Di scelte, conseguenze, carriere, rese e rendite

20 luglio 2017

Durante l’università ero convinto che avrei proseguito la carriera dedicandomi alla ricerca, “restando dentro”, come si diceva (si dice?) in gergo. Per carità, sapevo bene che non sarebbe stato semplice, specie in un campo (lettere classiche! lingue antiche!) che non avrebbe attratto finanziamenti anche in anni di vacche meno magre di quelle già smunte di allora. Mi aspettava un futuro incerto, di lunghi sforzi e sacrifici oscuri senza garanzia alcuna di successo. E senza santi in paradiso che non fossero quelli sul calendario. Ma era la mia strada. Ne ero convinto. Fortissimamente.
O no? La mia determinazione granitica franò pochi mesi dopo la laurea. Senza alcun fattore esterno preciso. Ero nella sala di lettura del Dipartimento di storia antica, compulsavo i volumoni del Corpus Inscriptionum Latinarum alla ricerca di nomi ispanici di possibile origine osco-umbra quando a un certo punto mi resi conto che no. Che in realtà non avevo nessuna intenzione di sottopormi alla snervante incertezza di quella lunga fatica. Che era un destino nobile, coraggioso, forse eroico, tanto da poter valere una vita, ma non la mia. Che soddisfazione personale, qualità professionale e indipendenza economica potevano triangolare in maniera complessivamente più favorevole di così, e che se c’erano comunque dei dadi da gettare potevo provare a giocarli su un’altra scommessa, o su un altro paio di scommesse.
Quasi vent’anni dopo io sono questa cosa qua, e ci sono pure piuttosto affezionato – ma questa è un’altra storia. Per gli amici che hanno scelto la carriera universitaria, e hanno avuto il meritato successo dopo una gavetta più o meno lunga ma comunque assai faticosa, resta la mia ammirazione, forse un filo d’invidia, ma serena – se mi concedete l’ossimoro -, pacificata. Con la mia intermittente pigrizia che si erge all’improvviso a rassicurarmi che no, non ce l’avrei fatta. E il rimpianto per quelle ricerche che avrei potuto fare (c’erano, questi dannati osco-umbri d’Hispania? E come diavolo parlavano?), ma tutto sommato: non valevano la mia vita, ripeto.
E la convinzione che se avessi accettato di intraprendere quella strada lo avrei fatto consapevolmente, a viso aperto di fronte a difficoltà e incertezze dure e spietate. A un sistema sicuramente assai deficitario, carente, insufficientemente finanziato, scarsamente meritocratico, e probabilmente in larghe parti clientelare, nepotistico e corrotto. Che come cittadino continuo a denunciare chiedendo un cambiamento. Ma consapevole che se avessi deciso di buttarmici dentro, non l’unica ma la prima persona che avrei potuto accusare di un’eventuale, probabile (ma chi lo sa?) sconfitta sarebbe stata quella che vedo tutte le mattine, appena invecchiata, allo specchio.

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Il gergo del tavò: dalla Bolognina a Bazzano?

27 ottobre 2011

Credo che ogni bazzanese, o almeno ogni persona che ha trascorso l’adolescenza a Bazzano negli ultimi 20-25 anni, sappia cosa s’intende parlando di “gergo del ‘tavò'”. E che i più anziani di loro siano assolutamente convinti che quel modo di parlare sia nato tra le mura delle scuole medie di Bazzano – in un momento imprecisato degli anni ’80 – e di lì abbia continuato a irradiarsi per parecchi anni, fino a identificarsi come il gergo dei giovani di Bazzano: un modo di parlare tuttora vivo e in buona salute, non solo tra i ragazzi bazzanesi di allora (la cui gioventù comincia ormai a declinare…) ma anche tra quelli di oggi.
La certezza della “bazzanesità” di questo linguaggio – che per la sua originalità si meritò, alcuni anni or sono, anche una robusta citazione sulla rubrica di Stefano Bartezzaghi sul Venerdì di Repubblica – è dovuta anche al fatto che normalmente la gente degli altri paesi, ma anche di Bologna, non conosce affatto questo modo di parlare. Molti elementi gergali, naturalmente, sono condivisi da un linguaggio giovanile di area assai più vasta (giusto per fare un esempio, assolutamente comune è l’uso di “cartola” per “faccia”): ma i tratti del “nocciolo duro” del linguaggio, come l’uso di “ta-” come prefisso negativo (“tavò”= “mancanza di voglia”, “tabuò” = “non buono, incapace”, “taciprend” = “non ci prende, ecc. ecc.), sono considerati di conio esclusivamente bazzanese.

Per me è stata quindi una vera rivoluzione copernicana venire a sapere che questo modo di parlare (e parlo proprio del “tavò”) “è riconosciuto all’unanimità come il gergo della Bolognina“, e precisamente sarebbe nato “in via Barbieri nei pressi del bar Daisy, ora bar Iglù, verso i primissimi anni 80“.  Anzi, “verso l’82, in seconda elementare si cominciava gia a parlare così“. Chi parla così è una persona della zona, che abbiamo contattato fortuitamente, ma che si dimostra appassionata e competente sulla questione.
La nostra fonte (che non aveva idea che questo “slang” fosse in uso a Bazzano) avanza quindi l’ipotesi che “probabilmente qualcuno di Bazzano frequentava la Bolognina ed ha esportato il gergo”. Ipotesi compatibile (ma su questo torneremo più avanti) con la cronologia:  per quanto ne so, a Bazzano questo linguaggio non dovrebbe risalire a molto prima del 1985. Del resto, nulla di strano che un’innovazione linguistica (chiamiamola così) si diffonda dal “centro” verso la “periferia”: in particolare da zone di elevata dinamicità sociale come i quartieri popolari di Bologna.
Un elemento assai particolare è che la nostra fonte – che si dimostra assai ferrata sull’argomento – sostiene che la zona dove si conosce questo tipo di gergo non arriverebbe “oltre il ponte di Galliera” (quello della stazione, che separa la Bolognina dal centro di Bologna), o comunque a persone non cresciute in quella zona, e precisa che “tale linguaggio, ai miei tempi, si usava solo ed esclusivamente alla Bolognina. L’individuo che proveniva da S. Donato, dalla Barca, da Murri o Mazzini ecc ecc non sapeva dell’esistenza di questa ‘lingua’”. Il che spiegherebbe il fatto che alla stragrande maggioranza dei bolognesi essa sembri completamente estranea. Quello che è certo, invece, è che alla Bolognina il gergo è parlato sia dalla generazione degli attuali quarantenni (che, dice la nostra fonte forse con qualche enfasi, “quando si trovano in compagnia parlano praticamente solo così”!), sia dai ventenni che, “per quel che ne so – sostiene – continuano ad usare lo slang e tramandarlo di generazione in generazione”.

A questo punto, però, bisognerebbe chiedersi come sia possibile che un gergo si diffonda fino a Bazzano senza arrivare né agli altri quartieri di Bologna né ai paesi disposti lungo la Bazzanese. Se non ci sfugge qualcosa d’importante, sembra proprio che si debba risalire a un contatto molto puntuale. Se supponiamo che un ragazzino delle elementari non abbia molti contatti con coetanei fuori del proprio quartiere, possiamo allora pensare che il passaggio possa essere avvenuto tra ragazzi delle medie, che hanno già maggiori possibilità di contatto e interazione: quindi arriviamo proprio al punto chiave: le scuole medie, verso la metà degli anni ’80! Sempre che la nascita di questo gergo alla Bolognina non possa essere retrodatata: se uno inizia a parlarlo “in seconda elementare” significa semplicemente che è arrivato all’età della socializzazione, ma può darsi che nell’ambiente sociale a cui si affaccia esso fosse già presente da tempo. In ogni caso, potremmo pensare sia a uno o più ragazzini emigrati a Bazzano dalla Bolognina, sia – e direi più probabilmente – a contatti tra gruppi di ragazzi (alla Bolognina, fra l’altro,  ci sono anche le scuole dei Salesiani, che raccolgono studenti da tutta Bologna e provincia: ma ancora una volta).
Senza contare che anche l’affermazione iniziale andrebbe sottoposta a verifica: se gli abitanti della Bolognina – come i bazzanesi – hanno avuto l’impressione che quel linguaggio nascesse tra loro, nulla esclude che potrebbe essere giunto anche lì da altrove. Un’altra cosa da fare sarebbe confrontare i due tipi di linguaggio: in che misura sono uguali, in che misura si sono evoluti in modo diverso accogliendo o creando elementi differenti? In che misura il gergo bazzanese ha attinto, nei tempi successivi, al gergo della Bolognina, ma anche – e qui il discorso si fa molto più ampio – ad altri gerghi bolognesi e non?

Insomma, da questa scoperta – chiamiamola così, senza pretese – nascono molti interrogativi. Sarebbe bello che qualcuno avesse voglia di indagare. una volta smaltito, naturalmente, lo shock di questa piccola rivoluzione copernicana.
E se qualcuno (per esempio qualche bazzanese prossimo ai 40…) può offrire elementi utili all’indagine, si accomodi nei commenti!


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