Sulla possibile anticipazione del conclave


Si sta discutendo molto su quale sarà la data d’inizio del conclave. Ieri p. Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, ha ammesso che non si esclude che esso possa venire anticipato, sulla base del fatto che i quindici giorni d’intervallo previsti, che intercorrono dall’inizio della sede vacante (ma la costituzione apostolica Universi dominici gregis dice solo “dalla morte del papa”: il caso di dimissioni, pur previsto genericamente, su questo punto non è normato), servono per attendere i cardinali elettori assenti (per la stessa ragione il periodo può essere prolungato fino a venti giorni). Se quindi i cardinali fossero tutti presenti prima, la norma potrebbe legittimamente considerarsi accantonata.

Mi sembra tuttavia che occorra guardare con più attenzione alle operazioni previste durante la sede vacante, prima dell’inizio del conclave: fatta eccezione, naturalmente, per quelle relative alla morte e alle esequie del papa, tutte le altre dovranno infatti essere applicate.
Anzitutto e in generale, la norma vigente (che è sempre la costituzione apostolica Universi dominici gregis promulgata nel 1996 da Giovanni Paolo II) stabilisce che al collegio dei cardinali, nel tempo in cui la Sede apostolica è vacante, è affidato il governo della Chiesa … e per la preparazione di quanto è necessario all’elezione del nuovo pontefice. Questo compito dovrà essere svolto nei modi e nei limiti previsti da questa costituzione”.

Se infatti gli “affari ordinari”, anzi “le questioni di minore importanza”, vengono demandate a un organismo ristretto, detto “congregazione particolare”, composto dal camerlengo e da tre cardinali estratti a sorte tra quelli già presenti e sostituiti con lo stesso metodo ogni tre giorni, le questioni importanti sono sottoposte alle “congregazioni generali“, ovvero alle assemblee quotidiane di tutti i cardinali già giunti a Roma (compresi, se lo desiderano, gli ultraottantenni – quelli che non potranno cioè eleggere il futuro papa). Il giorno della prima congregazione generale viene stabilito “dal camerlengo di santa romana Chiesa e dal primo cardinale di ciascun ordine tra gli elettori”: da quel momento sarà convocata una congregazione tutti i giorni.
E’ molto significativo che il primo atto della prima congregazione generale debba essere il giuramento – per l’intero organismo e per i singoli cardinali (i ritardatari lo pronunceranno al loro arrivo) – “di osservare esattamente e fedelmente tutte le norme, contenute nella costituzione apostolica Universi dominici gregis”. Un dovere che non è da intendersi in senso esclusivamente passivo: a ciascuno dei cardinali dev’essere data immediatamente una copia della costituzione apostolica, insieme alla “possibilità di proporre eventualmente questioni circa il significato e l’esecuzione delle norme nella stessa stabilite”. In sostanza, è l’intero collegio cardinalizio a portare la responsabilità della corretta e compiuta esecuzione di queste norme. In particolare, le congregazioni generali dovranno prendere una serie di decisioni in preparazione all’elezione del futuro papa (si parla infatti di “congregazioni preparatorie”).
Da un lato ci sono tutte le operazioni relative alle esequie del pontefice defunto, che in questo caso naturalmente non saranno applicate. Tutte le altre, invece, rimangono necessarie: si tratta in particolare dell’annullamento dell’anello e del sigillo del papa; della predisposizione degli alloggi per i cardinali e della Cappella Sistina (che spetterà esecutivamente a una commissione, “composta dal cardinale camerlengo e dai cardinali che svolgevano rispettivamente l’ufficio di segretario di Stato e di presidente della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano”); dell’attribuzione per sorteggio degli alloggi ai singoli cardinali; dell’indizione di due meditazioni sulla situazione della Chiesa e della scelta dei “due ecclesiastici di specchiata dottrina, saggezza ed autorevolezza morale” che dovranno tenerle. Infine, spetta alle congregazioni generali stabilire “giorno e ora dell’inizio delle operazioni di voto.
Sarà quindi solo la congregazione generale dei cardinali a stabilire la data dell’inizio del conclave vero e proprio, e in particolare a decidere se occorra mantenere l’intervallo di quindici giorni dall’inizio della sede vacante o se tale intervallo possa essere ridotto, nel caso che tutti i cardinali siano già arrivati in Vaticano. E l’unico atto che potrebbe essere legittimamente deciso prima del 28 sarebbe un invito informale ai cardinali elettori a recarsi a Roma. Secondo la norma vigente, quindi, come abbiamo visto, è formalmente impossibile che la data d’inizio conclave venga decisa prima dell’inizio della sede vacante: è molto probabile anzi che essa venga fissata solo qualche giorno dopo. L’anticipazione al 10 marzo – una delle ipotesi comparse su alcuni organi d’informazione – è sicuramente nel novero del possibile: ma potremo saperlo unicamente nei primi giorni di marzo.
 
Certo, nulla vieta che papa Benedetto XVI, prima delle dimissioni e nel pieno dei propri poteri, impartisca disposizioni – per esempio, mediante la promulgazione di un motu proprio – che vadano a modificare quelle vigenti. Mi sembra però che un simile atto (che potrebbe spettare, assolutamente, soltanto al papa) sia piuttosto improbabile: in particolare, è difficile che papa Ratzinger decida di intaccare  prerogative che attualmente spettano, tutte intere, al collegio cardinalizio. Il paragone con l’atto con cui Benedetto XVI nel 2007 ha introdotto modifiche per l’elezione del suo successore (come del resto gran parte dei suoi predecessori) è assolutamente improprio: nessuna di queste modifiche è mai stata fatta nell’imminenza della fine del pontificato.
Fra l’altro, se la preoccupazione è quella che possa essere il nuovo papa a celebrare i riti della Settimana Santa, bisogna tener presente che, iniziando regolarmente il conclave il 15 marzo e rispettando le norme vigenti, sarebbero a disposizione oltre 20 votazioni per eleggere il papa entro la domenica delle Palme, e svariate di più per eleggerlo entro l’inizio del Triduo Pasquale. Ed è oltre un secolo e mezzo che il papa viene sempre eletto prima della quindicesima votazione. Senza contare che non è affatto detto che ridurre il tempo a disposizione dei cardinali prima dell’inizio del conclave si traduca effettivamente in un abbreviamento del conclave stesso. Più giorni di consultazione, riflessione e preghiera tra i cardinali potrebbero al contrario essere utili per una scelta che la stragrande maggioranza degli elettori non si aspettava così imminente.
Ma qui si aprirebbe il capitolo su come le diverse tempistiche potrebbero influire sulla designazione del successore di Benedetto XVI: una questione da cui tutti comprendono quanto papa Ratzinger intenda  rimanere completamente fuori. La decisione di rimanere lontano da Roma dal momento delle dimissioni, e per due mesi, è abbastanza indicativa in questo senso. Più in generale, la decisione delle dimissioni – inaudita da molti secoli – pone inevitabilmente di fronte a situazioni inedite e delicate, a nodi non normati che appare utile risolvere mediante un’interpretazione ragionevole delle norme vigenti: interventi normativi ad hoc, apparentemente risolutivi, potrebbero porre non solo problemi di opportunità, ma anche di coerenza e d’interpretazione rispetto al corpus finora sedimentato.

Postilla del 20/2:
Oggi Tornielli su VaticanInsider riferisce che sarebbe imminente la firma da parte di Benedetto XVI di un breve motu proprio che darebbe ai cardinali la facoltà di anticipare l’inizio del conclave. In questo caso la modifica della norma vigente non intaccherebbe la titolarità delle congregazioni dei cardinali sui tempi del conclave, lasciando la decisione alla libera discussione dei cardinali (a maggioranza assoluta dei presenti, come osserva Tornielli): tra i quali sono già stati formulati pubblicamente pareri discordanti sul punto.
Nota delle 15.00: P. Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, ha confermato – con una certa freddezza, mi verrebbe da dire – la possibilità della pubblicazione del motu proprio, di cui Benedetto XVI sta valutando l’opportunità.

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