Come siamo arrivati qui

29 aprile 2013

Se fossi in Parlamento, voterei la fiducia al governo Letta.
Ma sarebbe grave dimenticare come siamo arrivati a questa situazione.

Dal congresso alle primarie. Una sinistra “che facesse la sinistra”, per poi allearsi col centro, era già una direzione insita nel progetto di Bersani al congresso del 2009. I possibili contrappesi in direzione ulivista, che pure esistevano (e grazie ai quali io stesso finii per aderire a quel progetto), si sono via via rivelati inefficaci. La polarizzazione delle primarie di novembre 2012, in particolare l’idea che non fossero tanto un sano confronto interno al PD, ma una guerra per la sopravvivenza della “vera” identità del PD – evidentemente vista in una logica di continuità con le identità dei partiti precedenti, in particolare della tradizione risalente al PCI – rispetto a una pericolosa invasione (una percezione falsamente indotta, ma a cui, beninteso, alcuni atteggiamenti di Renzi e di certi suoi sostenitori hanno talora prestato il fianco), è stata particolarmente efficace nella mobilitazione interna ma ha provocato conseguenze nefaste. Da un lato, facendo sentire come stranieri in casa propria non solo i tanti del PD che sostenevano Renzi, ma soprattutto i molti sostenitori provenienti dall’esterno e in particolare chi a lui guardava pur proveniendo da altre aree politiche. Dall’altro, alimentando una pericolosa falsa sicurezza, non priva di componenti regressive, come se vincere alle primarie fosse stato il punto cruciale di una stagione che si sarebbe comunque risolta in un trionfo elettorale del centrosinistra.

La rinuncia alla vocazione maggioritaria, comunque declinata, e la prospettiva di un governo che avrebbe comunque visto l’alleanza con Monti – l’unica variabile, a questo punto, erano i rapporti di forza – ha finito per renderci insufficientemente convincenti sia al centro, sia a sinistra; soprattutto, l’incapacità di dare risposte all’elettorato bisognoso di rinnovamento e di partecipazione – con le primarie di novembre 2012 vissute come assalto o difesa del fortino assediato anziché come occasione di apertura alla società e di vero e comunque positivo confronto – ha significato aprire vaste praterie al movimento di Grillo, che alternava abilmente alle prevalenti parole d’ordine anticasta alcuni accenti destrorsi e parole d’ordine tipicamente di sinistra come quella per l’ambiente e i beni comuni.

Le “parlamentarie”. Anche le pur innovative primarie per l’elezione dei parlamentari hanno avuto un impatto limitato e talora controproducente, riuscendo a intercettare la sola platea degli elettori più affezionati. Hanno peraltro prodotto un forte rinnovamento – anagrafico più che politico – delle candidature. I candidati scelti fuori dalle primarie, poi, in parte hanno costituito scelte felici e di pregio, capaci di parlare a una platea più vasta; in parte hanno risposto a un riequilibrio correntizio anche comprensibile, ma che è stato percepito come contraddittorio con la logica delle primarie, esposto a facili critiche interne ed esterne.

La campagna elettorale. Tutto questo, probabilmente, non avrebbe compromesso la vittoria del PD e della coalizione di centrosinistra, che partiva da un vantaggio robusto. Ma giunto il tempo della campagna elettorale vera e propria, mentre Berlusconi – dopo averne dettato i tempi facendo cadere il governo Monti – rianimava il proprio sconfortato esercito con una serie di trovate mirabolanti, e Grillo varava a tutto campo lo “tsunami tour”, sembrava che le energie del PD si fossero completamente esaurite nella stagione delle primarie. O che attendessimo semplicemente che l’Italia, come per diritto divino, cadesse nelle nostre mani come il frutto maturo della crisi. La campagna elettorale – per ammissione ormai unanime – è stata assolutamente insufficiente, se non addirittura inesistente, e comunque afona. Discutibile quanto ciò sia dovuto a una grave insufficienza tecnica e organizzativa, quanto a una imperdonabile sottovalutazione politica e alla difficoltà di trovare contenuti concreti e condivisi: sta di fatto che non siamo stati in grado di produrre una comunicazione chiara ed efficace, mentre quote sempre maggiori anche del nostro elettorato risultavano ormai in bilico, assieme alle regioni-chiave per assicurarsi un numero sufficiente di seggi in Senato.
Se la ricostruzione di vari sondaggisti è corretta, è negli ultimi 10-15 giorni che gli equilibri si sono volti robustamente a nostro sfavore, producendo il risultato del 25 marzo.

Dopo le elezioni. Questo risultato è stato solo gradualmente compreso e ammesso come una grave sconfitta, con la complicazione del pessimo risultato di Monti che rendeva insufficiente l’alleanza tra centro e centrosinistra. Il tentativo di Bersani di formare un governo dialogando col Movimento 5 Stelle è servito anche a prendere tempo per assorbire il colpo e preparare il partito alle conseguenze. L’elezione dei presidenti di Camera e Senato ha fatto pensare a un certo punto – probabilmente a torto – che il dialogo con i grillini fosse possibile, ma è chiaro che un’applicazione coerente del “metodo Grasso” avrebbe comportato la rinuncia dell’aspirazione di Bersani a presidente del Consiglio: cosa che di fatto non è mai avvenuta.  Dopo il rifiuto di Napolitano – secondo me discutibile – di mandare Bersani al voto delle Camere in assenza di numeri certi, la candidatura di Marini a presidente della Repubblica materializzava oggettivamente, al di là delle intenzioni dei singoli, la prospettiva delle larghe intese.  Tale prospettiva, alla fine – nonostante il rigetto a furor di popolo di Marini, il disonorante siluramento della candidatura di Prodi e la spinta di una parte del partito per convergere su Rodotà candidato dai grillini –,  è risultata prevalente con la sofferta rielezione di Napolitano.
Evidentemente è un risultato a cui parte del gruppo dirigente puntava da tempo, come la strategia più ovvia una volta constatata l’insufficienza dell’alleanza con Monti, peraltro concorde nel sostenere la necessità di allargare al centrodestra. Se le contraddizioni delle ultime settimane sono da rimproverare a Bersani – degno, e ci mancherebbe, del massimo rispetto personale e della più grande umana solidarietà –, quella di base la condivide non solo con tutto il gruppo dirigente nazionale con le sue filiere locali, ma con tutti gli elettori delle primarie: quelli che l’hanno sostenuto e quelli che, “in solidum”, ne hanno accettato lealmente il risultato, anzi i risultati: non solo quello del 2 dicembre, ma anche quelli del 25 marzo e del 28 aprile che ne sono coerentemente derivati. Per questo non servono improbabili abiure e rapidi riposizionamenti, ma una riflessione seria sull’accaduto che apra una prospettiva per il futuro.


La prima riforma di papa Francesco

17 aprile 2013

Dal “consiglio degli otto” nominato dal papa può nascere un cambiamento della Chiesa nel segno della collegialità conciliare. La sola ipotesi che la riforma della Curia sia promulgata il 4 ottobre, festa di San Francesco, ne lascia intendere il valore epocale.

Sabato 13 aprile il Bollettino della Sala stampa della Santa Sede ha annunciato che papa Francesco “ha costituito un gruppo di cardinali per consigliarlo nel governo della Chiesa universale e per studiare un progetto di revisione della costituzione apostolica Pastor bonus sulla Curia romana”.
L’annuncio avviene mediante un comunicato della Segreteria di Stato, e proprio il giorno dopo che il papa aveva visitato gli uffici e i dipendenti della Segreteria. Delicatezze formali – confermate dall’understatement mostrato dal portavoce della Santa Sede, padre Lombardi, nel commentare l’annuncio – che indicano, anziché nascondere, il punto cruciale: il papa intende lavorare immediatamente a una riforma della Curia mediante uno snello gruppo di lavoro completamente distinto dalla Curia stessa. Ma il compito dei nominati non si limita a questo, anzi è in primo luogo una funzione di “consiglio nel governo della Chiesa universale” che sembra alludere in modo trasparente a un organismo permanente, del tutto nuovo: la riforma non è unicamente annunciata, ma inizia già.
La data, a un mese esatto dall’elezione, non è casuale: indica una cadenza ravvicinata ma al tempo stesso ragionata, stabilita con pacata decisione.

L’articolo continua qui, su BoDem.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: