Dopo le dimissioni: questioni vaticane


Nel testo è stata aggiunta qualche postilla.

Benedetto XVI si è “dimesso” o ha “abdicato”?

Il termine più corretto è “rinuncia all’ufficio”, dove “l’ufficio” è quello di vescovo di Roma. Il papa, infatti, altri non è che il vescovo di Roma, a cui secondo la dottrina cattolica spetta il compito di presiedere all’unità della Chiesa e all’integrità della fede, e di conseguenza – secondo quanto fissato in ultimo dal Concilio Vaticano I nel 1870 – il primato di potestà di giurisdizione, a cui tutti i pastori e tutti i fedeli sono sottomessi sia nelle questioni relative alla fede e ai costumi sia in quanto relativo alla disciplina e al governo della Chiesa. Solo in virtù del suo essere vescovo di Roma il papa è, tra l’altro, la suprema autorità dello Stato della Città del Vaticano.

Come si chiamerà Benedetto XVI dopo il 28 febbraio?

Alle ore 20.00 del 28 febbraio Benedetto XVI cesserà dal pontificato e tornerà a essere semplicemente il cardinal Joseph Aloisius Ratzinger (teoricamente potrebbe presentare al successore una rinuncia al cardinalato, ma la cosa è assolutamente improbabile). C’è tuttavia un aspetto formale problematico: il titolo cardinalizio che possedeva prima di essere eletto papa, quello della sede di Velletri-Segni, fu attribuito dopo pochi giorni al card. Arinze, che tuttora lo conserva. Occorrerà verosimilmente attribuirgli un altro titolo, forse tra i cosiddetti “cardinali vescovi” (quelli che prendono la denominazione dalle diocesi suburbicarie di Roma e costituiscono l’ordine più “elevato” dei cardinali): tali titoli sono però attualmente tutti occupati da altri cardinali. Si dovrà ricorrere, almeno provvisoriamente, al titolo di un “cardinale presbitero” (che prendono la denominazione dalle  chiese della città di Roma: com’è noto, infatti, un tempo i cardinali altri non erano che i preti e i diaconi romani, nonché i vescovi delle diocesi della periferia, a cui spettava il compito di eleggere il loro capo).
In ogni caso, come ha già ipotizzato p. Lombardi, la qualifica di Ratzinger sarà molto probabilmente quella di “vescovo emerito di Roma”.

postilla (13 febbraio): Leggo ora che Andrea Tornielli, su VaticanInsider, sostiene che Ratzinger non sarebbe più cardinale, in quanto con l’elezione a papa (o meglio, con l’accettazione della carica) non farebbe più parte del collegio cardinalizio. La cosa mi sembra molto discutibile (e anche Tornielli ammette che in effetti la cosa è discussa tra i canonisti). Il cardinalato viene attribuito dal papa; solo l’interessato può rinunciarvi, comunicandolo al papa regnante. Naturalmente Ratzinger non ha mai fatto tale rinuncia. L’elezione a papa influisce sulla qualifica di cardinale? Essere eletto papa significa essere eletto vescovo di Roma. Esattamente come un altro cardinale può essere eletto vescovo di un’altra città, senza per questo perdere la dignità cardinalizia. Per esempio, il card. Tettamanzi che da arcivescovo di Genova; è diventato arcivescovo di Milano, o dopo di lui il card. Scola, da patriarca di Venezia.
È vero che il cardinale eletto papa perde il titolo cardinalizio che aveva: ma questo dovrebbe essere attribuito al fatto che la chiesa di cui diventa titolare è la cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, in cui viene insediato – si tratta addirittura di una tautologia. Non per questo cessa di appartenere al “clero di Roma”, che è appunto ciò che in origine e in radice contraddistingueva i cardinali. Mi sembra che sia dal punto di vista storico-teologico, sia da quello canonico, sia quindi molto difficile sostenere che Joseph Ratzinger, una volta effettive le dimissioni da papa, non disporrà della dignità cardinalizia. Del resto un redazionale dello stesso VaticanInsider riporta l’opinione della storica Cataldi Gallo per cui è palese che Ratzinger tornerà a rivestire la porpora cardinalizia.
Altra postilla (15 febbraio): Oggi Luigi Accattoli sul Corriere scrive che “probabilmente papa Ratzinger tornerà cardinale e vestirà la porpora”. P. Lombardi ha affermato invece che continuerà a chiamarsi Benedetto XVI, essendo un titolo “inalienabile”, pur ricordando che la questione è ancora allo studio. Nutro francamente dei dubbi.

 Quando si terrà l’inizio del conclave?

Nella conferenza stampa di lunedì, p. Lombardi sembrava accennare alla possibilità di una partenza del conclave già il 1° marzo, il giorno immediatamente successivo a quello in cui le dimissioni saranno effettive. È probabile che nei primissimi giorni di marzo il conclave venga indetto, ma non che esso inizi effettivamente. La normativa attuale, che pure prevede che il papa possa rinunciare al suo ministero, quando tuttavia definisce l’indizione del conclave fa riferimento solamente al caso di morte del papa: il conclave deve tenersi “il quindicesimo giorno dalla morte del pontefice”, per “attendere per quindici giorni interi gli assenti”: per “motivi gravi” questo intervallo può essere portato fino a venti giorni, ma non oltre. Si pensa che questo intervallo di quindici giorni – che in gran parte, nel caso di morte del papa, è impiegato per celebrare le sue esequie, che durano nove giorni, i cosiddetti novendiali – sarà rispettato anche in questo caso. Le “congregazioni preparatorie”, cioè le riunioni dei cardinali che precedono il conclave vero e proprio – e che si svolgono anche negli stessi giorni delle esequie del papa – potrebbero invece svolgersi subito dopo il 28. Sembra del tutto improbabile che lo stesso papa Benedetto XVI, in questi ultimi giorni di pontificato, possa dare disposizioni anche semplicemente organizzative per preparare il conclave. Certamente la convocazione del conclave – che spetta al decano del collegio cardinalizio, il card. Sodano, che non è tra gli elettori avendo più di 80 anni – non potrà essere fatta prima del momento in cui le dimissioni di Benedetto XVI saranno effettive, cioè le ore 20.00 del 28 febbraio: non pare canonicamente possibile l’indizione di un conclave finché la sede non è vacante, mentre il papa è ancora, sia pur per poco, “felicemente regnante”. In conclusione, la data più probabile per l’inizio del conclave è il 15 marzo.

Chi parteciperà al conclave?

La risposta a questa domanda è assolutamente certa fin da ora. Gli elettori sono i cardinali, “a eccezione di quelli che, prima del giorno […] in cui la sede apostolica resti vacante, abbiano già compiuto l’80° anno di età”. L’esclusione dei cardinali ultraottantenni è una disposizione recente, dovuta a Paolo VI. Ciò significa che resteranno esclusi tutti i cardinali che il 28 febbraio avranno già compiuto 80 anni; potranno entrare in conclave tutti gli altri, anche se dovessero compiere 80 anni prima dell’ingresso nel conclave. Potrebbe essere il caso del cardinale tedesco Kasper, che compie 80 anni proprio il 5 marzo: contrariamente a quanto riportato da alcune fonti, sarà sicuramente un elettore. Mentre il più giovane degli esclusi sarà il cardinale ucraino Husar, che festeggerà l’ottantesimo compleanno il 26 febbraio, appena due giorni prima delle dimissioni di Benedetto XVI. Per quanto si prolunghi il conclave, il “corpo elettorale” rimarrà sempre gli stessi, salvo naturalmente il caso di morte; teoricamente, per gravi motivi di salute alcuni cardinali potrebbero comunque non partecipare al conclave (il cardinale tedesco Lehmann, per esempio, è seriamente infermo) o – nel caso più improbabile in cui le condizioni si aggravino dopo l’arrivo in conclave – non prendere parte a tutte o alcune delle votazioni.
postilla (15 febbraio): Ieri pomeriggio il Vatican Information Service ha ammesso e corretto l’errore di lunedì 11 su questo punto, quando aveva affermato che il numero degli elettori sarebbe dipeso dalla data d’inizio del conclave.

Ratzinger parteciperà al conclave?

La possibilità che il card. Ratzinger, dopo le dimissioni, prenda parte al conclave è stata immediatamente esclusa: non si tratta solo di un’opportuna e saggia scelta di Benedetto XVI, che dopo le dimissioni si allontanerà anche fisicamente dal Vaticano, andando a risiedere temporaneamente a Castel Gandolfo (e ritornando, pare, solo quando saranno terminati i lavori in corso presso quello che – come ora si è compreso – sarà il suo nuovo alloggio, l’ex monastero di clausura interno alle Mura Vaticane; anche se oggi si ventila la possibilità che qualcuno possa consigliare all’ex papa un alloggio fuori del Vaticano). Soprattutto, infatti, bisogna ricordare che Joseph Ratzinger ha comunque 87 anni e non sarebbe in nessun caso computabile tra i cardinali elettori.
Teoricamente, invece, il card. Ratzinger potrebbe partecipare alle riunioni preparatorie del collegio dei cardinali, in cui sono inclusi anche gli ultraottantenni, che si tengono prima del conclave e a cui spetta “il disbrigo degli affari ordinari o di quelli indilazionabili” e “la preparazione di quanto è necessario all’elezione del sommo pontefice”. Se Ratzinger posticipasse di pochi giorni la sua partenza dal Vaticano vi parteciperebbe a pieno diritto. Appare però del tutto improbabile che ciò avvenga, tantopiù considerato che ai cardinali non elettori “è concessa la facoltà di astenersi” da tali riunioni.

Quando verrà eletto il nuovo papa?

Molti danno per certo che il nuovo papa sarà eletto in tempo perché possa celebrare i riti della Settimana Santa o almeno del Triduo Pasquale. Tutto dipende da quando sarà fatto cominciare il conclave (vedi sopra) e naturalmente da quanto durerà. Bisogna tener conto che, a parte il primo giorno, nel quale si tiene al massimo un’unica votazione, nei giorni successivi vi saranno – fino a elezione avvenuta – quattro elezioni al giorno (due al mattimo e due al pomeriggio). Dopo tre giorni vi sarà una pausa di al massimo un giorno, pausa che si replicherà successivamente – in caso di mancata elezione – dopo ulteriori sette votazioni, e così via. Anche nel caso che si rispettino i 15 giorni previsti in caso di morte del papa, e quindi che il conclave si apra solo il 15 marzo, e che le pause previste vengano fatte durare un giorno intero, prima della domenica delle Palme (che cade il 24, mentre il giovedì santo è il 28) i cardinali avrebbero a disposizione 25-26 votazioni per eleggere il nuovo papa.
Sono oltre 150 anni che il conclave si protrae al massimo fino alla quattordicesima votazione (avvenne nel 1922 e terminò con l’elezione di Pio XI), spesso molto meno. Anche se non può esservi alcuna certezza, è evidente che ci sono forti probabilità che il nuovo papa possa effettivamente presiedere i riti non solo del Triduo Pasquale ma dell’intera Settimana Santa, anche se un’elezione fortemente a ridosso dei giorni santi potrebbe creare un problema di cerimoniale, non secondario: trovare il tempo per la presa di possesso della sede episcopale di Roma, cioè l’insediamento vero e proprio del nuovo vescovo sullla cattedra di san Pietro in San Giovanni in Laterano. Sempre, ovviamente, che non accada come nel 1830, quando il conclave si protrasse per 83 votazioni prima che ne risultasse eletto Gregorio XVI.

Con quanti voti verrà eletto il nuovo papa?

 Tra le innovazioni decise da Giovanni Paolo II per l’elezione dei suoi successori, quella veramente importante fu una. La normativa tradizionale prevedeva che per l’elezione del papa fosse necessario il voto dei due terzi dei cardinali elettori. Papa Wojtyla stabilì che, a partire dalla trentesima votazione (cioè dopo 13 giorni di conclave) fosse sufficiente la maggioranza assoluta. Gli analisti osservano che, con questa nuova regola, è sufficiente dimostrare in conclave che un candidato raccoglie tale maggioranza: un tale “pacchetto” di voti, infatti, renderebbe impossibile la formazione di qualunque maggioranza alternativa durante le prime votazioni e, alla trentesima votazione, si tramuterebbe nel consenso sufficiente all’elezione del candidato. Se fin dalle prime votazioni si riesce quindi a far confluire su un candidato una quantità di voti vicina alla maggioranza assoluta, si produce inevitabilmente l’immediato abbandono delle candidature alternative e di conseguenza la rapida elezione di quel candidato, su cui a quel punto finiscono per confluire anche molti altri voti. Secondo molto osservatori, è proprio questo che si è verificato al conclave del 2005 che ha portato all’elezione di Benedetto XVI. 
Proprio papa Ratzinger ha presto abolito tale norma, ripristinando la necessità, senza eccezioni, della maggioranza dei due terzi dei voti. Viene introdotta tuttavia un’ulteriore innovazione: dopo il tredicesimo giorno di conclave, ciascuna votazione successiva prende la forma di un vero e proprio ballottaggio tra i due candidati che nella votazione precedente avevano riportato il maggior numero di voti (curiosamente, è stabilito altresì che da tale momento quei due candidati perdano il diritto di voto). Vedremo tra breve quali saranno gli effetti di questa novità.

Una risposta a Dopo le dimissioni: questioni vaticane

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