In margine ad Halloween


La disputa su Halloween sembra diventata, col passare degli anni, più prevedibile e noiosa della festa stessa, e non era facile.

Una gara al ribasso in cui molti soggetti si applicano con impegno. Il livello di base della faccenda lo conoscete. Oltre ai venditori di giocattoli e costumi, che da tempo importano pari pari (o replicano con zelo pari all’assoluta mancanza d’inventiva) l’intero armamentario di zucche, pipistrelli, scheletri e fantasmi, e chi più ne ha più ne metta, dagli States – dove beninteso hanno tutta la loro ragion d’essere, all’interno di una tradizione radicata e ben definita -, ormai anche le scuole e le istituzioni, rotto ogni argine e ogni indugio, rimescolano la solita paccottiglia di plastica prestampata a beneficio di piccoli e piccolissimi, mentre bar, ristoranti e centri ricreativi di ogni ordine e grado fanno lo stesso a uso e consumo delle altre fasce d’età.
Il tasso di omologazione e inettitudine culturale che dimostriamo è abbastanza deprimente; ho visto sugli scaffali delle evidenti Befane riciclate come streghe di Halloween: inconsapevolmente, temo, non solo per i piccoli acquirenti ma forse perfino per i venditori, a cui pure – da bambini – qualche dono la Befana dovrebbe averlo portato. E in effetti gli unici spunti “creativi” che compaiono ad Halloween alle nostre latitudini consistono nell’utilizzo di elementi presi, più o meno di peso, da altre feste nostrane, che siano i travestimenti (da Carnevale) o  – di gran moda quest’anno – i petardi (da Capodanno). Per il resto, una smania emulativa già vecchia in se stessa: un’imitazione così sfacciata degli Stati Uniti sa terribilmente di anni ’80: evidentemente, ancora lì stiamo, o ancora lì stanno molti di quelli che creano mode a uso e consumo del pubblico – e non solo in politica.

La reazione, ahimé, non appare provvista di molta più consapevolezza. L’unica istituzione che sembra essersi assunta il compito di occuparsene pare essere la Chiesa, che però, anziché sul piano culturale, la mette, improvvidamente, sul piano religioso. E  invece di soffermarsi sul trapianto forzato di una tradizione estranea alla cultura del nostro Paese, si mette a contrapporre il “paganesimo” di Halloween con le cristianissime feste dei Santi e dei Morti. Una semplificazione forzata che non rende giustizia alla verità. Per comprendere le cose non sono un po’ più complesse basta soffermarsi sul nome anglosassone della festa che – com’è noto – deriva da All Hallows’Eve, ossia… “Vigilia (Vespro) di Tutti i Santi”. Del resto, se molte feste cristiane affondano, in qualche modo, le loro radici in feste pagane, di cui rappresentano a un tempo il superamento e la rilettura (o meglio: ciascuna risponde in senso cristiano agli stessi bisogni e suggestioni che erano alla base della celebrazione pagana, peraltro rivisitando alcuni elementi propri di quest’ultima, e semplicemente tollerandone altri), questo è ancor più vero per  il “triduo” (vigilia, festa dei Santi, giorno dei Morti) del principio di novembre. Sia per quanto riguarda le origini stesse della festa – o almeno la sua collocazione in questa data – sia per quanto riguarda gli elementi pagani che vi sopravvivono nelle varie culture popolari. Cosa che si ritrova, evidentemente, sia nella Halloween anglo-irlandese e americana, sia nelle tante tradizioni relative al giorno dei Morti che si possono ritrovare nella nostra penisola.
Per questo la lettura di Halloween in chiave di polemica religiosa, oltre a partire da un assunto di base del tutto fuorviante, sembra dimostrare, in alcuni pastori odierni, assai meno duttilità e disponibilità all’inculturazione di quella dimostrata dai padri evangelizzatori dell’Europa. Lo spiega molto bene un magistrale articolo del laicissimo Leonardo Tondelli, di cui consiglio la lettura integrale. Fra l’altro, quel tipo di lettura finisce per legittimare anche la lettura opposta, di matrice paganeggiante o gnostica, ma anche semplicemente anticlericale, che celebra in Halloween la festa del “vitale” paganesimo (celtico, fra l’altro) rispetto al cristianesimo repressivo, oscurantista ecc. ecc.: altra paccottiglia di scarsissima plausibilità storica, che troviamo puntualmente contrabbandata in rete e non solo. (Per chi pensa – con un anacronismo di qualche secolo – che il cristianesimo abbia soppiantato il paganesimo europeo mediante roghi, spade e persecuzioni, consiglio ancora l’articolo dell’insospettabile Tondelli.) Ma soprattutto, idee come quella di sostituire alle zucche illuminate le icone dei Santi, o altre amene “proposte pastorali” che ogni tanto vengono lanciate sulla stampa cattolica (e, si teme, anche nella realtà), oltre a contribuire a relegare la fede cristiana nell’ambito del tremendamente palloso, mostrano una disarmante subalternità culturale.

Halloween andrebbe invece considerata un’occasione pastorale – per la Chiesa – per rivitalizzare (grazie alla sua collocazione vigilare) una festa, come quella dei Santi, che pur essendo stata conservata nel calendario civile è decisamente “minore” nella mentalità comune, anche del credente: mentre è prevalente – in forma, guardacaso, sia cristiana sia secolarizzata – la celebrazione dei Morti (da notare che il 2 novembre è lavorativo, ma è comunque giorno di vacanza per gli studenti di molte regioni). L’imbarazzo per elementi paganeggianti, o comunque risalenti a concezioni cosmologiche non cristiane (i fantasmi, i morti che tornano sulla terra…), non dovrebbe essere molto superiore a quello per cui la protagonista della festa della Manifestazione del Signore è diventata una vecchia strega (la Befana!): e il potenziale eversivo non potrebbe mai essere maggiore di quello che il  Carnevale rappresenta – per quanto ce ne si dimentichi – di fronte alla Quaresima.
Ma anche a livello “laico” e culturale, invece che copincollare maldestramente elementi della cultura anglosassone, innaturalmente privati del loro substrato specifico e, quindi, della loro profondità e “verità”, perché non cogliere l’occasione di riscoprire le tante tradizioni locali legate al giorno dei Morti? Sarebbe un viaggio in un immaginario popolare imprevedibilmente ricco, affascinante e profondo, che rischia di perdersi, pur essendo una vera miniera di spunti e sorprese interessanti anche dal punto di vista gastronomico (non di sole zucche vive l’uomo, anche a novembre), turistico e commerciale. Un percorso che, soprattutto, potrebbe dare alla nostra società – anche laica – un’occasione in più per riflettere sul tema della morte, il grande tabù del mondo contemporaneo: per osservare come esso è stato affrontato, esorcizzato, narrato, introiettato nel corso dei secoli: perché conoscere, e rivivere, le “risposte” dei nostri padri e madri – dalla grande teologia fino alla spiccia saggezza popolare – può aiutare ciascuno di noi a darsi quella “risposta” personale che in fin dei conti non possiamo evitare di formulare.

4 risposte a In margine ad Halloween

  1. Giacomo Zac scrive:

    Mamma mia, Gras… una boccata d’aria fresca nel clima asfissiante e un po’ nauseabondo di questi giorni! Ma la Pro Loco non potrebbe occuparsi di più di scovare e rivitalizzare tradizioni locali, piuttosto che perdere tempo e forze (che già sono poche) a inscenare pagliacciate grottesche importate malamente d’oltreoceano?

  2. Elena scrive:

    Gras. In gran parte hai ragione, ma io penso che Halloween sia anche sintomo di un interazione di culture che in un mondo come il nostro è bello che ci sia. Ovvio se importassimo la festa del ringraziamento sarebbe da scemi, ma gli elementi pagani di certe feste “prereligiose” sono elementi che si trovano anche in varie culture europee. L’unica cosa che andrebbe spiegata ai bambini che ad Halloween quando non ti danno il dolcetto DEVI fare lo scherzetto. (un diavolo minacciosissimo l’altra sera mi ha detto “ah, ok fa niente” ed è andato mesto mesto). Fosse per me importerei anche la festa della Luce dei paesi nordici (quella con le fanciulle con le candele in testa). Però spiegate per bene. Origini, simboli, significati. E pure a Natale, e a Carnevale, e in Quaresima e a Pasqua, e all’Assunta e ad Hannuka. Un vero mondo multiculturale. Magari questo è un primo, maldestro, passo. No?

  3. lucagrasselli scrive:

    Anzitutto, grazie del commento!

    Ma ecco, vedi, la festa nordica con le fanciulle con le candele in testa non è altro che la festa di Santa Lucia.

    Non lo dico per piantare l’ennesimo paletto di rivendicazione delle “radici cristiane” – che, appunto, solo cristiane non sono mai (il voler dire “noi veniamo da qui, e solo da qui” è tipico delle ideologie, e delle fedi – o delle anti-fedi – ridotte a ideologia). Lo dico perché penso che quando si “gioca” con le culture dei popoli, bisogna saperci giocare. Con estrema attenzione, cura e amore. Vale per i Romani che interpretavano gli dèi delle nazioni conquistate dandogli le fattezze dei loro, come per gli evangelizzatori dell’Europa (l’hai letto l’articolo di Tondelli, con quel bellissimo dialogo immaginario – ma non tanto – tra il “pagano” e il missionario?)… ma potremmo scrivere pagine e pagine. Altrimenti (e anche qui, purtroppo, gli esempi non mancano) si tratta solo di trapianti forzati, con tutto ciò che hanno di stolido e di – implicitamente – violento: e soprattutto del tremendo spreco che comportano. Della cancellazione di memorie, storie. Della privazione di senso che nasce ogni volta che viene perduto un gesto, uccisa una tradizione, sepolti una lingua o un dialetto.
    Come avrai letto, non sto dicendo che non bisogna festeggiare Halloween, sto dicendo che c’è un modo di farlo che ci permetterebbe di renderla più “nostra” e pù bella, riappropriandoci di elementi culturali ricchi di significato e di storia, che altrimenti andrebbero perduti, mentre possono ancora dirci qualcosa – e sicuramente ci dicono qualcosa sul nostro passato, su “come eravamo” e quindi anche su come siamo ora, e perché. E mi fa veramente arrabbiare quando invece lasciamo perdere e ci abbandoniamo alla “moda” con un atteggiamento puramente passivo, per mera pigrizia mentale.
    E nessuno sciovinismo: sono certo che approfondire meglio il senso di Halloween per la cultura americana sarebbe un punto di partenza stimolante (tanto per parlare del simbolo della globalizzazione, sono convinto che perfino il McDonald può essere “capito” e “gustato” meglio se ricondotto alle sue radici culturali – naturalmente feci questa dotta meditazione al banco di un fish&chips di Dublino). Proprio perché a quel punto, se la ricerca è innescata, se la curiosità è ravvivata, sei portato, spontaneamente, a chiederti il perché, il senso, il significato; a confrontare e paragonare popolo con popolo, usanza con usanza, cominciando da quelle le cui vestigia puoi ancora riconoscere – con un po’ di attenzione – nel pezzetto di mondo che ti circonda. E’ un atteggiamento win-win, in cui nessuna cultura è sconfitta, tutte sono arricchite e nessun gesto rischia di essere ripetuto vuotamente per moda o ritualità. E non è roba da convegni sulla multiculturalità (anche se le nostre “agenzie culturali”, non solo le scuole, dovrebbero essere molto più avvertite e formate su queste dinamiche): sono cose che cominciano anzitutto in casa propria, con i pochi semplici gesti a cui ciascuno donerà il valore che vorrà.

  4. Alessia Bartolomei scrive:

    Bello il post, e molto interessanti i commenti.
    Sono d’accordo con Elena, e anche con l’integrazione-spiegazione di Gras, che mi sembra più che sufficiente e su cui non ho altro da aggiungere.
    Faccio solo una mini considerazione, che sembrerà banale ma forse non lo è. Secondo me, uno dei principali problemi della riproduzione delle feste (americane, europee, cristiane, quello che volete, ma soprattutto “occidentali” – passatemi il termine) è che sono assolutamente ed eccessivamente PLASTIFICATE. Tutto si riduce, spesso, a giocattoli di plastica, maschere di plastica… Non so, sembra tutto cosi finto e privo di fantasia… Persino le zucche le vendono di plastica, o addirittura già intagliate, togliendo tutto il gusto di creare…
    Al di là dell’aspetto “intellettuale” e “culturale” di queste feste e delle loro riproduzioni nella società globale, mi sembra proprio che si sia persa quella creatività, quella gioia di fare le cose insieme… Pensiamo anche all’albero di Natale: quant’è bello appendere tutte le palline, oppure farsi gli addobbi home-made circondati di marmocchietti pieni di carta-forbici-colla?
    Lo so, sono tutti aspetti assolutamente marginali rispetto ai significati delle feste, ecc ecc, ma dal punto di vista ludico e della tradizione, credo che la “plastificazione” e “semplificazione” abbiano davvero contribuito a sminuire il senso profondo di questi momenti, la loro capacità di far stare insieme, e abbiano alimentato la facilità di riprodurre tante “brutte copie” in giro per il mondo.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: