Per fare un tavolo


La nota ufficiale diramata ieri l’altro dai cinque sindaci della Valsamoggia mostra un certo equilibrio, che sembra nascere dalla composizione faticosa, ma forse fortunata, di linee parzialmente divergenti; pur riaffermando la decisa volontà di procedere verso la fusione dei Comuni, si differenzia sensibilmente dai toni vacuamente trionfalistici delle prime ore. Insomma, la perdurante volontà di proseguire il percorso verso la fusione non sembra più implicare la rivendicazione di una vittoria completa, assoluta, senza ombre.

Resta però faticoso capire come si voglia tradurre in pratica la volontà di dialogo che viene reiteratamente professata. I sindaci, infatti, non mettono in discussione la volontà di arrivare alla fusione, né la necessità che il processo sia compiuto nei tempi stabiliti, cioè in tempo per le elezioni amministrative del 2014. Tuttavia c’è un effettivo elemento nuovo. Accanto alla nota, in cui si afferma la volontà di aprire un “processo costituente del nuovo comune, a cui tutti siamo chiamati a dare spunti e contributi, forze politiche, associazioni, cittadinanza”, e la consapevolezza dello sforzo che richiederà trovare “una fase di discussione”, c’è la richiesta dei sindaci alla Regione perché posticipi la data entro cui essa dovrà deliberare sulla fusione. È un fatto dal valore limitato: si parla di due mesi in più. Ma è un valore reale: gli attuali 60 giorni previsti (e ne sono passati quasi venti) sarebbero troppo pochi per impostare un “tavolo di lavoro” credibile; quattro mesi sono un periodo più ragionevole. E c’è anche un valore simbolico: per la prima volta si accetta di chiedere che la tempistica, finora così rigidamente determinata, venga (sia pur leggermente) modificata.

 Basterà quest’offerta a indurre le forze che hanno sostenuto il no a sedersi all’evocato tavolo? Finora le voci prevalenti, e senz’altro quelle ufficiali, proseguono su una linea (nonostante le dichiarazioni di non contrarietà “in sé e per sé” a una fusione) di rigetto totale. Rigetto dei contenuti: anziché limitarsi a evidenziare gli aspetti problematici o lacunosi, che pur ci sono, del progetto esistente, questo viene sbrigativamente destituito di ogni valore; ogni analisi viene effettuata nello spirito non di proporre migliorie, anche radicali, ma semplicemente come “pars destruens”. Rigetto, soprattutto, dei tempi, che diventa di fatto rifiuto della fusione “tout court”: la richiesta, di per sé astrattamente non irragionevole, di rimandare il processo alla prossima legislatura, viene ad assumere con troppa facilità l’aspetto di una dilazione a tempo indeterminato, e anzi dell’assunzione di un progetto alternativo – il rafforzamento dell’attuale Unione dei Comuni – che peraltro non viene neppure sbozzato e resta un’idea del tutto indeterminata

Il fronte del “no” ha certo buon gioco a mettere il dito sull’esiguità e la problematicità della vittoria del “sì” – nonché sulle criticità di metodo che del resto non abbiamo mancato di rilevare a varie riprese -, ma si dimostra assai poco credibile nel momento in cui cerca di tramutarla in una sconfitta, e ancor più di gestirla come se fosse una vittoria propria.

L’insistere su una “linea dura” del “no”, scelta molto facile di fronte al trionfalismo del fronte opposto, diventa ora un’opzione più scivolosa nel momento in cui, almeno a parole, viene offerta una linea di dialogo ora anche supportata da qualche segnale concreto. Tantopiù che questo segnale sembra non essere puramente strumentale, ma essere anche la conseguenza della posizione piuttosto ferma espressa dal sindaco di Bazzano di farsi in qualche modo garante della volontà dei suoi concittadini, espressasi maggioritariamente per il “no”. (Stupisce, incidentalmente, che un’analoga posizione non venga presa dal sindaco di Savigno, che pure aveva sottoscritto l’impegno per una valutazione dell’esito del referendum sia nel complesso “sia nei singoli Comuni”. Negare gli elementi di problematicità rimane, per tutti, la soluzione meno credibile e proficua.) Del resto per le forze che sostengono il “sì” – dopo che, a dispetto dei pur generosi “comitati indipendenti”, non sono riuscite a scrollarsi di dosso l’etichetta di essere composte dal “PD contro tutti” – è necessario a questo punto evitare come la peste l’impressione che la vittoria referendaria sia, in fin dei conti, la vittoria di alcuni paesi contro gli altri.

Parliamo, insomma, di effettivi elementi di debolezza che tuttavia, una volta assunti consapevolmente, possono tramutarsi in una responsabile posizione di forza. Ma che – proprio in quanto oggettivi – dovrebbero al tempo stesso dare al fronte del “no” la garanzia che è interesse della controparte impegnarsi in un’interlocuzione seria.

Perché, beninteso, l’onere della prova di non agire strumentalmente ricade su entrambe le parti.

Una volta seduti a un tavolo ci si può sempre rialzare e denunciarne l’impraticabilità. Rifiutare reiteratamente l’invito, invece, può essere considerata dimostrazione di coerenza, ma anche ostinazione. L’anno scorso i sindaci e la segreteria PD hanno commesso un errore marchiano nel rifiutare le condizioni che le liste civiche avevano avanzato per sedersi ai famosi “tavoli di lavoro”, impedendo l’apertura di una discussione di merito e consentendo il compattamento di tutte le opposizioni sulle posizioni più radicali. Ma ora vale anche per il fronte del “no” la domanda di quale sia il vero obiettivo strategico: evitare a tutti i costi la fusione, come dichiarato, oppure – dando già per scontato questo esito – prepararsi nel modo migliore alle elezioni del Comune unico nel 2014, rimanendo compattati su posizioni massimalistiche e continuando a tener caldo il malcontento dei cittadini che hanno votato “no”? (La legge elettorale per i comuni sopra i 15.000 abitanti non obbliga neppure le varie opposizioni a presentarsi sotto un’unica lista: presentandosi separate, anzi, le singole forze politiche potranno prendere complessivamente più voti e costringere più facilmente PD e alleati al ballottaggio. Incidentalmente, che questo ragionamento coinvolga senza apparenti problemi anche forze politiche che a livello nazionale e regionale sono alleate al PD – e addirittura alleate al segretario del PD nelle ultime primarie! – è indice di una situazione locale da tempo sfuggita di mano a più di un attore.)

Certo, lo slogan degli ultimi giorni pre-referendum, “non cambiare Comune, cambia chi ti amministra”, era già sufficientemente eloquente del piano su cui si voleva portare la contesa. E quindi, tanto peggio, tanto meglio. Ma non è affatto detto che sia questa la priorità condivisa da tutti i cittadini che hanno votato “no”. Alcuni potrebbero chiedersi – tantopiù per chi dice di non essere contro “alla” fusione ma “a questa” fusione – perché rifiutare comunque un dialogo che, se pure non mette in discussione la fusione, potrebbe consentire di entrare nel merito del “come”. Perché non costringere, in fin dei conti, i sindaci a mostrare in che misura siano davvero pronti a rivedere – come dichiarato – il progetto. Perché non trasformare l’“energia potenziale” accumulata in potere contrattuale, senza rimandare il tutto al prossimo appuntamento elettorale – a mo’ di ordalia popolare – ma assumendosi una buona volta in prima persona la responsabilità di una trattativa politica. Considerata la volontà degli amministratori di avviare tavoli di che includano anche le variegate espressioni e categorie sociali e associative del territorio, le forze politiche che hanno sostenuto il “no” dovrebbero valutare il possibile rischio di una loro auto-emarginazione.

A questo punto, in ogni caso, occorre anzitutto che la Regione dia una risposta positiva e il più rapida possibile alla richiesta dei sindaci, che stanno affrontando sul territorio – non senza responsabilità da parte loro e del partito che li esprime – una situazione indubbiamente complessa.

3 risposte a Per fare un tavolo

  1. Doriano scrive:

    Caro Luca parli di “un P.D. contro tutti” . Ma e’ nei fatti. Prova a chiederti perche’ invece di P.D. contro tutti non hai scritto Democratici Insieme contro tutti ? Questo confronto referendario si e’ svolto in un momento dove il discredito verso chi ha responsabilita’ amministrative e’ massimo dove si vuole azzerare i partiti ,dove si esalta la cosidetta societa’ civile.
    La realta’ ci mostra una forza politica che ha osato chiamarsi ancora PARTITO invece che forza,oppure unione ,o lega ,ecc.confrontarsi con liste civiche che hanno trovato il collante in un no al partito democratico. Bersaglio fin troppo facile. Se il confronto fosse stato solo fra liste civiche il risultato penso,sarebbe stato diverso. Ti puoi sedere a tutti i tavoli che vuoi,avrai sempre un no pregiudiziale.Se con un no hanno il massimo di visibilita’ perche’ dovrebbero rinunciarvi? Questo e'(in piccolo) cosa ci aspetta se vinciamo le elezioni e dovremo governare. In quanto al tuo stupore per la diversa posizione del sindaco di Savigno ti consiglio di informarti direttamente. Era discretamente incazzato e secondo me con ragione. Doriano

  2. Xandré scrive:

    Dispiace ancora per i cittadini che fermamente sono ancora più fermamente arroccati nei loro “campanili” forti del voto. Dispiace veramente questo “essere contro” anche per giusti opinabili motivi. Putroppo coesione e condivisione sono parole che non esistono e il proverbio “l’unione fa la forza” (confutabile anch’esso come tutti i proverbi) neanche citato, anzi inesistente nelle menti dei cittadini. D’altro canto le critiche sono bene accette. La prima è l’illustrazione di un progetto non particolareggiato e convincente e quindi perdita di credibilità. La seconda è la politicizzazione del referendum. Cioè un impugnare il “no” da parte di quei partiti che sono contro le amministrazioni per loro natura politica.
    Sarebbe utile lasciare perdere astio e posizioni politiche e campanilistiche contro amministratori che in questo periodo possono fare ben poco. Non credo che quello che fanno lo fanno male. Sicuramente ci mettono molto impegno e dedizione nell’amministrare. Non mi piace affatto trovare volantini nella mia cassetta postale del tipo: SINDACO DIMETTITI. Chiunque abbia problemi personali con il sindaco riguardanti l’unione è bene che ne parli faccia a faccia direttamente. Non metto nome e cognome di chi fa queste cose perché lo conoscete. Lo ritengo offensivo nei mie confronti oltre che del sindaco stesso. Anche se non lo avessi votato.
    Con questo ribadisco: basta divisioni ! Con l’unione si cerca di migliorare i servizi che ora stiamo perdendo e tante altre cose come quella della riqualifica del personale che lavora negli uffici comunali e soprattutto avere quei finanziamenti dalla U.E. che in altri comuni d’Europa e in Alto Adige si ottengono tramite progetti ben studiati. Progetti che nessuno è in grado neanche di pensare nel nostro territorio. Eppure ce n’è un forte bisogno pe rinnovare.
    Ma se manca coesione e condivisione … sto argomentando sciocchezze. Ora sembra che la Valsamoggia abbia dimostrato tramite il voto di non capire e forse i cittadini non sono affatto consapevoli e preparati del progetto, che, se anche mal proposto, poteva e può offrire davvero opportunità inimmaginabili. D’altronde, finisco, con un banale esempio. Forse non c’è ora volontà di unirsi e non c’è neppure amore tra i cittadini dei vari comuni. Se ci fosse più coesione e si parlasse la stessa lingua ci si capirebbe. Sto pensando in modo figurato all’unione dei comuni come ad un matrimonio. Se c’è amore tra sposi non si fanno troppi calcoli sul progetto che si porterà avanti, sicuramente pieno di ostacoli, cambiamenti e non prevedibile nei particolari. Anche il progetto di unione non può essere dettagliato. Così anche per l’unione dei comuni il cittadino deve essere disposto di fare un salto nel buio. In questo caso però bisogna anche avere fiducia nelle istituzioni. Mancando questo tutto decade.
    Caro Doriano, confrontiamoci. Non amo affatto le liste civiche di questi comuni. Perché nate da persone che prima erano in partiti e che erano pure estremisti. Come possono queste fare il bene del comune se sono spesso contro ??? Dico basta alle liste civiche: non sono per il futuro dei nostri comuni. Dovrebbere raccogliere un ampio consenso tra i cittadini. Se non hanno il consenso vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. Riformare le istituzioni dal loro interno prima di tutto studiando il modo di sbriciolare la burocrazia che ci cristallizza. In Alto Adige questo si fa. Basterebbe copiare …

  3. sandro scrive:

    Terzo, e forse ultimo, per il piacere di alcuni, contributo sulla fusione dei comuni della valle del Samoggia.

    Con dichiarazione perentoria, e improbabilmente non condivisa dai vertici istituzionali e politici provinciali e regionali, il 27 Dicembre 2012, anticipando, di fatto, il dibattito sul tema all’ordine del giorno in Consiglio Comunale di Bazzano, convocato sempre nella medesima data, e riducendo così a pura formalità la convocazione dell’organo di primaria rappresentatività della cittadinanza bazzanese, relegando di fatto i consiglieri comunali a semplici alzatori (o non) di mani, si è deciso che la Fusione dei Comuni della Valsamoggia andrà avanti, nonostante tutto. Il percorso proseguirà in virtù della “maggioranza” dei voti complessivamente raggiunti in occasione del referendum consultivo. Nulla importa se per l’occasione chi ha condiviso il progetto rappresenta “solo” il 25% degli elettori e se la “maggioranza” dei cittadini di Bazzano e Savigno si è espressa contro la fusione.

    Questa, fuori da alcun dubbio, è una decisione presa dall’”alto”. E per “alto” non intendo una posizione presa, a ragion di maggioranza politica e amministrativa, operata dai governanti locali. Questa è una posizione presa da (o dai) pochi (“ intellighenzia” di vecchia memoria o dir si voglia da certa “casta”).
    Se non fosse bastata la prima, un’ulteriore dimostrazione di forza muscolare, che passa ancora sopra la testa degli stessi sindaci, di assessori e consiglieri comunali, attori, questi, di un vero e proprio film, nel quale si sono ritrovati “comparse” e, per giunta, inconsapevoli vittime, probabilmente loro malgrado. Ritengo, ribadisco, che sia sbagliato proseguire “tout court” nella fusione dei comuni, scaricando la responsabilità di un fallito dialogo (probabilmente mai cercato), sui promotori del NO. (Ma per la gente, per i cittadini, in questo “bailamme” quale ruolo?).
    A proposito dei NO, premettendo una separazione totale dalle posizioni espresse dai promotori appartenenti alle liste di centro-destra, devo dire che non condivido pienamente la posizione presa da Civicamente Bazzano e dalle “liste sorelle” della vallata. Credo che, oltre alla richiesta di rinvio del processo di fusione, andasse proposta concretamente come una “pietra”, la costituzione di un tavolo di discussione (non ovviamente concretizzabile nell’arco dei “due mesi” di proroga richiesta dal Sindaco di Bazzano alla Regione) nella prospettiva di un lavoro fatto insieme.
    Oggi, davanti a due posizioni contrapposte, che chiudono entrambe, di fatto, la discussione, il dialogo, ci s
    i aspetterebbe, a mio avviso, una posizione diversa, da entrambe le parti, a partire innanzitutto da chi e più “forte”. Da coloro che, anche in virtù del nome che portano, Partito Democratico, e del ruolo ricoperto a livello di governo locale e, per quello che mi auguro a breve, anche a livello nazionale, detengono il potere e la reale possibilità di costituire un nuovo Comune per la Valle del Samoggia, che nasca a seguito di un percorso che non sia segnato da scontri e risse fra pochi, ma che coinvolga, come già detto e auspicato, i cittadini della vallata. Mi ripeto, un percorso Costituente, che non corra dietro solo alle promesse di finanziamenti straordinari non certi, ma che costituisca innanzitutto il “cuore” e la “testa” di una nuova Comunità.
    .
    Bazzano, 28 Dicembre 2012

    Alessandro Lolli, già Sindaco di Bazzano (1992-2004).

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