Il discorso di Conte al Senato: pillole in 16 tweet

5 giugno 2018

1. Per me la parte più preoccupante del discorso di Conte è l’inizio: la celebrazione tra l’eversivo e il fuffarolo del rovesciamento dell'”ordinario percorso istituzionale”. Prima ancora del superamento della distinzione destra/sinistra e della rivendicazione del populismo.

2. Siamo nel cuore dell’ideologia grillista, meno ingenua ma più compiuta di come la conoscevamo finora dai proclami della Raggi. Del resto Conte questo è: un grillino – sia pur tecnico – fatto e finito. Aspettiamoci dosi da cavallo di questa roba.

3. Conte parla di “diritti sociali … progressivamente smantellati” negli ultimi anni: una narrazione che punta a sfondare a sinistra. Le parole d’ordine sono il salario minimo orario e il reddito di cittadinanza; i nemici, l’austerity e la corruzione.

4. Nel discorso di Conte i cenni al lavoro e all’ambiente sono condivisibili (e piuttosto “grillini-prima maniera”) anche se generici; apprezzabile che siano fittamente intrecciati con la questione tecnologica.

5. L’indicazione (assai asciutta) degli USA come “alleato privilegiato” e soprattutto la visione positiva dell’UE temperano nel discorso di Conte l’apertura alla Russia, che tuttavia è impressionante sentir enunciare così esplicitamente.

6. Su vitalizi, giustizia, lotta alla corruzione e alle mafie Conte si muove come sul burro. Degno di lode il riferimento alla funzione riabilitativa della pena. Interessante il riferimento circostanziato al conflitto d’interesse: sarà da seguire l’attuazione.

7. Come è stato notato, Conte parla di “pensioni di cittadinanza” (?) ma non fa cenno alla Fornero. Il reddito di cittadinanza vero e proprio viene già spostato a una fase 2.

8. Occorre riconoscere che nel discorso di Conte la questione dell’immigrazione è trattata in modo appropriato ed equilibrato. Vedremo come ciò si relazionerà con le mosse di Salvini: pessime negli ultimi giorni.

8bis. Lodevole il richiamo all’uccisione di Soumayla che chiude autorevolmente un giorno e mezzo d’ingiustificato silenzio.

9. Nel capitolo sul fisco Conte mostra le corde: la proporzionalità della flat tax, ovverosia la quadratura del cerchio. L’annuncio del carcere per i grandi evasori è come lo zucchero a velo. Lodevole che si eviti la retorica del povero italiano tartassato da Equitalia.

10. Sulla sanità Conte dice cose ovvie. Sulla ricerca pure: cosa deludente da parte di un professore universitario. Interessante il paragrafo su internet e sul digitale. Non scontato il lungo soffermarsi sul terzo settore.

11. Interessanti i riferimenti di Conte alla responsabilità sociale delle imprese e alla legge fallimentare. Irenico il riferimento alle parti sociali. Tutte da verificare le promesse sulla deburocratizzazione.

12. Il compitino di Conte sugli italiani all’estero e sulle regioni a statuto speciale è una classica marchetta da Prima Repubblica per prendersi qualche voto in più.

13. L’ampia trattazione dei rapporti col Parlamento invece individua una sede in cui Conte potrebbe recuperare centralità e protagonismo anche mediatico rispetto ai “soci di maggioranza”. Vedremo.

14. Ai terremotati Conte dedica il “pensiero finale” e l’annuncio di una visita, ma nessuna promessa.

15. Grandi assenti nel discorso di Conte: le donne (un solo breve riferimento); le famiglie (tradizionali e non); il patrimonio culturale; il turismo; l’agricoltura; molto poco sulla sicurezza, nulla sulla difesa. Praticamente nulla sulla scuola. Altro?

16. In gran sintesi, il discorso di Conte è quintessenza di grillismo avveduto ma ideologicamente forte, un po’ “prima maniera”, che occhieggia a sinistra e punta (anche con qualche imbarazzo ed excusatio non petita) a occultare e ammorbidire la componente leghista del contratto.

Nota bene: inizialmente ho diffuso questo post col titolo erroneo “Il discorso di Conte alla Camera…”. Scusate l’errore.

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Due spiccioli sulle elezioni regionali in Molise

23 aprile 2018

Il Molise non è l’Ohio e l’idea che i risultati delle regionali dettino l’agenda a Mattarella è risibile come sarebbe affidare a De Toma – il candidato del centrodestra che si è ormai aggiudicato la presidenza della Regione – la formazione del nuovo governo a Roma.

Ciò detto, qualche riflessione su queste elezioni si può pure fare.

1) L’onda Cinque Stelle non è inarrestabile, nemmeno al Centro-Sud.

2) I Cinque Stelle hanno comunque ottenuto un risultato enorme rispetto alle precedenti regionali (37% contro 12%).

3) I Cinque Stelle si confermano più deboli sul piano locale, essendo ancora carenti nel radicamento territoriale. Da questo punto di vista, aver moltiplicato le liste mettendo in campo una grandissima quantità di candidati locali è stata sicuramente una mossa vincente per il centrodestra. (Mentre rinunciare a qualunque genere di coalizione e presentarsi con la sola lista M5S rischia di diventare un handicap per il Movimento proprio mentre ci sono le condizioni per un suo avanzamento nei territori.)

4) Il centrosinistra cala rispetto al risultato già pessimo delle politiche. E’ un tracollo che la coalizione “larga” non riesce assolutamente a frenare. Il risultato molto brutto del PD non si spiega unicamente con il “sacrificio” rispetto alle civiche, peraltro poco utile, né con motivazioni legate al malcontento per l’amministrazione uscente – che certo non ha giovato. L’impressione è quella di una grave marginalità e labilità. Anche LeU è in calo.

5) La molteplicità delle sigle vizia qualunque confronto interno tra le liste “nazionali” del centrodestra. Converrà limitarsi che la Lega, nonostante lo scarso radicamento locale, non cala rispetto alle politiche, e che il bacino dell’area che fa capo a Forza Italia è alquanto ampio; accanto ad esso, riprende vigore un’area “moderata” era in gran parte confluita in FI. Non male anche FdI.

6) Azzardando ipotesi sui flussi di voto: sicuramente il M5S viene penalizzato dall’astensione più alta (seppur relativamente fisiologica: al dato complessivo va tolto quello degli oltre 70.000 molisani residenti all’estero, che non erano computati alle politiche); difficile che abbia influito un calo di consenso per il comportamento del Movimento a Roma dopo le politiche; molto più probabile che un certo numero di elettori M5S delle politiche abbia deciso, alle regionali, di premiare candidati (soprattutto di centrodestra) a lui più “vicini”. Da questo punto di vista la nuova legge elettorale regionale, che impediva il voto disgiunto, ha probabilmente avuto un influsso non trascurabile.
Il centrosinistra probabilmente cede al centrodestra voti legati ai candidati “transfughi” (alcuni consiglieri uscenti di centrosinistra si sono ricandidati, e saranno eletti, col centrodestra); ma più in generale, forse, sconta un “effetto ballottaggio” con la concentrazione di voti (d’opinione) sui due candidati che venivano avvertito come più competitivi.

 

Vedremo come questi dati si combineranno con quelli delle regionali del Friuli-Venezia Giulia domenica prossima (in quell’occasione si voterà anche per le comunali a Udine e in altri 18 comuni della Regione) prima delle elezioni comunali del 10 giugno, che interesseranno 762 comuni, tra cui Ancona e altri 20 capoluoghi di provincia. In Emilia-Romagna si voterà in 18 comuni; nel Bolognese, oltre all’importante test di Imola, ci saranno le elezioni anche a Camugnano; nel Modenese a Guiglia, Serramazzoni, Camposanto e Polinago.


La fusione in Parlamento

22 febbraio 2013

La battaglia politica che si è consumata – e certo non spenta – sulla fusione dei Comuni della Valsamoggia avrà influenza sul risultato delle elezioni di domenica e lunedì in vallata? Dalle scelte degli abitanti della Valle del Samoggia per il Parlamento nazionale potremo trarre qualche indicazione per capire quali probabilità di successo avrà l’assalto alle amministrazioni locali targate PD? Un assalto, sia detto di passaggio, per il quale le opposizioni sembrano già mobilitate in una sorta di campagna elettorale permanente da qui al 2014, con la probabile intenzione di marciare separati per colpire uniti all’eventuale ballottaggio.

Le elezioni politiche sono il livello più distante dalla realtà amministrativa locale, nonché quello in cui le mode passeggere e gli eventi contingenti incidono meno sulle convinzioni e sulle abitudini sedimentate. Proprio per questo, paradossalmente, se gli eventi locali, e in particolare quelli relativi alla fusione dei Comuni, lasceranno un segno sulle elezioni del 24-25 in Valsamoggia, siamo autorizzati a pensare che tali tendenze potrebbero essere ancora più incisive alle elezioni amministrative del 2014 (ovviamente è una possibilità teorica: in quasi un anno e mezzo possono succedere molte cose).

Penso da un lato ai cittadini che, credendo nel progetto della fusione, e proprio grazie alla pesante polarizzazione politica che – qualunque cosa se ne pensi – si è sviluppata su questo tema, si sono avvicinati alle forze dell’attuale maggioranza, e in particolare al PD. C’è stato sicuramente uno spostamento di questo tipo da parte di esponenti vicini alle liste civiche: alcuni di essi sono anche noti. In parte è probabile che si tratti in buona parte di persone che comunque in passato avevano votato PD, ma che se ne erano successivamente distanziate, in particolare alle elezioni locali, ma forse anche in altre occasioni. Ma è possibile che questo effetto si sia verificato anche per una fascia più ampia di cittadini. Potrebbe quindi mostrarsi sotto forma di una prestazione più tonica del PD alle elezioni di questo fine settimana (un dato che andrà misurato sia rispetto ai risultati delle elezioni precedenti, sia rispetto a quelli dei Comuni vicini).

D’altro canto, una parte degli elettori dell’attuale maggioranza locale di centrosinistra si è schierata – molti nel segreto dell’urna, altri anche pubblicamente – contro la fusione dei Comuni. Per alcuni di essi ciò potrebbe non influire sulle scelte politiche nazionali; per altri, la virulenza della polemica sarà probabilmente tale da indurli a prendere le distanze dai partiti che hanno sostenuto la fusione anche nel voto del prossimo fine settimana. Ma (a parte l’ipotesi tutt’altro che peregrina che una parte di questi elettori scelga l’astensione), quali forze politiche ne beneficeranno? In prima fila ci sono il Movimento 5 Stelle e Sinistra e Libertà, che si dividono variamente buona parte dell’elettorato (nonché della dirigenza) delle liste civiche. Con alcune dinamiche particolari: SeL ha polemizzato nelle scorse settimane con i partiti ora raggruppati nella lista di Rivoluzione Civile – che si presentano come sinistra “dura e pura” in quanto non alleati col PD – rinfacciando loro di essersi “piegati” alla fusione dei Comuni (Federazione della Sinistra e Italia dei Valori hanno firmato il documento a favore della fusione e votato il provvedimento in Regione). Del resto SeL in Valsamoggia, anche nelle ultime settimane di campagna elettorale, sta insistendo con molta forza sulla questione della fusione, senza lasciar trapelare alcun imbarazzo per il fatto di presentarsi in coalizione col PD. Non è affatto escluso, del resto, che una parte di elettori di provenienza PD consideri il voto per SeL come adatto sia a marcare il proprio dissenso sulle questioni locali, sia a esprimere comunque un “voto utile” rimanendo nell’ambito del “classico” centrosinistra.

Naturalmente occorrerà osservare anche i voti del centrodestra, che si è compattamente schierato – PdL e Lega – contro la fusione. Sarà difficile trarre considerazioni dai risultati dell’UDC, sia perché il suo atteggiamento sulla fusione è stato, a livello locale, contraddittorio (alcuni esponenti si sono schierati a favore, altri – come pure in Regione – contro), sia perché si tratta di una formazione relativamente esigua. Un’eventuale tendenza delle liste civiche a catalizzare il voto delle opposizioni potrebbe lasciare qualche traccia anche nelle scelte politiche nazionali.

Si tratta di semplici ipotesi che potrebbero facilmente essere spazzate via se si verificherà che nei Comuni interessati dalla fusione il differenziale tra i risultati dei vari partiti sarà uguale a quello dei Comuni circostanti. Vedremo presto se queste piste di lettura avranno qualche fondamento, e se – guardando alle elezioni comunali del 2014 – le forze politiche locali saranno rafforzate dai risultati di lunedì, chi nei propri timori chi nelle proprie speranze. Che si mescolano – legittimamente, col debito senso delle proporzioni – alle speranze e ai timori di tutti gli italiani per il futuro del Paese in questo appuntamento cruciale.

 


Il PD, qui, adesso. Voci dalla rete

23 Maggio 2012

Stavolta nessuna “parola mia”. Sulle ultime elezioni amministrative, e su quel che c’è da fare, riporto solo un po’ di impressioni – più o meno “autorevoli”, per quel che conta -, naturalmente con un occhio particolare all’Emilia-Romagna, ma non solo.

Partirei dall’ottimo riassunto di Luca Sofri, secondo cui «Tra il PD “istituzionale” e quello sovversivo, vince il secondo» (poi Sofri dice anche qualcos’altro, qui. Un monito per tutti, specie per noi in Emilia-Romagna. Dice cose simili anche Giuseppe Civati: “Il Pd dove si apre alla partecipazione ed esprime un profilo di governo, serio e competente sotto il profilo amministrativo, in queste condizioni non ha rivali. Quando sa interloquire con il civismo e con la spinta che proviene dal basso, in questo momento, è letteralmente imbattibile.
Speriamo sappia far tesoro, però, di quella che è prima di tutto un’opportunità che si apre, non una partita che si chiude”.
Civati offre poi (qui) un’ottima analisi di com’è andata la vittoria in Lombardia – in cui ha avuto qualche parte. E dice anche alcune cose piuttosto energiche, qui. Un’analisi notevole, in particolare del successo del Movimento Cinque Stelle al Nord, è anche quella del bravo Stefano Catone, qui. Mentre un commentatore ricorda che «Alle politiche del 2008, nel solo Comune di Parma, il PD ha preso 47.153 voti, contro i 28.498 (di lista) delle regionali 2010 e i 17.472 (di lista) di queste comunali».

Anche Debora Serracchiani dice chiaro e tondo che «il risultato di Parma… offusca ogni altra vittoria del Pd. … Se la credibilità di una leadership politica si rivela nel percepire e nell’accompagnare i mutamenti e i bisogni della società, per Bersani questo è il momento di dimostrare che il Pd è all’altezza delle vittorie e impara sul serio dalle sconfitte. Dopo Parma, il motto “rinnovarsi o morire” non è una critica alla segreteria ma una proposta concreta» (qui l’intero – breve – post).

Un tema che svolge con nettezza anche il nostro vicino di casa, Loris Marchesini, da Anzola: abbiamo vinto, sì, ma «con molti “se” e molti “ma”»: «abbiamo vinto perché si sta chiudendo nel modo peggiore per loro la stagione del centro-destra… abbiamo vinto dove abbiamo saputo esprimere il meglio delle candidature attraverso le primarie, abbiamo perso dove non le abbiamo sapute gestire ed abbiamo presentato candidature usurate (Parma) o rampanti (Palermo)…  abbiamo ancora una estrema lentezza, fino all’arroganza, nel procedere nel cambiamento necessario, nel virare il timone nella direzione giusta». Il resto qui.

Anche il segretario del PD di Bologna Raffaele Donini dice che «O si cambia, o si muore», anche se nella sua intervista di oggi (qui) sembra proiettare questa necessità di cambiamento più su Roma che sul nostro territorio.

Ma l’intervento più inquietante sulle possibilità di cambiamento nel PD è quello di Paolo Cosseddu: “E’ la regola dell’hully gully: se prima eravamo in dieci a ballare l’hully gully, adesso siamo in nove a ballare l’hully gully. Di cui otto dalemiani, però“.  Premunitevi contro la depressione, ma leggetelo assolutamente fino in fondo: qui.

Spostandoci di poco, dice parole brusche – beneficamente scomode – anche Francesco Costanzini da Sasso Marconi: «Caro PD, impara a gestire il dissenso, impara a non pilotare le scelte della gente e a fare primarie vere in ogni luogo. Non ha senso giocare a screditare l’avversario, piuttosto non permettere ad altri di cavalcare quelle che dovrebbero essere le tue battaglie ma che forse sono sopite chissà dove. Il consenso storico finirà, è destinato anagraficamente ad esaurirsi, pertanto è bene tornare a far politica con le passioni dei tempi che furono, tra la gente, con la gente, dal basso. Con trasparenza.
La credibilità la si ottiene agendo in modo democratico in ogni sede, senza collusioni col Potere. La coerenza in tutto ciò che si fa è una carta al tornasole, non si può pensare di proporsi come novità se la gente è la stessa, se le voci fuori dal coro vengono isolate, se non si pratica la democrazia dal basso, se non si rinuncia ai privilegi, se si lotta per le stesse poltrone da decenni.
La gente ha bisogno di tornare alla vera politica, a quel sistema che faceva sognare e che permetteva di amministrare la cosa pubblica in modo onesto, trasparente e per il bene comune. Berlusconi ce lo siamo “meritati”, ora il Paese ha bisogno di rigore da parte di tutti, chi è in Parlamento per primo deve dimostrare equità e di lavorare per la gente, per i lavoratori difendendo i diritti e aiutando i deboli anche rinunciando ai propri iniqui privilegi.
Bisogna imparare a considerare l’avversario in modo più sereno, bisogna imparare a leggere le sconfitte ed imparare dagli errori. Ci vuole un’assunzione di responsabilità, non processi pubblici ma essere capaci di avere coraggio e mettersi da parte quando si capisce di aver sbagliato! Solo così si conquistano le persone e si vincono le elezioni e si ben governa. Altrimenti si resta al palo sino a quando ci si riuscirà, prima di essere spazzati via e col tempo… sparire!»

Una riflessione molto originale e personale è quella di Roberto Balzani, sindaco di Forlì: «La lezione di Parma, pur al netto di tutte le complesse variabili locali, che non e’ sempre facile decifrare per esterni al contesto, e’ chiara: per una quota importante di elettorato, il ceto politico e’ un’oligarchia impermeabile e senza colore, assolutamente intercambiabile. E per questo solo fatto – che si tratti di governo o di opposizione “tradizionali” – da rifiutare in blocco. Ma sarebbe un errore pensare a un po’ di maquillage della comunicazione per ristabilire il contatto: il problema e’ più radicale e profondo e, a mio modesto avviso, riguarda in primo luogo le motivazioni per cui ciascun amministratore sceglie di fare politica. Cosa mette sul piatto? Cosa sacrifica, di se’ e della sua vita, per essere credibile (questione prioritaria rispetto ai risultati, che sono ovviamente interpolati da infinite casualità)? La selezione – anche nei partiti “tradizionali” – non può eludere questo nodo esistenziale: altrimenti cadiamo nella solita retorica dei valori e dei buoni proposti. Dei quali la gente e’ giustamente stufa. Cosa perdi per esporti tutti i giorni al giudizio dei tuoi concittadini? Su questo terreno si misura il tuo coraggio, la tua volontà di connettere pensiero e azione, infine la tua libertà

Da Lugo, Serena Fagnocchi ammonisce: «I voti non sono di proprietà dei partiti.  I cittadini votano le persone non i partiti. I candidati devono essere seri, credibili e nuovi. E se qualcuno pensa che il vuoto politico lasciato dall’astensione enorme non verrà colmato in un anno, e che basterà tenere la rotta con pochi aggiustamenti, assisterà alla riedizione della “gioiosa macchina da guerra”, temo (tanto ad essere chiamata Cassandra, rompicoglioni e inesperta ci sono abituata)».

Lascerei la parola riassuntiva al consigliere regionale PD Thomas Casadei: «Assai preoccupante il crollo della partecipazione; crollano Lega e PDL – ovvero chi ha dominato la scena nella “seconda repubblica”; ottima affermazione del PD e del centrosinistra unito e aperto a istanze civiche in tutta Italia – con successi eclatanti in territori ove da decenni aveva governato la destra (98 comuni sopra ai 15 mila abitanti saranno governati dal centrosinistra; 44 dal PDL); il …”terzo polo” è uno strano miscuglio che si muove in modo molto variopinto e senza grandi successi (peraltro in vari casi alleato della destra); in Emilia-Romagna – dato su cui riflettere con umiltà e serenità, ma anche molto coraggio, è eclatante il successo del Movimento 5 stelle a Parma e Comacchio (e per poco abbiamo “salvato” Budrio): derubricarlo a successo “per i voti della destra” non aiuta a comprendere il fenomeno e rischia di essere fuorviante. Dove il Pd e il centrosinistra hanno espresso spinta verso il cambiamento e programmi e candidati innovativi (a prescindere dal mero dato anagrafico) hanno vinto, dove hanno intrapreso altre vie … no. Abbiamo pochissimi mesi – un lampo – per presentare un’alternativa radicale e credibile alla crisi del sistema. Una sfida straordinaria che richiede, da subito, alcune azioni concrete [segue].»

Ecco: il post finisce così, con un “segue”. Tutto dipende da come lo riempiremo, ciascuno per la propria parte.
Per Bazzano cercherò di buttar giù qualcosa anch’io. Datemi tre-quattro di giorni di tempo.


Se la politica non si… arresta

22 luglio 2011

Non mi sento di parlare dell’autorizzazione all’arresto del deputato Papa e del senatore Tedesco (concessa la prima, negata la seconda) senza due premesse. La prima: stiamo parlando di persone che vanno in galera e, anche in un Paese ormai abituato al tifo televisivo nei processi di cronaca nera, bisognerebbe mantenere un po’ di rispetto verso le umane miserie. Le orge di esultanza per un deputato arrestato ci rendono un po’ più simili a quell’Italia peggiore che tanto deprechiamo.
Altra premessa: se queste persone siano colpevoli o innocenti non abbiamo idea. L’accerteranno – sulla base di prove che non ci è dato di esaminare, perché non è il nostro mestiere – i magistrati, con tutta la fallibilità dell’umana giustizia. Potrebbe benissimo darsi che si tratti di persone innocenti – il che non significa affatto perseguitate -, e anche questo ci dovrebbe imporre un po’ di prudenza in più. Pensare che siano per forza colpevoli è il peggiore insulto che possiamo fare non tanto alla politica, ma proprio alla giustizia.

Ma sappiamo certamente una cosa. Se non fossero parlamentari, Papa e Tedesco sarebbero già in galera da un pezzo. E non dico se fossero poveri diavoli: anche se fossero, che so, consiglieri regionali, che godono di una condizione alquanto privilegiata quanto a stipendi e benefit ma non di quest’istituto di garanzia probabilmente pensato con le migliori intenzioni, certo trasformatosi in uno tra i peggiori privilegi corporativi tra i tanti che conta la nostra Repubblica.  La carcerazione preventiva, e le  regole e la prassi cui è sottoposta nel nostro Paese, può piacere o meno: resta il fatto che, se i due non fossero parlamentari, le manette sarebbero già scattate inesorabilmente.

Faccenda tanto più indigeribile quanto più i reati di cui sono accusati non sono solo contemporanei, ma strettamente connessi, diciamo così, all’esercizio delle proprie funzioni politiche (Papa e Tedesco non sono accusati di aver picchiato la moglie, né di aver sfasciato un vetro in una rissa da ragazzi). Cioè quel tipo di sospetti da cui chi riveste una carica pubblica dovrebbe stare il più lontano possibile: tenendosi, per decoro e opportunità, un passo indietro rispetto a quello che gli consente la legge, anzi, e non certo sfruttando la legge per stare un passo avanti a quello che sarebbe consentito ai comuni cittadini.
Certo, non siamo così stupidi da pensare che ci si debba dimettere per un’accusa a caso lanciata dal primo che passa e per un avviso di garanzia emanato come atto dovuto dalla magistratura. Ma un ordine di arresto rappresenta una misura decisamente più pesante. E il fatto che un deputato che, se non fosse tale, starebbe in carcere, sia ancora nell’esercizio delle proprie funzioni è cosa talmente imbarazzante che dovrebbe essere insostenibile per tutti.

Il voto a favore dell’autorizzazione all’arresto di Papa riflette questa crescente indignazione dell’opinione pubblica che, pur se spesso irrazionale, generica e irriflessa, ha dalla sua parte numerosi argomenti logici, razionali ed etici. Certo è impressionante vedere come la distorsione della realtà abbia calato, in questi anni, un velo impressionante sul comportamento pubblico e privato di Silvio Berlusconi e della sua maggioranza di governo. Ma se anche la Lega ha votato, in gran parte, per l’autorizzazione significa che probabilmente, ormai, la stessa opinione di centrodestra non può più reggere fette così pesanti di prosciutto davanti agli occhi.

E quella di centrosinistra? A Bologna, Flavio Delbono si dimise da sindaco dopo essere stato accusato di reati decisamente minori rispetto a quelli contestati al senatore Tedesco (concussione, tentativi di concussione, corruzione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e falso). Ben prima del rinvio a giudizio e, beninteso, senz’alcun genere di richiesta d’arresto. E il PD ebbe la forza e l’autorevolezza di esigere quelle dimissioni. E ci sono altri casi simili.

Ieri il PD, e lo stesso Tedesco, si sono espressi con chiarezza a favore dell’autorizzazione al suo arresto. Così pure, oltre a IDV e UDC, la Lega. Ma quei voti non sono arrivati tutti, e il voto segreto (chiesto dalla destra) impedisce di escludere che anche senatori PD abbiano votato in modo difforme alle indicazioni nette del partito. Un senatore, anzi, l’ha rivendicato esplicitamente e ha detto che un certo numero di colleghi (non sappiamo se determinante) ha fatto la stessa scelta.

Così non va.

Beninteso, il voto su Papa, in cui i deputati PD sono stati compatti, mostra che non c’è stato nessun patto scellerato con la destra, nessun “voto di scambio”, come il PdL ha probabilmente tentato di fare e poi cercato di far credere. Ma questo non basta.

Rosy Bindi – presidente del PD – e altri esponenti, come Debora Serracchiani, hanno chiesto le dimissioni di Tedesco, che però non intende darle (e nessuno, ahimé, può formalmente obbligarlo).
Ora una parola chiara di Bersani è necessaria. Bersani si associ alla richiesta della presidente e chieda con tutta la forza possibile che Tedesco si dimetta e si sottoponga alle spiacevoli misure richieste dai giudici. E vengano quantomeno sanzionati i senatori che hanno ammesso di aver votato contrariamente alle indicazioni. O sarà sempre più difficile convincere l’opinione pubblica – compresi milioni di militanti, iscritti e simpatizzanti del PD – che rispetto alle schifezze del centrodestra il nostro partito è un’altra cosa. Tipo un partito serio, tra l’altro.

Aggiungo il link di una buona analisi del voto parlamentare per le due autorizzazioni all’arresto, su Termometro Politico: http://www.termometropolitico.it/arresto-papa-tedesco-numeri-voto-parlamento/


Bologna, il giorno dopo

17 Maggio 2011

A volte vale la pena di restare alzati fino a tardi, anche se stamattina è dura.

E’ andata meglio di quanto si poteva sperare, molto meglio del previsto, anche se la grande gioia per queste elezioni è temperata dal dispiacere per alcuni amici che non sono riusciti a entrare in Consiglio Comunale a Bologna. Altri, invece, ci sono riusciti: bravi e complimenti a tutti! (L’altra delusione è la mancata espugnazione di Santo Stefano; sulla composizione dei consigli di quartiere attendo ancora notizie).

Mi sembra corretto dare conto anche delle previsioni che ho sbagliato: anche se francamente non avevo dubbi sulla vittoria finale di Merola, ero certo che si sarebbe andati al ballottaggio: invece risparmieremo tempo, denaro e tensione… E’ maiuscolo che si sia riusciti a migliorare rispetto a Delbono, dopo Delbono. Il PD (38,28%) perde poco più di un punto e mezzo rispetto al 2009 (due punti e mezzo dalle regionali del 2010): una ben piccola sanzione per l’accaduto, un risultato tutto sommato roseo, pensavo – credetemi – che saremmo rimasti uno o due punti più sotto. Trionfa Amelia – e questo l’avevo previsto!  – con un 10,24% della sua lista e un risultato personale di 3941 preferenze, seconda solo, nel centrosinistra, alle tredicimila [tredicimila!] di Cevenini): un patrimonio di voti decisivo e che – mi azzardo a pensare – oltre a ricompattare tutt’un’ala di sinistra “critica”, può aver attinto anche nel campo avverso. Cala parecchio, prevedibilmente, l’IdV (aveva il 4,5% nel 2009, ma il 7,8% nel 2010!); risultati piccoli ma non irrilevanti per la Federazione della sinistra (1,46%) e i socialisti (0,59%).
Nel complesso, le liste di centrosinistra arrivano al 54,27%, quasi 4 punti sopra la percentuale di Merola (ma in termini assoluti, Merola ottiene 106070 voti contro i 102560 delle liste).

La Lega arriva a uno strepitoso 10,72% dopo il 3,14% del 2009 e l’8,58% dl 2010, ma resta lontana dal “sorpasso a destra”: il PdL ottiene il 16,60% calando a picco rispetto al 25,3% dell’anno scorso; cresce invece rispetto al 2009, quando aveva avuto il 15,45%: ma al risultato della coalizione, in quell’occasione, va aggiunto anche il 9,88% della lista Cazzola. Nel complesso il centrodestra – che avevo previsto stabile – è in calo – sia per percentuali sia per voti assoluti, di lista e di candidato – rispetto alle precedenti comunali, un calo che però non avvantaggia i civici, che si fermano rispettivamente appena sopra al 5%, Aldrovandi, al 3% Corticelli ( le rispettive liste, appena meno). Sommati – e questa è un’indicazione da tenere in considerazione – restano ben sotto il 9,65% dei grillini di Bugani, gli altri grandi vincitori di queste elezioni che, dal 3,27% del 2009, raggiungono il 9,50% e migliorano anche (contrariamente a quanto mi aspettavo) il 9,29% dell’anno scorso. E sul Movimento 5 Stelle ci sarà molto da riflettere.
Sul resto c’è poco da dire: uno 0,76% al candidato del PCL, che mostra la sussistenza di una sinistra “irriducibile” al centrosinistra (o rispetto a Merola?), uno 0,3% ciascuno alle due formazioni di estrema destra, meno dello 0,2% (nonostante [?] la Cracchi) per la lista Carcano.

Che dire? Anzitutto complimenti doverosi a Virginio Merola, che – nonostante una campagna elettorale che aveva suscitato, anche in me, parecchie perplessità – è riuscito a fare meglio di Delbono, dopo Delbono. Una bella soddisfazione per colui che era stato il “vero” sconfitto delle primarie del 2008. Anche in questo senso, l’affaire Delbono è chiuso. Speriamo che abbia insegnato qualcosa.
Complimenti ad Amelia Frascaroli, ma anche a Maurizio Cevenini, che hanno dato – credo – un contributo cruciale a questa vittoria.
E complimenti a Raffaele Donini, che – anche grazie alla scommessa vincente delle primarie – ha anzitutto saputo tenere compatto il centrosinistra, frenando non solo le tentazioni centriste nel PD ma anche quelle antagoniste al suo esterno. Se al posto di un’Amelia ci fosse stato un Pasquino, le cose avrebbero potuto andare diversamente: e non solo per quello 0,5% che ci ha fatto evitare il ballottaggio. Giustamente il neo-sindaco Merola ha sottolineato subito “la grande richiesta di rinnovamento” portata da queste elezioni. E anche se parecchi dei consiglieri eletti sembrano esprimere continuità e (non solo per il PD, ma anche per gli eletti SeL della lista di Amelia) il residuo peso dell’apparato partitico, speriamo che la nuova amministrazione sappia dare voce – nelle “facce” e nei “fatti” – a questa necessità di cambiamento. Che va perseguita – come del resto Donini continua a ripetere – anche nel partito.

Perché, per prendere in parola la sua campagna, se Merola “è andato bene”, allora vuol dire che “non tutto andava bene”. No?


Dove sono finiti gli immigrati di Lampedusa?

4 Maggio 2011

Così per sapere. Non sono più a Lampedusa. Sicuramente non sono andati tutti in Francia. Il governo della Lega ha lasciato che si disseminassero in giro per l’Italia, Padania compresa, col loro permesso di soggiorno provvisorio, destinati, alla sua scadenza, a ingrossare le fila dei clandestini, degli invisibili cui la legge – la loro legge – non consentirà mai di diventare regolari?


Se il 17 marzo è già troppo tardi

17 marzo 2011

 

Un tricolore è in pericolo, minacciato da chi continua a sventolare con arroganza la bandiera verde. Promettono maggiore autonomia, ma hanno instaurato da tempo un regime ferreo di ruberie e corruzioni, che manipola l’informazione, piega a proprio servizio la religione e sfrutta colpevolmente le paure della gente. Pretendono di incarnare il volere del popolo, in realtà puntano solo a dividerlo. Dicono che gli oppositori sono disfattisti, utili idioti al soldo dei terroristi che vogliono colonizzare il paese. Ributtano a mare chi proviene da un altro continente, poi stringono vantaggiosi accordi con il loro Stato. Disprezzano chi ha la pelle di colore diverso ma non esitano a utilizzarli, anche a prezzo della vita, quando fa loro comodo.

Penso che ogni democratico, ogni persona che a cuore la libertà – in particolare ogni italiano – non possa sopportare che tutto questo prevalga. Dovremmo ricordare Garibaldi, che non esitò a varcare il mare per portare aiuto a un popolo oppresso e diffondere un messaggio di fraternità e di speranza.

Sì, penso che dovremmo fare qualcosa per la Libia.


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