD – evidentemente vista in una logica di continuità con le identità dei partiti precedenti, in particolare della tradizione risalente al PCI – rispetto a una pericolosa invasione (una percezione falsamente indotta, ma a cui, beninteso, alcuni atteggiamenti di Renzi e di certi suoi sostenitori hanno talora prestato il fianco), è stata particolarmente efficace nella mobilitazione interna ma ha provocato conseguenze nefaste. Da un lato, facendo sentire come stranieri in casa propria non solo i tanti del PD che sostenevano Renzi, ma soprattutto i molti sostenitori provenienti dall’esterno e in particolare chi a lui guardava pur proveniendo da altre aree politiche. Dall’altro, alimentando una pericolosa falsa sicurezza, non priva di componenti regressive, come se vincere alle primarie fosse stato il punto cruciale di una stagione che si sarebbe comunque risolta in un trionfo elettorale del centrosinistra.

La rinuncia alla vocazione maggioritaria, comunque declinata, e la prospettiva di un governo che avrebbe comunque visto l’alleanza con Monti – l’unica variabile, a questo punto, erano i rapporti di forza – ha finito per renderci insufficientemente convincenti sia al centro, sia a sinistra; soprattutto, l’incapacità di dare risposte all’elettorato bisognoso di rinnovamento e di partecipazione – con le primarie di novembre 2012 vissute come assalto o difesa del fortino assediato anziché come occasione di apertura alla società e di vero e comunque positivo confronto – ha significato aprire vaste praterie al movimento di Grillo, che alternava abilmente alle prevalenti parole d’ordine anticasta alcuni accenti destrorsi e parole d’ordine tipicamente di sinistra come quella per l’ambiente e i beni comuni.

Le “parlamentarie”. Anche le pur innovative primarie per l’elezione dei parlamentari hanno avuto un impatto limitato e talora controproducente, riuscendo a intercettare la sola platea degli elettori più affezionati. Hanno peraltro prodotto un forte rinnovamento – anagrafico più che politico – delle candidature. I candidati scelti fuori dalle primarie, poi, in parte hanno costituito scelte felici e di pregio, capaci di parlare a una platea più vasta; in parte hanno risposto a un riequilibrio correntizio anche comprensibile, ma che è stato percepito come contraddittorio con la logica delle primarie, esposto a facili critiche interne ed esterne.

La campagna elettorale. Tutto questo, probabilmente, non avrebbe compromesso la vittoria del PD e della coalizione di centrosinistra, che partiva da un vantaggio robusto. Ma giunto il tempo della campagna elettorale vera e propria, mentre Berlusconi – dopo averne dettato i tempi facendo cadere il governo Monti – rianimava il proprio sconfortato esercito con una serie di trovate mirabolanti, e Grillo varava a tutto campo lo “tsunami tour”, sembrava che le energie del PD si fossero completamente esaurite nella stagione delle primarie. O che attendessimo semplicemente che l’Italia, come per diritto divino, cadesse nelle nostre mani come il frutto maturo della crisi. La campagna elettorale – per ammissione ormai unanime – è stata assolutamente insufficiente, se non addirittura inesistente, e comunque afona. Discutibile quanto ciò sia dovuto a una grave insufficienza tecnica e organizzativa, quanto a una imperdonabile sottovalutazione politica e alla difficoltà di trovare contenuti concreti e condivisi: sta di fatto che non siamo stati in grado di produrre una comunicazione chiara ed efficace, mentre quote sempre maggiori anche del nostro elettorato risultavano ormai in bilico, assieme alle regioni-chiave per assicurarsi un numero sufficiente di seggi in Senato.
Se la ricostruzione di vari sondaggisti è corretta, è negli ultimi 10-15 giorni che gli equilibri si sono volti robustamente a nostro sfavore, producendo il risultato del 25 marzo.

Dopo le elezioni. Questo risultato è stato solo gradualmente compreso e ammesso come una grave sconfitta, con la complicazione del pessimo risultato di Monti che rendeva insufficiente l’alleanza tra centro e centrosinistra. Il tentativo di Bersani di formare un governo dialogando col Movimento 5 Stelle è servito anche a prendere tempo per assorbire il colpo e preparare il partito alle conseguenze. L’elezione dei presidenti di Camera e Senato ha fatto pensare a un certo punto – probabilmente a torto – che il dialogo con i grillini fosse possibile, ma è chiaro che un’applicazione coerente del “metodo Grasso” avrebbe comportato la rinuncia dell’aspirazione di Bersani a presidente del Consiglio: cosa che di fatto non è mai avvenuta.  Dopo il rifiuto di Napolitano – secondo me discutibile – di mandare Bersani al voto delle Camere in assenza di numeri certi, la candidatura di Marini a presidente della Repubblica materializzava oggettivamente, al di là delle intenzioni dei singoli, la prospettiva delle larghe intese.  Tale prospettiva, alla fine – nonostante il rigetto a furor di popolo di Marini, il disonorante siluramento della candidatura di Prodi e la spinta di una parte del partito per convergere su Rodotà candidato dai grillini –,  è risultata prevalente con la sofferta rielezione di Napolitano.
Evidentemente è un risultato a cui parte del gruppo dirigente puntava da tempo, come la strategia più ovvia una volta constatata l’insufficienza dell’alleanza con Monti, peraltro concorde nel sostenere la necessità di allargare al centrodestra. Se le contraddizioni delle ultime settimane sono da rimproverare a Bersani – degno, e ci mancherebbe, del massimo rispetto personale e della più grande umana solidarietà –, quella di base la condivide non solo con tutto il gruppo dirigente nazionale con le sue filiere locali, ma con tutti gli elettori delle primarie: quelli che l’hanno sostenuto e quelli che, “in solidum”, ne hanno accettato lealmente il risultato, anzi i risultati: non solo quello del 2 dicembre, ma anche quelli del 25 marzo e del 28 aprile che ne sono coerentemente derivati. Per questo non servono improbabili abiure e rapidi riposizionamenti, ma una riflessione seria sull’accaduto che apra una prospettiva per il futuro.


La fusione in Parlamento

22 febbraio 2013

La battaglia politica che si è consumata – e certo non spenta – sulla fusione dei Comuni della Valsamoggia avrà influenza sul risultato delle elezioni di domenica e lunedì in vallata? Dalle scelte degli abitanti della Valle del Samoggia per il Parlamento nazionale potremo trarre qualche indicazione per capire quali probabilità di successo avrà l’assalto alle amministrazioni locali targate PD? Un assalto, sia detto di passaggio, per il quale le opposizioni sembrano già mobilitate in una sorta di campagna elettorale permanente da qui al 2014, con la probabile intenzione di marciare separati per colpire uniti all’eventuale ballottaggio.

Le elezioni politiche sono il livello più distante dalla realtà amministrativa locale, nonché quello in cui le mode passeggere e gli eventi contingenti incidono meno sulle convinzioni e sulle abitudini sedimentate. Proprio per questo, paradossalmente, se gli eventi locali, e in particolare quelli relativi alla fusione dei Comuni, lasceranno un segno sulle elezioni del 24-25 in Valsamoggia, siamo autorizzati a pensare che tali tendenze potrebbero essere ancora più incisive alle elezioni amministrative del 2014 (ovviamente è una possibilità teorica: in quasi un anno e mezzo possono succedere molte cose).

Penso da un lato ai cittadini che, credendo nel progetto della fusione, e proprio grazie alla pesante polarizzazione politica che – qualunque cosa se ne pensi – si è sviluppata su questo tema, si sono avvicinati alle forze dell’attuale maggioranza, e in particolare al PD. C’è stato sicuramente uno spostamento di questo tipo da parte di esponenti vicini alle liste civiche: alcuni di essi sono anche noti. In parte è probabile che si tratti in buona parte di persone che comunque in passato avevano votato PD, ma che se ne erano successivamente distanziate, in particolare alle elezioni locali, ma forse anche in altre occasioni. Ma è possibile che questo effetto si sia verificato anche per una fascia più ampia di cittadini. Potrebbe quindi mostrarsi sotto forma di una prestazione più tonica del PD alle elezioni di questo fine settimana (un dato che andrà misurato sia rispetto ai risultati delle elezioni precedenti, sia rispetto a quelli dei Comuni vicini).

D’altro canto, una parte degli elettori dell’attuale maggioranza locale di centrosinistra si è schierata – molti nel segreto dell’urna, altri anche pubblicamente – contro la fusione dei Comuni. Per alcuni di essi ciò potrebbe non influire sulle scelte politiche nazionali; per altri, la virulenza della polemica sarà probabilmente tale da indurli a prendere le distanze dai partiti che hanno sostenuto la fusione anche nel voto del prossimo fine settimana. Ma (a parte l’ipotesi tutt’altro che peregrina che una parte di questi elettori scelga l’astensione), quali forze politiche ne beneficeranno? In prima fila ci sono il Movimento 5 Stelle e Sinistra e Libertà, che si dividono variamente buona parte dell’elettorato (nonché della dirigenza) delle liste civiche. Con alcune dinamiche particolari: SeL ha polemizzato nelle scorse settimane con i partiti ora raggruppati nella lista di Rivoluzione Civile – che si presentano come sinistra “dura e pura” in quanto non alleati col PD – rinfacciando loro di essersi “piegati” alla fusione dei Comuni (Federazione della Sinistra e Italia dei Valori hanno firmato il documento a favore della fusione e votato il provvedimento in Regione). Del resto SeL in Valsamoggia, anche nelle ultime settimane di campagna elettorale, sta insistendo con molta forza sulla questione della fusione, senza lasciar trapelare alcun imbarazzo per il fatto di presentarsi in coalizione col PD. Non è affatto escluso, del resto, che una parte di elettori di provenienza PD consideri il voto per SeL come adatto sia a marcare il proprio dissenso sulle questioni locali, sia a esprimere comunque un “voto utile” rimanendo nell’ambito del “classico” centrosinistra.

Naturalmente occorrerà osservare anche i voti del centrodestra, che si è compattamente schierato – PdL e Lega – contro la fusione. Sarà difficile trarre considerazioni dai risultati dell’UDC, sia perché il suo atteggiamento sulla fusione è stato, a livello locale, contraddittorio (alcuni esponenti si sono schierati a favore, altri – come pure in Regione – contro), sia perché si tratta di una formazione relativamente esigua. Un’eventuale tendenza delle liste civiche a catalizzare il voto delle opposizioni potrebbe lasciare qualche traccia anche nelle scelte politiche nazionali.

Si tratta di semplici ipotesi che potrebbero facilmente essere spazzate via se si verificherà che nei Comuni interessati dalla fusione il differenziale tra i risultati dei vari partiti sarà uguale a quello dei Comuni circostanti. Vedremo presto se queste piste di lettura avranno qualche fondamento, e se – guardando alle elezioni comunali del 2014 – le forze politiche locali saranno rafforzate dai risultati di lunedì, chi nei propri timori chi nelle proprie speranze. Che si mescolano – legittimamente, col debito senso delle proporzioni – alle speranze e ai timori di tutti gli italiani per il futuro del Paese in questo appuntamento cruciale.

 


Allargare i confini, intercettare le energie

13 giugno 2012

Questo è il testo del mio intervento alla Direzione provinciale PD di ieri, martedì 12 giugno.

Vedo un intuito profondo nella scelta di Bersani di “chiamare” le primarie. La virtù delle primarie è anzitutto – anche se non sempre ci si pensa – quella di definire un campo, delimitare un perimetro (che lo si chiami “centrosinistra”, “alleanza dei progressisti ecc.). È un modo per arrestare le derive dell’antipolitica, dell’antisistema a tutti i costi: allargare i confini – non a caso Bersani insiste su primarie “aperte” – significa dire “ci siamo, “chi ci sta ci sta, si lavora insieme per qualcosa. Significa dire: questo è il campo dove ci sta la competizione, leale ma anche forte, ma anzitutto c’è la condivisione, il coinvolgimento su un progetto che certo va definito, e sul quale si può litigare, ma su cui fin d’ora si possa dire “c’interessa”.

In questo senso è perfettamente consequenziale, per Bersani, mettere Di Pietro davanti a una scelta: senza rispetto e riconoscimento reciproci non si va avanti, o Di Pietro decide di fare la controfigura di Grillo oppure sceglie una strada di responsabilità: confido che i tanti amministratori IDV che governano con noi sappiano indurlo a fare la scelta giusta. Come pure confido che Vendola non rinunci a quel “marchio” di governabilità che resta per lui caratteristico e vincente rispetto a altre espressioni della sinistra radicale.

“C’è molto PD al di fuori del PD”, ha detto giustamente il segretario Donini nella sua relazione. Bello. Ma è un bel problema! Penso che queste primarie siano l’occasione – e temo proprio che siano l’ultima – per riprenderlo dentro. Sicuramente dentro questo sforzo condiviso. Possibilmente, anche dentro il PD: almeno per i moltissimi per cui l’alternativa non è tra il PD e altro, è tra il PD e il niente, magari voto quel che mi capita ma soprattutto non m’impegno più.
(Apro una parentesi: primarie con un solo candidato PD non sono il modo migliore per tenerne aperte le porte: tutte le persone che si riconoscono nel progetto del PD, ma preferirebbero non votare Bersani, a chi le lasciamo? A chi le vogliamo lasciare? Pensiamo anche a come si sono svolte le primarie qui a Bologna – nonostante alla fine il candidato “targato” PD fosse uno solo. La Bindi, da presidente, pone giusti problemi statutari: ma non ignori il senso politico profondo di quest’operazione!)

Indire le primarie è una reazione sana, che contrasta con lo spirito di arroccamento. Il rischio infatti è tremendo e paradossale: essere identificati con la “Casta”: vuoi perché il centrodestra per ora non c’è più – che sia per sfacelo, per tattica o ambo le cose -; vuoi soprattutto nei luoghi dove portiamo da tempo l’onere del governo; vuoi perché facciamo delle cazzate – vedi nomine Agcom ecc., su cui già altri qui si sono ben espressi.

Quando paventavo la “santa alleanza” di tutti contro il PD, un paio di mesi fa, anche a livello locale, venivo preso in giro: e io stesso dubitavo di averla sparata un po’ grossa. Poi il “tutti contro il PD” l’abbiamo visto materializzarsi e vincere a Parma e a Comacchio e sfiorare la vittoria a Budrio (ovviamente, complimenti al PD di Budrio che alla fine l’ha spuntata).
Ecco, questo tipo di schema nasce proprio – penso – quando il PD non sa aprirsi in un afflato di costruzione comune: quello che Donini, all’epoca della campagna per Bologna, chiamava “civico” (e che non ha nulla a che vedere con la “lista civica” di Repubblica). Avere la saggezza e l’umiltà di accogliere le diversità, per non vedersele coalizzate contro. È difficile, dal momento che abbiamo un progetto di governo, e non possiamo permetterci di accogliere indiscriminatamente gli impulsi allo sfascio, la bizzarria antisistema, il complottismo – fenomeni che, fra l’altro, mi preoccupano anche dal punto di vista della stessa convivenza sociale.
Difficile, insomma, quest’operazione di apertura e di contaminazione: ma assolutamente necessaria. Anche laddove si debba rinunciare a qualche tranquillità nell’azione politica e amministrativa. Anche laddove sembri di moltiplicare invano la fatica, e dio sa quanto ci sarebbe bisogno di concentrare le energie sulle priorità del governare, anche a livello locale, in questi tempi difficili. Ma si tratta proprio di un investimento per tener dentro quelle grandi energie potenziali, fatte di cittadini competenti e volenterosi, di quelli che troppo spesso abbiamo visto abbandonare le nostre file, per dinamiche su cui occorrerebbe riflettere profondamente.

Non vi nascondo, in questo senso – lo dico sommessamente ma lo dico – la mia preoccupazione per la Valsamoggia, in cui un progetto di portata epocale, una sfida coraggiosa, di grande buonsenso ma soprattutto di grande proiezione verso il futuro, come la fusione dei Comuni, rischia di soffrire troppo più del fisiologico per l’insufficienza – a mio personale parere – di questa operazione di apertura e di coinvolgimento autentico dei cittadini. Non basta la sana convinzione che si sta portando avanti un progetto valido, la buona coscienza di agire con determinazione per il bene comune, se non c’è uno sforzo che non dev’essere solo (ma dev’essere anche questo) di buona comunicazione di obiettivi e processi, ma di chiamata a progettare insieme.
In questo senso gli ultimi mesi, ritengo, non sono stati completamente soddisfacenti, forse per troppo scrupolo, forse per voler mantenere – anche comprensibilmente – le mani più libere nel momento delicatissimo dell’implementazione del nuovo Comune unico. Abbiamo dato alle forze politiche di opposizione qualche alibi per prendere la strada più facile, quella del tanto peggio tanto meglio, e ormai hanno fatto in gran parte le loro scelte, che reputo distruttive. Resta molto da lavorare con le forze sociali e la cittadinanza. Abbiamo ancora alcuni mesi. Alcuni amministratori stanno lavorando molto bene con le forze sociali (cito, non solo per patriottismo, il sindaco di Bazzano, ma naturalmente non è l’unico!). Prendiamoci tutti questo compito, facciamolo e facciamolo insieme.

È solo un esempo – anche se un esempio che m’interessa particolarmente, e a cui del resto abbiamo voluto conferire un valore di esempio a livello nazionale – di un’operazione necessaria in tutto il Paese e nel nostro territorio. Serve la convinzione di tutti. Condivido anche il pensiero che se le primarie diventano solo una competizione mediatica tra candidati leader e non parlano di contenuti e sui contenuti non coinvolgono le persone per costruire un progetto, non basteranno.
Il terremoto ha mostrato la diffusa capacità e valore dei nostri amministratori. Ci ha mostrato come il senso di solidarietà, di comunità, di un’identità sana sia ancora ben vivo tra noi. Il PD è nel cuore profondo di questa storia, il PD non deve lasciare che questa storia prosegua senza di lui. Abbiamo pochi mesi per farlo.


Il PD, qui, adesso. Voci dalla rete

23 maggio 2012

Stavolta nessuna “parola mia”. Sulle ultime elezioni amministrative, e su quel che c’è da fare, riporto solo un po’ di impressioni – più o meno “autorevoli”, per quel che conta -, naturalmente con un occhio particolare all’Emilia-Romagna, ma non solo.

Partirei dall’ottimo riassunto di Luca Sofri, secondo cui «Tra il PD “istituzionale” e quello sovversivo, vince il secondo» (poi Sofri dice anche qualcos’altro, qui. Un monito per tutti, specie per noi in Emilia-Romagna. Dice cose simili anche Giuseppe Civati: “Il Pd dove si apre alla partecipazione ed esprime un profilo di governo, serio e competente sotto il profilo amministrativo, in queste condizioni non ha rivali. Quando sa interloquire con il civismo e con la spinta che proviene dal basso, in questo momento, è letteralmente imbattibile.
Speriamo sappia far tesoro, però, di quella che è prima di tutto un’opportunità che si apre, non una partita che si chiude”.
Civati offre poi (qui) un’ottima analisi di com’è andata la vittoria in Lombardia – in cui ha avuto qualche parte. E dice anche alcune cose piuttosto energiche, qui. Un’analisi notevole, in particolare del successo del Movimento Cinque Stelle al Nord, è anche quella del bravo Stefano Catone, qui. Mentre un commentatore ricorda che «Alle politiche del 2008, nel solo Comune di Parma, il PD ha preso 47.153 voti, contro i 28.498 (di lista) delle regionali 2010 e i 17.472 (di lista) di queste comunali».

Anche Debora Serracchiani dice chiaro e tondo che «il risultato di Parma… offusca ogni altra vittoria del Pd. … Se la credibilità di una leadership politica si rivela nel percepire e nell’accompagnare i mutamenti e i bisogni della società, per Bersani questo è il momento di dimostrare che il Pd è all’altezza delle vittorie e impara sul serio dalle sconfitte. Dopo Parma, il motto “rinnovarsi o morire” non è una critica alla segreteria ma una proposta concreta» (qui l’intero – breve – post).

Un tema che svolge con nettezza anche il nostro vicino di casa, Loris Marchesini, da Anzola: abbiamo vinto, sì, ma «con molti “se” e molti “ma”»: «abbiamo vinto perché si sta chiudendo nel modo peggiore per loro la stagione del centro-destra… abbiamo vinto dove abbiamo saputo esprimere il meglio delle candidature attraverso le primarie, abbiamo perso dove non le abbiamo sapute gestire ed abbiamo presentato candidature usurate (Parma) o rampanti (Palermo)…  abbiamo ancora una estrema lentezza, fino all’arroganza, nel procedere nel cambiamento necessario, nel virare il timone nella direzione giusta». Il resto qui.

Anche il segretario del PD di Bologna Raffaele Donini dice che «O si cambia, o si muore», anche se nella sua intervista di oggi (qui) sembra proiettare questa necessità di cambiamento più su Roma che sul nostro territorio.

Ma l’intervento più inquietante sulle possibilità di cambiamento nel PD è quello di Paolo Cosseddu: “E’ la regola dell’hully gully: se prima eravamo in dieci a ballare l’hully gully, adesso siamo in nove a ballare l’hully gully. Di cui otto dalemiani, però“.  Premunitevi contro la depressione, ma leggetelo assolutamente fino in fondo: qui.

Spostandoci di poco, dice parole brusche – beneficamente scomode – anche Francesco Costanzini da Sasso Marconi: «Caro PD, impara a gestire il dissenso, impara a non pilotare le scelte della gente e a fare primarie vere in ogni luogo. Non ha senso giocare a screditare l’avversario, piuttosto non permettere ad altri di cavalcare quelle che dovrebbero essere le tue battaglie ma che forse sono sopite chissà dove. Il consenso storico finirà, è destinato anagraficamente ad esaurirsi, pertanto è bene tornare a far politica con le passioni dei tempi che furono, tra la gente, con la gente, dal basso. Con trasparenza.
La credibilità la si ottiene agendo in modo democratico in ogni sede, senza collusioni col Potere. La coerenza in tutto ciò che si fa è una carta al tornasole, non si può pensare di proporsi come novità se la gente è la stessa, se le voci fuori dal coro vengono isolate, se non si pratica la democrazia dal basso, se non si rinuncia ai privilegi, se si lotta per le stesse poltrone da decenni.
La gente ha bisogno di tornare alla vera politica, a quel sistema che faceva sognare e che permetteva di amministrare la cosa pubblica in modo onesto, trasparente e per il bene comune. Berlusconi ce lo siamo “meritati”, ora il Paese ha bisogno di rigore da parte di tutti, chi è in Parlamento per primo deve dimostrare equità e di lavorare per la gente, per i lavoratori difendendo i diritti e aiutando i deboli anche rinunciando ai propri iniqui privilegi.
Bisogna imparare a considerare l’avversario in modo più sereno, bisogna imparare a leggere le sconfitte ed imparare dagli errori. Ci vuole un’assunzione di responsabilità, non processi pubblici ma essere capaci di avere coraggio e mettersi da parte quando si capisce di aver sbagliato! Solo così si conquistano le persone e si vincono le elezioni e si ben governa. Altrimenti si resta al palo sino a quando ci si riuscirà, prima di essere spazzati via e col tempo… sparire!»

Una riflessione molto originale e personale è quella di Roberto Balzani, sindaco di Forlì: «La lezione di Parma, pur al netto di tutte le complesse variabili locali, che non e’ sempre facile decifrare per esterni al contesto, e’ chiara: per una quota importante di elettorato, il ceto politico e’ un’oligarchia impermeabile e senza colore, assolutamente intercambiabile. E per questo solo fatto – che si tratti di governo o di opposizione “tradizionali” – da rifiutare in blocco. Ma sarebbe un errore pensare a un po’ di maquillage della comunicazione per ristabilire il contatto: il problema e’ più radicale e profondo e, a mio modesto avviso, riguarda in primo luogo le motivazioni per cui ciascun amministratore sceglie di fare politica. Cosa mette sul piatto? Cosa sacrifica, di se’ e della sua vita, per essere credibile (questione prioritaria rispetto ai risultati, che sono ovviamente interpolati da infinite casualità)? La selezione – anche nei partiti “tradizionali” – non può eludere questo nodo esistenziale: altrimenti cadiamo nella solita retorica dei valori e dei buoni proposti. Dei quali la gente e’ giustamente stufa. Cosa perdi per esporti tutti i giorni al giudizio dei tuoi concittadini? Su questo terreno si misura il tuo coraggio, la tua volontà di connettere pensiero e azione, infine la tua libertà

Da Lugo, Serena Fagnocchi ammonisce: «I voti non sono di proprietà dei partiti.  I cittadini votano le persone non i partiti. I candidati devono essere seri, credibili e nuovi. E se qualcuno pensa che il vuoto politico lasciato dall’astensione enorme non verrà colmato in un anno, e che basterà tenere la rotta con pochi aggiustamenti, assisterà alla riedizione della “gioiosa macchina da guerra”, temo (tanto ad essere chiamata Cassandra, rompicoglioni e inesperta ci sono abituata)».

Lascerei la parola riassuntiva al consigliere regionale PD Thomas Casadei: «Assai preoccupante il crollo della partecipazione; crollano Lega e PDL – ovvero chi ha dominato la scena nella “seconda repubblica”; ottima affermazione del PD e del centrosinistra unito e aperto a istanze civiche in tutta Italia – con successi eclatanti in territori ove da decenni aveva governato la destra (98 comuni sopra ai 15 mila abitanti saranno governati dal centrosinistra; 44 dal PDL); il …”terzo polo” è uno strano miscuglio che si muove in modo molto variopinto e senza grandi successi (peraltro in vari casi alleato della destra); in Emilia-Romagna – dato su cui riflettere con umiltà e serenità, ma anche molto coraggio, è eclatante il successo del Movimento 5 stelle a Parma e Comacchio (e per poco abbiamo “salvato” Budrio): derubricarlo a successo “per i voti della destra” non aiuta a comprendere il fenomeno e rischia di essere fuorviante. Dove il Pd e il centrosinistra hanno espresso spinta verso il cambiamento e programmi e candidati innovativi (a prescindere dal mero dato anagrafico) hanno vinto, dove hanno intrapreso altre vie … no. Abbiamo pochissimi mesi – un lampo – per presentare un’alternativa radicale e credibile alla crisi del sistema. Una sfida straordinaria che richiede, da subito, alcune azioni concrete [segue].»

Ecco: il post finisce così, con un “segue”. Tutto dipende da come lo riempiremo, ciascuno per la propria parte.
Per Bazzano cercherò di buttar giù qualcosa anch’io. Datemi tre-quattro di giorni di tempo.


Per contrastare il populismo, un PD più credibile e più aperto

21 aprile 2012

Questo è il testo del mio intervento alla Direzione Provinciale del PD di lunedì 16 aprile.

Caro presidente, caro segretario, cari colleghi,
…dobbiamo essere un po’ meno cari!

L’attuale congiuntura, nella quale il PD sostiene, doverosamente, un governo impegnato in un difficile e necessario sforzo di risanamento, ma che non pare ancora avere imbroccato compiutamente la direzione della crescita, in particolare nel ridare potere d’acquisto alle famiglie delle classi medie e medio-basse (che ritengo condizione imprescindibile per superare la crisi), costituisce inevitabilmente il brodo di coltura per un populismo che si esprime in varie forme ma nel quale è facile riconoscere alcuni tratti comuni.
Nel momento in cui la Lega Nord riceve un colpo molto pesante, i partiti tradizionali risultano spaventati dal movimento di Grillo. Ma occorrerà ricordare che c’è in giro ben peggio di Grillo: parlo, ad esempio, delle forze organizzate basate su un populismo di estrema destra (analoghe a quelle che in svariati paesi d’Europa hanno un forte successo elettorale), ma anche semplicemente – a livello individuale – di quella diffusa apatia, di quel disinteresse che si fa disfattismo, e anche di un antagonismo antisistema, magmatico e potenzialmente pericoloso.

Tantopiù, ritengo, occorre che il PD presti un’attenzione particolare a quelle forze politiche che – è vero – non di rado appaiono indurre a toni e argomenti populisti; ma che tuttavia sono impegnate, nei fatti, a contenere quel tipo di spinte e convertirle in forza propulsiva di governo, come nei fatti avviene in centinaia di amministrazioni locali che governiamo insieme – a cominciare dalla nostra Regione, dalla Provincia e dal Comune di Bologna.

Un ragionamento in parte analogo può essere svolto anche in riferimento alle liste civiche particolarmente diffuse in alcuni territori della provincia. Non è difficile vedere in esse, spesso, toni accesi, attitudine polemica e anche atteggiamenti pregiudiziali contro il PD quando non, in generale, contro i partiti e la politica stessa. Tuttavia, in molti casi, possiamo altresì riconoscere al loro interno lo sforzo di produrre idee e proposte, un forte impegno rivolto alla partecipazione e al coinvolgimento dei cittadini e, a volte, anche l’assunzione (benché non semplice e contrastata) di posizioni più costruttive e responsabili.
Credo che il PD e le locali maggioranze di governo debbano assumersi il compito – non semplice – del dialogo con queste forze politiche, il tentativo di assumerle entro una logica di governo, di responsabilità, di confronto, che possa non fare a meno dei loro stimoli, non di rado di notevole interesse.

Per raggiungere questo obiettivo, va detto, occorre anzitutto a rinunciare, anche a livello locale, a comportamenti da “partito egemone”, che oggi non possono che derivare da una lettura anacronistica della realtà: per cercare piuttosto di costruire, nel segno dell’apertura, un più ampio “spirito civico”: come quello che Raffaele Donini, fin dall’ultima campagna elettorale per il Comune di Bologna, ha saputo evocare, e Virginio Merola ha messo in pratica.

Ma occorre anche essere assolutamente irreprensibili quanto a credibilità. Non è un momento facile. Sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti dobbiamo essere consapevoli che provvedimenti che possono apparire molto, molto pesanti per le casse del partito (tantopiù in una situazione di bilancio non facile anche per la Federazione di Bologna) risultano appena sufficienti per l’opinione pubblica. E’ una lama di rasoio. Siamo sicuramente consapevoli che per fare i voti occorrono anche i soldi: è quello che avviene in tutte le democrazie occidentali, e in tutte le grandi forze democratiche, Obama in testa. Tuttavia, tra le voci del bilancio 2011 del PD di Bologna, quella che penso debba destare maggiore preoccupazione è quella del tesseramento, che ci parla di un 10% di iscritti in meno. Il rischio peggiore è che – di anno in anno, di 10% in 10% – finiamo per considerare dati simili come fisiologici o inevitabili. E’ invece un andamento che non possiamo in alcun modo accettare.

 Grazie.

(Ho ricostruito il testo sulla base dei miei appunti preparatori: può quindi non corrispondere esattamente a quello effettivamente pronunciato.)


Preferirei di no: un appello sulla legge elettorale

28 marzo 2012

Il bipolarismo è l’orizzonte di riferimento in cui trova senso il progetto del PD. Ciò è vero sia nell’ottica di coalizione – quella prevalsa nell’ultimo congresso e del resto messa in pratica nelle amministrazioni di centrosinistra di tutt’Italia – sia, e anche di più, nell’ottica di “vocazione maggioritaria” e tendenzialmente bipartitista, stella polare di Veltroni dal Lingotto in poi.

La bozza di legge elettorale presentata da Violante, e a cui si ispira l’accordo di massima di ieri tra Alfano, Bersani e Casini, va in una direzione profondamente diversa. Nonché diversa dalla proposta – pure compromissoria e, va detto, pasticciata – su cui il PD aveva trovato l’accordo nell’ultima Assemblea nazionale.

Non ci si può girare intorno: prevedere un sistema di fatto proporzionale mediante il quale le forze politiche stabiliscano solo dopo il voto, a seconda dei rapporti di forza che si vengono a trovare in Parlamento, con chi allearsi – e quindi, con quale programma e quali obiettivi, indipendentemente da quelli che hanno sottoposto agli elettori – è un colpo mortale al bipolarismo. È inevitabile che piaccia a qualcuno. Anche nel PD. Ma è preoccupante che nel PD l’alleanza tra i nemici del bipolarismo e coloro che non hanno mai condiviso, evidentemente, il progetto originario del PD, risulti – allo stato attuale – vincente, non solo su quanto deliberato in ultimo dagli organi del partito, ma anche sulla stessa base che ha permesso la vittoria congressuale di Bersani, e che non contraddiceva le ragioni fondanti del partito stesso.
Ce ne sarebbe d’avanzo per chiedere la convocazione di ben più dell’Assemblea nazionale, in effetti: la preoccupazione espressa con estrema forza da Rosy Bindi (già col documento dei Democratici Davvero del 17 marzo), ma anche da Arturo Parisi, è assolutamente giustificata. Se salta il bipolarismo, il PD diventa qualcosa di profondamente diverso da ciò che è. E non è affatto detto che, nel medio periodo, continui a esistere.

Curiosamente ciò avviene dopo che sulla riforma del lavoro il PD ha trovato una notevole unità d’intenti, come non era scontato, con un equilibrio non strumentale che sembra convincere sia coloro che volentieri prepensionerebbero fin da subito il governo Monti, sia coloro che già si spingono a pensare a un governo Monti e a una “grande coalizione” anche dopo le elezioni del 2013.
Se entrambe queste tendenze – due tendenze estreme, nella sostanza, e io credo largamente minoritarie rispetto al buonsenso prevalente nel partito – si trovassero soddisfatte dell’accordo sulla legge elettorale, spero risulti chiaro a chi guida il PD che ciò significa semplicemente prevedere, senza infingimenti, che il partito si spacchi in due. E come quando si gioca con l’osso dei desideri, l’unico dubbio non è se l’osso di pollo si spezzerà, ma solo a chi resterà in mano la parte più grossa.

La legge elettorale abbozzata ieri diventa lo strumento più efficace per ottenere questo risultato. Chi la ritenesse un male minore per superare, con una visione di piccolo cabotaggio, una congiuntura non facile è invitato a riflettere sulle conseguenze pesanti che avrebbe sul medio-lungo periodo. Chi ritenesse che sia un ragionevole compromesso per superare l’attuale Porcellum – in buona fede, per ridare ai cittadini la facoltà di scegliere (anche se non è detto come!) i parlamentari; o in cattiva fede, per dare un contentino al popolo bue eliminando una fettina di posti in Parlamento ma anche il rischio, per la classe dirigente del PD, di sottoporsi a primarie per le candidature annunciate ormai con troppa solennità da Bersani (magari nella non infondata speranza di sterilizzare anche le future primarie per sindaci e presidenti di Regione): ecco, costoro e tutti tengano ben presente che, per la forza inevitabile delle cose, le conseguenze andranno ben oltre questi effetti.

 Per questo ritengo che tutti coloro che nel partito avversano questa legge elettorale, e al tempo stesso il disegno che essa favorisce, debbano mettere da parte le differenze, in particolare quelle di posizionamento e quelle che coinvolgono l’insieme delle riforme istituzionali, e porsi risolutamente di traverso. Insieme. Subito.
So bene che non è semplice mettere d’accordo chi sostiene un ambizioso superamento del bicameralismo perfetto e chi talora interpreta in modo eccessivamente difensivo la necessità di farsi garante della lettera e dello spirito della Costituzione. E chi ha idee diverse sulle prospettive del PD verso il centro e verso sinistra. Ma qui è lo stesso campo comune entro cui esplicitare queste divergenze a essere messo in discussione, e forse spazzato via. Non c’è tempo per accademismi. Chi sostiene la bozza Violante sta mettendo da parte le divergenze strategiche per segnare un punto, apparentemente “tattico”, di grande portata. Sarà meglio che chi la pensa diversamente faccia lo stesso.
Tanto per non far nomi, lo dico a personaggi del calibro di Salvatore Vassallo, alla Bindi e ai Democratici Davvero, a ciò che con Parisi resta dei prodiani, a Civati e al gruppo di Prossima Italia e a settori importanti della vecchia mozione Marino. Tutte persone che non hanno mai temuto di essere in minoranza, e di parlare con forza da posizioni scomode. Bene, anche a me non importa apparire ingenuo o fare la figura del naïf, se dico che ora non è tempo di testimonianza, né di posizionamenti. È tempo di agire insieme.


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