Allargare i confini, intercettare le energie


Questo è il testo del mio intervento alla Direzione provinciale PD di ieri, martedì 12 giugno.

Vedo un intuito profondo nella scelta di Bersani di “chiamare” le primarie. La virtù delle primarie è anzitutto – anche se non sempre ci si pensa – quella di definire un campo, delimitare un perimetro (che lo si chiami “centrosinistra”, “alleanza dei progressisti ecc.). È un modo per arrestare le derive dell’antipolitica, dell’antisistema a tutti i costi: allargare i confini – non a caso Bersani insiste su primarie “aperte” – significa dire “ci siamo, “chi ci sta ci sta, si lavora insieme per qualcosa. Significa dire: questo è il campo dove ci sta la competizione, leale ma anche forte, ma anzitutto c’è la condivisione, il coinvolgimento su un progetto che certo va definito, e sul quale si può litigare, ma su cui fin d’ora si possa dire “c’interessa”.

In questo senso è perfettamente consequenziale, per Bersani, mettere Di Pietro davanti a una scelta: senza rispetto e riconoscimento reciproci non si va avanti, o Di Pietro decide di fare la controfigura di Grillo oppure sceglie una strada di responsabilità: confido che i tanti amministratori IDV che governano con noi sappiano indurlo a fare la scelta giusta. Come pure confido che Vendola non rinunci a quel “marchio” di governabilità che resta per lui caratteristico e vincente rispetto a altre espressioni della sinistra radicale.

“C’è molto PD al di fuori del PD”, ha detto giustamente il segretario Donini nella sua relazione. Bello. Ma è un bel problema! Penso che queste primarie siano l’occasione – e temo proprio che siano l’ultima – per riprenderlo dentro. Sicuramente dentro questo sforzo condiviso. Possibilmente, anche dentro il PD: almeno per i moltissimi per cui l’alternativa non è tra il PD e altro, è tra il PD e il niente, magari voto quel che mi capita ma soprattutto non m’impegno più.
(Apro una parentesi: primarie con un solo candidato PD non sono il modo migliore per tenerne aperte le porte: tutte le persone che si riconoscono nel progetto del PD, ma preferirebbero non votare Bersani, a chi le lasciamo? A chi le vogliamo lasciare? Pensiamo anche a come si sono svolte le primarie qui a Bologna – nonostante alla fine il candidato “targato” PD fosse uno solo. La Bindi, da presidente, pone giusti problemi statutari: ma non ignori il senso politico profondo di quest’operazione!)

Indire le primarie è una reazione sana, che contrasta con lo spirito di arroccamento. Il rischio infatti è tremendo e paradossale: essere identificati con la “Casta”: vuoi perché il centrodestra per ora non c’è più – che sia per sfacelo, per tattica o ambo le cose -; vuoi soprattutto nei luoghi dove portiamo da tempo l’onere del governo; vuoi perché facciamo delle cazzate – vedi nomine Agcom ecc., su cui già altri qui si sono ben espressi.

Quando paventavo la “santa alleanza” di tutti contro il PD, un paio di mesi fa, anche a livello locale, venivo preso in giro: e io stesso dubitavo di averla sparata un po’ grossa. Poi il “tutti contro il PD” l’abbiamo visto materializzarsi e vincere a Parma e a Comacchio e sfiorare la vittoria a Budrio (ovviamente, complimenti al PD di Budrio che alla fine l’ha spuntata).
Ecco, questo tipo di schema nasce proprio – penso – quando il PD non sa aprirsi in un afflato di costruzione comune: quello che Donini, all’epoca della campagna per Bologna, chiamava “civico” (e che non ha nulla a che vedere con la “lista civica” di Repubblica). Avere la saggezza e l’umiltà di accogliere le diversità, per non vedersele coalizzate contro. È difficile, dal momento che abbiamo un progetto di governo, e non possiamo permetterci di accogliere indiscriminatamente gli impulsi allo sfascio, la bizzarria antisistema, il complottismo – fenomeni che, fra l’altro, mi preoccupano anche dal punto di vista della stessa convivenza sociale.
Difficile, insomma, quest’operazione di apertura e di contaminazione: ma assolutamente necessaria. Anche laddove si debba rinunciare a qualche tranquillità nell’azione politica e amministrativa. Anche laddove sembri di moltiplicare invano la fatica, e dio sa quanto ci sarebbe bisogno di concentrare le energie sulle priorità del governare, anche a livello locale, in questi tempi difficili. Ma si tratta proprio di un investimento per tener dentro quelle grandi energie potenziali, fatte di cittadini competenti e volenterosi, di quelli che troppo spesso abbiamo visto abbandonare le nostre file, per dinamiche su cui occorrerebbe riflettere profondamente.

Non vi nascondo, in questo senso – lo dico sommessamente ma lo dico – la mia preoccupazione per la Valsamoggia, in cui un progetto di portata epocale, una sfida coraggiosa, di grande buonsenso ma soprattutto di grande proiezione verso il futuro, come la fusione dei Comuni, rischia di soffrire troppo più del fisiologico per l’insufficienza – a mio personale parere – di questa operazione di apertura e di coinvolgimento autentico dei cittadini. Non basta la sana convinzione che si sta portando avanti un progetto valido, la buona coscienza di agire con determinazione per il bene comune, se non c’è uno sforzo che non dev’essere solo (ma dev’essere anche questo) di buona comunicazione di obiettivi e processi, ma di chiamata a progettare insieme.
In questo senso gli ultimi mesi, ritengo, non sono stati completamente soddisfacenti, forse per troppo scrupolo, forse per voler mantenere – anche comprensibilmente – le mani più libere nel momento delicatissimo dell’implementazione del nuovo Comune unico. Abbiamo dato alle forze politiche di opposizione qualche alibi per prendere la strada più facile, quella del tanto peggio tanto meglio, e ormai hanno fatto in gran parte le loro scelte, che reputo distruttive. Resta molto da lavorare con le forze sociali e la cittadinanza. Abbiamo ancora alcuni mesi. Alcuni amministratori stanno lavorando molto bene con le forze sociali (cito, non solo per patriottismo, il sindaco di Bazzano, ma naturalmente non è l’unico!). Prendiamoci tutti questo compito, facciamolo e facciamolo insieme.

È solo un esempo – anche se un esempio che m’interessa particolarmente, e a cui del resto abbiamo voluto conferire un valore di esempio a livello nazionale – di un’operazione necessaria in tutto il Paese e nel nostro territorio. Serve la convinzione di tutti. Condivido anche il pensiero che se le primarie diventano solo una competizione mediatica tra candidati leader e non parlano di contenuti e sui contenuti non coinvolgono le persone per costruire un progetto, non basteranno.
Il terremoto ha mostrato la diffusa capacità e valore dei nostri amministratori. Ci ha mostrato come il senso di solidarietà, di comunità, di un’identità sana sia ancora ben vivo tra noi. Il PD è nel cuore profondo di questa storia, il PD non deve lasciare che questa storia prosegua senza di lui. Abbiamo pochi mesi per farlo.

Una risposta a Allargare i confini, intercettare le energie

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