Dopo il referendum


Il dato che risalta nel referendum sulla fusione dei Comuni della Valsamoggia è anzitutto quello dell’affluenza, che raggiunge a stento la metà degli aventi diritto. Mesi di campagna accesa e di forte polemica da parte di tutte le forze politiche e dei comitati schierati per il “sì” o per il “no”, un’altissima visibilità – un fatto del tutto inedito per questo territorio – su giornali e televisioni non solo locali e perfino nel dibattito politico-istituzionale nazionale, e l’arrivo in vallata di favore del personalità di assoluto rilievo nazionale schierate a favore del “sì” non sono bastati a portare al voto, su una questione di grandissima rilevanza locale, più del 50% dei cittadini.
Tra i votanti, la vittoria di misura del “sì” per 325 voti (su 11127 voti validi ci sono stati 5726 “sì”, il 51,46%, e 5401 “no”, il 48,54%) non oscura la netta affermazione del “no” a Bazzano (58,52%) e Savigno (56,80%).

Si tratta di un dato complessivo estremamente delicato, che la Regione è chiamata ad analizzare con grande attenzione.
I Consigli comunali dei cinque Comuni avevano approvato, nei mesi scorsi, un ordine del giorno che invitava la Regione “a tenere conto del risultato complessivo della consultazione e di quello nei singoli Comuni”. A questa importante affermazione di principio, tuttavia, non è mai seguita – benché richiesta da qualcuno – la formulazione di criteri oggettivi che potessero aiutare la valutazione del voto.
Resta però evidente che lo scopo di quel pronunciamento era proprio rassicurare i cittadini che non l’esito del referendum non sarebbe stato valutato semplicemente sulla base del risultato complessivo. Le affermazioni del tipo “hanno vinto i sì, quindi si va avanti”, espresse anche molto autorevolmente nella giornata di ieri, sono quindi profondamente improprie.

Il suggerimento di “rafforzare la comunicazione” nei Comuni dove il “no” ha prevalso è ancor più paradossale e mostra un’apparente incomprensione del problema. Difficilmente la “comunicazione” poteva essere più martellante e capillare di quanto è avvenuto, e non c’è dubbio che da questo punto il fronte del “sì” fosse largamente avvantaggiato.Anche una lettura “partitica” sembra difficile da sostenere: nonostante le forze politiche si siano schierate in modo netto con una contrapposizione sempre più frontale, accompagnata dalla malaugurata tacitazione di qualunque dialettica interna e dal tentativo di mobilitazione “militare” dei propri simpatizzanti, ciascuno può verificare facilmente che le opinioni e le prese di posizione dei cittadini sono rimaste alquanto trasversali rispetto allo schieramento politico. Questo sembra ancor più vero rispetto alle “dichiarazioni di voto” espresse dalle organizzazioni sindacali e di categoria. È la conferma, se ce ne fosse bisogno, del prevalere progressivo di una concezione di “appartenenza” profondamente diversa dal passato; e ancor più semplicemente, del fatto che il prendere le decisioni in modo fortemente verticistico, magari ratificandole, a volte senza neppure un voto formale, in assemblee il più possibile plebiscitarie, per poi “comunicarle” semplicemente alla “base” di riferimento riflette logiche sociali ormai perlopiù desuete.

A molti, troppi cittadini – certo non solo bazzanesi e savignesi, e non solo sostenitori del “no” – non è mancata la “comunicazione”, che forse è stata addirittura sovrabbondante. È mancato il coinvolgimento, la partecipazione, la sensazione della proposta di costruire un progetto condiviso. Una responsabilità che grava per la maggior parte sui promotori della fusione: se una grande debolezza dei sostenitori del “no” è l’inesistenza di un vero progetto alternativo, è chiaro che il compito di essere al tempo stesso convincenti e coinvolgenti spetta anzitutto a chi ha costruito una proposta così esigente. Ma l’impegno generoso e anche commovente di molti sostenitori della fusione – giovani segretari e militanti di partito quanto semplici cittadini appassionati – ha dovuto fare i conti con vertici che hanno lasciato (anche a singoli sindaci) scarso spazio di negoziazione e che hanno dimostrato forte propensione a lasciare troppi aspetti nell’indeterminatezza – per avere mano libera in seguito, vien da pensare –, malamente compensata da qualche proposta estemporanea “ad effetto”.
Come mostrano fin troppo bene i dati dell’affluenza, in moltissimi cittadini ha prevalso un senso di estraneità. Esso – certo saldandosi con una più generale sfiducia nella politica e nelle istituzioni – si è prevalentemente tradotto nella mancata partecipazione al referendum. Per molti è invece divenuto esplicita ostilità e si è espresso col voto, maggioritario laddove erano più forti e attivi i partiti e i comitati del “no”, che l’hanno saputa catalizzare e canalizzare, e più deboli i partiti e i comitati del “sì”, che non hanno saputo sufficientemente rassicurare e spiegare. Ma sarebbe errato pensare che tale senso di estraneità non sia presente anche tra coloro che alla fine hanno votato “sì” perché, alla fine, si sono fidati dei proponenti o hanno saputo distinguere tra la bontà della proposta – nonostante i vari aspetti manchevoli o controversi – e le modalità con cui è stata messa in campo.

Ritengo che la Regione Emilia-Romagna, chiamata a un difficile compito, debba partire da questo quadro assai problematico.
Nel frattempo, penso che la cosa peggiore sarebbe che qualcuno usasse come capro espiatorio i segretari di partito e gli amministratori dei Comuni dove ha vinto il “no”, e che ora sono impegnati, come ha dichiarato stamattina il sindaco di Bazzano Elio Rigillo, a tenere conto dell’espressione maggioritaria dei loro concittadini. Un simile tentativo servirebbe solo a mascherare le insufficienze e le debolezze, più volte denunciate, della modalità con cui si è condotto questo processo, sia nella campagna referendaria finale, sia soprattutto nei lunghi mesi in cui sono state prese le decisioni politiche vere e proprie. E di cui portano la responsabilità anzitutto le persone e gli organismi che tali decisioni hanno assunto e guidato.

3 risposte a Dopo il referendum

  1. Xandré scrive:

    Hanno vinto i NO a Bazzano per due motivi:
    – i cittadini bazzanesi non hanno un pessimo rapporto con l’amm.ne com.nale
    – non si è spiegato bene come è nata l’idea e quando; lo stato delle cose; cosa si migliorava facendo le cose
    Comunque credo che i cittadini rimangono tuttora disinformati ed in questo modo non danno un giudizio corretto ma parlano sommariamente e contro l’amm.ne.

  2. Xandré scrive:

    Siete ridotti proprio bene voi bazzanesi ! Non è un’accusa ma talvolta mi sento orgoglioso di non essere nato a Bazzano. Sembra che la condivisione non abiti in queste case.

  3. Xandré scrive:

    Non credo sia una questione politica, cioè lo è stata fatta diventare una questione politica. Non mi arrabbio, ho solo detto: sono affari vostri. Vedetevela voi. Faccio come Pilato: me ne lavo le mani. Io so come è nata l’idea. Chi l’ha pensata. Cosa è stato realizzato e cosa ora non funziona. E cosa si vuole migliorare con l’unione. Cose che mi dispiace veramente: I BAZZANESI NON SANNO. Rimanete nel’ignoranza: vi sta bene. Non sono stato offensivo. Penso che avete perso una occasione! Sono orgoglioso di non essere bazzanese.
    Non è affatto un esperimento … è quasi realtà !

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