Senato: due parole (da profano) sulla controproposta della minoranza PD


L’Espresso pubblica il testo della contro-proposta di riforma del Senato elaborata da venti senatori riconducibili alla minoranza (meglio, alle minoranze) del PD.
Qui di seguito una mia analisi che riassumo così: al di là di ogni considerazione di opportunità, la proposta mi sembra al tempo stesso contraddittoria nell’impianto e poco significativa rispetto a quella proposta dal governo.

L’unico scopo della proposta è mantenere un senato elettivo: 100 eletti, che però avrebbero molte meno funzioni degli attuali. Sicuri che QUESTO non sarà uno spreco? Infatti, chi critica la proposta del governo perché prevede che gran parte dei senatori sarebbero sindaci, presidenti di regione e consiglieri regionali con poco tempo a disposizione, sembra dimenticare (al di là che per esempio è discutibile che il compito di consigliere regionale “semplice” lasci l’eletto del tutto privo di tempo da utilizzare), che questi dovrebbero prestare parte del loro tempo per un Senato che però “fa molte meno cose”, e quindi richiede molto meno tempo, di quello attuale. Senza contare che il Senato proposto dal governo sarebbe un luogo deputato ai rapporti tra Stato centrale e autonomie regionali e municipali, che già oggi richiedono molto tempo alle Regioni e ai Comuni. Insieme alla riforma del Senato, va ricordato, ci sarebbe anche quella del titolo V della Costituzione, che dovrebbe portare un’ulteriore, notevole semplificazione in questo senso. I 100 senatori contenuti in questa proposta, invece, sarebbero esclusivamente rivolti all’esercizio delle relativamente poche funzioni previste.

Infatti, le prerogative di questo Senato sarebbero molto simili a quelle della proposta del governo: quest’ultima già prevede che il Senato continui a dover approvare le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali (svolgendo quindi una funzione di garanzia sul mantenimento dell’assetto istituzionale, quella che molti invece paventano venga meno).

Al tempo stesso, in questa proposta si dimezza il numero dei deputati: cosa che potrà far piacere ad alcuni, ma piuttosto curiosa per chi dice di avere a cuore la rappresentanza, che viene invece ulteriormente compressa (315 deputati + 100 senatori = 415 parlamentari, mentre la riforma proposta dal governo mantiene i 630 parlamentari). E se i promotori garantiscono che questa proposta sarà votata più volentieri dai senatori, sicuri che invece non finirà per non piacere affatto ai deputati, e via di rimpallo e scaricabarile?

In questa proposta rimane la diversa soglia di età necessaria per essere elettori delle due camere, ma al tempo stesso lo scarto viene ridotto a pochissimo (per eleggere i senatori basterebbero 21 anni rispetto agli attuali 25, contro i 18 per eleggere la camera) quindi due basi elettorali diverse MA quasi uguali (poveri scrutatori, fra l’altro): non era meglio conservare gli attuali 18/25 o al contrario uniformare del tutto?).

Buona cosa introdurre il principio dell’equilibrio di genere: ma nella proposta è formulato in modo del tutto generico, così che potrebbe già tranquillamente essere considerato recepito nella legge vigente: quindi nessun vero avanzamento anche da questo punto di vista.

 I senatori di nomina presidenziale, che probabilmente sono in numero eccessivo nella proposta del governo (che peraltro prevede una loro nomina per 7 anni anziché a vita come oggi), verrebbero del tutto eliminati: secondo me basterebbe ridurli di numero, senza rinunciare completamente a questa possibilità. (ricordo che nella proposta del governo anche tali figure sarebbero prive di indennità). In compenso, serve davvero introdurre (come vuole questa proposta) dei senatori in rappresentanza degli italiani all’estero?

Se il tema era quello di un Senato che avesse una funzione di garanzia presupposta necessaria in un ordinamento monocamerale, mi sembra – lo dico da profano – che sia stato svolto piuttosto male, e che questa bozza, a prescindere da ogni altra considerazione, sia alquanto più maldestra di quella, pur perfettibile, proposta dal governo.

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