Nei giorni della merla

29 gennaio 2013

«…tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
come fé ‘l merlo per poca bonaccia» (Purg. XIII, 121-123).

Così, tra gli invidiosi del Purgatorio, la senese Sapia racconta la sua blasfema e malevola gioia per la sconfitta in battaglia dei propri concittadini. Nel paragone usato da Dante c’è probabilmente un richiamo alle leggende, vive ancora oggi, sui “giorni della merla”. Di queste leggende esistono parecchie versioni, ma tutte hanno in comune il riferimento ai giorni del 29, 30 e 31 gennaio, che sono considerati i più freddi dell’anno.

Secono alcune versioni, questi giorni sono preceduti da alcune giornate relativamente tiepide, tali da dare l’illusione che il peggio dell’inverno sia passato: a questo sembra alluda anche Dante, che paragona Sapia all’imprudente merlo che “per poca bonaccia” – cioè, evidentemente, a causa di un breve periodo di bel tempo – esce allo scoperto a cantare, come burlandosi dell’inverno, senza prevedere la rapida recrudescenza del freddo. Molte leggende si riferiscono a questo punto al colore della merla, raccontando per esempio che – per sfuggire al gelo – questa si sarebbe frettolosamente rifugiata in un camino, per riemergerne col piumaggio scurito dalla fuliggine, che da allora non avrebbe più abbandonato. (Va notato che l’allusione alla “merla” pare molto precisa: se il maschio del merlo è completamente nero, la femmina ha invece un piumaggio bruno che può dare meglio l’idea di sporco di fuliggine: tantopiù che è bruno anche il becco, che invece nel maschio è notoriamente di un bel giallo brillante.)

Per altre leggende l’inganno della merla era legato al numero dei giorni di gennaio: originariamente 29, sarebbero poi passati a 31. Se davvero questo particolare rimanda al primitivo calendario romano, in cui gennaio aveva 29 giorni, si tratta di una conferma della grande antichità della leggenda, che del resto appartiene pienamente al folklore italiano ed europeo.

I tre “giorni della merla” (che vengono anche detti “giorni della vecchia”) sono importanti, per la saggezza popolare, per la previsione del tempo del periodo successivo. Nella maggior parte delle versioni, se in questi giorni fa cattivo tempo la primavera arriverà regolarmente, in caso contrario (ecco un’altra allusione alla “bonaccia”) essa sarà fredda e tardiva. Sembrerebbe quindi un meccanismo di previsione opposto a quello utilizzato per il vicino giorno della Candelora (2 febbraio).

Qualcuno conosce altri particolari, leggende o episodi sui “giorni della merla”?


Quello sgambetto a Dossetti, anzi al Concilio

8 gennaio 2013

Molti cattolici bolognesi hanno letto la lettera del card. Re al card. Biffi – diffusa da quest’ultimo sicuramente con l’approvazione del primo – in cui venivano confermati i giudizi espressi nell’ultimo libro di Biffi su don Dossetti, in particolare sulla sua attività al concilio Vaticano II. La pubblicazione di quella lettera ha suscitato parecchie reazioni e, infine, un’esplicita scusa da parte dell’organo di stampa che l’aveva pubblicata (pronosticandone anche – redazionalmente – una grande importanza nel dibattito storico); e anche la stampa “laica” locale ha finito per occuparsi della questione, seppur con prevedibili semplificazioni.
Sbaglierebbe di grosso chi riconducesse la vicenda a una questione curiale tutta bolognese, magari riducendola a un’iniziativa personale o inserendola semplicemente in una storia – che pur si potrebbe scrivere – di nobili schermaglie o miseri dispetti tra vecchie conventicole locali di varia estrazione. Sbaglierebbe ancor più chi, magari per riflesso condizionato, ne volesse dare un’interpretazione politica, come se in discussione ci fosse il Dossetti politico e magari gli attuali raggruppamenti del cattolicesimo politico, specie bolognese, che a lui maggiormente e più o meno giustificatamente si riconducono. E sarebbe triste che per questa via dalle nostre parti qualcuno ne traesse una certa soddisfazione. Non solo per quel tanto di pettegolo che inevitabilmente ne trasudi; e neanche solo per il fatto che perseverare in una lettura prevalentemente politica della parabola di Dossetti rimane, a mio parere, sintomo di una miopia tantomeno perdonabile in campo cattolico.
La lettura sarebbe errata soprattutto perché, in questa vicenda, se è bolognese la casella che – volente o nolente, e più o meno consapevole – ha ospitato la mossa, la partita è squisitamente romana e, s’intende, squisitamente ecclesiale. E Dossetti ne è l’obiettivo solo apparente. Squalificando l’azione di Dossetti durante i lavori il concilio Vaticano II, fino a definirlo come “usurpatore” – un termine di singolare precisione – delle prerogative istituzionali del card. Felici, si insinua un dubbio di legittimità, sostanziale se non addirittura formale, su quei lavori stessi, e sui documenti che ne sono il duraturo frutto.
Il 2012 non è “solo” il centenario della nascita di Dossetti: è soprattutto il 50° dell’apertura del Concilio, uno dei motivi dell’indizione dell’Anno della fede. E proprio in questa occasione, in cui la ricorrenza sta riportando l’attenzione, con vigore forse inatteso, sull’evento del Concilio, sui suoi documenti e sul suo significato; proprio mentre dal papa stesso giunge il ripetuto invito a tornare alla “lettera” del Concilio studiandone i documenti e approfondendone il significato con l’applicazione di una corretta ermeneutica, ecco che proprio il testo conciliare viene messo nei fatti in discussione. Da un lato Benedetto XVI conferma la fiducia nel Concilio e ne propugna – come dall’inizio del suo pontificato –  un’interpretazione che inserisca “la riforma” da esso operata contestualizzandola “nella continuità” rispetto al magistero precedente, così da fare giustizia di quelle che vede come possibili deviazioni, per esempio in senso progressista. Dall’altro, nel seno stesso della Chiesa, come malfidando nell’operazione papale o presupponendone insufficienti gli esiti, si viene ad attaccare il Concilio stesso, delegittimandone – con singolare precisione di mira – un punto nevralgico, ossia il suo stesso meccanismo deliberativo. Il fatto che tale operazione – stando a quel che si legge – venga condotta nella Positio della causa di beatificazione di Paolo VI (ma su questo avremmo bisogno di leggere qualcosa di più che un vago accenno) – vi getta una luce ancor più inquietante, dal momento che proprio le deliberazioni conciliari approvate e suggellate da quel papa sarebbero soggette a questa sorta di sussurrata invalidazione.
Ulteriori considerazioni si potrebbero formulare: non da ultimo, che il denunciare il carattere presuntamente “politico” di una decisione ecclesiale (ma perché non applicare lo stesso criterio ad altri atti di giurisdizione e di governo?) contraddice in nuce la logica divino-umana dell’incarnazione che alla Chiesa stessa presiede. Ma basti qui notare che questo tipo di argomentazione che, con l’apparenza di difendere quanto nella Chiesa vi è di più sacro, invece la svuota e l’indebolisce internamente come un cancro, era finora – e segnatamente nella sua applicazione al Vaticano II – patrimonio di frange ultra-tradizionaliste ad elevato sospetto di non-cattolicità. Questo suo rinvenimento mostra la permeabilità, rispetto a talune tendenze, di argini che, pur all’interno di un dibattito vivace come quello sull’ermeneutica del Concilio, si credevano ben solidi. Non è solo la pronta risoluzione del pur doloroso episodio “bolognese”, naturalmente, a convincere che non praevalebunt.


Le mirabolanti imprese della quinoa

3 gennaio 2013

 È una parente stretta degli spinaci e delle barbabietole, ma sembra un cereale, e come tale può essere utilizzata. Può essere coltivata dal livello del mare fino a 4000 metri d’altitudine, ma prospera soprattutto sugli altipiani delle Ande, in particolare in Perù e in Bolivia. Resiste a temperature dai -8° ai 38°, cresce anche in terreni aridi e poveri in quanto ha bisogno di pochissima acqua.

Di che stiamo parlando? Se vuoi saperne di più, puoi leggere l’articolo che ho scritto sul blog di Solidarietà Impegno.


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