Alcune idee (personali!) sulla fusione dei Comuni: terminologia e organi di rappresentanza


Mi è stato chiesto da vari interlocutori di stendere alcune osservazioni riguardo alla fusione dei Comuni della Valle del Samoggia, in particolare sull’aspetto degli organi di rappresentanza e partecipazione (quelli che rientrano nella potestà decisionale delle future amministrazioni, non quelli – come il Consiglio e la Giunta Comunale – che sono già normati dalla legge). 

Ho scelto di farlo presentando direttamente al pubblico dibattito alcune idee – che sono esclusivamente mie idee personali. Lo scopo è quello di arricchire e indirizzare la discussione in senso costruttivo, sperando che altri mi seguano. Credo che raccogliere contributi come questo (e possibilmente migliori!), potrebbe favorire la redazione di una bozza di progetto che contenga gli elementi basilari del nuovo Comune, da sottoporre a un’ampia discussione.

Penso che sarebbe un approccio positivo e difficilmente contestabile anche dagli interlocutori più critici. Del resto, dare sostanza al dibattito – come provo a fare qui nel mio piccolo mi sembra ormai imperativo, sia per i temi più propriamente politico-istituzionali, sia per i principali nodi organizzativi che andranno affrontati e presentati ai cittadini.

Va da sé che le idee presentate qui sotto – e, ripeto, strettamente personali – vanno considerare assolutamente parziali e a titolo di spunto.

Il nome

La cosa più sensata sembra chiamare il futuro Comune “Valsamoggia”  (che ha il pregio di essere una parola sola) o “Valle del Samoggia”: la descrizione più sintetica possibile del territorio. Escluderei “Samoggia” – non so se esista un solo comune italiano che si identifica tout court col nome di un corso d’acqua -, che fra l’altro è il nome di una piccola (ma antica) frazione di Savigno. E naturalmente va esclusa da subito l’idea di attribuire al Comune il nome della località che diverrà la sede comunale ufficiale: non si può negare nel nome il carattere incancellabilmente policentrico del nostro territorio.

Terminologia, toponomastica… e araldica

Come prevede, o comunque suggerisce, anche la normativa nazionale, i sei Comuni attuali diventeranno “Municipi” del Comune unico.
Penso che tale termine, con la sua importante valenza simbolica, vada valorizzato anche nella terminologia, a cominciare dai cartelli (p. es.: “Savigno, Municipio di Valsamoggia”). I Municipi potranno mantenere lo stemma, lo stendardo ecc. attuali, passando solo dalle insegne di Comune a quelle di Municipio. Il discorso non cambia per i Municipi aggiuntivi che venissero istituiti.
Anche le frazioni dovrebbero rimanere tali quanto a terminologia, ovviamente facendo riferimento al Comune unico (“Oliveto, frazione di Valsamoggia”), e così pure le semplici “località”.
Da notare che anche la denominazione delle vie dovrà continuare a far capo ai singoli Municipi (è impensabile, credo, cambiare il nome di tutte le vie che hanno “sinonimi” in due o più degli attuali Comuni).
Naturalmente, anche la località che ospiterà la sede comunale ufficiale (parlo di “sede ufficiale” perché i Consigli Comunali potrebbero essere convocati anche in modo itinerante) sarà considerato un Municipio al pari degli altri.

Gli organi di rappresentanza e consultazione

Ho preferito premettere alcune considerazioni di carattere più “simbolico” perché penso che influenzino la visione degli organismi partecipativi di cui provo a delineare una proposta.

E’ già stato autorevolmente affermato – e concordo pienamente con tale affermazione – che i singoli Municipi dovranno essere dotati di un’assemblea locale. Ritengo che essa – a cui spetterebbe il nome di Consiglio di Municipio – debba avere funzioni consultive riguardo agli atti di interesse generale del Comune e a quelli inerenti al territorio del Municipio stesso, diritto d’interrogazione riguardo ai medesimi e di proposta nei medesimi ambiti. Per certi tipi di atto si potrebbe stabilire anche una forma di consultazione obbligatoria anche se non vincolante.
Anche riguardo al funzionamento dei servizi offerti dai singoli Municipi (che non hanno, naturalmente, alcuna forma di dipendenza diretta dal corrispondente Consiglio di Municipio), vige il diritto d’interrogazione e proposta dei Consigli di Municipio al Consiglio Comunale.
Penso che la soluzione migliore e piu trasparente per la composizione del Consiglio di Municipio sia istituirlo come organo elettivo, di dimensioni simili (non più grandi, ma nemmeno molto più piccole) a quelle del corrispondente Consiglio Comunale decaduto. Si tratterebbe in sostanza, da questo punto di vista, di qualcosa di simile ai Consigli di Quartiere a Bologna. Gli elettori sono naturalmente i cittadini residenti nei confini del Municipio, e le elezioni dovrebbero svolgersi, di norma, contestualmente a quelle del Comune.
Ogni Consiglio dovrebbe essere presieduto da un Presidente del Consiglio di Municipio, eletto a maggioranza dai consiglieri. Non avrebbe altri organi (naturalmente non ha un organo esecutivo, essendo la competenza esecutiva propria della Giunta comunale); ma nulla vieta, naturalmente, che a singoli consiglieri possa essere demandato di occuparsi di tematiche particolari.
L’attività dei Consigli di Municipio dovrebbe essere supportata dal Settore Affari Generali del Comune. Si configurerà così molto bene il carattere dei Municipi: da un lato, “sportello del cittadino” dove verranno offerti i principali servizi per i quali oggi siamo abituati a recarci in Comune. Dall’altro, “presidio” e punto di riferimento della partecipazione dei cittadini a livello territoriale.
(A questo punto andrebbe affrontato anche il tema dell’utilizzo delle attuali sedi comunali: per farlo occorrerebbe però toccare una quantità di questioni organizzative che qui non si riuscirebbe a trattare; il mio parere è che in linea di massima le sedi vadano mantenute e che gli spazi liberati – come si auspica – dalla centralizzazione degli uffici possano essere dati in uso alle associazioni e ai cittadini, eventualmente dismettendo altri edifici e spazi.)

Per dare voce alle istanze delle associazioni – in particolare sindacali e di categoria ma anche di volontariato, sportive, culturali, ecc., riterrei più opportuna – pittosto che il loro ingresso de iure all’interno dei Consigli di Municipio, che mi sembra improprio e difficile da gestire – l’istituzione di una Consulta che abbracci l’intero territorio del Comune.  Molte associazioni, infatti, sono già strutturate attualmente a livello sovracomunale e possono quindi agevolmente svolgere al loro interno la funzione di mediazione a livello del territorio: si tratta, diciamo così, di ambiti in cui la Valsamoggia è già una realtà, e valorizzarli sarebbe di grande profitto per corroborare l’integrazione territoriale del nuovo Comune. Analogamente, la Consulta potrebbe favorire l’implementazione di una rete territoriale anche per le associazioni meno provviste in questo senso.
Per quanto riguarda le Consulte/Assemblee di frazione attualmente esistenti in alcuni degli attuali Comuni, nulla osta alla loro continuazione. Varrebbe forse la pena di verificare complessivamente il loro funzionamento: non con lo scopo di abolirle (salvo nel caso che il territorio di una frazione corrispondesse a quello di un nuovo Municipio), ma eventualmente di regolarle in modo armonico, con l’inserimento nello Statuto del nuovo Comune, definendo i loro rapporti con il nuovo organismo comunale, e prevedendo la possibilità che possano eventualmente sorgere analoghi organismi laddove non ancora esistenti.
Per altri organi di partecipazione afferenti agli attuali Comuni (per esempio: Consulte di assessorato), invece, converrebbe lasciarne la competenza ai singoli Municipi, in modo che decidano se abolirli, conservarli o riformarli, per esempio utilizzandoli come commissioni allargate del Municipio stesso.

La partecipazione a questi organi sarebbe assolutamente gratuita – quindi nessun costo “politico” –; andrebbero previsti unicamente alcuni costi di segreteria (che dovrebbero fare capo, come ho accennato, all’Ufficio Affari Generali del nuovo Comune) assolutamente modesti e probabilmente assorbibili all’interno del funzionamento degli “sportelli del cittadino” municipali.
Un costo molto basso che consentirebbe però alle istanze del territorio di esprimersi in modo efficace, superando il necessario restringimento della rappresentanza ufficiale dovuto all’istituzione di un unico Consiglio Comunale, senza rallentare e complicare al contempo il processo decisionale degli organi istituzionali.

Che cosa ne pensate?

8 risposte a Alcune idee (personali!) sulla fusione dei Comuni: terminologia e organi di rappresentanza

  1. Luca, concordo molto con queste tue idee. Anche con il nome del nuovo Comune unificato, Val Samoggia. …. non chiamatelo “Ponte Samoggia”, questo c’è già, ad Anzola ne siamo gelosi :-))
    Samoggia: secondo diversi autori deriva dal latino Semis medium
    (mezzo moggio, piccola misura).

    Interessante la relazione del Quadro Conoscitivo del PSC, anche per la parte storica:
    http://www.cm-samoggia.bo.it/psc/DOCUMENTO%20PRELIMINARE/05%20-%20ALLEGATO%20%20C%20-%20SISTEMA%20INSEDIATIVO/AB.C.REL%20Relazione.pdf

    Terra di mezzo fra Mutina e Bononia, fra Esarcato e Longobardia …

    Loris Marchesini

  2. mi sembra di capire che per ognuno degli attuali comuni resterebbe il consiglio di municipio, e in più ci sarebbe il consiglio comunale: avremmo quindi un maggior numeo di consiglieri rispetto alla situazione attuale?
    Nando Conti

  3. lucagrasselli scrive:

    Caro Nando, grazie per la tua osservazione.
    Anzitutto preciso nuovamente che queste sono SOLO mie proposte. L’idea che vi siano organi rappresentativi dei singoli municipi sembra ormai abbastanza diffusa, ma potrebbero essere realizzati in molte maniere diverse.
    Nella mia proposta cerco di valorizzare i principi di rappresentanza e partecipazione, naturalmente senza appesantire l’iter decisionale del nuovo Comune. Come ho scritto, i consiglieri di municipio NON avrebbero alcun tipo di emolumento, indennità o rimborso: quindi l’abbattimento delle spese “politiche” resterebbe tutto, e sostanzialmente anche le spese d’ufficio (penso che quel minimo di segreteria necessaria potrebbe essere tranquillamente svolto in seno al Settore Affari generali, usufruendo del decentramento necessario per gli “sportelli del cittadino” municipali: credo non serva alcuna forza lavoro aggiuntiva). Credo quindi che di fronte a un incremento di spese irrisorio (i consigli possono tenersi in sale che negli altri giorni sono adibite a un altro uso) il guadagno in termini di partecipazione democratica sia grande.

  4. Andrea Paltrinieri scrive:

    Ciao Luca, in una prima fase la moltiplicazione degli organismi elettivi (nel caso specifico, consigli di municipio) può funzionare, nel senso di contribuire a garantire il consenso verso l’ipotesi della fusione dei comuni, assicurando una “rappresentanza” dei territori non dissimile da quella attuale. Qual è però il problema? Come dicono tutti gli studiosi della materia e come confermano tutti coloro che hanno fatto esperienza diretta in un consiglio comunale, i consigli comunali non riescono a svolgere quelle funzioni di indirizzo e controllo che la legge pure assegna loro. E funzionano, invece, come dispositivi generatrori di frustrazione (almeno dei consiglieri). Essendo chiaro che nel 90-95% dei casi il consiglio segue gli indirizzi della giunta, piuttosto che il contrario. Immaginiamoci dunque come possono funzionare, superati i primi 2 anni di entusiasmo, delle assemblee di territorio (i consigli di municipio) puramente consultive. E’ facile prevedere che saranno assolutamente ininfluenti, almeno sulle decisioni di carattere generale, quelle che riguardano l’intero territorio del nuovo comune. E che per le questioni specifiche di territorio avranno un potere assolutamente limitato, forse persino irrilevante. Magari potrà essere lasciato a loro la “gestione” di un piccolo budget: poche decine di migliaia di euro, mentre le decisioni impegnative sono prese altrove. Insomma, io ho l’impressione che questa architettura, DA SOLA, produrrà un sistema di arene consultive (e le consulte di frazione? come si innestano?) fortemente dispendioso di energie, ma anche assolutamente irrilevante. Tranne forse per un po’ di potere di veto, es. in genere legato a localizzazioni di impianti o servizi non gradite (es. non portate gli uffici del SERT vicino a casa mia o la centrale a biomasse non la vogliamo). Qualche cittadino potrà accontentarsi di questo, ovvero di poter dire di no ogni tanto. Il tema vero è invece quello di come cambiare i processi decisionali di più alto livello, quelli che hanno ricadute su tutto il territorio o che comunque chiamano in causa le strategie perseguite nell’insieme. Io penso che qui occorra pensare a come applicare in modo più radicale i principi di trasparenza e partecipazione. La concessione di una sorta di “rappresentanza” territoriale è forse una cosa di cui non si può fare a meno (visto che occorre ottenere un consenso vasto ed occorre tranquillizzare le “identità” locali), ma è anche un’operazione di retroguardia. Non risolve nessuno dei problemi che da tempo affliggono le assemblee elettive nei comuni, spesso votate ad una scarsa rilevanza nei processi decisionali. Ovviamente non ho la soluzione. Ma sono convinto che il tema vero sia quello di come rinnovare le forme un po’ stantie della democrazia rappresentativa locale, innestandovi più “democrazia partecipativa” e più trasparenza. Certo, con queste mie considerazioni ho solo evidenziato un importante nodo problematico. Ma se anche nel PD c’é qualcuno che condivide questa diagnosi, allora si può provare a ragionare su dispositivi di partecipazione che non si limitino a sedare le ansie di quei cittadini che avvertono la perdita del comune (e la sua sostituzione con il municipio). Ad esempio si potrebbe chiedere agli esperti della SPISA (o anche ad altri) di offrire uno specifico contributo sul tema. Sarebbe anche un modo intelligente per prendere sul serio preoccupazioni e sensibilità oggi forti soprattutto nelle liste civiche (quelle che guardano a sinistra). Buon lavoro.

  5. Giovanna scrive:

    Credo che potrebbe esserci utile Giovanni Allegretti sui bilanci partecipativi. Io conosco poco il tema e i termini, ma mi pare che potrebbe essere un contributo interessante.

  6. lucagrasselli scrive:

    Caro Andrea,
    grazie anzitutto per un’osservazione così articolata e ben argomentata.
    Il tema è immenso, beninteso: la democrazia ha bisogno di essere ravvivata – pare – a tutti i livelli, da quello nazionale a quello globale. In un periodo, poi, in cui specie in Italia la politica (che con la democrazia, lo si ammetta o no, è inestricabilmente legata) è percepita come peso e come costo, con una paurosa sfiducia nei partiti ma pure – direi – in tutte le tradizionali forme di rappresentanza: organismi di mediazione un tempo di grande efficacia – che al tempo stesso facevano da vere scuole di democrazia – si scoprono sempre più in affanno; mentre si affacciano (per esempio sul web) nuovi luoghi e nuovi metodi di interazione, discussione, confronto.
    Per questo anche a livello locale non si può dare nulla per scontato, non basta creare tavoli e organismi: bisogna anche fare in modo che producano rappresentanza, confronto, che siano luoghi di esercizio e di allenamento democratico, che instradino le persone a essere cittadini nel piano inclinato che conduce, magari partendo da un vago interesse o da una rivendicazione particolare, a esercitare consapevolmente i propri diritti pubblici e le proprie responsabilità.

    Francamente penso che l’ambito territoriale, o comunque quello legato a scelte anche piccole ma concrete, sia comunque quello più promettente. La sensazione di partecipare a un processo condiviso, segnando risultati anche piccolissimi, ma riscontrabili, può obiettivamente rimanere frustrata anche operando a scala minimale, ma per essere preservata e valorizzata avrà bisogno di meccanismi e accorgimenti meno complessi di quanto è necessario in un processo democratico più ampio, che inevitabilmente si compie a più livelli.

    Le debolezze degli attuali organi democratici locali sono reali, anche se penso che i Consigli abbiano grandi potenzialità che non vengono sfruttate se non in piccola parte. Ma, parlando della Valsamoggia, se ci si lamenta della perdita di rappresentanza che ci sarebbe col Comune unico, credo che non si possa allora derubricare lo sforzo di immaginare una struttura democratica che rimedi il più possibile a questa perdita – non solo nei suoi aspetti simbolici/identitari, ma soprattutto in ciò che può favorire realmente una migliore gestione dei processi decisionali. La vera sfida è come renderli più consapevoli e condivisi senza renderli più burocratici e farraginosi.

    Mi sfugge il perché un parere circostanziato di un Consiglio municipale, che rappresenta una determinata comunità su un atto generale (per esempio, di pianificazione urbanistica; e non solo in difesa degli interessi “particulari” di quella comunità) non possa avere un peso rispetto a ciò che sarà deciso dall’organo comunale competente. Certo ci possono essere, naturalmente, molte altre vie e molte altre formule – rispetto all’ipotesi che ho tratteggiato assai semplicemente – per garantire una vera partecipazione. Il mio auspicio è che i tavoli di lavoro, che si stanno avviando assai faticosamente, vi si applichino con serietà e tenendo conto del contributo di tutti.

  7. Andrea Paltrinieri scrive:

    Ciao Luca, non so se sei mai stato consigliere comunale. Chiunque abbia fatto quell’esperienza ha provato una certa frustrazione (vale tanto per chi fa parte della maggioranza, quanto per chi sta all’opposizione). Anche a questo livello la politica è al 95% fatta dagli organi esecutivi, dalle giunte. La stessa condizione si registra a livello nazionale, nel rapporto tra governo e parlamento. Quando anche tu riconosci che i “Consigli hanno grandi potenzialità che non vengono sfruttate se non in piccola parte” dici esattamente questo. Il problema è perché non vengono sfruttate. Per quello che capisco io essenzialmente per l’asimmetria esistente, a favore della giunta, sia (a) in merito alla definizione dell’agenda (di cosa ci occupiamo ora); (b) sia in merito alle informazioni necessarie per impostare le politiche locali (sindaco ed assessori hanno mesi di tempo per formarsi un orientamento, il consiglio ha giorni). E’ una situazione che può essere modificata solo con accorgimenti “strutturali”, non certo appellandosi alla volontà dei singoli consiglieri. In effetti la debolezza delle assemblee legislative è generalizzata, a testimonianza che è fondata su ragioni strutturali. Per riequilibrare la situazione occorre: (a) aumentare la trasparenza sulla formazione dell’agenda, ovvero dire a consiglieri (e cittadini) di che cosa ci si sta occupando in vista di decisioni per i prossimi 6-12 mesi; (b) rivedere il circuito decisionale, mettendo in campo, tramite nuovi istituti di partecipazione, un terzo soggetto, ovvero i cittadini (penso, ad esempio, all’uso dell’istruttoria pubblica per le politiche pluriennali; o anche ad un uso più esteso di referendum consultivi, di indirizzo, abrogativi – e qui, se il PD fosse coerente, toglierebbe il quorum ai referendum locali e regionali, non solo a quelli sulla fusione dei comuni!!!). Ribadisco che se è frustrante stare in un consiglio comunale, lo sarà ancora di più stare in un consiglio di municipio, dove si vede solo un pezzettino del processo decisionale, quello legato al proprio territorio. La sfida vera è usare il “momentum” della fusione per potenziare la “democrazia deliberativa” locale. Ad oggi nessuna proposta avanzata dalle amministrazioni o dal PD locale prende sul serio questo tema. Invece non sarebbe male sfruttare questo momento di creazione del nuovo assetto istituzionale per, grazie all’aiuto di esperti (a cui però vanno fatte le giuste domande), provare ad affrontare le debolezze della democrazia rappresentativa locale.

  8. Andrea Paltrinieri scrive:

    Ciao Luca, sono ritornato sull’argomento, dopo aver seguito le assemblee pubbliche di presentazione del progetto del comune unico nella settimana dal 27 febbraio all’1 marzo (ho partecipato a Bazzano e a Crespellano) e dopo una bella iniziativa di SEL martedì 24 aprile a Bazzano. Ho messo a fuoco meglio alcune criticità e alcune prospettive diciamo problematiche, per me non condivisibili. Vedo l’ottimismo della volontà, ma questo non basta. Ecco qua un po’ di considerazioni:
    http://amarevignola.wordpress.com/2012/04/25/fusione-dei-comuni-in-valsamoggia-cose-che-non-va/

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