Congresso PD: numeretti e sassolini

24 marzo 2017

I primissimi risultati dei “congressini” dei circoli sembrano premiare Renzi anche nell’Emilia profonda. Invece che sottolineare correttamente che stiamo parlando di un risultato ancora statisticamente non rilevante, alcuni sostenitori, anche autorevoli, delle mozioni concorrenti (non uso “avversarie” perché stiamo parlando, e dovremmo ricordarcene tutti, di una competizione interna a un partito) insistono sul fatto che il calo dei votanti (anch’esso, peraltro, per ora statisticamente non significativo…) dimostrerebbe il cattivo “stato di salute” del PD.

 

In sede congressuale, naturalmente, ciascuno usa gli argomenti che vuole e soprattutto che può.

 

Vorrei però precisare un paio di cose:

 

Il PD ha sicuramente un problema di calo delle iscrizioni, che è l’indice di una crisi più generale di modello di partito. A cui vanno trovate soluzioni, né nostalgiche né demolitorie. Ma è una crisi che rimonta a ben prima dell’epoca di Renzi, come mostrano sufficientemente bene i dati. Tenendo in conto anzi che è stata la nascita del PD a essere un momento di controtendenza rispetto alla crisi dei partiti che in esso sono confluiti. Dove in molte realtà c’erano centinaia di iscritti, ma pochissimi venivano a votare ai congressi e ancora meno partecipavano alla vita del partito.

Da renziano, a Renzi imputo di non essersi occupato di questo problema. Anzi, di tante è la critica più forte e più dura che gli muovo. E spero e credo che il “ticket” con Martina significhi proprio, anche, l’intenzione di lavorare sul partito. Ne abbiamo la necessità assoluta.

Ma non ci sto a dare a Renzi la colpa di una crisi, che nasce ben prima di lui e attraversa tutte le segreterie precedenti. Tutte.

Oggi a livello nazionale il PD presenta una situazione a macchia di leopardo: in alcuni territori (per esempio in varie aree della Lombardia e del Piemonte), grazie a nuovi modelli organizzativi e a una buona dose di energia e di creatività, sta rinascendo e insediandosi in luoghi tradizionalmente ostili; ma in molte altre zone osserviamo una semplice e progressiva decadenza del modello del passato, senza capacità di autentico rinnovamento.

Fa specie osservare che certe critiche provengono proprio da esponenti di punta di una classe dirigente territoriale che, nel suo complesso, ha probabilmente gestito l’esistente in modo decoroso ma sembra non aver saputo attuare mosse decisive per investire la tendenza.

 

L’idea surrettizia per cui i successi (per ora assolutamente provvisori!) di Renzi tra gli iscritti derivino dal fatto che ormai sarebbero rimasti nel partito solo i renziani è una palese falsità. Nessuno nega le dolorose fuoruscite – che peraltro non sono una novità –; ma occorrerebbe anche guardare a tutti coloro che si stanno avvicinando o riavvicinando al PD proprio in questi ultimi anni o mesi. Soprattutto, quella lettura si scontra con la realtà che ognuno ha sott’occhio nel proprio circolo e nel proprio ambiente, e che vede molti militanti, storicamente avversi a Renzi, dichiarare pubblicamente che stavolta daranno a Renzi il loro sostegno.
Sicuramente hanno influito le tante riforme e azioni tenacemente portate a termine dal governo, nonostante le riserve che ciascuno può avere su questa o su quella. Ma credo che abbia avuto una parte determinante la lunga e dura campagna referendaria. A differenza di autorevoli commentatori che ritengono che Renzi abbia stregato il PD offrendo l’illusione della vittoria, è proprio nel momento in cui Renzi non ha vinto – pagando duramente di persona – che ha convinto una buona parte del partito: che non si rassegna alla brusca interruzione di quella storia. Che intende fare tesoro degli errori commessi, ma certo non fare tabula rasa. Mentre il comportamento di molti degli avversari interni (buona parte dei quali ora sono…altrove) è stato avvertito in modo assai negativo dalla gran parte della “base”. Non sto parlando di dirigenti, sulle cui scelte può sempre essere fatto ventilare lo spettro della convenienza: parlo di militanti che non hanno nulla da guadagnare e nulla da perdere. Se non il loro partito e le loro speranze per il Paese.

Del resto, oggi anche la gran parte di coloro che sostengono gli altri candidati sono ben determinati a rimanere nel partito anche se le primarie dovesse vincerle Renzi. Ciò dovrebbe frenare le spinte degli ultras di tutte le fazioni e curare che la legittima e sacrosanta propaganda congressuale non vada oltre i livelli di guardia. Dopo il congresso, comunque vada, ci sarà un sacco di lavoro da fare, e sarà meglio farlo con tutte le energie disponibili.

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Quello sgambetto a Dossetti, anzi al Concilio

8 gennaio 2013

Molti cattolici bolognesi hanno letto la lettera del card. Re al card. Biffi – diffusa da quest’ultimo sicuramente con l’approvazione del primo – in cui venivano confermati i giudizi espressi nell’ultimo libro di Biffi su don Dossetti, in particolare sulla sua attività al concilio Vaticano II. La pubblicazione di quella lettera ha suscitato parecchie reazioni e, infine, un’esplicita scusa da parte dell’organo di stampa che l’aveva pubblicata (pronosticandone anche – redazionalmente – una grande importanza nel dibattito storico); e anche la stampa “laica” locale ha finito per occuparsi della questione, seppur con prevedibili semplificazioni.
Sbaglierebbe di grosso chi riconducesse la vicenda a una questione curiale tutta bolognese, magari riducendola a un’iniziativa personale o inserendola semplicemente in una storia – che pur si potrebbe scrivere – di nobili schermaglie o miseri dispetti tra vecchie conventicole locali di varia estrazione. Sbaglierebbe ancor più chi, magari per riflesso condizionato, ne volesse dare un’interpretazione politica, come se in discussione ci fosse il Dossetti politico e magari gli attuali raggruppamenti del cattolicesimo politico, specie bolognese, che a lui maggiormente e più o meno giustificatamente si riconducono. E sarebbe triste che per questa via dalle nostre parti qualcuno ne traesse una certa soddisfazione. Non solo per quel tanto di pettegolo che inevitabilmente ne trasudi; e neanche solo per il fatto che perseverare in una lettura prevalentemente politica della parabola di Dossetti rimane, a mio parere, sintomo di una miopia tantomeno perdonabile in campo cattolico.
La lettura sarebbe errata soprattutto perché, in questa vicenda, se è bolognese la casella che – volente o nolente, e più o meno consapevole – ha ospitato la mossa, la partita è squisitamente romana e, s’intende, squisitamente ecclesiale. E Dossetti ne è l’obiettivo solo apparente. Squalificando l’azione di Dossetti durante i lavori il concilio Vaticano II, fino a definirlo come “usurpatore” – un termine di singolare precisione – delle prerogative istituzionali del card. Felici, si insinua un dubbio di legittimità, sostanziale se non addirittura formale, su quei lavori stessi, e sui documenti che ne sono il duraturo frutto.
Il 2012 non è “solo” il centenario della nascita di Dossetti: è soprattutto il 50° dell’apertura del Concilio, uno dei motivi dell’indizione dell’Anno della fede. E proprio in questa occasione, in cui la ricorrenza sta riportando l’attenzione, con vigore forse inatteso, sull’evento del Concilio, sui suoi documenti e sul suo significato; proprio mentre dal papa stesso giunge il ripetuto invito a tornare alla “lettera” del Concilio studiandone i documenti e approfondendone il significato con l’applicazione di una corretta ermeneutica, ecco che proprio il testo conciliare viene messo nei fatti in discussione. Da un lato Benedetto XVI conferma la fiducia nel Concilio e ne propugna – come dall’inizio del suo pontificato –  un’interpretazione che inserisca “la riforma” da esso operata contestualizzandola “nella continuità” rispetto al magistero precedente, così da fare giustizia di quelle che vede come possibili deviazioni, per esempio in senso progressista. Dall’altro, nel seno stesso della Chiesa, come malfidando nell’operazione papale o presupponendone insufficienti gli esiti, si viene ad attaccare il Concilio stesso, delegittimandone – con singolare precisione di mira – un punto nevralgico, ossia il suo stesso meccanismo deliberativo. Il fatto che tale operazione – stando a quel che si legge – venga condotta nella Positio della causa di beatificazione di Paolo VI (ma su questo avremmo bisogno di leggere qualcosa di più che un vago accenno) – vi getta una luce ancor più inquietante, dal momento che proprio le deliberazioni conciliari approvate e suggellate da quel papa sarebbero soggette a questa sorta di sussurrata invalidazione.
Ulteriori considerazioni si potrebbero formulare: non da ultimo, che il denunciare il carattere presuntamente “politico” di una decisione ecclesiale (ma perché non applicare lo stesso criterio ad altri atti di giurisdizione e di governo?) contraddice in nuce la logica divino-umana dell’incarnazione che alla Chiesa stessa presiede. Ma basti qui notare che questo tipo di argomentazione che, con l’apparenza di difendere quanto nella Chiesa vi è di più sacro, invece la svuota e l’indebolisce internamente come un cancro, era finora – e segnatamente nella sua applicazione al Vaticano II – patrimonio di frange ultra-tradizionaliste ad elevato sospetto di non-cattolicità. Questo suo rinvenimento mostra la permeabilità, rispetto a talune tendenze, di argini che, pur all’interno di un dibattito vivace come quello sull’ermeneutica del Concilio, si credevano ben solidi. Non è solo la pronta risoluzione del pur doloroso episodio “bolognese”, naturalmente, a convincere che non praevalebunt.


Riscoprire Dossetti. Un po’ per caso

19 giugno 2012

Aggiornamento: Questa sera alle ore 21 alla libreria CARTA|BIANCA (v. Borgo Romano 12 – Bazzano) verrà presentato SULLE TRACCE DI DOSSETTI – piccola storia di una comunità” – progetto per un film documentario, a cura di Giorgia Boldrini, Giulio Filippo Giunti e Stefano Massari, con la collaborazione di Costanza Baldini. “Un ritratto in movimento di persone e paesaggi, di ricordi e valori da conservare e tramandare”.

(Per informazioni: libreria@cartabianca.name; info@cartabianca.name; sulletraccedidossetti@gmail.com)

Fabrizio Mandreoli, Giuseppe Dossetti, Il Margine, Trento 2012.

Questa biografia di Dossetti mi è praticamente piovuta in mano per caso: ero entrato alla libreria Ambasciatori per comprare altro e mi sono trovato nel bel mezzo della presentazione. C’era un po’ di gente, qualche faccia conosciuta, parecchi capelli bianchi. Fatto sta che le notizie che girano nell’ambiente dossettiano – di solito mediante qualche artigianale mailing list – un po’ le vengo a sapere, di solito. Stavolta no (ho visto poi che la presentazione era stata annunciata nel sito delle Famiglie della Visitazione). E dico subito che invece questa biografia, agile e snella, sarebbe da leggere.
Ci sarebbe da riflettere, peraltro, su questa natura estremamente schiva di chi è più vicino alla comunità monastica fondata da Dossetti: tantopiù quando si parla del fondatore, oltre che della comunità stessa. Un atteggiamento così diverso da molte altre realtà religiose, grandi e piccole, sempre pronte – s’intende ad maiorem Dei gloriam – a celebrare il detentore dell’intuizione o del carisma originario. Per quel che ne so, la Piccola Famiglia dell’Annunziata non si oppone al ricordo di Dossetti o agli studi, alle rievocazioni, alle pubblicazioni (come dimenticare il convegno dell’anno scorso a Monteveglio, da cui anche questa biografia trae, se non origine, beneficio) e anzi, di solito, partecipa e collabora cordialmente: ma non prende mai l’iniziativa e nulla fa per stimolare l’iniziativa altrui. Un atteggiamento teologicamente ben meditato e fondato, che non va certo scambiato per superficiale ritrosia. Ma ci sarebbe da chiedersi quali siano le sue conseguenze sull’immagine pubblica che di Dossetti finisce, in ogni caso, per circolare.
Senz’altro una prevalenza del Dossetti politico: sia nel periodo della Resistenza degli albori della repubblica, sia nella parentesi della candidatura a sindaco di Bologna, sia nell’impegno degli ultimi anni per la difesa della Costituzione. E una conseguente carenza di attenzione sulla realtà ininterrottamente vissuta da Dossetti per oltre quarant’anni – e ininterrottamente negli ultimi ventotto: la vita monastica, nella fattispecie la Piccola Famiglia dell’Annunziata.
Ci sono altre fasi della vita di Dossetti che in generale vengono trattate con grande rapidità: l’infanzia e la gioventù, per esempio, o la partecipazione alla Resistenza. Può essere dovuto a carenza di informazioni o a un eccesso di riserbo, ma anche alla convinzione che si tratti di aspetti e momenti tutto sommato secondari: convinzione, quest’ultima, soggetta al rischio di essere improduttivamente pregiudiziale.

Uno dei tratti più innovativi della biografia di Mandreoli è proprio la capacità di delineare bene – pur nella sintesi – il percorso esistenziale di Dossetti negli “anni della formazione” – che sostanzialmente coincidono col periodo del fascismo, in particolare con gli anni ’30 e i primi anni della guerra: riuscendo a dar conto, in maniera piuttosto inedita, della sua “progressiva determinazione interiore nella … scelta di consacrazione a Dio”, ma anche della presa di coscienza del fatto che la Chiesa “ha mancato gravemente nel suo compito di discernimento storico e profetico” di fronte al fascismo. In tal modo anche l’analisi del suo successivo ritiro dalla politica e della sua decisione di dedicarsi alla vita monastica di studio e contemplazione della parola di Dio acquista senz’altro miglior luce e maggiore spessore.
Particolarmente prezioso il modo con cui Mandreoli individua la cifra del tutto singolare – a dir poco – mediante cui Dossetti rilegge l’“obbedienza” consistente nella sua candidatura a sindaco di Bologna, richiestagli da Lercaro nel ’56: “a quell’atto di obbedienza si deve la nascita della Famiglia e tutte le grazie che sono venute dopo. Fu tremendo. Veramente lo sentii come un disonore. Mi tagliava la faccia … Una cosa è certa: che essa ha fatto piazza pulita di ogni mio possesso, mi ha strappato all’università, al Centro [di documentazione], alle mie velleità di ricerca, a qualunque altra ambizione umana, per ridurmi al lastrico e darmi così alla Famiglia. Ho sentito che quella è stata una grazia immensa, una grazia di fuoco … una morte civile, che poi ho portato con me ovunque e in tutto come un marchio indelebile”. E ancora una volta l’approdo che Dossetti sente come esito provvidenziale è proprio la Piccola Famiglia.

Mandreoli ha il merito di riportare, nella sua rilevanza, l’affermazione di Giuseppe Trotta su Dossetti monaco: “In questa sua vicenda, forse la meno conosciuta e la più nascosta, c’è la sua eredità più grande. La convinzione che quel che ci ‘sarà’ di Dossetti è affidato a questo scavo, all’approfondimento della sua vicenda ‘monastica’ che propone problemi sconvolgenti, itinerari imprevisti, un coraggio cristiano che ci resta ancora tutto da scoprire”. Non riesce tuttavia – beninteso consapevolmente – a svolgere il tema. Le pagine di Mandreoli progressivamente sembrano sobbarcarsi il compito –  utile e ben svolto – di rappresentare una “storia delle idee” di Dossetti, dalla fase del Concilio in poi, assumendo maggiormente una scansione “per temi”: ma troppo sinteticamente rendono conto delle vicende di Dossetti e della comunità negli anni dal 1968 al 1986, con i viaggi e le fondazioni in Medio Oriente (corre quindi l’obbligo di rinviare immediatamente al bellissimo volume delle Lettere alla comunità, oltre a quello che raggruppa La Regola e i testi fondativi, nella meritoria collana delle Paoline). Ciò è ancor più vero per il decennio che inizia con l’insediamento a Monte Sole: evento che segna – insieme all’inquadramento canonico della comunità – una vera “fase 2” (o forse 3) della vita della Piccola Famiglia. E il rischio è che la comunità appaia solo la sede e il contesto di ciò che Dossetti fa – “in parole e opere”– in quel periodo, anziché il centro, sotto Cristo e per Cristo, di quei suoi ultimi dieci anni di vita: il centro in senso pratico ed esistenziale oltre che teologico. Nuove pagine che diano ancora maggior luce a quest’ultimo potrebbero far godere a una più vasta assemblea il frutto di quel tempo di nascondimento, approfondimento e maturazione, di inesausta concentrazione sul Verbo; e al tempo stesso di vita concreta – complessa e sofferta pur nell’aspirazione alla massima semplicità – della famiglia monastica nella sua configurazione assolutamente originale e peraltro fortunata. Il convegno tenutosi pochi giorni fa a San Domenico è sicuramente un passo promettente in questa direzione.
Mi sono soffermato su questa che appare una lacuna, proprio perché merito particolare di Mandreoli è aver saputo cogliere – non solo al livello delle idee, ma a quello dell’esistenza concreta – illuminanti collegamenti e snodi in una vita tutt’altro facile da descrivere come quella di Dossetti.
L’opera è assolutamente pregevole e degna di diffusione e di conoscenza: ottima per chi non conosce Giuseppe Dossetti, eccellente per chi crede di conoscerlo. “Amici” o “nemici” che siano – o che pensino di essere. Nella speranza che colui che finora è stato segno potente di contraddizione nella Chiesa divenga un giorno, al di là dei clichés opposti e magari convergenti, segno di comunione per una Chiesa finalmente pacificata.
Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?” La sentinella risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!” (Is 21,11s).


Allargare i confini, intercettare le energie

13 giugno 2012

Questo è il testo del mio intervento alla Direzione provinciale PD di ieri, martedì 12 giugno.

Vedo un intuito profondo nella scelta di Bersani di “chiamare” le primarie. La virtù delle primarie è anzitutto – anche se non sempre ci si pensa – quella di definire un campo, delimitare un perimetro (che lo si chiami “centrosinistra”, “alleanza dei progressisti ecc.). È un modo per arrestare le derive dell’antipolitica, dell’antisistema a tutti i costi: allargare i confini – non a caso Bersani insiste su primarie “aperte” – significa dire “ci siamo, “chi ci sta ci sta, si lavora insieme per qualcosa. Significa dire: questo è il campo dove ci sta la competizione, leale ma anche forte, ma anzitutto c’è la condivisione, il coinvolgimento su un progetto che certo va definito, e sul quale si può litigare, ma su cui fin d’ora si possa dire “c’interessa”.

In questo senso è perfettamente consequenziale, per Bersani, mettere Di Pietro davanti a una scelta: senza rispetto e riconoscimento reciproci non si va avanti, o Di Pietro decide di fare la controfigura di Grillo oppure sceglie una strada di responsabilità: confido che i tanti amministratori IDV che governano con noi sappiano indurlo a fare la scelta giusta. Come pure confido che Vendola non rinunci a quel “marchio” di governabilità che resta per lui caratteristico e vincente rispetto a altre espressioni della sinistra radicale.

“C’è molto PD al di fuori del PD”, ha detto giustamente il segretario Donini nella sua relazione. Bello. Ma è un bel problema! Penso che queste primarie siano l’occasione – e temo proprio che siano l’ultima – per riprenderlo dentro. Sicuramente dentro questo sforzo condiviso. Possibilmente, anche dentro il PD: almeno per i moltissimi per cui l’alternativa non è tra il PD e altro, è tra il PD e il niente, magari voto quel che mi capita ma soprattutto non m’impegno più.
(Apro una parentesi: primarie con un solo candidato PD non sono il modo migliore per tenerne aperte le porte: tutte le persone che si riconoscono nel progetto del PD, ma preferirebbero non votare Bersani, a chi le lasciamo? A chi le vogliamo lasciare? Pensiamo anche a come si sono svolte le primarie qui a Bologna – nonostante alla fine il candidato “targato” PD fosse uno solo. La Bindi, da presidente, pone giusti problemi statutari: ma non ignori il senso politico profondo di quest’operazione!)

Indire le primarie è una reazione sana, che contrasta con lo spirito di arroccamento. Il rischio infatti è tremendo e paradossale: essere identificati con la “Casta”: vuoi perché il centrodestra per ora non c’è più – che sia per sfacelo, per tattica o ambo le cose -; vuoi soprattutto nei luoghi dove portiamo da tempo l’onere del governo; vuoi perché facciamo delle cazzate – vedi nomine Agcom ecc., su cui già altri qui si sono ben espressi.

Quando paventavo la “santa alleanza” di tutti contro il PD, un paio di mesi fa, anche a livello locale, venivo preso in giro: e io stesso dubitavo di averla sparata un po’ grossa. Poi il “tutti contro il PD” l’abbiamo visto materializzarsi e vincere a Parma e a Comacchio e sfiorare la vittoria a Budrio (ovviamente, complimenti al PD di Budrio che alla fine l’ha spuntata).
Ecco, questo tipo di schema nasce proprio – penso – quando il PD non sa aprirsi in un afflato di costruzione comune: quello che Donini, all’epoca della campagna per Bologna, chiamava “civico” (e che non ha nulla a che vedere con la “lista civica” di Repubblica). Avere la saggezza e l’umiltà di accogliere le diversità, per non vedersele coalizzate contro. È difficile, dal momento che abbiamo un progetto di governo, e non possiamo permetterci di accogliere indiscriminatamente gli impulsi allo sfascio, la bizzarria antisistema, il complottismo – fenomeni che, fra l’altro, mi preoccupano anche dal punto di vista della stessa convivenza sociale.
Difficile, insomma, quest’operazione di apertura e di contaminazione: ma assolutamente necessaria. Anche laddove si debba rinunciare a qualche tranquillità nell’azione politica e amministrativa. Anche laddove sembri di moltiplicare invano la fatica, e dio sa quanto ci sarebbe bisogno di concentrare le energie sulle priorità del governare, anche a livello locale, in questi tempi difficili. Ma si tratta proprio di un investimento per tener dentro quelle grandi energie potenziali, fatte di cittadini competenti e volenterosi, di quelli che troppo spesso abbiamo visto abbandonare le nostre file, per dinamiche su cui occorrerebbe riflettere profondamente.

Non vi nascondo, in questo senso – lo dico sommessamente ma lo dico – la mia preoccupazione per la Valsamoggia, in cui un progetto di portata epocale, una sfida coraggiosa, di grande buonsenso ma soprattutto di grande proiezione verso il futuro, come la fusione dei Comuni, rischia di soffrire troppo più del fisiologico per l’insufficienza – a mio personale parere – di questa operazione di apertura e di coinvolgimento autentico dei cittadini. Non basta la sana convinzione che si sta portando avanti un progetto valido, la buona coscienza di agire con determinazione per il bene comune, se non c’è uno sforzo che non dev’essere solo (ma dev’essere anche questo) di buona comunicazione di obiettivi e processi, ma di chiamata a progettare insieme.
In questo senso gli ultimi mesi, ritengo, non sono stati completamente soddisfacenti, forse per troppo scrupolo, forse per voler mantenere – anche comprensibilmente – le mani più libere nel momento delicatissimo dell’implementazione del nuovo Comune unico. Abbiamo dato alle forze politiche di opposizione qualche alibi per prendere la strada più facile, quella del tanto peggio tanto meglio, e ormai hanno fatto in gran parte le loro scelte, che reputo distruttive. Resta molto da lavorare con le forze sociali e la cittadinanza. Abbiamo ancora alcuni mesi. Alcuni amministratori stanno lavorando molto bene con le forze sociali (cito, non solo per patriottismo, il sindaco di Bazzano, ma naturalmente non è l’unico!). Prendiamoci tutti questo compito, facciamolo e facciamolo insieme.

È solo un esempo – anche se un esempio che m’interessa particolarmente, e a cui del resto abbiamo voluto conferire un valore di esempio a livello nazionale – di un’operazione necessaria in tutto il Paese e nel nostro territorio. Serve la convinzione di tutti. Condivido anche il pensiero che se le primarie diventano solo una competizione mediatica tra candidati leader e non parlano di contenuti e sui contenuti non coinvolgono le persone per costruire un progetto, non basteranno.
Il terremoto ha mostrato la diffusa capacità e valore dei nostri amministratori. Ci ha mostrato come il senso di solidarietà, di comunità, di un’identità sana sia ancora ben vivo tra noi. Il PD è nel cuore profondo di questa storia, il PD non deve lasciare che questa storia prosegua senza di lui. Abbiamo pochi mesi per farlo.


Il PD, qui, adesso. Voci dalla rete

23 maggio 2012

Stavolta nessuna “parola mia”. Sulle ultime elezioni amministrative, e su quel che c’è da fare, riporto solo un po’ di impressioni – più o meno “autorevoli”, per quel che conta -, naturalmente con un occhio particolare all’Emilia-Romagna, ma non solo.

Partirei dall’ottimo riassunto di Luca Sofri, secondo cui «Tra il PD “istituzionale” e quello sovversivo, vince il secondo» (poi Sofri dice anche qualcos’altro, qui. Un monito per tutti, specie per noi in Emilia-Romagna. Dice cose simili anche Giuseppe Civati: “Il Pd dove si apre alla partecipazione ed esprime un profilo di governo, serio e competente sotto il profilo amministrativo, in queste condizioni non ha rivali. Quando sa interloquire con il civismo e con la spinta che proviene dal basso, in questo momento, è letteralmente imbattibile.
Speriamo sappia far tesoro, però, di quella che è prima di tutto un’opportunità che si apre, non una partita che si chiude”.
Civati offre poi (qui) un’ottima analisi di com’è andata la vittoria in Lombardia – in cui ha avuto qualche parte. E dice anche alcune cose piuttosto energiche, qui. Un’analisi notevole, in particolare del successo del Movimento Cinque Stelle al Nord, è anche quella del bravo Stefano Catone, qui. Mentre un commentatore ricorda che «Alle politiche del 2008, nel solo Comune di Parma, il PD ha preso 47.153 voti, contro i 28.498 (di lista) delle regionali 2010 e i 17.472 (di lista) di queste comunali».

Anche Debora Serracchiani dice chiaro e tondo che «il risultato di Parma… offusca ogni altra vittoria del Pd. … Se la credibilità di una leadership politica si rivela nel percepire e nell’accompagnare i mutamenti e i bisogni della società, per Bersani questo è il momento di dimostrare che il Pd è all’altezza delle vittorie e impara sul serio dalle sconfitte. Dopo Parma, il motto “rinnovarsi o morire” non è una critica alla segreteria ma una proposta concreta» (qui l’intero – breve – post).

Un tema che svolge con nettezza anche il nostro vicino di casa, Loris Marchesini, da Anzola: abbiamo vinto, sì, ma «con molti “se” e molti “ma”»: «abbiamo vinto perché si sta chiudendo nel modo peggiore per loro la stagione del centro-destra… abbiamo vinto dove abbiamo saputo esprimere il meglio delle candidature attraverso le primarie, abbiamo perso dove non le abbiamo sapute gestire ed abbiamo presentato candidature usurate (Parma) o rampanti (Palermo)…  abbiamo ancora una estrema lentezza, fino all’arroganza, nel procedere nel cambiamento necessario, nel virare il timone nella direzione giusta». Il resto qui.

Anche il segretario del PD di Bologna Raffaele Donini dice che «O si cambia, o si muore», anche se nella sua intervista di oggi (qui) sembra proiettare questa necessità di cambiamento più su Roma che sul nostro territorio.

Ma l’intervento più inquietante sulle possibilità di cambiamento nel PD è quello di Paolo Cosseddu: “E’ la regola dell’hully gully: se prima eravamo in dieci a ballare l’hully gully, adesso siamo in nove a ballare l’hully gully. Di cui otto dalemiani, però“.  Premunitevi contro la depressione, ma leggetelo assolutamente fino in fondo: qui.

Spostandoci di poco, dice parole brusche – beneficamente scomode – anche Francesco Costanzini da Sasso Marconi: «Caro PD, impara a gestire il dissenso, impara a non pilotare le scelte della gente e a fare primarie vere in ogni luogo. Non ha senso giocare a screditare l’avversario, piuttosto non permettere ad altri di cavalcare quelle che dovrebbero essere le tue battaglie ma che forse sono sopite chissà dove. Il consenso storico finirà, è destinato anagraficamente ad esaurirsi, pertanto è bene tornare a far politica con le passioni dei tempi che furono, tra la gente, con la gente, dal basso. Con trasparenza.
La credibilità la si ottiene agendo in modo democratico in ogni sede, senza collusioni col Potere. La coerenza in tutto ciò che si fa è una carta al tornasole, non si può pensare di proporsi come novità se la gente è la stessa, se le voci fuori dal coro vengono isolate, se non si pratica la democrazia dal basso, se non si rinuncia ai privilegi, se si lotta per le stesse poltrone da decenni.
La gente ha bisogno di tornare alla vera politica, a quel sistema che faceva sognare e che permetteva di amministrare la cosa pubblica in modo onesto, trasparente e per il bene comune. Berlusconi ce lo siamo “meritati”, ora il Paese ha bisogno di rigore da parte di tutti, chi è in Parlamento per primo deve dimostrare equità e di lavorare per la gente, per i lavoratori difendendo i diritti e aiutando i deboli anche rinunciando ai propri iniqui privilegi.
Bisogna imparare a considerare l’avversario in modo più sereno, bisogna imparare a leggere le sconfitte ed imparare dagli errori. Ci vuole un’assunzione di responsabilità, non processi pubblici ma essere capaci di avere coraggio e mettersi da parte quando si capisce di aver sbagliato! Solo così si conquistano le persone e si vincono le elezioni e si ben governa. Altrimenti si resta al palo sino a quando ci si riuscirà, prima di essere spazzati via e col tempo… sparire!»

Una riflessione molto originale e personale è quella di Roberto Balzani, sindaco di Forlì: «La lezione di Parma, pur al netto di tutte le complesse variabili locali, che non e’ sempre facile decifrare per esterni al contesto, e’ chiara: per una quota importante di elettorato, il ceto politico e’ un’oligarchia impermeabile e senza colore, assolutamente intercambiabile. E per questo solo fatto – che si tratti di governo o di opposizione “tradizionali” – da rifiutare in blocco. Ma sarebbe un errore pensare a un po’ di maquillage della comunicazione per ristabilire il contatto: il problema e’ più radicale e profondo e, a mio modesto avviso, riguarda in primo luogo le motivazioni per cui ciascun amministratore sceglie di fare politica. Cosa mette sul piatto? Cosa sacrifica, di se’ e della sua vita, per essere credibile (questione prioritaria rispetto ai risultati, che sono ovviamente interpolati da infinite casualità)? La selezione – anche nei partiti “tradizionali” – non può eludere questo nodo esistenziale: altrimenti cadiamo nella solita retorica dei valori e dei buoni proposti. Dei quali la gente e’ giustamente stufa. Cosa perdi per esporti tutti i giorni al giudizio dei tuoi concittadini? Su questo terreno si misura il tuo coraggio, la tua volontà di connettere pensiero e azione, infine la tua libertà

Da Lugo, Serena Fagnocchi ammonisce: «I voti non sono di proprietà dei partiti.  I cittadini votano le persone non i partiti. I candidati devono essere seri, credibili e nuovi. E se qualcuno pensa che il vuoto politico lasciato dall’astensione enorme non verrà colmato in un anno, e che basterà tenere la rotta con pochi aggiustamenti, assisterà alla riedizione della “gioiosa macchina da guerra”, temo (tanto ad essere chiamata Cassandra, rompicoglioni e inesperta ci sono abituata)».

Lascerei la parola riassuntiva al consigliere regionale PD Thomas Casadei: «Assai preoccupante il crollo della partecipazione; crollano Lega e PDL – ovvero chi ha dominato la scena nella “seconda repubblica”; ottima affermazione del PD e del centrosinistra unito e aperto a istanze civiche in tutta Italia – con successi eclatanti in territori ove da decenni aveva governato la destra (98 comuni sopra ai 15 mila abitanti saranno governati dal centrosinistra; 44 dal PDL); il …”terzo polo” è uno strano miscuglio che si muove in modo molto variopinto e senza grandi successi (peraltro in vari casi alleato della destra); in Emilia-Romagna – dato su cui riflettere con umiltà e serenità, ma anche molto coraggio, è eclatante il successo del Movimento 5 stelle a Parma e Comacchio (e per poco abbiamo “salvato” Budrio): derubricarlo a successo “per i voti della destra” non aiuta a comprendere il fenomeno e rischia di essere fuorviante. Dove il Pd e il centrosinistra hanno espresso spinta verso il cambiamento e programmi e candidati innovativi (a prescindere dal mero dato anagrafico) hanno vinto, dove hanno intrapreso altre vie … no. Abbiamo pochissimi mesi – un lampo – per presentare un’alternativa radicale e credibile alla crisi del sistema. Una sfida straordinaria che richiede, da subito, alcune azioni concrete [segue].»

Ecco: il post finisce così, con un “segue”. Tutto dipende da come lo riempiremo, ciascuno per la propria parte.
Per Bazzano cercherò di buttar giù qualcosa anch’io. Datemi tre-quattro di giorni di tempo.


Per contrastare il populismo, un PD più credibile e più aperto

21 aprile 2012

Questo è il testo del mio intervento alla Direzione Provinciale del PD di lunedì 16 aprile.

Caro presidente, caro segretario, cari colleghi,
…dobbiamo essere un po’ meno cari!

L’attuale congiuntura, nella quale il PD sostiene, doverosamente, un governo impegnato in un difficile e necessario sforzo di risanamento, ma che non pare ancora avere imbroccato compiutamente la direzione della crescita, in particolare nel ridare potere d’acquisto alle famiglie delle classi medie e medio-basse (che ritengo condizione imprescindibile per superare la crisi), costituisce inevitabilmente il brodo di coltura per un populismo che si esprime in varie forme ma nel quale è facile riconoscere alcuni tratti comuni.
Nel momento in cui la Lega Nord riceve un colpo molto pesante, i partiti tradizionali risultano spaventati dal movimento di Grillo. Ma occorrerà ricordare che c’è in giro ben peggio di Grillo: parlo, ad esempio, delle forze organizzate basate su un populismo di estrema destra (analoghe a quelle che in svariati paesi d’Europa hanno un forte successo elettorale), ma anche semplicemente – a livello individuale – di quella diffusa apatia, di quel disinteresse che si fa disfattismo, e anche di un antagonismo antisistema, magmatico e potenzialmente pericoloso.

Tantopiù, ritengo, occorre che il PD presti un’attenzione particolare a quelle forze politiche che – è vero – non di rado appaiono indurre a toni e argomenti populisti; ma che tuttavia sono impegnate, nei fatti, a contenere quel tipo di spinte e convertirle in forza propulsiva di governo, come nei fatti avviene in centinaia di amministrazioni locali che governiamo insieme – a cominciare dalla nostra Regione, dalla Provincia e dal Comune di Bologna.

Un ragionamento in parte analogo può essere svolto anche in riferimento alle liste civiche particolarmente diffuse in alcuni territori della provincia. Non è difficile vedere in esse, spesso, toni accesi, attitudine polemica e anche atteggiamenti pregiudiziali contro il PD quando non, in generale, contro i partiti e la politica stessa. Tuttavia, in molti casi, possiamo altresì riconoscere al loro interno lo sforzo di produrre idee e proposte, un forte impegno rivolto alla partecipazione e al coinvolgimento dei cittadini e, a volte, anche l’assunzione (benché non semplice e contrastata) di posizioni più costruttive e responsabili.
Credo che il PD e le locali maggioranze di governo debbano assumersi il compito – non semplice – del dialogo con queste forze politiche, il tentativo di assumerle entro una logica di governo, di responsabilità, di confronto, che possa non fare a meno dei loro stimoli, non di rado di notevole interesse.

Per raggiungere questo obiettivo, va detto, occorre anzitutto a rinunciare, anche a livello locale, a comportamenti da “partito egemone”, che oggi non possono che derivare da una lettura anacronistica della realtà: per cercare piuttosto di costruire, nel segno dell’apertura, un più ampio “spirito civico”: come quello che Raffaele Donini, fin dall’ultima campagna elettorale per il Comune di Bologna, ha saputo evocare, e Virginio Merola ha messo in pratica.

Ma occorre anche essere assolutamente irreprensibili quanto a credibilità. Non è un momento facile. Sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti dobbiamo essere consapevoli che provvedimenti che possono apparire molto, molto pesanti per le casse del partito (tantopiù in una situazione di bilancio non facile anche per la Federazione di Bologna) risultano appena sufficienti per l’opinione pubblica. E’ una lama di rasoio. Siamo sicuramente consapevoli che per fare i voti occorrono anche i soldi: è quello che avviene in tutte le democrazie occidentali, e in tutte le grandi forze democratiche, Obama in testa. Tuttavia, tra le voci del bilancio 2011 del PD di Bologna, quella che penso debba destare maggiore preoccupazione è quella del tesseramento, che ci parla di un 10% di iscritti in meno. Il rischio peggiore è che – di anno in anno, di 10% in 10% – finiamo per considerare dati simili come fisiologici o inevitabili. E’ invece un andamento che non possiamo in alcun modo accettare.

 Grazie.

(Ho ricostruito il testo sulla base dei miei appunti preparatori: può quindi non corrispondere esattamente a quello effettivamente pronunciato.)


Venti corpi nella neve: una presentazione (domenica 11 con Giuliano Pasini) e una recensione (qui!)

9 marzo 2012

Ho iniziato questa recensione quando Venti corpi nella neve non era ancora un fenomeno letterario e aveva solo iniziato a scalare le classifiche nazionali e a macinare ristampe. Se no avrei dovuto elencare un motivo d’imbarazzo in più.
Bene: insieme all’autore, Giuliano Pasini, e a Mauro Pirini, presenterò Venti corpi nella neve domenica 11 (dopodomani) alle ore 18.00 a Bazzano all’Osteria Porta Castello di piazza Garibaldi.
L’aperitivo letterario è organizzato con Libreria Carta|Bianca (ringrazio volentieri Beatrice Rinaldi, Stefano Massari e Irene Bartolini, nonché Martina Suozzo di TimeCrime e le ostesse). Siete tutti caldamente invitati. 

Nel recensire Venti corpi nella neve devo confessare tre motivi d’imbarazzo. Il primo, naturalmente, la mia lunga amicizia con Giuliano (e quella, più breve ma altrettanto bella, con la cara Sara). Il secondo, il fatto che il romanzo contenga una mia poesia (che Giuliano mi chiese di scrivere per l’occasione), che a questo punto è già diventata di gran lunga la più letta di tutte le mie poesie. Il terzo: ebbi l’occasione di leggere in bozza La giustizia dei martiri, cioè la prima versione (e quindi la mia bozza era una versione primissima) di questo stesso romanzo, quella che vinse il concorso Io Scrittore (che ora vede Giuliano impegnato sul fronte dei curatori) e che poi scalò le vette (pur non impervie, in Italia) delle classifiche di vendita degli e-books.
Ammetto che avevo qualche ritrosia a cominciare la lettura, proprio perché mi sentivo legato a quella prima versione della storia. Avevo qualche timore che il laborioso editing che Giuliano aveva accettato d’intraprendere per Fanucci finisse per snaturare il romanzo che conoscevo, e che trovavo assai bello nella sua linearità, un po’ magra, un po’ legnosa proprio come i boschi dell’Appennino d’inverno. Del resto faccio il redattore e so quante nefandezze a fin di bene si possono consumare nelle case editrici: siamo capaci di “normalizzare” il talento con la stessa buona fede con cui i colonizzatori civilizzavano i “selvaggi”.

Mi sbagliavo di grosso. Evidentemente, quelli di Fanucci (che ha creato il nuovo marchio TimeCrime “lanciandolo” proprio col romanzo di Giuliano oltre che con due thriller americani) hanno saputo accompagnare l’autore nella ricerca del meglio di se stesso e di ciò che aveva saputo esprimere. Venti corpi nella neve è decisamente più solido, più robusto e “compiuto” rispetto al buon vecchio La giustizia dei martiri. Ed è un gran bel noir. Un giallo “appenninico” (l’ambientazione è sull’alto Appennino tra Modena e Bologna, le due città che la narrazione arriva a lambire) sulla scorta di Macchiavelli e Guccini: col topos del borgo montanaro, in cui l’eccesso di folklore è respinto dal sobrio benché affezionato realismo; e con tanto di memorie di guerra – la guerra: l’ultima, e in particolare la guerra partigiana (e un episodio drammatico che ricorda da vicino la strage dei boschi di Ciano) – che assumono da subito un peso decisivo. Ma con un elemento paranormale – la “danza”, singolare modalità con cui il protagonista percepisce sensazioni appartenenti alle persone coinvolte in un omicidio – che rimanda piuttosto ad altri teatri della narrativa di genere, in particolare – come altri hanno già ben potuto osservare – quello americano (Faletti è precisamente l’eccezione che conferma la regola).

I personaggi appaiono dotati di spessore: non solo quelli che presumibilmente avranno un futuro (fin dal sottotitolo si percepisce l’intenzione di una serialità) come Roberto, Alice, Bernini, sui quali il lavoro di approfondimento si percepisce a occhio nudo; ma anche quelli che popolano il microcosmo di Case Rosse. E proprio nella percezione del borgo montano Venti corpi nella neve risolve ogni residuo d’incoerenza in una ben tornita ambiguità, componendo – a mo’ di presepio vivente – un meccanismo in cui le diverse figure (con una menzione speciale per la vecchia Argia), senza ridursi né a pure funzioni narrative né a meri caratteristi, svolgono la loro parte con credibilità e naturalezza. Mentre l’autore si tiene saldamente lontano dall’oleografia, controllando in modo ferreo – o quasi – la commozione del raccontare i luoghi della sua giovinezza, la natia Zocca.

Anche la modifica di elementi macroscopici del racconto aiuta il romanzo a scorrere meglio. Vediamone alcuni. Lo “spostamento” della stele sul luogo dell’eccidio, che la fa divenire quasi una sorta di arcano menhir. L’azzeramento della “voce narrante” dell’assassino: e qui l’editing fa giustizia di una modalità narrativa suggestiva ma obiettivamente inflazionata (che ne La giustizia dei martiri era un elemento forse più ridondante che utile alla chiarezza).
La “danza”, l’elemento paranormale che era già in origine un elemento originale e distintivo del personaggio di Roberto, viene ulteriormente ampliata e valorizzata. Ad alcuni non piacerà: vuoi perché esula dall’impianto razionalistico del giallo classico, vuoi perché, per preservare il meccanismo del thriller,  queste epifanie a sprazzi, o “emorragie di coscienza” come le definisce felicemente lo stesso Serra, dovranno essere necessariamente – e quindi in qualche modo artificiosamente – selettive. Ma nessuno potrà negare che la loro descrizione raggiunga un’efficacia, una plausibilità, una naturalezza davvero notevoli, sia in sé – possiamo parlare di inserti di realismo magico, che lasciano fortunatamente implicite le pure esistenti possibilità metaforiche – sia nell’influenza di questo aspetto sulla personalità del commissario.

Tra gli elementi ricorrenti, il luogo comune dell’eroe inseguito dal destino da cui cerca di fuggire: elemento in qualche modo duplicato nella figura di Alice, ma anche dello stesso colpevole, tanto da giustificare il sospetto che si tratti di una chiave di lettura – con un’ulteriore e più profonda concessione al soprannaturale – di grande importanza per l’autore. Che se non concede via di fuga ai suoi personaggi, sembra tuttavia lasciar loro, ma non a buon mercato, una possibilità di redenzione. Come pure per quello stesso personaggio collettivo che appare essere il paese di Case Rosse.
Se il male assoluto del nazismo – che a Pasini non interessa per l’aspetto ideologico, ma come incarnazione dell’eterno prevaricare dell’uomo sull’uomo – lascia tracce profonde, forse è possibile, benché a caro prezzo, ritrovare il bandolo dell’intrico tagliente della storia, costruire faticosamente un senso, sia pur parziale, che dia ragione alla propria vita e a quelle altrui, anche quando vilipese e spezzate. Perché anche i martiri, per quanto umanamente possibile, abbiano giustizia.


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