Da Müller a Ladaria Ferrer: un “cambio” naturale ma non scontato alla Congregazione per la dottrina della fede

3 luglio 2017

La sostituzione del card. Müller con mons. Ladaria Ferrer come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il più importante dicastero vaticano, non è in alcun modo “spoil system”. In primo luogo perché Müller è arrivato alla conclusione naturale del suo mandato quinquennale. In secondo luogo perché lo spagnolo Ladaria Ferrer è il suo successore più naturale: segretario – cioè “numero due” – della Congregazione, nominato come Müller da Benedetto XVI già nel 2008, dopo una “carriera” da teologo tutta romana, prima alla Pontificia università gregoriana poi nella stessa Congregazione.

L’avvicendamento di Müller  è stato annunciato dal Vaticano sabato 1° luglio dopo una giornata di voci sempre più insistenti, le prime nel sottobosco dei blog tradizionalisti. La tempistica ha fatto pensare a molti osservatori che la fonte fosse lo stesso Müller, che era stato ricevuto in udienza dal papa proprio venerdì 30 giugno.
Müller, beninteso, è un personaggio poliedrico: non si può considerare un conservatore a tutto tondo, né tantomeno un tradizionalista. Vanno ricordate, per esempio, le sue aperture e i suoi gesti nei confronti degli esponenti della teologia della liberazione. Nel serrato dibattito che dura dalla pubblicazione di Amoris laetitia sicuramente ha promosso un’interpretazione “continuista” dei passi più discussi, diversa da quella a cui papa Francesco ha dimostrato di accordare favore; mentre nel dibattito del sinodo sulla famiglia del 2015 è stato – insieme ad altri esponenti di primo piano della Curia come Pell e Sarah – tra i firmatari della “lettera dei 13 cardinali” (alcuni poi, non lui, negarono di averla sottoscritta) che protestavano per alcune procedure sinodali.

Un altro momento irrituale fu la sua dichiarazione, nell’aprile del 2015, per cui la Congregazione per la dottrina della fede aveva il compito di “strutturare teologicamente” un pontificato. Poco prima, peraltro, aveva pubblicato un articolo piuttosto strutturato sui “Criteri teologici per una riforma della Chiesa e della Curia romana”, mostrando un’adesione convinta al progetto di riforma di Francesco e mettendone in evidenza la continuità con gli intenti di Benedetto XVI.
Più che le singole posizioni espresse, può essere che sia stato il piglio piuttosto presenzialista di Müller a convincere papa Francesco a non rinnovare il suo incarico. Forse, invece, hanno avuto un ruolo decisivo le accuse alla Congregazione per la dottrina della fede di conservare ancora zone d’ombra in cui si annidavano efficaci resistenze alla “linea dura” del Vaticano – inaugurata, beninteso, da Benedetto XVI – contro la pedofilia nel clero (in particolare rispetto alla deposizione dei vescovi negligenti): sono di poche settimane fa le dichiarazioni molto dure di Marie Collins in polemica col card. Müller dopo le dimissioni della Collins dalla Commissione per la tutela dei minori istituita nel 2014.

Ladaria Ferrer ha un profilo dottrinalmente moderato e personalmente riservato. Certo è un gesuita, come Francesco, cosa che rendeva per alcuni improbabile la successione. Da lui è lecito attendersi una discontinuità nell’atteggiamento più che nella posizione dottrinale. Sarà interessante osservare chi sarà il nuovo segretario della Congregazione: probabilmente sarà nominato dopo una consultazione con lo stesso Ladaria Ferrer: un altro segno di un avvicendamento “fisiologico” anche se non scontato.


La prima riforma di papa Francesco

17 aprile 2013

Dal “consiglio degli otto” nominato dal papa può nascere un cambiamento della Chiesa nel segno della collegialità conciliare. La sola ipotesi che la riforma della Curia sia promulgata il 4 ottobre, festa di San Francesco, ne lascia intendere il valore epocale.

Sabato 13 aprile il Bollettino della Sala stampa della Santa Sede ha annunciato che papa Francesco “ha costituito un gruppo di cardinali per consigliarlo nel governo della Chiesa universale e per studiare un progetto di revisione della costituzione apostolica Pastor bonus sulla Curia romana”.
L’annuncio avviene mediante un comunicato della Segreteria di Stato, e proprio il giorno dopo che il papa aveva visitato gli uffici e i dipendenti della Segreteria. Delicatezze formali – confermate dall’understatement mostrato dal portavoce della Santa Sede, padre Lombardi, nel commentare l’annuncio – che indicano, anziché nascondere, il punto cruciale: il papa intende lavorare immediatamente a una riforma della Curia mediante uno snello gruppo di lavoro completamente distinto dalla Curia stessa. Ma il compito dei nominati non si limita a questo, anzi è in primo luogo una funzione di “consiglio nel governo della Chiesa universale” che sembra alludere in modo trasparente a un organismo permanente, del tutto nuovo: la riforma non è unicamente annunciata, ma inizia già.
La data, a un mese esatto dall’elezione, non è casuale: indica una cadenza ravvicinata ma al tempo stesso ragionata, stabilita con pacata decisione.

L’articolo continua qui, su BoDem.


Ancora sulla rinuncia di Benedetto XVI

6 marzo 2013

Ieri è stato pubblicato su BODEM, la nuova rivista online diretta da Salvatore Vassallo, un mio articolo sulla rinuncia di Benedetto XVI al pontificato: lo trovate qui.
Ovviamente vi consiglio la lettura dell’intera rivista e vi segnalo fin d’ora l’assemblea di BODEM aperta al pubblico sabato 16 marzo a Ca’ La Ghironda (Zola Predosa), dalle 10 alle 13.


Sulla possibile anticipazione del conclave

17 febbraio 2013

Si sta discutendo molto su quale sarà la data d’inizio del conclave. Ieri p. Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, ha ammesso che non si esclude che esso possa venire anticipato, sulla base del fatto che i quindici giorni d’intervallo previsti, che intercorrono dall’inizio della sede vacante (ma la costituzione apostolica Universi dominici gregis dice solo “dalla morte del papa”: il caso di dimissioni, pur previsto genericamente, su questo punto non è normato), servono per attendere i cardinali elettori assenti (per la stessa ragione il periodo può essere prolungato fino a venti giorni). Se quindi i cardinali fossero tutti presenti prima, la norma potrebbe legittimamente considerarsi accantonata.

Mi sembra tuttavia che occorra guardare con più attenzione alle operazioni previste durante la sede vacante, prima dell’inizio del conclave: fatta eccezione, naturalmente, per quelle relative alla morte e alle esequie del papa, tutte le altre dovranno infatti essere applicate.
Anzitutto e in generale, la norma vigente (che è sempre la costituzione apostolica Universi dominici gregis promulgata nel 1996 da Giovanni Paolo II) stabilisce che al collegio dei cardinali, nel tempo in cui la Sede apostolica è vacante, è affidato il governo della Chiesa … e per la preparazione di quanto è necessario all’elezione del nuovo pontefice. Questo compito dovrà essere svolto nei modi e nei limiti previsti da questa costituzione”.

Se infatti gli “affari ordinari”, anzi “le questioni di minore importanza”, vengono demandate a un organismo ristretto, detto “congregazione particolare”, composto dal camerlengo e da tre cardinali estratti a sorte tra quelli già presenti e sostituiti con lo stesso metodo ogni tre giorni, le questioni importanti sono sottoposte alle “congregazioni generali“, ovvero alle assemblee quotidiane di tutti i cardinali già giunti a Roma (compresi, se lo desiderano, gli ultraottantenni – quelli che non potranno cioè eleggere il futuro papa). Il giorno della prima congregazione generale viene stabilito “dal camerlengo di santa romana Chiesa e dal primo cardinale di ciascun ordine tra gli elettori”: da quel momento sarà convocata una congregazione tutti i giorni.
E’ molto significativo che il primo atto della prima congregazione generale debba essere il giuramento – per l’intero organismo e per i singoli cardinali (i ritardatari lo pronunceranno al loro arrivo) – “di osservare esattamente e fedelmente tutte le norme, contenute nella costituzione apostolica Universi dominici gregis”. Un dovere che non è da intendersi in senso esclusivamente passivo: a ciascuno dei cardinali dev’essere data immediatamente una copia della costituzione apostolica, insieme alla “possibilità di proporre eventualmente questioni circa il significato e l’esecuzione delle norme nella stessa stabilite”. In sostanza, è l’intero collegio cardinalizio a portare la responsabilità della corretta e compiuta esecuzione di queste norme. In particolare, le congregazioni generali dovranno prendere una serie di decisioni in preparazione all’elezione del futuro papa (si parla infatti di “congregazioni preparatorie”).
Da un lato ci sono tutte le operazioni relative alle esequie del pontefice defunto, che in questo caso naturalmente non saranno applicate. Tutte le altre, invece, rimangono necessarie: si tratta in particolare dell’annullamento dell’anello e del sigillo del papa; della predisposizione degli alloggi per i cardinali e della Cappella Sistina (che spetterà esecutivamente a una commissione, “composta dal cardinale camerlengo e dai cardinali che svolgevano rispettivamente l’ufficio di segretario di Stato e di presidente della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano”); dell’attribuzione per sorteggio degli alloggi ai singoli cardinali; dell’indizione di due meditazioni sulla situazione della Chiesa e della scelta dei “due ecclesiastici di specchiata dottrina, saggezza ed autorevolezza morale” che dovranno tenerle. Infine, spetta alle congregazioni generali stabilire “giorno e ora dell’inizio delle operazioni di voto.
Sarà quindi solo la congregazione generale dei cardinali a stabilire la data dell’inizio del conclave vero e proprio, e in particolare a decidere se occorra mantenere l’intervallo di quindici giorni dall’inizio della sede vacante o se tale intervallo possa essere ridotto, nel caso che tutti i cardinali siano già arrivati in Vaticano. E l’unico atto che potrebbe essere legittimamente deciso prima del 28 sarebbe un invito informale ai cardinali elettori a recarsi a Roma. Secondo la norma vigente, quindi, come abbiamo visto, è formalmente impossibile che la data d’inizio conclave venga decisa prima dell’inizio della sede vacante: è molto probabile anzi che essa venga fissata solo qualche giorno dopo. L’anticipazione al 10 marzo – una delle ipotesi comparse su alcuni organi d’informazione – è sicuramente nel novero del possibile: ma potremo saperlo unicamente nei primi giorni di marzo.
 
Certo, nulla vieta che papa Benedetto XVI, prima delle dimissioni e nel pieno dei propri poteri, impartisca disposizioni – per esempio, mediante la promulgazione di un motu proprio – che vadano a modificare quelle vigenti. Mi sembra però che un simile atto (che potrebbe spettare, assolutamente, soltanto al papa) sia piuttosto improbabile: in particolare, è difficile che papa Ratzinger decida di intaccare  prerogative che attualmente spettano, tutte intere, al collegio cardinalizio. Il paragone con l’atto con cui Benedetto XVI nel 2007 ha introdotto modifiche per l’elezione del suo successore (come del resto gran parte dei suoi predecessori) è assolutamente improprio: nessuna di queste modifiche è mai stata fatta nell’imminenza della fine del pontificato.
Fra l’altro, se la preoccupazione è quella che possa essere il nuovo papa a celebrare i riti della Settimana Santa, bisogna tener presente che, iniziando regolarmente il conclave il 15 marzo e rispettando le norme vigenti, sarebbero a disposizione oltre 20 votazioni per eleggere il papa entro la domenica delle Palme, e svariate di più per eleggerlo entro l’inizio del Triduo Pasquale. Ed è oltre un secolo e mezzo che il papa viene sempre eletto prima della quindicesima votazione. Senza contare che non è affatto detto che ridurre il tempo a disposizione dei cardinali prima dell’inizio del conclave si traduca effettivamente in un abbreviamento del conclave stesso. Più giorni di consultazione, riflessione e preghiera tra i cardinali potrebbero al contrario essere utili per una scelta che la stragrande maggioranza degli elettori non si aspettava così imminente.
Ma qui si aprirebbe il capitolo su come le diverse tempistiche potrebbero influire sulla designazione del successore di Benedetto XVI: una questione da cui tutti comprendono quanto papa Ratzinger intenda  rimanere completamente fuori. La decisione di rimanere lontano da Roma dal momento delle dimissioni, e per due mesi, è abbastanza indicativa in questo senso. Più in generale, la decisione delle dimissioni – inaudita da molti secoli – pone inevitabilmente di fronte a situazioni inedite e delicate, a nodi non normati che appare utile risolvere mediante un’interpretazione ragionevole delle norme vigenti: interventi normativi ad hoc, apparentemente risolutivi, potrebbero porre non solo problemi di opportunità, ma anche di coerenza e d’interpretazione rispetto al corpus finora sedimentato.

Postilla del 20/2:
Oggi Tornielli su VaticanInsider riferisce che sarebbe imminente la firma da parte di Benedetto XVI di un breve motu proprio che darebbe ai cardinali la facoltà di anticipare l’inizio del conclave. In questo caso la modifica della norma vigente non intaccherebbe la titolarità delle congregazioni dei cardinali sui tempi del conclave, lasciando la decisione alla libera discussione dei cardinali (a maggioranza assoluta dei presenti, come osserva Tornielli): tra i quali sono già stati formulati pubblicamente pareri discordanti sul punto.
Nota delle 15.00: P. Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, ha confermato – con una certa freddezza, mi verrebbe da dire – la possibilità della pubblicazione del motu proprio, di cui Benedetto XVI sta valutando l’opportunità.

Dopo le dimissioni: questioni vaticane

13 febbraio 2013

Nel testo è stata aggiunta qualche postilla.

Benedetto XVI si è “dimesso” o ha “abdicato”?

Il termine più corretto è “rinuncia all’ufficio”, dove “l’ufficio” è quello di vescovo di Roma. Il papa, infatti, altri non è che il vescovo di Roma, a cui secondo la dottrina cattolica spetta il compito di presiedere all’unità della Chiesa e all’integrità della fede, e di conseguenza – secondo quanto fissato in ultimo dal Concilio Vaticano I nel 1870 – il primato di potestà di giurisdizione, a cui tutti i pastori e tutti i fedeli sono sottomessi sia nelle questioni relative alla fede e ai costumi sia in quanto relativo alla disciplina e al governo della Chiesa. Solo in virtù del suo essere vescovo di Roma il papa è, tra l’altro, la suprema autorità dello Stato della Città del Vaticano.

Come si chiamerà Benedetto XVI dopo il 28 febbraio?

Alle ore 20.00 del 28 febbraio Benedetto XVI cesserà dal pontificato e tornerà a essere semplicemente il cardinal Joseph Aloisius Ratzinger (teoricamente potrebbe presentare al successore una rinuncia al cardinalato, ma la cosa è assolutamente improbabile). C’è tuttavia un aspetto formale problematico: il titolo cardinalizio che possedeva prima di essere eletto papa, quello della sede di Velletri-Segni, fu attribuito dopo pochi giorni al card. Arinze, che tuttora lo conserva. Occorrerà verosimilmente attribuirgli un altro titolo, forse tra i cosiddetti “cardinali vescovi” (quelli che prendono la denominazione dalle diocesi suburbicarie di Roma e costituiscono l’ordine più “elevato” dei cardinali): tali titoli sono però attualmente tutti occupati da altri cardinali. Si dovrà ricorrere, almeno provvisoriamente, al titolo di un “cardinale presbitero” (che prendono la denominazione dalle  chiese della città di Roma: com’è noto, infatti, un tempo i cardinali altri non erano che i preti e i diaconi romani, nonché i vescovi delle diocesi della periferia, a cui spettava il compito di eleggere il loro capo).
In ogni caso, come ha già ipotizzato p. Lombardi, la qualifica di Ratzinger sarà molto probabilmente quella di “vescovo emerito di Roma”.

postilla (13 febbraio): Leggo ora che Andrea Tornielli, su VaticanInsider, sostiene che Ratzinger non sarebbe più cardinale, in quanto con l’elezione a papa (o meglio, con l’accettazione della carica) non farebbe più parte del collegio cardinalizio. La cosa mi sembra molto discutibile (e anche Tornielli ammette che in effetti la cosa è discussa tra i canonisti). Il cardinalato viene attribuito dal papa; solo l’interessato può rinunciarvi, comunicandolo al papa regnante. Naturalmente Ratzinger non ha mai fatto tale rinuncia. L’elezione a papa influisce sulla qualifica di cardinale? Essere eletto papa significa essere eletto vescovo di Roma. Esattamente come un altro cardinale può essere eletto vescovo di un’altra città, senza per questo perdere la dignità cardinalizia. Per esempio, il card. Tettamanzi che da arcivescovo di Genova; è diventato arcivescovo di Milano, o dopo di lui il card. Scola, da patriarca di Venezia.
È vero che il cardinale eletto papa perde il titolo cardinalizio che aveva: ma questo dovrebbe essere attribuito al fatto che la chiesa di cui diventa titolare è la cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, in cui viene insediato – si tratta addirittura di una tautologia. Non per questo cessa di appartenere al “clero di Roma”, che è appunto ciò che in origine e in radice contraddistingueva i cardinali. Mi sembra che sia dal punto di vista storico-teologico, sia da quello canonico, sia quindi molto difficile sostenere che Joseph Ratzinger, una volta effettive le dimissioni da papa, non disporrà della dignità cardinalizia. Del resto un redazionale dello stesso VaticanInsider riporta l’opinione della storica Cataldi Gallo per cui è palese che Ratzinger tornerà a rivestire la porpora cardinalizia.
Altra postilla (15 febbraio): Oggi Luigi Accattoli sul Corriere scrive che “probabilmente papa Ratzinger tornerà cardinale e vestirà la porpora”. P. Lombardi ha affermato invece che continuerà a chiamarsi Benedetto XVI, essendo un titolo “inalienabile”, pur ricordando che la questione è ancora allo studio. Nutro francamente dei dubbi.

 Quando si terrà l’inizio del conclave?

Nella conferenza stampa di lunedì, p. Lombardi sembrava accennare alla possibilità di una partenza del conclave già il 1° marzo, il giorno immediatamente successivo a quello in cui le dimissioni saranno effettive. È probabile che nei primissimi giorni di marzo il conclave venga indetto, ma non che esso inizi effettivamente. La normativa attuale, che pure prevede che il papa possa rinunciare al suo ministero, quando tuttavia definisce l’indizione del conclave fa riferimento solamente al caso di morte del papa: il conclave deve tenersi “il quindicesimo giorno dalla morte del pontefice”, per “attendere per quindici giorni interi gli assenti”: per “motivi gravi” questo intervallo può essere portato fino a venti giorni, ma non oltre. Si pensa che questo intervallo di quindici giorni – che in gran parte, nel caso di morte del papa, è impiegato per celebrare le sue esequie, che durano nove giorni, i cosiddetti novendiali – sarà rispettato anche in questo caso. Le “congregazioni preparatorie”, cioè le riunioni dei cardinali che precedono il conclave vero e proprio – e che si svolgono anche negli stessi giorni delle esequie del papa – potrebbero invece svolgersi subito dopo il 28. Sembra del tutto improbabile che lo stesso papa Benedetto XVI, in questi ultimi giorni di pontificato, possa dare disposizioni anche semplicemente organizzative per preparare il conclave. Certamente la convocazione del conclave – che spetta al decano del collegio cardinalizio, il card. Sodano, che non è tra gli elettori avendo più di 80 anni – non potrà essere fatta prima del momento in cui le dimissioni di Benedetto XVI saranno effettive, cioè le ore 20.00 del 28 febbraio: non pare canonicamente possibile l’indizione di un conclave finché la sede non è vacante, mentre il papa è ancora, sia pur per poco, “felicemente regnante”. In conclusione, la data più probabile per l’inizio del conclave è il 15 marzo.

Chi parteciperà al conclave?

La risposta a questa domanda è assolutamente certa fin da ora. Gli elettori sono i cardinali, “a eccezione di quelli che, prima del giorno […] in cui la sede apostolica resti vacante, abbiano già compiuto l’80° anno di età”. L’esclusione dei cardinali ultraottantenni è una disposizione recente, dovuta a Paolo VI. Ciò significa che resteranno esclusi tutti i cardinali che il 28 febbraio avranno già compiuto 80 anni; potranno entrare in conclave tutti gli altri, anche se dovessero compiere 80 anni prima dell’ingresso nel conclave. Potrebbe essere il caso del cardinale tedesco Kasper, che compie 80 anni proprio il 5 marzo: contrariamente a quanto riportato da alcune fonti, sarà sicuramente un elettore. Mentre il più giovane degli esclusi sarà il cardinale ucraino Husar, che festeggerà l’ottantesimo compleanno il 26 febbraio, appena due giorni prima delle dimissioni di Benedetto XVI. Per quanto si prolunghi il conclave, il “corpo elettorale” rimarrà sempre gli stessi, salvo naturalmente il caso di morte; teoricamente, per gravi motivi di salute alcuni cardinali potrebbero comunque non partecipare al conclave (il cardinale tedesco Lehmann, per esempio, è seriamente infermo) o – nel caso più improbabile in cui le condizioni si aggravino dopo l’arrivo in conclave – non prendere parte a tutte o alcune delle votazioni.
postilla (15 febbraio): Ieri pomeriggio il Vatican Information Service ha ammesso e corretto l’errore di lunedì 11 su questo punto, quando aveva affermato che il numero degli elettori sarebbe dipeso dalla data d’inizio del conclave.

Ratzinger parteciperà al conclave?

La possibilità che il card. Ratzinger, dopo le dimissioni, prenda parte al conclave è stata immediatamente esclusa: non si tratta solo di un’opportuna e saggia scelta di Benedetto XVI, che dopo le dimissioni si allontanerà anche fisicamente dal Vaticano, andando a risiedere temporaneamente a Castel Gandolfo (e ritornando, pare, solo quando saranno terminati i lavori in corso presso quello che – come ora si è compreso – sarà il suo nuovo alloggio, l’ex monastero di clausura interno alle Mura Vaticane; anche se oggi si ventila la possibilità che qualcuno possa consigliare all’ex papa un alloggio fuori del Vaticano). Soprattutto, infatti, bisogna ricordare che Joseph Ratzinger ha comunque 87 anni e non sarebbe in nessun caso computabile tra i cardinali elettori.
Teoricamente, invece, il card. Ratzinger potrebbe partecipare alle riunioni preparatorie del collegio dei cardinali, in cui sono inclusi anche gli ultraottantenni, che si tengono prima del conclave e a cui spetta “il disbrigo degli affari ordinari o di quelli indilazionabili” e “la preparazione di quanto è necessario all’elezione del sommo pontefice”. Se Ratzinger posticipasse di pochi giorni la sua partenza dal Vaticano vi parteciperebbe a pieno diritto. Appare però del tutto improbabile che ciò avvenga, tantopiù considerato che ai cardinali non elettori “è concessa la facoltà di astenersi” da tali riunioni.

Quando verrà eletto il nuovo papa?

Molti danno per certo che il nuovo papa sarà eletto in tempo perché possa celebrare i riti della Settimana Santa o almeno del Triduo Pasquale. Tutto dipende da quando sarà fatto cominciare il conclave (vedi sopra) e naturalmente da quanto durerà. Bisogna tener conto che, a parte il primo giorno, nel quale si tiene al massimo un’unica votazione, nei giorni successivi vi saranno – fino a elezione avvenuta – quattro elezioni al giorno (due al mattimo e due al pomeriggio). Dopo tre giorni vi sarà una pausa di al massimo un giorno, pausa che si replicherà successivamente – in caso di mancata elezione – dopo ulteriori sette votazioni, e così via. Anche nel caso che si rispettino i 15 giorni previsti in caso di morte del papa, e quindi che il conclave si apra solo il 15 marzo, e che le pause previste vengano fatte durare un giorno intero, prima della domenica delle Palme (che cade il 24, mentre il giovedì santo è il 28) i cardinali avrebbero a disposizione 25-26 votazioni per eleggere il nuovo papa.
Sono oltre 150 anni che il conclave si protrae al massimo fino alla quattordicesima votazione (avvenne nel 1922 e terminò con l’elezione di Pio XI), spesso molto meno. Anche se non può esservi alcuna certezza, è evidente che ci sono forti probabilità che il nuovo papa possa effettivamente presiedere i riti non solo del Triduo Pasquale ma dell’intera Settimana Santa, anche se un’elezione fortemente a ridosso dei giorni santi potrebbe creare un problema di cerimoniale, non secondario: trovare il tempo per la presa di possesso della sede episcopale di Roma, cioè l’insediamento vero e proprio del nuovo vescovo sullla cattedra di san Pietro in San Giovanni in Laterano. Sempre, ovviamente, che non accada come nel 1830, quando il conclave si protrasse per 83 votazioni prima che ne risultasse eletto Gregorio XVI.

Con quanti voti verrà eletto il nuovo papa?

 Tra le innovazioni decise da Giovanni Paolo II per l’elezione dei suoi successori, quella veramente importante fu una. La normativa tradizionale prevedeva che per l’elezione del papa fosse necessario il voto dei due terzi dei cardinali elettori. Papa Wojtyla stabilì che, a partire dalla trentesima votazione (cioè dopo 13 giorni di conclave) fosse sufficiente la maggioranza assoluta. Gli analisti osservano che, con questa nuova regola, è sufficiente dimostrare in conclave che un candidato raccoglie tale maggioranza: un tale “pacchetto” di voti, infatti, renderebbe impossibile la formazione di qualunque maggioranza alternativa durante le prime votazioni e, alla trentesima votazione, si tramuterebbe nel consenso sufficiente all’elezione del candidato. Se fin dalle prime votazioni si riesce quindi a far confluire su un candidato una quantità di voti vicina alla maggioranza assoluta, si produce inevitabilmente l’immediato abbandono delle candidature alternative e di conseguenza la rapida elezione di quel candidato, su cui a quel punto finiscono per confluire anche molti altri voti. Secondo molto osservatori, è proprio questo che si è verificato al conclave del 2005 che ha portato all’elezione di Benedetto XVI. 
Proprio papa Ratzinger ha presto abolito tale norma, ripristinando la necessità, senza eccezioni, della maggioranza dei due terzi dei voti. Viene introdotta tuttavia un’ulteriore innovazione: dopo il tredicesimo giorno di conclave, ciascuna votazione successiva prende la forma di un vero e proprio ballottaggio tra i due candidati che nella votazione precedente avevano riportato il maggior numero di voti (curiosamente, è stabilito altresì che da tale momento quei due candidati perdano il diritto di voto). Vedremo tra breve quali saranno gli effetti di questa novità.


L’ultima parola

11 febbraio 2013

Per avvertire l’eccezionalità dell’avvenimento di oggi, basti pensare che tra qualche secolo Benedetto XVI sarà ricordato per queste dimissioni molto prima che per tutto il resto. Il discorso di Ratisbona, le encicliche, i preti pedofili, Vatileaks… quando tutto questo sarà materia per gli specialisti, Joseph Ratzinger sarà anzitutto “il papa che si dimise”. Una decisione perfettamente prevista nella legislazione della Chiesa (da ultimo, col canone 332 § 2 del Codice di diritto canonico del 1983), ma assolutamente rara: il caso di Celestino V è il più celebre dei sette che si verificarono, l’ultimo nel 1415 con Gregorio XII, che così pose fine allo Scisma d’Occidente. Tempi in cui, non a caso, il potere e la figura del papa erano maggiormente immuni da quella retorica, cresciuta in età moderna, che, tantopiù dopo la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale da parte del Concilio Vaticano I nel 1870, rendeva e  per molti (ma non per la Chiesa stessa) rende tuttora impensabile la sola idea delle dimissioni del papa.
Converrà osservare subito che quello di oggi non è stato un “annuncio”, ma una vera e propria dichiarazione (seppure anticipata) di dimissioni, un vero e proprio atto performativo – fatto di fronte ai cardinali riuniti in concistoro –, che compie ciò che dice. Il papa è ipso facto ufficialmente dimissionario, anche se le dimissioni avranno valore solo dalle 20.00 del 28 febbraio (anche il fatto che sia indicata l’ora esatta è significativo da questo punto di vista), e fino allora – come p. Lombardi ha precisato – permane nella pienezza dei poteri. Come precisa il diritto canonico, “nel caso che il romano pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti”. “Debitamente manifestata”: è precisamente quanto è avvenuto oggi, tanto che Benedetto XVI ha precisato che l’atto avviene in piena libertà. Non altro occorre né dobbiamo attendere. E con tutta evidenza non è possibile alcun ritorno indietro: non solo di fatto (come quando Giovanni XXIII annunciò la decisione di indire il Concilio Vaticano II), ma anche formalmente.
Esattamente dalle 20 di giovedì 28 – come viene esplicitamente detto – inizieranno quindi le procedure per il conclave, a norma della costituzione apostolica Universi dominici gregis del 1996: ovviamente senza tutto quanto si riferisce alla morte e ai lunghi funerali del pontefice, e delle modifiche successivamente emanate (la più importante: nel 2007 Benedetto XVI ha ripristinato la necessità che il papa sia eletto con la maggioranza di due terzi dei cardinali elettori, che dal ventinovesimo scrutinio avviene mediante ballottaggio dei due nominativi più votati). Se, dalla dichiarazione di Bendetto XVI, sembra di poter desumere che la convocazione ufficiale del conclave avverrà immediatamente dopo le dimissioni (impensabile che avvenga prima), non è immediatamente chiaro quale possa essere la data d’inizio del conclave vero e proprio: la norma parla infatti del “quindicesimo giorno dalla morte del pontefice” – un tempo in buona parte speso per le esequie del papa, che durano nove giorni, i cosiddetti novendiali –, e prorogabile di cinque giorni per l’eventuale attesa di cardinali assenti, e nulla dice su cosa avvenga nel caso il papa non sia defunto bensì dimesso. Mi sembra che la conferenza stampa di p. Lombardi non dia particolari delucidazioni su questo punto.
La tempistica e le modalità di quanto è avvenuto sembrano mostrare con chiarezza che l’atto ha sorpreso almeno la grande maggioranza dei cardinali e i dicasteri vaticani. Tuttavia, negli ambienti curiali quest’eventualità era considerata possibile e, da qualche mese, in qualche modo imminente.  Le stesse ultime nomine cardinalizie, e il loro carattere (sia pur moderatamente) “riequilibrativo” rispetto al precedente concistoro molto sbilanciato in favore di europei, italiani e curiali, erano state lette in qualche modo con gli occhi rivolti a un’eventualità di questo genere; e così pure talune indiscrezioni che erano circolate nei mesi precedenti, pur sotto la maschera deformante di una presunta imminenza della morte o – addirittura – dell’assassinio del papa. Ciò collima con quanto ha dichiarato oggi, con giusta semplicità, Georg Ratzinger, il fratello di Joseph.

Come è evidente, non occorre formalmente che il papa adduca alcuna motivazione per le sue dimissioni: anche per questo, quella che papa Ratzinger ha comunque ritenuto opportuno fornire rappresenta forse il tratto più impressionante – insieme al fatto stesso delle dimissioni – dell’evento di oggi. Il papa fa esplicito riferimento alla mancanza di “vigore del corpo e dell’animo”: non solo “del corpo”, che sarebbe stato più che sufficiente per giustificare le dimissioni. L’aumento dell’età media e il progresso della medicina facevano pensare che ci saremmo presto trovati di fronte, in media, a un prolungamento dei pontificati e all’aumento di situazioni spinose – come peraltro già avvenuto in passato – di senescenza papale: e probabilmente i successori di Benedetto XVI si sentiranno rafforzati, se del caso, nella decisione di dimettersi in caso di un lungo protrarsi di una situazione di grave malattia. Ma non sembra questo ciò che accade oggi: anche se sicuramente la declinante salute fisica di papa Ratzinger – quanto declinante lo dirà il futuro – ha giocato un ruolo determinante, non ci troviamo – p. Lombardi dice anche questo – di fronte a un papa gravemente malato che anticipa quanto sarebbe avvenuto con la morte imminente. Il caso è diverso. Un papa che manifesta la sua stanchezza “del corpo” e “dell’animo” – non “dello spirito”, si osserverà utilizzando la tradizionale ripartizione di san Paolo: secondo l’antropologia cristiana lo “spirito” è, in qualche modo, la presenza di Dio nella persona, e quella non può certo essere soggetta a stanchezza; e purtuttavia la debolezza d’“animo” non è precisamente, per intenderci, quanto si richiede ai santi, a cui pure non è ignoto quel genere di tristezze –, in misura tale da esserne indotto alla decisione di dimettersi: questa sì è una novità assoluta.
L’atto che rende la giornata di oggi, non solo per i cattolici, memorabile nei secoli, ha in sé una profonda umanità e un’imprevedibile modernità. Al momento dell’elezione di Benedetto XVI, molti sperarono che da un papa conservatore – meglio, da un ultraconservatore illuminato – venissero gesti di rottura. Ce n’è stato uno: l’ultimo, il più grande.


Quello sgambetto a Dossetti, anzi al Concilio

8 gennaio 2013

Molti cattolici bolognesi hanno letto la lettera del card. Re al card. Biffi – diffusa da quest’ultimo sicuramente con l’approvazione del primo – in cui venivano confermati i giudizi espressi nell’ultimo libro di Biffi su don Dossetti, in particolare sulla sua attività al concilio Vaticano II. La pubblicazione di quella lettera ha suscitato parecchie reazioni e, infine, un’esplicita scusa da parte dell’organo di stampa che l’aveva pubblicata (pronosticandone anche – redazionalmente – una grande importanza nel dibattito storico); e anche la stampa “laica” locale ha finito per occuparsi della questione, seppur con prevedibili semplificazioni.
Sbaglierebbe di grosso chi riconducesse la vicenda a una questione curiale tutta bolognese, magari riducendola a un’iniziativa personale o inserendola semplicemente in una storia – che pur si potrebbe scrivere – di nobili schermaglie o miseri dispetti tra vecchie conventicole locali di varia estrazione. Sbaglierebbe ancor più chi, magari per riflesso condizionato, ne volesse dare un’interpretazione politica, come se in discussione ci fosse il Dossetti politico e magari gli attuali raggruppamenti del cattolicesimo politico, specie bolognese, che a lui maggiormente e più o meno giustificatamente si riconducono. E sarebbe triste che per questa via dalle nostre parti qualcuno ne traesse una certa soddisfazione. Non solo per quel tanto di pettegolo che inevitabilmente ne trasudi; e neanche solo per il fatto che perseverare in una lettura prevalentemente politica della parabola di Dossetti rimane, a mio parere, sintomo di una miopia tantomeno perdonabile in campo cattolico.
La lettura sarebbe errata soprattutto perché, in questa vicenda, se è bolognese la casella che – volente o nolente, e più o meno consapevole – ha ospitato la mossa, la partita è squisitamente romana e, s’intende, squisitamente ecclesiale. E Dossetti ne è l’obiettivo solo apparente. Squalificando l’azione di Dossetti durante i lavori il concilio Vaticano II, fino a definirlo come “usurpatore” – un termine di singolare precisione – delle prerogative istituzionali del card. Felici, si insinua un dubbio di legittimità, sostanziale se non addirittura formale, su quei lavori stessi, e sui documenti che ne sono il duraturo frutto.
Il 2012 non è “solo” il centenario della nascita di Dossetti: è soprattutto il 50° dell’apertura del Concilio, uno dei motivi dell’indizione dell’Anno della fede. E proprio in questa occasione, in cui la ricorrenza sta riportando l’attenzione, con vigore forse inatteso, sull’evento del Concilio, sui suoi documenti e sul suo significato; proprio mentre dal papa stesso giunge il ripetuto invito a tornare alla “lettera” del Concilio studiandone i documenti e approfondendone il significato con l’applicazione di una corretta ermeneutica, ecco che proprio il testo conciliare viene messo nei fatti in discussione. Da un lato Benedetto XVI conferma la fiducia nel Concilio e ne propugna – come dall’inizio del suo pontificato –  un’interpretazione che inserisca “la riforma” da esso operata contestualizzandola “nella continuità” rispetto al magistero precedente, così da fare giustizia di quelle che vede come possibili deviazioni, per esempio in senso progressista. Dall’altro, nel seno stesso della Chiesa, come malfidando nell’operazione papale o presupponendone insufficienti gli esiti, si viene ad attaccare il Concilio stesso, delegittimandone – con singolare precisione di mira – un punto nevralgico, ossia il suo stesso meccanismo deliberativo. Il fatto che tale operazione – stando a quel che si legge – venga condotta nella Positio della causa di beatificazione di Paolo VI (ma su questo avremmo bisogno di leggere qualcosa di più che un vago accenno) – vi getta una luce ancor più inquietante, dal momento che proprio le deliberazioni conciliari approvate e suggellate da quel papa sarebbero soggette a questa sorta di sussurrata invalidazione.
Ulteriori considerazioni si potrebbero formulare: non da ultimo, che il denunciare il carattere presuntamente “politico” di una decisione ecclesiale (ma perché non applicare lo stesso criterio ad altri atti di giurisdizione e di governo?) contraddice in nuce la logica divino-umana dell’incarnazione che alla Chiesa stessa presiede. Ma basti qui notare che questo tipo di argomentazione che, con l’apparenza di difendere quanto nella Chiesa vi è di più sacro, invece la svuota e l’indebolisce internamente come un cancro, era finora – e segnatamente nella sua applicazione al Vaticano II – patrimonio di frange ultra-tradizionaliste ad elevato sospetto di non-cattolicità. Questo suo rinvenimento mostra la permeabilità, rispetto a talune tendenze, di argini che, pur all’interno di un dibattito vivace come quello sull’ermeneutica del Concilio, si credevano ben solidi. Non è solo la pronta risoluzione del pur doloroso episodio “bolognese”, naturalmente, a convincere che non praevalebunt.


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