Quorum, virgola, ego.

18 aprile 2016

La “piazza” virtuale è spiacevolmente invelenita dai postumi del referendum di ieri. Troppo per la misura del quesito in ballo. Si è voluto caricare questo referendum, specialistico e marginale, di significati arbitrari: l’operazione – piuttosto “a freddo” – non è riuscita, rimane solo quest’inutile coda di acrimonia.

Anche per via della natura del quesito, occorreva letteralmente inventarsi argomenti per motivare la gente, in un senso e nell’altro: da qui una delle campagne più brutte e farlocche degli ultimi tempi, e ce ne vuole.

Per abrogare una legge approvata a maggioranza dai legittimi rappresentanti dei cittadini, c’è bisogno del consenso di una grossa fetta di cittadini. Da qui l’idea costituzionale del quorum. Spetta a chi vuole abrogare la legge dimostrare che quel consenso è maggioritario nel corpo elettorale. Le regole del gioco sono chiare e ogni comportamento è lecito: compreso astenersi per far saltare il quorum, compreso chiedere di votare no perché tanto vincono i sì. A maggior ragione, quindi, serve dare e chiedere rispetto per tutti: per chi è andato a votare (sì, no, bianca – come me –, nulla) e per chi non c’è andato. Le reliquie del nonno partigiano, che Dio lo abbia in gloria, non andrebbero tirate fuori a caso: si sciupano anche così.

Avrei preferito che il mio partito spiegasse la scarsa utilità del referendum, senza invitare esplicitamente all’astensione. È una questione squisitamente estetica, ma anche l’estetica ha la sua importanza.

Molto più importante: avrei preferito che il mio partito evitasse questo scontro istituzionale tra Stato e Regioni. Risulta difficile capire come mai, disinnescati 5 referendum su 6, non si potesse arrivare a disinnescare anche il sesto. Direi che alla volontà di mediazione, a un certo punto, si è sostituita la voglia di arrivare alla prova di forza. Qualcuno faceva male i suoi conti, e l’ha persa malissimo, qualcun altro l’ha vinta. Era meglio non arrivarci.

Ancora più importante: vorrei che il mio partito fosse un partito. Non una caserma, ma neanche un bordello. Lo spettacolo non dico di iscritti e simpatizzanti, ma di parlamentari, dirigenti di partito, amministratori e militanti che facevano sostanzialmente ciascuno quel cazzo che gli pare, non di rado partecipando alla fiera del reciproco insulto, è stato avvilente.

Se fai lo sbruffone quando vinci sei uno sbruffone, se fai lo sbruffone quando perdi sei un cretino.

Lo Sblocca Italia rimane, a mio modesto parere, uno dei provvedimenti più discutibili del governo, non solo in campo di concessioni estrattive. Peccato che, anche in quest’ultimo campo, i problemi più importanti (per esempio la scarsa entità delle royalties) rimanessero ben fuori dell’ambito del referendum.

Ci sarebbe anche da fare un discorso serio sui rapporti tra Stato e autonomie locali. Chiedo troppo, vero?

La democrazia, come ogni attività umana, ha un costo. Piccolo: ogni voto costa 6-7 euro a cittadino. La Costituzione mette a disposizione l’istituto del referendum a determinate condizioni, che sono state rispettate. Inutile buttare addosso ai promotori le spese del referendum per aver esercitato un loro diritto costituzionale, inutile buttarle addosso al governo perché (come da legge) non le ha accorpate alle amministrative mettendo insieme pere con mele.

Non ha alcun senso sommare i voti fuori del proprio contesto. Al prossimo referendum, per non parlare delle prossime elezioni, quei quindici milioni e mezzo di votanti, e quei trentaquattro milioni di non votanti, si scomporranno e ricomporranno in modo completamente diverso. Incuranti delle mosche cocchiere.

Sarei veramente curioso di sapere quanti, tra chi si lamenta del quorum bestemmiando addosso a Renzi e sperando di impallinarlo al referendum costituzionale di ottobre, sanno che la riforma su cui si voterà in ottobre prevede l’abbassamento del quorum a livelli molto più agevoli (la metà dei votanti alle elezioni politiche precedenti) purché si siano raccolte 800.000 firme anziché 500.000 (ma rimane anche l’opzione attuale).

Siamo andati a votare in quindici milioni e mezzo, quorum ego. Anzi, quorum ega. Ma questa la capisce solo chi ha fatto le scuole medie a Bazzano qualche tempo fa.

 

 

Annunci

Per fare un tavolo

14 dicembre 2012

La nota ufficiale diramata ieri l’altro dai cinque sindaci della Valsamoggia mostra un certo equilibrio, che sembra nascere dalla composizione faticosa, ma forse fortunata, di linee parzialmente divergenti; pur riaffermando la decisa volontà di procedere verso la fusione dei Comuni, si differenzia sensibilmente dai toni vacuamente trionfalistici delle prime ore. Insomma, la perdurante volontà di proseguire il percorso verso la fusione non sembra più implicare la rivendicazione di una vittoria completa, assoluta, senza ombre.

Resta però faticoso capire come si voglia tradurre in pratica la volontà di dialogo che viene reiteratamente professata. I sindaci, infatti, non mettono in discussione la volontà di arrivare alla fusione, né la necessità che il processo sia compiuto nei tempi stabiliti, cioè in tempo per le elezioni amministrative del 2014. Tuttavia c’è un effettivo elemento nuovo. Accanto alla nota, in cui si afferma la volontà di aprire un “processo costituente del nuovo comune, a cui tutti siamo chiamati a dare spunti e contributi, forze politiche, associazioni, cittadinanza”, e la consapevolezza dello sforzo che richiederà trovare “una fase di discussione”, c’è la richiesta dei sindaci alla Regione perché posticipi la data entro cui essa dovrà deliberare sulla fusione. È un fatto dal valore limitato: si parla di due mesi in più. Ma è un valore reale: gli attuali 60 giorni previsti (e ne sono passati quasi venti) sarebbero troppo pochi per impostare un “tavolo di lavoro” credibile; quattro mesi sono un periodo più ragionevole. E c’è anche un valore simbolico: per la prima volta si accetta di chiedere che la tempistica, finora così rigidamente determinata, venga (sia pur leggermente) modificata.

 Basterà quest’offerta a indurre le forze che hanno sostenuto il no a sedersi all’evocato tavolo? Finora le voci prevalenti, e senz’altro quelle ufficiali, proseguono su una linea (nonostante le dichiarazioni di non contrarietà “in sé e per sé” a una fusione) di rigetto totale. Rigetto dei contenuti: anziché limitarsi a evidenziare gli aspetti problematici o lacunosi, che pur ci sono, del progetto esistente, questo viene sbrigativamente destituito di ogni valore; ogni analisi viene effettuata nello spirito non di proporre migliorie, anche radicali, ma semplicemente come “pars destruens”. Rigetto, soprattutto, dei tempi, che diventa di fatto rifiuto della fusione “tout court”: la richiesta, di per sé astrattamente non irragionevole, di rimandare il processo alla prossima legislatura, viene ad assumere con troppa facilità l’aspetto di una dilazione a tempo indeterminato, e anzi dell’assunzione di un progetto alternativo – il rafforzamento dell’attuale Unione dei Comuni – che peraltro non viene neppure sbozzato e resta un’idea del tutto indeterminata

Il fronte del “no” ha certo buon gioco a mettere il dito sull’esiguità e la problematicità della vittoria del “sì” – nonché sulle criticità di metodo che del resto non abbiamo mancato di rilevare a varie riprese -, ma si dimostra assai poco credibile nel momento in cui cerca di tramutarla in una sconfitta, e ancor più di gestirla come se fosse una vittoria propria.

L’insistere su una “linea dura” del “no”, scelta molto facile di fronte al trionfalismo del fronte opposto, diventa ora un’opzione più scivolosa nel momento in cui, almeno a parole, viene offerta una linea di dialogo ora anche supportata da qualche segnale concreto. Tantopiù che questo segnale sembra non essere puramente strumentale, ma essere anche la conseguenza della posizione piuttosto ferma espressa dal sindaco di Bazzano di farsi in qualche modo garante della volontà dei suoi concittadini, espressasi maggioritariamente per il “no”. (Stupisce, incidentalmente, che un’analoga posizione non venga presa dal sindaco di Savigno, che pure aveva sottoscritto l’impegno per una valutazione dell’esito del referendum sia nel complesso “sia nei singoli Comuni”. Negare gli elementi di problematicità rimane, per tutti, la soluzione meno credibile e proficua.) Del resto per le forze che sostengono il “sì” – dopo che, a dispetto dei pur generosi “comitati indipendenti”, non sono riuscite a scrollarsi di dosso l’etichetta di essere composte dal “PD contro tutti” – è necessario a questo punto evitare come la peste l’impressione che la vittoria referendaria sia, in fin dei conti, la vittoria di alcuni paesi contro gli altri.

Parliamo, insomma, di effettivi elementi di debolezza che tuttavia, una volta assunti consapevolmente, possono tramutarsi in una responsabile posizione di forza. Ma che – proprio in quanto oggettivi – dovrebbero al tempo stesso dare al fronte del “no” la garanzia che è interesse della controparte impegnarsi in un’interlocuzione seria.

Perché, beninteso, l’onere della prova di non agire strumentalmente ricade su entrambe le parti.

Una volta seduti a un tavolo ci si può sempre rialzare e denunciarne l’impraticabilità. Rifiutare reiteratamente l’invito, invece, può essere considerata dimostrazione di coerenza, ma anche ostinazione. L’anno scorso i sindaci e la segreteria PD hanno commesso un errore marchiano nel rifiutare le condizioni che le liste civiche avevano avanzato per sedersi ai famosi “tavoli di lavoro”, impedendo l’apertura di una discussione di merito e consentendo il compattamento di tutte le opposizioni sulle posizioni più radicali. Ma ora vale anche per il fronte del “no” la domanda di quale sia il vero obiettivo strategico: evitare a tutti i costi la fusione, come dichiarato, oppure – dando già per scontato questo esito – prepararsi nel modo migliore alle elezioni del Comune unico nel 2014, rimanendo compattati su posizioni massimalistiche e continuando a tener caldo il malcontento dei cittadini che hanno votato “no”? (La legge elettorale per i comuni sopra i 15.000 abitanti non obbliga neppure le varie opposizioni a presentarsi sotto un’unica lista: presentandosi separate, anzi, le singole forze politiche potranno prendere complessivamente più voti e costringere più facilmente PD e alleati al ballottaggio. Incidentalmente, che questo ragionamento coinvolga senza apparenti problemi anche forze politiche che a livello nazionale e regionale sono alleate al PD – e addirittura alleate al segretario del PD nelle ultime primarie! – è indice di una situazione locale da tempo sfuggita di mano a più di un attore.)

Certo, lo slogan degli ultimi giorni pre-referendum, “non cambiare Comune, cambia chi ti amministra”, era già sufficientemente eloquente del piano su cui si voleva portare la contesa. E quindi, tanto peggio, tanto meglio. Ma non è affatto detto che sia questa la priorità condivisa da tutti i cittadini che hanno votato “no”. Alcuni potrebbero chiedersi – tantopiù per chi dice di non essere contro “alla” fusione ma “a questa” fusione – perché rifiutare comunque un dialogo che, se pure non mette in discussione la fusione, potrebbe consentire di entrare nel merito del “come”. Perché non costringere, in fin dei conti, i sindaci a mostrare in che misura siano davvero pronti a rivedere – come dichiarato – il progetto. Perché non trasformare l’“energia potenziale” accumulata in potere contrattuale, senza rimandare il tutto al prossimo appuntamento elettorale – a mo’ di ordalia popolare – ma assumendosi una buona volta in prima persona la responsabilità di una trattativa politica. Considerata la volontà degli amministratori di avviare tavoli di che includano anche le variegate espressioni e categorie sociali e associative del territorio, le forze politiche che hanno sostenuto il “no” dovrebbero valutare il possibile rischio di una loro auto-emarginazione.

A questo punto, in ogni caso, occorre anzitutto che la Regione dia una risposta positiva e il più rapida possibile alla richiesta dei sindaci, che stanno affrontando sul territorio – non senza responsabilità da parte loro e del partito che li esprime – una situazione indubbiamente complessa.


Dopo il referendum

27 novembre 2012

Il dato che risalta nel referendum sulla fusione dei Comuni della Valsamoggia è anzitutto quello dell’affluenza, che raggiunge a stento la metà degli aventi diritto. Mesi di campagna accesa e di forte polemica da parte di tutte le forze politiche e dei comitati schierati per il “sì” o per il “no”, un’altissima visibilità – un fatto del tutto inedito per questo territorio – su giornali e televisioni non solo locali e perfino nel dibattito politico-istituzionale nazionale, e l’arrivo in vallata di favore del personalità di assoluto rilievo nazionale schierate a favore del “sì” non sono bastati a portare al voto, su una questione di grandissima rilevanza locale, più del 50% dei cittadini.
Tra i votanti, la vittoria di misura del “sì” per 325 voti (su 11127 voti validi ci sono stati 5726 “sì”, il 51,46%, e 5401 “no”, il 48,54%) non oscura la netta affermazione del “no” a Bazzano (58,52%) e Savigno (56,80%).

Si tratta di un dato complessivo estremamente delicato, che la Regione è chiamata ad analizzare con grande attenzione.
I Consigli comunali dei cinque Comuni avevano approvato, nei mesi scorsi, un ordine del giorno che invitava la Regione “a tenere conto del risultato complessivo della consultazione e di quello nei singoli Comuni”. A questa importante affermazione di principio, tuttavia, non è mai seguita – benché richiesta da qualcuno – la formulazione di criteri oggettivi che potessero aiutare la valutazione del voto.
Resta però evidente che lo scopo di quel pronunciamento era proprio rassicurare i cittadini che non l’esito del referendum non sarebbe stato valutato semplicemente sulla base del risultato complessivo. Le affermazioni del tipo “hanno vinto i sì, quindi si va avanti”, espresse anche molto autorevolmente nella giornata di ieri, sono quindi profondamente improprie.

Il suggerimento di “rafforzare la comunicazione” nei Comuni dove il “no” ha prevalso è ancor più paradossale e mostra un’apparente incomprensione del problema. Difficilmente la “comunicazione” poteva essere più martellante e capillare di quanto è avvenuto, e non c’è dubbio che da questo punto il fronte del “sì” fosse largamente avvantaggiato.Anche una lettura “partitica” sembra difficile da sostenere: nonostante le forze politiche si siano schierate in modo netto con una contrapposizione sempre più frontale, accompagnata dalla malaugurata tacitazione di qualunque dialettica interna e dal tentativo di mobilitazione “militare” dei propri simpatizzanti, ciascuno può verificare facilmente che le opinioni e le prese di posizione dei cittadini sono rimaste alquanto trasversali rispetto allo schieramento politico. Questo sembra ancor più vero rispetto alle “dichiarazioni di voto” espresse dalle organizzazioni sindacali e di categoria. È la conferma, se ce ne fosse bisogno, del prevalere progressivo di una concezione di “appartenenza” profondamente diversa dal passato; e ancor più semplicemente, del fatto che il prendere le decisioni in modo fortemente verticistico, magari ratificandole, a volte senza neppure un voto formale, in assemblee il più possibile plebiscitarie, per poi “comunicarle” semplicemente alla “base” di riferimento riflette logiche sociali ormai perlopiù desuete.

A molti, troppi cittadini – certo non solo bazzanesi e savignesi, e non solo sostenitori del “no” – non è mancata la “comunicazione”, che forse è stata addirittura sovrabbondante. È mancato il coinvolgimento, la partecipazione, la sensazione della proposta di costruire un progetto condiviso. Una responsabilità che grava per la maggior parte sui promotori della fusione: se una grande debolezza dei sostenitori del “no” è l’inesistenza di un vero progetto alternativo, è chiaro che il compito di essere al tempo stesso convincenti e coinvolgenti spetta anzitutto a chi ha costruito una proposta così esigente. Ma l’impegno generoso e anche commovente di molti sostenitori della fusione – giovani segretari e militanti di partito quanto semplici cittadini appassionati – ha dovuto fare i conti con vertici che hanno lasciato (anche a singoli sindaci) scarso spazio di negoziazione e che hanno dimostrato forte propensione a lasciare troppi aspetti nell’indeterminatezza – per avere mano libera in seguito, vien da pensare –, malamente compensata da qualche proposta estemporanea “ad effetto”.
Come mostrano fin troppo bene i dati dell’affluenza, in moltissimi cittadini ha prevalso un senso di estraneità. Esso – certo saldandosi con una più generale sfiducia nella politica e nelle istituzioni – si è prevalentemente tradotto nella mancata partecipazione al referendum. Per molti è invece divenuto esplicita ostilità e si è espresso col voto, maggioritario laddove erano più forti e attivi i partiti e i comitati del “no”, che l’hanno saputa catalizzare e canalizzare, e più deboli i partiti e i comitati del “sì”, che non hanno saputo sufficientemente rassicurare e spiegare. Ma sarebbe errato pensare che tale senso di estraneità non sia presente anche tra coloro che alla fine hanno votato “sì” perché, alla fine, si sono fidati dei proponenti o hanno saputo distinguere tra la bontà della proposta – nonostante i vari aspetti manchevoli o controversi – e le modalità con cui è stata messa in campo.

Ritengo che la Regione Emilia-Romagna, chiamata a un difficile compito, debba partire da questo quadro assai problematico.
Nel frattempo, penso che la cosa peggiore sarebbe che qualcuno usasse come capro espiatorio i segretari di partito e gli amministratori dei Comuni dove ha vinto il “no”, e che ora sono impegnati, come ha dichiarato stamattina il sindaco di Bazzano Elio Rigillo, a tenere conto dell’espressione maggioritaria dei loro concittadini. Un simile tentativo servirebbe solo a mascherare le insufficienze e le debolezze, più volte denunciate, della modalità con cui si è condotto questo processo, sia nella campagna referendaria finale, sia soprattutto nei lunghi mesi in cui sono state prese le decisioni politiche vere e proprie. E di cui portano la responsabilità anzitutto le persone e gli organismi che tali decisioni hanno assunto e guidato.


Vittoria

30 maggio 2011

 

Era tempo, era vento.
In bocca al lupo a tutti i nuovi sindaci, ne hanno bisogno.

E adesso tocca all’Italia.

Il 12 e il 13 giugno andiamo ai referendum.

Poi, elezioni. Subito.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: