Sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti


Trovate sul Post un buon riassunto sulla riforma che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti.

Per me questa riforma – che il governo Letta, con una buona mossa, ha approvato per decreto in attesa che il Parlamento finisca di lavorarci sopra – è un ottimo risultato.
Sia chiaro: non mi iscrivo né alla categoria di quelli per cui il finanziamento pubblico ai partiti è la quintessenza della democrazia, né a quella, più affollata, che vede il concetto stesso di “soldi-ai-partiti” come “il male”.

Semplicemente, senza dover citare Aristotele o san Tommaso d’Aquino, penso che la politica sia una dimensione fondamentale della vita associata degli esseri umani; e che la politica, in un paese civile, significa democrazia parlamentare, che normalmente prevede la presenza di partiti (comunque li vogliate chiamare, partiti sono). Chi la pensa diversamente dovrebbe indicare l’alternativa: quelle finora proposte non sembrano molto rassicuranti (in questi giorni i “forconi” hanno rispolverato una vecchia conoscenza: la “giunta militare”); soprattutto, il fatto stesso di proporle significa “fare politica”.

 E per fare politica ci vogliono soldi. Lo sa bene chiunque abbia dovuto comprare una risma di carta per fotocopiare un volantino.

Quanti soldi ci vogliono? Su questo, ovviamente, si può discutere. Le elezioni presidenziali USA sono l’esempio più celebre di una campagna che in pochi mesi brucia una montagna di soldi. Ma ci sono casi, non esclusivamente locali, di campagne elettorali fortunatissime fatte spendendo veramente poco. In Italia storicamente, più che per le campagne elettorali (peraltro frequentissime vista la nostra nota instabilità politica), la maggior parte del denaro impiegato per la politica serviva per alimentare strutture di partito particolarmente pesanti, il famoso “apparato”. Ma anche chi teorizza un partito più “leggero” – io nel mio piccolo sono tra questi, sia pure con motivazioni e distinzioni che mi sono care: leggero non vuol dire liquido – non può non scontrarsi con la necessità di denaro a cui non sfugge nessuna struttura associata (né le associazioni di volontariato, né le chiese, né i club…), tantopiù se di livello nazionale.

 Da dove devono provenire questi soldi? Finanziamento pubblico ai partiti significa predisporre, con determinati criteri, una quota proveniente dalla fiscalità generale. Nonostante il referendum del 1993, la normativa sui rimborsi elettorali finora in vigore non sfuggiva a questo principio. Insomma, erano gli stessi partiti, nel complesso, che stabilivano quanti soldi dovevano spettare a loro stessi. Di per sé non è un’eresia. Quello che mancavano erano meccanismi efficaci di controllo e trasparenza, uniti all’assenza, per molti partiti, di bilanci verificabili, ma anche di procedure interne effettivamente democratiche. Non per nulla il denaro è progressivamente lievitato, esorbitando completamente dalle spese – pure ingenti – effettivamente documentate dai partiti per le campagne elettorali (falsificando nei fatti la qualifica di “rimborsi”), ma si sono moltiplicati esponenzialmente gli abusi: facilitati dal fatto che la maggior parte dei partiti ha meccanismi di democrazia interna alquanto carenti, e che non prevedono certo il controllo dei bilanci, che di solito non sono né pubblici (né conosciuti dagli aderenti) né certificati: caratteristiche, queste, che vengono invece richieste dalla nuova legge.

Abolire davvero il finanziamento pubblico significa rinunciare a questo meccanismo. La risposta dev’essere quindi: i partiti vengono finanziati dai cittadini: quelli che lo vogliono, nella misura in cui lo vogliono.
La nuova normativa – una volta entrata a regime – prevede questo? Sì. Non verrà erogato un centesimo che non dipenda da una decisione precisa di un cittadino. I cittadini che vorranno finanziare un partito potranno riservarvi un 2 per mille della tassazione dei loro redditi. Il corrispondente 2 per mille di non si avvarrà di questa possibilità andrà, esattamente come ora (e come avviene per il 5 per mille destinato alle associazioni), allo Stato. A parte ciò, il denaro versato liberamente dai cittadini a un partito beneficerà di una deduzione fiscale.

Sono inoltre previste altre agevolazioni per certe spese fatte dai partiti.

Su queste agevolazioni ci sono stati parecchi commenti. Per quanto mi riguarda, il prevedere una serie di agevolazioni mi sembra rientri tranquillamente nell’alveo del riconoscimento, da parte dello Stato, dell’importanza di una serie di “corpi intermedi” (appunto associazioni, chiese e, ora, formazioni politiche) – che sarebbero poi la famosa “società civile”. Fra l’altro mi sembra che la Costituzione riservi ai partiti un ruolo assai più forte e necessario rispetto a quello delle associazioni, e perfino delle confessioni (nonostante il modello concordatario “forte” sancito dall’articolo 8 e poi perseguito, per ovvie ragioni di parità, nei confronti delle confessioni diverse da quella cattolica). Quindi mi sembra piuttosto inquietante che, nel momento in cui si abolisce effettivamente il finanziamento pubblico – cosa per me, ripeto, sacrosanta – qualcuno storca il naso per una serie di agevolazioni fiscali con cui si favorisce un mattone fondamentale della democrazia quale prevista dalla nostra Carta.

[Sì, ho ricominciato a scrivere su Pentagras. Magari smetto subito, eh.]

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