Venti corpi nella neve: una presentazione (domenica 11 con Giuliano Pasini) e una recensione (qui!)


Ho iniziato questa recensione quando Venti corpi nella neve non era ancora un fenomeno letterario e aveva solo iniziato a scalare le classifiche nazionali e a macinare ristampe. Se no avrei dovuto elencare un motivo d’imbarazzo in più.
Bene: insieme all’autore, Giuliano Pasini, e a Mauro Pirini, presenterò Venti corpi nella neve domenica 11 (dopodomani) alle ore 18.00 a Bazzano all’Osteria Porta Castello di piazza Garibaldi.
L’aperitivo letterario è organizzato con Libreria Carta|Bianca (ringrazio volentieri Beatrice Rinaldi, Stefano Massari e Irene Bartolini, nonché Martina Suozzo di TimeCrime e le ostesse). Siete tutti caldamente invitati. 

Nel recensire Venti corpi nella neve devo confessare tre motivi d’imbarazzo. Il primo, naturalmente, la mia lunga amicizia con Giuliano (e quella, più breve ma altrettanto bella, con la cara Sara). Il secondo, il fatto che il romanzo contenga una mia poesia (che Giuliano mi chiese di scrivere per l’occasione), che a questo punto è già diventata di gran lunga la più letta di tutte le mie poesie. Il terzo: ebbi l’occasione di leggere in bozza La giustizia dei martiri, cioè la prima versione (e quindi la mia bozza era una versione primissima) di questo stesso romanzo, quella che vinse il concorso Io Scrittore (che ora vede Giuliano impegnato sul fronte dei curatori) e che poi scalò le vette (pur non impervie, in Italia) delle classifiche di vendita degli e-books.
Ammetto che avevo qualche ritrosia a cominciare la lettura, proprio perché mi sentivo legato a quella prima versione della storia. Avevo qualche timore che il laborioso editing che Giuliano aveva accettato d’intraprendere per Fanucci finisse per snaturare il romanzo che conoscevo, e che trovavo assai bello nella sua linearità, un po’ magra, un po’ legnosa proprio come i boschi dell’Appennino d’inverno. Del resto faccio il redattore e so quante nefandezze a fin di bene si possono consumare nelle case editrici: siamo capaci di “normalizzare” il talento con la stessa buona fede con cui i colonizzatori civilizzavano i “selvaggi”.

Mi sbagliavo di grosso. Evidentemente, quelli di Fanucci (che ha creato il nuovo marchio TimeCrime “lanciandolo” proprio col romanzo di Giuliano oltre che con due thriller americani) hanno saputo accompagnare l’autore nella ricerca del meglio di se stesso e di ciò che aveva saputo esprimere. Venti corpi nella neve è decisamente più solido, più robusto e “compiuto” rispetto al buon vecchio La giustizia dei martiri. Ed è un gran bel noir. Un giallo “appenninico” (l’ambientazione è sull’alto Appennino tra Modena e Bologna, le due città che la narrazione arriva a lambire) sulla scorta di Macchiavelli e Guccini: col topos del borgo montanaro, in cui l’eccesso di folklore è respinto dal sobrio benché affezionato realismo; e con tanto di memorie di guerra – la guerra: l’ultima, e in particolare la guerra partigiana (e un episodio drammatico che ricorda da vicino la strage dei boschi di Ciano) – che assumono da subito un peso decisivo. Ma con un elemento paranormale – la “danza”, singolare modalità con cui il protagonista percepisce sensazioni appartenenti alle persone coinvolte in un omicidio – che rimanda piuttosto ad altri teatri della narrativa di genere, in particolare – come altri hanno già ben potuto osservare – quello americano (Faletti è precisamente l’eccezione che conferma la regola).

I personaggi appaiono dotati di spessore: non solo quelli che presumibilmente avranno un futuro (fin dal sottotitolo si percepisce l’intenzione di una serialità) come Roberto, Alice, Bernini, sui quali il lavoro di approfondimento si percepisce a occhio nudo; ma anche quelli che popolano il microcosmo di Case Rosse. E proprio nella percezione del borgo montano Venti corpi nella neve risolve ogni residuo d’incoerenza in una ben tornita ambiguità, componendo – a mo’ di presepio vivente – un meccanismo in cui le diverse figure (con una menzione speciale per la vecchia Argia), senza ridursi né a pure funzioni narrative né a meri caratteristi, svolgono la loro parte con credibilità e naturalezza. Mentre l’autore si tiene saldamente lontano dall’oleografia, controllando in modo ferreo – o quasi – la commozione del raccontare i luoghi della sua giovinezza, la natia Zocca.

Anche la modifica di elementi macroscopici del racconto aiuta il romanzo a scorrere meglio. Vediamone alcuni. Lo “spostamento” della stele sul luogo dell’eccidio, che la fa divenire quasi una sorta di arcano menhir. L’azzeramento della “voce narrante” dell’assassino: e qui l’editing fa giustizia di una modalità narrativa suggestiva ma obiettivamente inflazionata (che ne La giustizia dei martiri era un elemento forse più ridondante che utile alla chiarezza).
La “danza”, l’elemento paranormale che era già in origine un elemento originale e distintivo del personaggio di Roberto, viene ulteriormente ampliata e valorizzata. Ad alcuni non piacerà: vuoi perché esula dall’impianto razionalistico del giallo classico, vuoi perché, per preservare il meccanismo del thriller,  queste epifanie a sprazzi, o “emorragie di coscienza” come le definisce felicemente lo stesso Serra, dovranno essere necessariamente – e quindi in qualche modo artificiosamente – selettive. Ma nessuno potrà negare che la loro descrizione raggiunga un’efficacia, una plausibilità, una naturalezza davvero notevoli, sia in sé – possiamo parlare di inserti di realismo magico, che lasciano fortunatamente implicite le pure esistenti possibilità metaforiche – sia nell’influenza di questo aspetto sulla personalità del commissario.

Tra gli elementi ricorrenti, il luogo comune dell’eroe inseguito dal destino da cui cerca di fuggire: elemento in qualche modo duplicato nella figura di Alice, ma anche dello stesso colpevole, tanto da giustificare il sospetto che si tratti di una chiave di lettura – con un’ulteriore e più profonda concessione al soprannaturale – di grande importanza per l’autore. Che se non concede via di fuga ai suoi personaggi, sembra tuttavia lasciar loro, ma non a buon mercato, una possibilità di redenzione. Come pure per quello stesso personaggio collettivo che appare essere il paese di Case Rosse.
Se il male assoluto del nazismo – che a Pasini non interessa per l’aspetto ideologico, ma come incarnazione dell’eterno prevaricare dell’uomo sull’uomo – lascia tracce profonde, forse è possibile, benché a caro prezzo, ritrovare il bandolo dell’intrico tagliente della storia, costruire faticosamente un senso, sia pur parziale, che dia ragione alla propria vita e a quelle altrui, anche quando vilipese e spezzate. Perché anche i martiri, per quanto umanamente possibile, abbiano giustizia.

2 risposte a Venti corpi nella neve: una presentazione (domenica 11 con Giuliano Pasini) e una recensione (qui!)

  1. doriano scrive:

    Carissimo Luca,
    ho letto attentamente la tua splendida recensione al libro ,e mi ha incuriosito al tal punto che ho deciso di leggerlo.
    Devo dire sinceramente che è davvero molto bello,e devo confessare che una volta iniziato,non ho potuto smettere,come non spesso accade, che alla fine del libro.
    Forse sarà la storia,i personaggi,i luoghi che sono così vicini,ma molto probabilmente è la bravura di Giuliano Pasini che fà sì che il lettore “veda” il racconto che si dipana davanti ai suoi occhi.
    Devo dire che è semplicemente stupenda la tua poesia e che ha fatto bene l’autore a collocarla come epitaffio nel monumento a ricordo dei martiri.
    Grazie per avere segnalato il libro e l’autore,mi è solo dispiaciuto non potere esserci alla presentazione.
    ciao
    doriano

  2. lucagrasselli scrive:

    Caro Doriano, mi sono permesso di riportare il tuo bel commento a Giuliano, che ha apprezzato molto. Sono contento che tu abbia finito per leggere il libro. E’ per questo che uno prova a scrivere recensioni (anche se non “splendide”)!

    Ciao e scusa se ti rispondo solo ora.

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