Osserva, pensa, picchia: buon lavoro, Sherlock Holmes!


Robert Downey jr. e Jude Law più che affiatati e assolutamente tonici; uno strepitoso Jared Harris; Rachel McAdams a cui basta un cameo per farsi rimpiangere, anche perché Noomi Rapace, penalizzata financo dalla sala trucco, non dà il meglio di sé. Accessori preziosi, Stephen Fry ma anche Kelly Reilly e William Houston.
Una buona parte di Sherlock Holmes – Gioco di ombre (ma perché non d’ombre, eufonico e anche più metrico?) è il cast. Il resto è inventiva: di trovate – continue e non gratuite, plausibili -, d’inquadrature; non d’intreccio (a parte che giurerei di aver colto una falla logica, le elucubrazioni di Holmes sono fatte apposta per nascondere una trama piuttosto semplice: ma il bello del film è nel micro più che nel macro). E’ eleganza: della fotografia e delle svariate ambientazioni: pregevoli – anche se manipolati – gli esterni, accurati gli interni e in generale la ricostruzione d’epoca. Ma anche dei dialoghi (qualche “deplorevole” di troppo, almeno nel doppiaggio) e dell’ironia, tale da potersi concedere comunque ripetuti tuffi nel grottesco e qualche citazione non troppo nascosta.

Troppa azione? Bisogna partire dal fatto che il personaggio impersonato da Downey ha ben poco a che fare con quello coniato da Conan Doyle, che rimane (e tantopiù per le vicende) l’ispiratore di un “liberamente tratto”. Vero, l’attenzione cruciale agli indizi e ai collegamenti è la stessa dello Sherlock canonico, e così pure la frequentazione degli stupefacenti e un certo distacco nei rapporti sociali. Ma in questo praticante compulsivo del travestitismo, in quest’ingegno onnivoro ed eclettico, il pensiero stabilisce con l’azione un rapporto sicuramente molto, molto più diretto che nel flemmatico personaggio dei romanzi. Lo rappresenta in modo plastico e simbolico la “premeditazione” di Holmes prima di ogni scontro, quando – in un tempo impercettibile – anticipa col pensiero la concatenazione delle mosse sue e degli avversari, che agli spettatori viene mostrata in “stop motion” – prima che nella concitata sequenza “in tempo reale”. Questa che rappresentava una delle principali novità narrative del primo film viene riproposta: ma non senza che diventi significativamente inadeguata nel corso del film, fino all’ironico ribaltamento (!) finale. Non per nulla anche il dottor Watson – eccellente comprimario – benché portavoce di modalità di vita e pensiero borghesi e “regolari”, è eccellente e appassionato tirator d’arme. E perfino sua moglie, l’insopportabile (per Skerlock) alfiere della buona borghesia inglese, finirà per forare la bolla di vetro del suo personaggio.
Anche l’orgia di spari, colpi, mitragliate e cannonate, tutte sottolineate dai relativi effettacci, che risulta gratuita – sebbene divertentissima – nella scena del treno, con tutta la sua improbabilissima giocosità, acquista nella scena della fuga nel bosco un valore più corposo, non solo perché la minaccia per i protagonisti mette stavolta a dura prova le loro forze, ma anche perché quell’ostentazione di potenza bellica funge da evocazione simbolica di quella guerra mondiale la cui minaccia essi cercano disperatamente di stornare dai cieli d’Europa (e questo respiro europeo – congiunto, come si diceva, alle buone ricostruzioni d’epoca – è un’altro elemento piacevole del film).

Insomma: la tendenza verso il neo-kolossal d’azione è percepibile, ma anche temperata e corretta, e viene salvaguardata l’originalità dell’impianto, che trova – ancor più che nel primo film – tutto lo spazio per dispiegarsi agevolmente: ne risulta un’opera godibilissima e ben fatta, “per grandi e piccini”, di quelle che spiace quando finiscono (ma un ulteriore sequel è da mettere in conto). Da vedere, e da tenere in dvd per il momento del bisogno.

[visto al cinema Meridiana di Casalecchio di Reno venerdì 13 gennaio 2012 alle 19.35]

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