L’ultima parola


Per avvertire l’eccezionalità dell’avvenimento di oggi, basti pensare che tra qualche secolo Benedetto XVI sarà ricordato per queste dimissioni molto prima che per tutto il resto. Il discorso di Ratisbona, le encicliche, i preti pedofili, Vatileaks… quando tutto questo sarà materia per gli specialisti, Joseph Ratzinger sarà anzitutto “il papa che si dimise”. Una decisione perfettamente prevista nella legislazione della Chiesa (da ultimo, col canone 332 § 2 del Codice di diritto canonico del 1983), ma assolutamente rara: il caso di Celestino V è il più celebre dei sette che si verificarono, l’ultimo nel 1415 con Gregorio XII, che così pose fine allo Scisma d’Occidente. Tempi in cui, non a caso, il potere e la figura del papa erano maggiormente immuni da quella retorica, cresciuta in età moderna, che, tantopiù dopo la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale da parte del Concilio Vaticano I nel 1870, rendeva e  per molti (ma non per la Chiesa stessa) rende tuttora impensabile la sola idea delle dimissioni del papa.
Converrà osservare subito che quello di oggi non è stato un “annuncio”, ma una vera e propria dichiarazione (seppure anticipata) di dimissioni, un vero e proprio atto performativo – fatto di fronte ai cardinali riuniti in concistoro –, che compie ciò che dice. Il papa è ipso facto ufficialmente dimissionario, anche se le dimissioni avranno valore solo dalle 20.00 del 28 febbraio (anche il fatto che sia indicata l’ora esatta è significativo da questo punto di vista), e fino allora – come p. Lombardi ha precisato – permane nella pienezza dei poteri. Come precisa il diritto canonico, “nel caso che il romano pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti”. “Debitamente manifestata”: è precisamente quanto è avvenuto oggi, tanto che Benedetto XVI ha precisato che l’atto avviene in piena libertà. Non altro occorre né dobbiamo attendere. E con tutta evidenza non è possibile alcun ritorno indietro: non solo di fatto (come quando Giovanni XXIII annunciò la decisione di indire il Concilio Vaticano II), ma anche formalmente.
Esattamente dalle 20 di giovedì 28 – come viene esplicitamente detto – inizieranno quindi le procedure per il conclave, a norma della costituzione apostolica Universi dominici gregis del 1996: ovviamente senza tutto quanto si riferisce alla morte e ai lunghi funerali del pontefice, e delle modifiche successivamente emanate (la più importante: nel 2007 Benedetto XVI ha ripristinato la necessità che il papa sia eletto con la maggioranza di due terzi dei cardinali elettori, che dal ventinovesimo scrutinio avviene mediante ballottaggio dei due nominativi più votati). Se, dalla dichiarazione di Bendetto XVI, sembra di poter desumere che la convocazione ufficiale del conclave avverrà immediatamente dopo le dimissioni (impensabile che avvenga prima), non è immediatamente chiaro quale possa essere la data d’inizio del conclave vero e proprio: la norma parla infatti del “quindicesimo giorno dalla morte del pontefice” – un tempo in buona parte speso per le esequie del papa, che durano nove giorni, i cosiddetti novendiali –, e prorogabile di cinque giorni per l’eventuale attesa di cardinali assenti, e nulla dice su cosa avvenga nel caso il papa non sia defunto bensì dimesso. Mi sembra che la conferenza stampa di p. Lombardi non dia particolari delucidazioni su questo punto.
La tempistica e le modalità di quanto è avvenuto sembrano mostrare con chiarezza che l’atto ha sorpreso almeno la grande maggioranza dei cardinali e i dicasteri vaticani. Tuttavia, negli ambienti curiali quest’eventualità era considerata possibile e, da qualche mese, in qualche modo imminente.  Le stesse ultime nomine cardinalizie, e il loro carattere (sia pur moderatamente) “riequilibrativo” rispetto al precedente concistoro molto sbilanciato in favore di europei, italiani e curiali, erano state lette in qualche modo con gli occhi rivolti a un’eventualità di questo genere; e così pure talune indiscrezioni che erano circolate nei mesi precedenti, pur sotto la maschera deformante di una presunta imminenza della morte o – addirittura – dell’assassinio del papa. Ciò collima con quanto ha dichiarato oggi, con giusta semplicità, Georg Ratzinger, il fratello di Joseph.

Come è evidente, non occorre formalmente che il papa adduca alcuna motivazione per le sue dimissioni: anche per questo, quella che papa Ratzinger ha comunque ritenuto opportuno fornire rappresenta forse il tratto più impressionante – insieme al fatto stesso delle dimissioni – dell’evento di oggi. Il papa fa esplicito riferimento alla mancanza di “vigore del corpo e dell’animo”: non solo “del corpo”, che sarebbe stato più che sufficiente per giustificare le dimissioni. L’aumento dell’età media e il progresso della medicina facevano pensare che ci saremmo presto trovati di fronte, in media, a un prolungamento dei pontificati e all’aumento di situazioni spinose – come peraltro già avvenuto in passato – di senescenza papale: e probabilmente i successori di Benedetto XVI si sentiranno rafforzati, se del caso, nella decisione di dimettersi in caso di un lungo protrarsi di una situazione di grave malattia. Ma non sembra questo ciò che accade oggi: anche se sicuramente la declinante salute fisica di papa Ratzinger – quanto declinante lo dirà il futuro – ha giocato un ruolo determinante, non ci troviamo – p. Lombardi dice anche questo – di fronte a un papa gravemente malato che anticipa quanto sarebbe avvenuto con la morte imminente. Il caso è diverso. Un papa che manifesta la sua stanchezza “del corpo” e “dell’animo” – non “dello spirito”, si osserverà utilizzando la tradizionale ripartizione di san Paolo: secondo l’antropologia cristiana lo “spirito” è, in qualche modo, la presenza di Dio nella persona, e quella non può certo essere soggetta a stanchezza; e purtuttavia la debolezza d’“animo” non è precisamente, per intenderci, quanto si richiede ai santi, a cui pure non è ignoto quel genere di tristezze –, in misura tale da esserne indotto alla decisione di dimettersi: questa sì è una novità assoluta.
L’atto che rende la giornata di oggi, non solo per i cattolici, memorabile nei secoli, ha in sé una profonda umanità e un’imprevedibile modernità. Al momento dell’elezione di Benedetto XVI, molti sperarono che da un papa conservatore – meglio, da un ultraconservatore illuminato – venissero gesti di rottura. Ce n’è stato uno: l’ultimo, il più grande.

2 risposte a L’ultima parola

  1. Francesco Grasselli scrive:

    L’eccezionalità del gesto di Benedetto XVI occuperà per poche ore i commenti sui mass media. Poi si passerà al “giudizio” su questo gesto: alcuni già cominciano a giudicarlo negativamente o a condannarlo (ma penso sarà il giudizio di una piccola minoranza. Anche questa sarà una fase breve, perché poi seguirà una valanga di commenti su due temi fra loro in qualche modo collegati: il giudizio sul pontificato di questo Papa e le previsioni sul nuovo papato: non solo i nomi, ma gli orientamenti…
    Luca, continua a tenerci aggiornati. Grazie.

  2. […] parola « Pentagras https://pentagras.wordpress.com/2013/02/11/lultima-parola/ «Un papa che manifesta la sua stanchezza “del corpo” e […]

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