Alcune idee (personali!) sulla fusione dei Comuni: terminologia e organi di rappresentanza

25 novembre 2011

Mi è stato chiesto da vari interlocutori di stendere alcune osservazioni riguardo alla fusione dei Comuni della Valle del Samoggia, in particolare sull’aspetto degli organi di rappresentanza e partecipazione (quelli che rientrano nella potestà decisionale delle future amministrazioni, non quelli – come il Consiglio e la Giunta Comunale – che sono già normati dalla legge). 

Ho scelto di farlo presentando direttamente al pubblico dibattito alcune idee – che sono esclusivamente mie idee personali. Lo scopo è quello di arricchire e indirizzare la discussione in senso costruttivo, sperando che altri mi seguano. Credo che raccogliere contributi come questo (e possibilmente migliori!), potrebbe favorire la redazione di una bozza di progetto che contenga gli elementi basilari del nuovo Comune, da sottoporre a un’ampia discussione.

Penso che sarebbe un approccio positivo e difficilmente contestabile anche dagli interlocutori più critici. Del resto, dare sostanza al dibattito – come provo a fare qui nel mio piccolo mi sembra ormai imperativo, sia per i temi più propriamente politico-istituzionali, sia per i principali nodi organizzativi che andranno affrontati e presentati ai cittadini.

Va da sé che le idee presentate qui sotto – e, ripeto, strettamente personali – vanno considerare assolutamente parziali e a titolo di spunto.

Il nome

La cosa più sensata sembra chiamare il futuro Comune “Valsamoggia”  (che ha il pregio di essere una parola sola) o “Valle del Samoggia”: la descrizione più sintetica possibile del territorio. Escluderei “Samoggia” – non so se esista un solo comune italiano che si identifica tout court col nome di un corso d’acqua -, che fra l’altro è il nome di una piccola (ma antica) frazione di Savigno. E naturalmente va esclusa da subito l’idea di attribuire al Comune il nome della località che diverrà la sede comunale ufficiale: non si può negare nel nome il carattere incancellabilmente policentrico del nostro territorio.

Terminologia, toponomastica… e araldica

Come prevede, o comunque suggerisce, anche la normativa nazionale, i sei Comuni attuali diventeranno “Municipi” del Comune unico.
Penso che tale termine, con la sua importante valenza simbolica, vada valorizzato anche nella terminologia, a cominciare dai cartelli (p. es.: “Savigno, Municipio di Valsamoggia”). I Municipi potranno mantenere lo stemma, lo stendardo ecc. attuali, passando solo dalle insegne di Comune a quelle di Municipio. Il discorso non cambia per i Municipi aggiuntivi che venissero istituiti.
Anche le frazioni dovrebbero rimanere tali quanto a terminologia, ovviamente facendo riferimento al Comune unico (“Oliveto, frazione di Valsamoggia”), e così pure le semplici “località”.
Da notare che anche la denominazione delle vie dovrà continuare a far capo ai singoli Municipi (è impensabile, credo, cambiare il nome di tutte le vie che hanno “sinonimi” in due o più degli attuali Comuni).
Naturalmente, anche la località che ospiterà la sede comunale ufficiale (parlo di “sede ufficiale” perché i Consigli Comunali potrebbero essere convocati anche in modo itinerante) sarà considerato un Municipio al pari degli altri.

Gli organi di rappresentanza e consultazione

Ho preferito premettere alcune considerazioni di carattere più “simbolico” perché penso che influenzino la visione degli organismi partecipativi di cui provo a delineare una proposta.

E’ già stato autorevolmente affermato – e concordo pienamente con tale affermazione – che i singoli Municipi dovranno essere dotati di un’assemblea locale. Ritengo che essa – a cui spetterebbe il nome di Consiglio di Municipio – debba avere funzioni consultive riguardo agli atti di interesse generale del Comune e a quelli inerenti al territorio del Municipio stesso, diritto d’interrogazione riguardo ai medesimi e di proposta nei medesimi ambiti. Per certi tipi di atto si potrebbe stabilire anche una forma di consultazione obbligatoria anche se non vincolante.
Anche riguardo al funzionamento dei servizi offerti dai singoli Municipi (che non hanno, naturalmente, alcuna forma di dipendenza diretta dal corrispondente Consiglio di Municipio), vige il diritto d’interrogazione e proposta dei Consigli di Municipio al Consiglio Comunale.
Penso che la soluzione migliore e piu trasparente per la composizione del Consiglio di Municipio sia istituirlo come organo elettivo, di dimensioni simili (non più grandi, ma nemmeno molto più piccole) a quelle del corrispondente Consiglio Comunale decaduto. Si tratterebbe in sostanza, da questo punto di vista, di qualcosa di simile ai Consigli di Quartiere a Bologna. Gli elettori sono naturalmente i cittadini residenti nei confini del Municipio, e le elezioni dovrebbero svolgersi, di norma, contestualmente a quelle del Comune.
Ogni Consiglio dovrebbe essere presieduto da un Presidente del Consiglio di Municipio, eletto a maggioranza dai consiglieri. Non avrebbe altri organi (naturalmente non ha un organo esecutivo, essendo la competenza esecutiva propria della Giunta comunale); ma nulla vieta, naturalmente, che a singoli consiglieri possa essere demandato di occuparsi di tematiche particolari.
L’attività dei Consigli di Municipio dovrebbe essere supportata dal Settore Affari Generali del Comune. Si configurerà così molto bene il carattere dei Municipi: da un lato, “sportello del cittadino” dove verranno offerti i principali servizi per i quali oggi siamo abituati a recarci in Comune. Dall’altro, “presidio” e punto di riferimento della partecipazione dei cittadini a livello territoriale.
(A questo punto andrebbe affrontato anche il tema dell’utilizzo delle attuali sedi comunali: per farlo occorrerebbe però toccare una quantità di questioni organizzative che qui non si riuscirebbe a trattare; il mio parere è che in linea di massima le sedi vadano mantenute e che gli spazi liberati – come si auspica – dalla centralizzazione degli uffici possano essere dati in uso alle associazioni e ai cittadini, eventualmente dismettendo altri edifici e spazi.)

Per dare voce alle istanze delle associazioni – in particolare sindacali e di categoria ma anche di volontariato, sportive, culturali, ecc., riterrei più opportuna – pittosto che il loro ingresso de iure all’interno dei Consigli di Municipio, che mi sembra improprio e difficile da gestire – l’istituzione di una Consulta che abbracci l’intero territorio del Comune.  Molte associazioni, infatti, sono già strutturate attualmente a livello sovracomunale e possono quindi agevolmente svolgere al loro interno la funzione di mediazione a livello del territorio: si tratta, diciamo così, di ambiti in cui la Valsamoggia è già una realtà, e valorizzarli sarebbe di grande profitto per corroborare l’integrazione territoriale del nuovo Comune. Analogamente, la Consulta potrebbe favorire l’implementazione di una rete territoriale anche per le associazioni meno provviste in questo senso.
Per quanto riguarda le Consulte/Assemblee di frazione attualmente esistenti in alcuni degli attuali Comuni, nulla osta alla loro continuazione. Varrebbe forse la pena di verificare complessivamente il loro funzionamento: non con lo scopo di abolirle (salvo nel caso che il territorio di una frazione corrispondesse a quello di un nuovo Municipio), ma eventualmente di regolarle in modo armonico, con l’inserimento nello Statuto del nuovo Comune, definendo i loro rapporti con il nuovo organismo comunale, e prevedendo la possibilità che possano eventualmente sorgere analoghi organismi laddove non ancora esistenti.
Per altri organi di partecipazione afferenti agli attuali Comuni (per esempio: Consulte di assessorato), invece, converrebbe lasciarne la competenza ai singoli Municipi, in modo che decidano se abolirli, conservarli o riformarli, per esempio utilizzandoli come commissioni allargate del Municipio stesso.

La partecipazione a questi organi sarebbe assolutamente gratuita – quindi nessun costo “politico” –; andrebbero previsti unicamente alcuni costi di segreteria (che dovrebbero fare capo, come ho accennato, all’Ufficio Affari Generali del nuovo Comune) assolutamente modesti e probabilmente assorbibili all’interno del funzionamento degli “sportelli del cittadino” municipali.
Un costo molto basso che consentirebbe però alle istanze del territorio di esprimersi in modo efficace, superando il necessario restringimento della rappresentanza ufficiale dovuto all’istituzione di un unico Consiglio Comunale, senza rallentare e complicare al contempo il processo decisionale degli organi istituzionali.

Che cosa ne pensate?

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In margine ad Halloween

2 novembre 2011

La disputa su Halloween sembra diventata, col passare degli anni, più prevedibile e noiosa della festa stessa, e non era facile.

Una gara al ribasso in cui molti soggetti si applicano con impegno. Il livello di base della faccenda lo conoscete. Oltre ai venditori di giocattoli e costumi, che da tempo importano pari pari (o replicano con zelo pari all’assoluta mancanza d’inventiva) l’intero armamentario di zucche, pipistrelli, scheletri e fantasmi, e chi più ne ha più ne metta, dagli States – dove beninteso hanno tutta la loro ragion d’essere, all’interno di una tradizione radicata e ben definita -, ormai anche le scuole e le istituzioni, rotto ogni argine e ogni indugio, rimescolano la solita paccottiglia di plastica prestampata a beneficio di piccoli e piccolissimi, mentre bar, ristoranti e centri ricreativi di ogni ordine e grado fanno lo stesso a uso e consumo delle altre fasce d’età.
Il tasso di omologazione e inettitudine culturale che dimostriamo è abbastanza deprimente; ho visto sugli scaffali delle evidenti Befane riciclate come streghe di Halloween: inconsapevolmente, temo, non solo per i piccoli acquirenti ma forse perfino per i venditori, a cui pure – da bambini – qualche dono la Befana dovrebbe averlo portato. E in effetti gli unici spunti “creativi” che compaiono ad Halloween alle nostre latitudini consistono nell’utilizzo di elementi presi, più o meno di peso, da altre feste nostrane, che siano i travestimenti (da Carnevale) o  – di gran moda quest’anno – i petardi (da Capodanno). Per il resto, una smania emulativa già vecchia in se stessa: un’imitazione così sfacciata degli Stati Uniti sa terribilmente di anni ’80: evidentemente, ancora lì stiamo, o ancora lì stanno molti di quelli che creano mode a uso e consumo del pubblico – e non solo in politica.

La reazione, ahimé, non appare provvista di molta più consapevolezza. L’unica istituzione che sembra essersi assunta il compito di occuparsene pare essere la Chiesa, che però, anziché sul piano culturale, la mette, improvvidamente, sul piano religioso. E  invece di soffermarsi sul trapianto forzato di una tradizione estranea alla cultura del nostro Paese, si mette a contrapporre il “paganesimo” di Halloween con le cristianissime feste dei Santi e dei Morti. Una semplificazione forzata che non rende giustizia alla verità. Per comprendere le cose non sono un po’ più complesse basta soffermarsi sul nome anglosassone della festa che – com’è noto – deriva da All Hallows’Eve, ossia… “Vigilia (Vespro) di Tutti i Santi”. Del resto, se molte feste cristiane affondano, in qualche modo, le loro radici in feste pagane, di cui rappresentano a un tempo il superamento e la rilettura (o meglio: ciascuna risponde in senso cristiano agli stessi bisogni e suggestioni che erano alla base della celebrazione pagana, peraltro rivisitando alcuni elementi propri di quest’ultima, e semplicemente tollerandone altri), questo è ancor più vero per  il “triduo” (vigilia, festa dei Santi, giorno dei Morti) del principio di novembre. Sia per quanto riguarda le origini stesse della festa – o almeno la sua collocazione in questa data – sia per quanto riguarda gli elementi pagani che vi sopravvivono nelle varie culture popolari. Cosa che si ritrova, evidentemente, sia nella Halloween anglo-irlandese e americana, sia nelle tante tradizioni relative al giorno dei Morti che si possono ritrovare nella nostra penisola.
Per questo la lettura di Halloween in chiave di polemica religiosa, oltre a partire da un assunto di base del tutto fuorviante, sembra dimostrare, in alcuni pastori odierni, assai meno duttilità e disponibilità all’inculturazione di quella dimostrata dai padri evangelizzatori dell’Europa. Lo spiega molto bene un magistrale articolo del laicissimo Leonardo Tondelli, di cui consiglio la lettura integrale. Fra l’altro, quel tipo di lettura finisce per legittimare anche la lettura opposta, di matrice paganeggiante o gnostica, ma anche semplicemente anticlericale, che celebra in Halloween la festa del “vitale” paganesimo (celtico, fra l’altro) rispetto al cristianesimo repressivo, oscurantista ecc. ecc.: altra paccottiglia di scarsissima plausibilità storica, che troviamo puntualmente contrabbandata in rete e non solo. (Per chi pensa – con un anacronismo di qualche secolo – che il cristianesimo abbia soppiantato il paganesimo europeo mediante roghi, spade e persecuzioni, consiglio ancora l’articolo dell’insospettabile Tondelli.) Ma soprattutto, idee come quella di sostituire alle zucche illuminate le icone dei Santi, o altre amene “proposte pastorali” che ogni tanto vengono lanciate sulla stampa cattolica (e, si teme, anche nella realtà), oltre a contribuire a relegare la fede cristiana nell’ambito del tremendamente palloso, mostrano una disarmante subalternità culturale.

Halloween andrebbe invece considerata un’occasione pastorale – per la Chiesa – per rivitalizzare (grazie alla sua collocazione vigilare) una festa, come quella dei Santi, che pur essendo stata conservata nel calendario civile è decisamente “minore” nella mentalità comune, anche del credente: mentre è prevalente – in forma, guardacaso, sia cristiana sia secolarizzata – la celebrazione dei Morti (da notare che il 2 novembre è lavorativo, ma è comunque giorno di vacanza per gli studenti di molte regioni). L’imbarazzo per elementi paganeggianti, o comunque risalenti a concezioni cosmologiche non cristiane (i fantasmi, i morti che tornano sulla terra…), non dovrebbe essere molto superiore a quello per cui la protagonista della festa della Manifestazione del Signore è diventata una vecchia strega (la Befana!): e il potenziale eversivo non potrebbe mai essere maggiore di quello che il  Carnevale rappresenta – per quanto ce ne si dimentichi – di fronte alla Quaresima.
Ma anche a livello “laico” e culturale, invece che copincollare maldestramente elementi della cultura anglosassone, innaturalmente privati del loro substrato specifico e, quindi, della loro profondità e “verità”, perché non cogliere l’occasione di riscoprire le tante tradizioni locali legate al giorno dei Morti? Sarebbe un viaggio in un immaginario popolare imprevedibilmente ricco, affascinante e profondo, che rischia di perdersi, pur essendo una vera miniera di spunti e sorprese interessanti anche dal punto di vista gastronomico (non di sole zucche vive l’uomo, anche a novembre), turistico e commerciale. Un percorso che, soprattutto, potrebbe dare alla nostra società – anche laica – un’occasione in più per riflettere sul tema della morte, il grande tabù del mondo contemporaneo: per osservare come esso è stato affrontato, esorcizzato, narrato, introiettato nel corso dei secoli: perché conoscere, e rivivere, le “risposte” dei nostri padri e madri – dalla grande teologia fino alla spiccia saggezza popolare – può aiutare ciascuno di noi a darsi quella “risposta” personale che in fin dei conti non possiamo evitare di formulare.


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