Riscoprire Dossetti. Un po’ per caso

19 giugno 2012

Aggiornamento: Questa sera alle ore 21 alla libreria CARTA|BIANCA (v. Borgo Romano 12 – Bazzano) verrà presentato SULLE TRACCE DI DOSSETTI – piccola storia di una comunità” – progetto per un film documentario, a cura di Giorgia Boldrini, Giulio Filippo Giunti e Stefano Massari, con la collaborazione di Costanza Baldini. “Un ritratto in movimento di persone e paesaggi, di ricordi e valori da conservare e tramandare”.

(Per informazioni: libreria@cartabianca.name; info@cartabianca.name; sulletraccedidossetti@gmail.com)

Fabrizio Mandreoli, Giuseppe Dossetti, Il Margine, Trento 2012.

Questa biografia di Dossetti mi è praticamente piovuta in mano per caso: ero entrato alla libreria Ambasciatori per comprare altro e mi sono trovato nel bel mezzo della presentazione. C’era un po’ di gente, qualche faccia conosciuta, parecchi capelli bianchi. Fatto sta che le notizie che girano nell’ambiente dossettiano – di solito mediante qualche artigianale mailing list – un po’ le vengo a sapere, di solito. Stavolta no (ho visto poi che la presentazione era stata annunciata nel sito delle Famiglie della Visitazione). E dico subito che invece questa biografia, agile e snella, sarebbe da leggere.
Ci sarebbe da riflettere, peraltro, su questa natura estremamente schiva di chi è più vicino alla comunità monastica fondata da Dossetti: tantopiù quando si parla del fondatore, oltre che della comunità stessa. Un atteggiamento così diverso da molte altre realtà religiose, grandi e piccole, sempre pronte – s’intende ad maiorem Dei gloriam – a celebrare il detentore dell’intuizione o del carisma originario. Per quel che ne so, la Piccola Famiglia dell’Annunziata non si oppone al ricordo di Dossetti o agli studi, alle rievocazioni, alle pubblicazioni (come dimenticare il convegno dell’anno scorso a Monteveglio, da cui anche questa biografia trae, se non origine, beneficio) e anzi, di solito, partecipa e collabora cordialmente: ma non prende mai l’iniziativa e nulla fa per stimolare l’iniziativa altrui. Un atteggiamento teologicamente ben meditato e fondato, che non va certo scambiato per superficiale ritrosia. Ma ci sarebbe da chiedersi quali siano le sue conseguenze sull’immagine pubblica che di Dossetti finisce, in ogni caso, per circolare.
Senz’altro una prevalenza del Dossetti politico: sia nel periodo della Resistenza degli albori della repubblica, sia nella parentesi della candidatura a sindaco di Bologna, sia nell’impegno degli ultimi anni per la difesa della Costituzione. E una conseguente carenza di attenzione sulla realtà ininterrottamente vissuta da Dossetti per oltre quarant’anni – e ininterrottamente negli ultimi ventotto: la vita monastica, nella fattispecie la Piccola Famiglia dell’Annunziata.
Ci sono altre fasi della vita di Dossetti che in generale vengono trattate con grande rapidità: l’infanzia e la gioventù, per esempio, o la partecipazione alla Resistenza. Può essere dovuto a carenza di informazioni o a un eccesso di riserbo, ma anche alla convinzione che si tratti di aspetti e momenti tutto sommato secondari: convinzione, quest’ultima, soggetta al rischio di essere improduttivamente pregiudiziale.

Uno dei tratti più innovativi della biografia di Mandreoli è proprio la capacità di delineare bene – pur nella sintesi – il percorso esistenziale di Dossetti negli “anni della formazione” – che sostanzialmente coincidono col periodo del fascismo, in particolare con gli anni ’30 e i primi anni della guerra: riuscendo a dar conto, in maniera piuttosto inedita, della sua “progressiva determinazione interiore nella … scelta di consacrazione a Dio”, ma anche della presa di coscienza del fatto che la Chiesa “ha mancato gravemente nel suo compito di discernimento storico e profetico” di fronte al fascismo. In tal modo anche l’analisi del suo successivo ritiro dalla politica e della sua decisione di dedicarsi alla vita monastica di studio e contemplazione della parola di Dio acquista senz’altro miglior luce e maggiore spessore.
Particolarmente prezioso il modo con cui Mandreoli individua la cifra del tutto singolare – a dir poco – mediante cui Dossetti rilegge l’“obbedienza” consistente nella sua candidatura a sindaco di Bologna, richiestagli da Lercaro nel ’56: “a quell’atto di obbedienza si deve la nascita della Famiglia e tutte le grazie che sono venute dopo. Fu tremendo. Veramente lo sentii come un disonore. Mi tagliava la faccia … Una cosa è certa: che essa ha fatto piazza pulita di ogni mio possesso, mi ha strappato all’università, al Centro [di documentazione], alle mie velleità di ricerca, a qualunque altra ambizione umana, per ridurmi al lastrico e darmi così alla Famiglia. Ho sentito che quella è stata una grazia immensa, una grazia di fuoco … una morte civile, che poi ho portato con me ovunque e in tutto come un marchio indelebile”. E ancora una volta l’approdo che Dossetti sente come esito provvidenziale è proprio la Piccola Famiglia.

Mandreoli ha il merito di riportare, nella sua rilevanza, l’affermazione di Giuseppe Trotta su Dossetti monaco: “In questa sua vicenda, forse la meno conosciuta e la più nascosta, c’è la sua eredità più grande. La convinzione che quel che ci ‘sarà’ di Dossetti è affidato a questo scavo, all’approfondimento della sua vicenda ‘monastica’ che propone problemi sconvolgenti, itinerari imprevisti, un coraggio cristiano che ci resta ancora tutto da scoprire”. Non riesce tuttavia – beninteso consapevolmente – a svolgere il tema. Le pagine di Mandreoli progressivamente sembrano sobbarcarsi il compito –  utile e ben svolto – di rappresentare una “storia delle idee” di Dossetti, dalla fase del Concilio in poi, assumendo maggiormente una scansione “per temi”: ma troppo sinteticamente rendono conto delle vicende di Dossetti e della comunità negli anni dal 1968 al 1986, con i viaggi e le fondazioni in Medio Oriente (corre quindi l’obbligo di rinviare immediatamente al bellissimo volume delle Lettere alla comunità, oltre a quello che raggruppa La Regola e i testi fondativi, nella meritoria collana delle Paoline). Ciò è ancor più vero per il decennio che inizia con l’insediamento a Monte Sole: evento che segna – insieme all’inquadramento canonico della comunità – una vera “fase 2” (o forse 3) della vita della Piccola Famiglia. E il rischio è che la comunità appaia solo la sede e il contesto di ciò che Dossetti fa – “in parole e opere”– in quel periodo, anziché il centro, sotto Cristo e per Cristo, di quei suoi ultimi dieci anni di vita: il centro in senso pratico ed esistenziale oltre che teologico. Nuove pagine che diano ancora maggior luce a quest’ultimo potrebbero far godere a una più vasta assemblea il frutto di quel tempo di nascondimento, approfondimento e maturazione, di inesausta concentrazione sul Verbo; e al tempo stesso di vita concreta – complessa e sofferta pur nell’aspirazione alla massima semplicità – della famiglia monastica nella sua configurazione assolutamente originale e peraltro fortunata. Il convegno tenutosi pochi giorni fa a San Domenico è sicuramente un passo promettente in questa direzione.
Mi sono soffermato su questa che appare una lacuna, proprio perché merito particolare di Mandreoli è aver saputo cogliere – non solo al livello delle idee, ma a quello dell’esistenza concreta – illuminanti collegamenti e snodi in una vita tutt’altro facile da descrivere come quella di Dossetti.
L’opera è assolutamente pregevole e degna di diffusione e di conoscenza: ottima per chi non conosce Giuseppe Dossetti, eccellente per chi crede di conoscerlo. “Amici” o “nemici” che siano – o che pensino di essere. Nella speranza che colui che finora è stato segno potente di contraddizione nella Chiesa divenga un giorno, al di là dei clichés opposti e magari convergenti, segno di comunione per una Chiesa finalmente pacificata.
Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?” La sentinella risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!” (Is 21,11s).

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Allargare i confini, intercettare le energie

13 giugno 2012

Questo è il testo del mio intervento alla Direzione provinciale PD di ieri, martedì 12 giugno.

Vedo un intuito profondo nella scelta di Bersani di “chiamare” le primarie. La virtù delle primarie è anzitutto – anche se non sempre ci si pensa – quella di definire un campo, delimitare un perimetro (che lo si chiami “centrosinistra”, “alleanza dei progressisti ecc.). È un modo per arrestare le derive dell’antipolitica, dell’antisistema a tutti i costi: allargare i confini – non a caso Bersani insiste su primarie “aperte” – significa dire “ci siamo, “chi ci sta ci sta, si lavora insieme per qualcosa. Significa dire: questo è il campo dove ci sta la competizione, leale ma anche forte, ma anzitutto c’è la condivisione, il coinvolgimento su un progetto che certo va definito, e sul quale si può litigare, ma su cui fin d’ora si possa dire “c’interessa”.

In questo senso è perfettamente consequenziale, per Bersani, mettere Di Pietro davanti a una scelta: senza rispetto e riconoscimento reciproci non si va avanti, o Di Pietro decide di fare la controfigura di Grillo oppure sceglie una strada di responsabilità: confido che i tanti amministratori IDV che governano con noi sappiano indurlo a fare la scelta giusta. Come pure confido che Vendola non rinunci a quel “marchio” di governabilità che resta per lui caratteristico e vincente rispetto a altre espressioni della sinistra radicale.

“C’è molto PD al di fuori del PD”, ha detto giustamente il segretario Donini nella sua relazione. Bello. Ma è un bel problema! Penso che queste primarie siano l’occasione – e temo proprio che siano l’ultima – per riprenderlo dentro. Sicuramente dentro questo sforzo condiviso. Possibilmente, anche dentro il PD: almeno per i moltissimi per cui l’alternativa non è tra il PD e altro, è tra il PD e il niente, magari voto quel che mi capita ma soprattutto non m’impegno più.
(Apro una parentesi: primarie con un solo candidato PD non sono il modo migliore per tenerne aperte le porte: tutte le persone che si riconoscono nel progetto del PD, ma preferirebbero non votare Bersani, a chi le lasciamo? A chi le vogliamo lasciare? Pensiamo anche a come si sono svolte le primarie qui a Bologna – nonostante alla fine il candidato “targato” PD fosse uno solo. La Bindi, da presidente, pone giusti problemi statutari: ma non ignori il senso politico profondo di quest’operazione!)

Indire le primarie è una reazione sana, che contrasta con lo spirito di arroccamento. Il rischio infatti è tremendo e paradossale: essere identificati con la “Casta”: vuoi perché il centrodestra per ora non c’è più – che sia per sfacelo, per tattica o ambo le cose -; vuoi soprattutto nei luoghi dove portiamo da tempo l’onere del governo; vuoi perché facciamo delle cazzate – vedi nomine Agcom ecc., su cui già altri qui si sono ben espressi.

Quando paventavo la “santa alleanza” di tutti contro il PD, un paio di mesi fa, anche a livello locale, venivo preso in giro: e io stesso dubitavo di averla sparata un po’ grossa. Poi il “tutti contro il PD” l’abbiamo visto materializzarsi e vincere a Parma e a Comacchio e sfiorare la vittoria a Budrio (ovviamente, complimenti al PD di Budrio che alla fine l’ha spuntata).
Ecco, questo tipo di schema nasce proprio – penso – quando il PD non sa aprirsi in un afflato di costruzione comune: quello che Donini, all’epoca della campagna per Bologna, chiamava “civico” (e che non ha nulla a che vedere con la “lista civica” di Repubblica). Avere la saggezza e l’umiltà di accogliere le diversità, per non vedersele coalizzate contro. È difficile, dal momento che abbiamo un progetto di governo, e non possiamo permetterci di accogliere indiscriminatamente gli impulsi allo sfascio, la bizzarria antisistema, il complottismo – fenomeni che, fra l’altro, mi preoccupano anche dal punto di vista della stessa convivenza sociale.
Difficile, insomma, quest’operazione di apertura e di contaminazione: ma assolutamente necessaria. Anche laddove si debba rinunciare a qualche tranquillità nell’azione politica e amministrativa. Anche laddove sembri di moltiplicare invano la fatica, e dio sa quanto ci sarebbe bisogno di concentrare le energie sulle priorità del governare, anche a livello locale, in questi tempi difficili. Ma si tratta proprio di un investimento per tener dentro quelle grandi energie potenziali, fatte di cittadini competenti e volenterosi, di quelli che troppo spesso abbiamo visto abbandonare le nostre file, per dinamiche su cui occorrerebbe riflettere profondamente.

Non vi nascondo, in questo senso – lo dico sommessamente ma lo dico – la mia preoccupazione per la Valsamoggia, in cui un progetto di portata epocale, una sfida coraggiosa, di grande buonsenso ma soprattutto di grande proiezione verso il futuro, come la fusione dei Comuni, rischia di soffrire troppo più del fisiologico per l’insufficienza – a mio personale parere – di questa operazione di apertura e di coinvolgimento autentico dei cittadini. Non basta la sana convinzione che si sta portando avanti un progetto valido, la buona coscienza di agire con determinazione per il bene comune, se non c’è uno sforzo che non dev’essere solo (ma dev’essere anche questo) di buona comunicazione di obiettivi e processi, ma di chiamata a progettare insieme.
In questo senso gli ultimi mesi, ritengo, non sono stati completamente soddisfacenti, forse per troppo scrupolo, forse per voler mantenere – anche comprensibilmente – le mani più libere nel momento delicatissimo dell’implementazione del nuovo Comune unico. Abbiamo dato alle forze politiche di opposizione qualche alibi per prendere la strada più facile, quella del tanto peggio tanto meglio, e ormai hanno fatto in gran parte le loro scelte, che reputo distruttive. Resta molto da lavorare con le forze sociali e la cittadinanza. Abbiamo ancora alcuni mesi. Alcuni amministratori stanno lavorando molto bene con le forze sociali (cito, non solo per patriottismo, il sindaco di Bazzano, ma naturalmente non è l’unico!). Prendiamoci tutti questo compito, facciamolo e facciamolo insieme.

È solo un esempo – anche se un esempio che m’interessa particolarmente, e a cui del resto abbiamo voluto conferire un valore di esempio a livello nazionale – di un’operazione necessaria in tutto il Paese e nel nostro territorio. Serve la convinzione di tutti. Condivido anche il pensiero che se le primarie diventano solo una competizione mediatica tra candidati leader e non parlano di contenuti e sui contenuti non coinvolgono le persone per costruire un progetto, non basteranno.
Il terremoto ha mostrato la diffusa capacità e valore dei nostri amministratori. Ci ha mostrato come il senso di solidarietà, di comunità, di un’identità sana sia ancora ben vivo tra noi. Il PD è nel cuore profondo di questa storia, il PD non deve lasciare che questa storia prosegua senza di lui. Abbiamo pochi mesi per farlo.


Alla scoperta del Borgo Solidale

9 giugno 2012

Abbiamo già conosciuto Alice Dyczkowski su questo blog, più di due anni fa, come infaticabile motore, con altre mamme – e papà -, delle iniziative di “cittadinanza attiva” che sono poi confluite nell’associazione Bimba Mente Verde (la loro ultima iniziativa è la raccolta di giocattoli per i bambini delle zone terremotate: trovate informazioni su questo e altro sulla loro pagina Facebook, qui).
Oggi, Alice ci racconta la sua esperienza di educatrice professionale nel Borgo Solidale, un’importante realtà che esiste da oltre due anni a Bazzano ma che è ancora poco conosciuta dai bazzanesi.

Cara Alice, di recente il “Borgo Solidale” ha celebrato la sua seconda festa: come si è svolta? E’ andata bene?

Intanto grazie, Luca: ritornare sul tuo blog è una cosa molto gratificante!
Quest’anno la festa del Borgo è davvero ben riuscita. Abbiamo centrato l’attenzione sulla famiglie: laboratori creativi per bambini e ragazzini, buon cibo (anche con pietanze vegetariane e halal) e tanto verde: quel che una famiglia desidera per trascorrere un pomeriggio sereno e divertente per i bimbi. Insieme a diverse volontarie (ringrazio molto la mia cara amica Annalisa) mi sono occupato del laboratorio botanico e di quello delle sculture di argilla; quello di “osservazione del sole al microscopio” è stato invece gestito da un astrofilo di Bologna. E’ stato molto soddisfacente. C’erano circa 40 bambini: molti mi dicono ancora oggi che annaffiano tutte le sere la piantina che hanno “coltivato” alla festa, e ricordano di aver messo le mani nella montagna di terra e paciugato con l’argilla
Anche se eravamo in tanti, per noi resta obiettivo prioritario coinvolgere un numero sempre maggiore di famiglie del territorio, migliorando la nostra capacità di divulgazione delle attività del Borgo. Ci saranno altre occasioni (cene a tema, laboratori per ragazzi, spazi verdi ed attrezzati per i bambini…): siamo convinti che il Borgo debba aprirsi sempre di più al territorio che lo ospita, con un movimento reciproco di integrazione, scambio, arricchimento e partecipazione.

In effetti, anche se si trova appena fuori Bazzano, il Borgo non è molto conosciuto dai bazzanesi. E forse anche chi sa della sua esistenza non ha chiarissima la sua natura: è un’associazione, un gruppo di famiglie, un servizio sociale, una comunità?… Di cosa si tratta?

Il Villaggio Solidale Il Borgo è un progetto della Cooperativa Sociale Centro Accoglienza “La Rupe”, che prevede l’accoglienza di nuclei mamma-bambino e famiglie che vivono in situazione di forte disagio abitativo. Il Borgo conta complessivamente 9 unità abitative di varie metrature, per consentire l’accesso a nuclei familiari anche numerosi. L’idea nasce dalla necessità di dare una risposta a diverse problematiche contingenti legate all'”emergenza abitativa” e all’attuale situazione di instabilità e difficoltà socio-economica di numerose famiglie in tutto il territorio della Provincia di Bologna.
Molte persone sono a rischio di esclusione sociale, specie per via della perdita del lavoro: molte famiglie non riescono più a pagare l’affitto e in breve tempo vengono sfrattate. All’emergenza abitativa segue rapidamente una situazione di instabilità del nucleo familiare. Per affrontare queste situazioni si rende necessario l’attivazione di interventi integrati tra servizio pubblico, privato sociale e associazionismo: l’intento è creare delle risposte complete, favorire reali percorsi di sostegno e di reinserimento sociale. Il Borgo accoglie queste famiglie, per le quali si rende necessaria una collocazione presso un’ abitazione idonea e tutelante soprattutto per i bambini, e un sostegno educativo volto soprattutto all’autonomia.

Com’è nato il Borgo Solidale? Quali realtà sono state coinvolte nella sua realizzazione e lo sostengono oggi?

Il podere S. Francesco, dove è sorto il Borgo [in via Monteveglio, qualche centinaio di metri oltre l’abitato di Bazzano], è di proprietà della famiglia Scalabrini. Qui Antonio e sua moglie Adriana accoglievano già da parecchi anni persone bisognose. Successivamente decisero di ampliare e realizzare altre case e di affidarne la gestione a una cooperativa sociale che costruisse un progetto di accoglienza: scelsero La Rupe. Il Borgo venne inaugurato il 02 novembre 2010.
Ad oggi presso il progetto sono state accolte 48 persone – di cui 20 minori e 28 adulti – tra nuclei mamma-bambino e famiglie. Oggi presso gli appartamenti del “Borgo” vivono 34 persone, tra cui 2 famiglie di volontari che collaborano alla gestione del progetto e sostengono le famiglie nella gestione degli impegni quotidiani.
Assieme alla cooperativa e al servizio sociale ci sostengono e prendono parte alla vita del borgo molte realtà del territorio. Prima tra tutte la Caritas, con cui ci teniamo in contatto periodicamente e con cui è nata un’ottima collaborazione; le volontarie, due ragazze molto in gamba che a cadenza settimanale aiutano i nostri ragazzi nei compiti o in attività ludiche; gli educatori del centro socio-educativo e dell’educativa di strada; le volontarie della parrocchia che hanno aiutato spesso i nostri ragazzi a fare i compiti. Lavoriamo anche in rete con gli insegnanti, l’amministrazione comunale ecc.

Qual è il tuo compito nel Borgo Solidale? Quali sono le maggiori difficoltà nell’attività di questa realtà? E quali le maggiori soddisfazioni che hai avuto dal lato professionale e umano?

Siamo fondamentalmente in due a lavorare “sul campo”: Federico Cavina e io. Federico è il responsabile dell’intero progetto e vive al Borgo con sua moglie. Io invece mi occupo principalmente dell’accoglienza dei nuclei mamma-bambino. Insieme con i servizi sociali del distretto di Casalecchio di Reno, vengono individuate le famiglie che necessitano urgentemente di una risposta abitativa per le quali si individua l’appartamento più idoneo alle loro esigenze. Dopo una prima fase si definiscono le necessità prioritarie del nucleo che gli educatori della cooperativa e i volontari avranno il compito di sostenere. Tali necessità solitamente riguardano la gestione quotidiana (fare la spesa, seguire gli aspetti sanitari dei figli, monitorare le competenze genitoriali), la ricerca di una nuova stabilità lavorativa (scrittura del curriculum, accesso ai centri per l’impiego, ricerca attiva del lavoro, attivazione di borse lavoro o stage) e la gestione dei figli (contatti con la scuola, sostegno nei compiti a casa e realizzazione di attività ricreative). Dal punto di vista professionale stiamo mettendo appunto prassi di accoglienza sempre più “cadenzate”, con momenti di verifica e di implementazione dei singoli percorsi costruiti ad hoc con utenti e servizi sociali. Le principali attività realizzate all’interno del progetto sono:
– accogliere famiglie e nuclei mamma-bambino in situazioni idonee e tutelanti;
– tutelare la presenza dei minori tramite attività di monitoraggio delle competenze genitoriali;
– sostenere le famiglie e i bambini nelle difficoltà quotidiane;
– realizzare azioni che favoriscano il reinserimento lavorativo;
– sostenere i bambini nelle attività scolastiche e ricreative.

Dal punto di vista umano, molti sono i modelli mentali e gli stereotipi che ho dovuto smantellare e ricomporre, molta è stata la carica affettiva, grande talvolta è la rabbia e la frustrazione, impagabile, quando arriva, è la soddisfazione di vedere dei progressi. Se la relazione è lo strumento centrale del lavoro, bisogna rendere ben saldo l’ancoraggio al ruolo professionale e ai compiti che ti spettano (a te e a chi accogli) e contemporaneamente bisogna porsi in un atteggiamento di ascolto, di rinegoziazione, di condivisione di significati e di spostamento di punti di vista, senza presunzione alcuna.

Tu sei sempre stata attiva nell’associazionismo bazzanese. Pensi che il Borgo potrebbe dare un contributo alla vita del territorio? Come sarebbe possibile integrarlo meglio nella realtà del paese?

E’ una domanda molto forte che quassù al Borgo ci poniamo quotidianamente. Stiamo tentando di dare risposte pratiche e non ideologiche. La questione è capire in che modo il Borgo possa essere “utilizzabile” dalle famiglie del territorio, come invogliare le persone a venire al Borgo, che tipo di strategie applicare per stimolare la sospirata integrazione… Finora abbiamo pensato che una strada sia fare del Borgo un luogo d’incontro, organizzando feste (come il I maggio o il Capodanno) e dando alle associazioni che lo desiderano la possibilità di utilizzare gli spazi interni ed esterni per riunioni e attività. Approfitto anche di questa occasione per lanciare l’invito a chi potrebbe essere interessato!
Quest’estate, inoltre, organizzeremo i campi solari per i bambini dai 2 ai 5 anni nella ludoteca che abbiamo creato al Borgo, e che da settembre apriremo alcuni pomeriggi alla settimana, in modo che tutte le famiglie di Bazzano e Monteveglio possano venire a passare del tempo in un luogo sicuro per i bambini e rilassante per genitori e familiari. Vogliamo creare un servizio flessibile, di qualità e altamente professionale, che si possa modulare davvero sulle esigenze dei bimbi e delle loro famiglie. Anche questo servirebbe ad aprire di più il borgo al territorio ed allontanare il pericolo dell’emarginazione e della ghettizzazione di una realtà che ha invece buone potenzialità di essere vissuta anche dal resto del paese.

Come cittadina attiva e come operatrice del sociale, che cosa pensi della fusione dei Comuni?

Un’opinione definitiva ancora non ce l’ho. Ammetto di avere dei dubbi: a volte propendo per l’idea che si potrebbe prima rafforzare il potere amministrativo dell’attuale Unione dei Comuni; a volte, invece, penso che a questo punto si debba partire con un progetto nuovo e “radicale” come la fusione, per ottimizzare davvero le risorse, avere accesso a più finanziamenti, accrescere la formazione del personale e uniformare i servizi per il cittadino. Unificarsi dovrebbe significare ottimizzare, ma ho il presentimento che ciò non sia proprio scontato: non tutto migliora di punto in bianco solo perché si sono abbattuti dei costi e uniformati dei protocolli; il processo e il metodo devono essere gestiti, progettati e controllati meticolosamente.
Per ciò che riguarda i servizi alla persona è sicuramente giusto porsi l’obiettivo di uniformare il più possibile l’accesso ai servizi e i loro parametri di attivazione. Un contesto come il Borgo, per esempio, fa emergere con forza questa necessità: dal momento che gli ospiti provengono dai 9 Comuni del Distretto di Casalecchio di Reno, una disomogeneità tra i Comuni nelle risorse a disposizione degli utenti può creare non poche complicazion quando elaboriamo in rete progetti di reinserimento lavorativo, abitativo e sociale.
Un’altra grande sfida per la fusione è quella di entrare in una logica di comunità e di senso di appartenenza tra Comuni con storie ben diverse tra loro: capire come gestire queste diverse identità storiche e costruire una nuova coscienza collettiva è sicuramente un compito non irrilevante. Insomma ammetto di aver ancora molti dubbi, ma non mi ritengo sfavorevole; anzi, sono fiduciosa che la costruzione di questo Comune unico sia attuata con gradualità e veramente accompagnata dall’incessante coinvolgimento della popolazione, non solo prima del referendum, ma soprattutto dopo.


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