Indignati, informati: la Rete e il “tweeting journalism”


Tra tutte le cose che si potrebbero dire della manifestazione degli “Indignati” di sabato, mi soffermo solo su un aspetto.

Ero a Genova nel 2001 nei giorni del G8. Oltre a una buona dose di spavento (anche se io e il mio amico Davide, essendo andati autonomamente, ce la cavammo con grande fortuna: fummo sfiorati dai lacrimogeni e dalle cariche, ma alle 17 eravamo già di ritorno in auto verso Bazzano), per me lo shock più grande fu la totale mistificazione della verità da parte dei media, in particolare dopo gli eventi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Ci vollero anni – e un processo – perché i fatti emergessero, ma nei giorni successivi l’idea che prevalse di gran lunga (anche su giornali e televisioni non vicini al governo di centrodestra) fu quella di una totale confusione tra manifestanti e violenti (mentre i gravissimi abusi della polizia furono silenziati o ridotti a opinione eversiva), tanto che il movimento no-global, in Italia e non solo, ne ricevette un colpo durissimo.

Stavolta mi sembra che da questo punto di vista le cose siano andate meglio, e non è una piccola consolazione. Mi sembra che la distinzione tra la massa dei manifestanti pacifici, con rivendicazion condivisibili o comunque legittime, e le poche centinaia di “corpi estranei” venuti per sfasciare e rovinare tutto sia stata recepita da buona parte dell’opinione pubblica. Meglio che a Genova, in ogni caso.
Come mai? Fra l’altro siamo in una situazione in cui l’informazione mainstream (in particolare i grandi telegiornali) è molto più funzionale al governo e quindi ha tutto l’interesse di dare una certa interpretazione dei fatti. Non che non sia accaduto: per fare solo un esempio, Studio Aperto, che di solito è un notiziario assai breve, ha prolungato moltissimo la durata del tg pomeridiano (dando quindi l’idea di un fatto di per sé eccezionale ed emergenziale) dedicandola quasi totalmente agli scontri, con un montaggio delle immagini pesantemente fazioso (manifestanti col cartello “arrestate Berlusconi” e, un secondo dopo, le auto bruciate e le colonne di fumo). Per non parlare delle dichiarazioni di alcuni esponenti politici, che addirittura mettevano in collegamento le violenze di piazza con il dibattito parlamentare sulla fiducia al governo del giono prima.
Eppure, mi sembra che queste manipolazioni siano state decisamente meno efficaci di dieci anni fa. Perché?

In parte, penso, per una effettiva maggiore distinzione tra “violenti” e “nonviolenti”: a Genova ci fu effettivamente una “zona grigia” entro la quale trovò facile esca la violenza e su cui il racconto dei media poté facilmente innestarsi.
In parte per il diverso clima politico: nel 2001 il governo Berlusconi era fresco di una grande vittoria, ora è alquanto screditato agli occhi di da gran parte degli italiani, anche non di centrosinistra, come, a ruota, sono screditate le testate giornalistiche che continuano a sostenerlo a spada tratta; mentre il “mordere” della crisi fomenta nell’opinione pubblica tendenze antigovernative e anche populistiche che accrescono il favore o l’indulgenza verso chi protesta.
 Inoltre, stiamo parlando di una manifestazione di protesta globale: le immagini delle TV di tutto il mondo hanno rimandato le immagini di centinaia di manifestazioni pacifiche e senza episodi di guerriglia urbana come quelli di Roma.

Accanto a questi fattori, però penso abbia contato il contributo dell’informazione istantanea online, in particolare quella mediante social network come Twitter, Facebook e Youtube (Youtube è un social network? Boh, sicuramente ne condivide alcune funzioni).
Da un lato perché sempre più persone si informano direttamente tramite queste fonti e possono quindi farsi un’idea (immediata) dei fatti indipendentemente da quanto diranno i tg della sera o i giornali del mattino dopo: un recente sondaggio Ipsos commissionato dal PD (lo leggete qui) mostra come in Italia chi usa internet, e in particolare i social network (che favoriscono non solo un uso più duraturo e abituale della rete, ma anche la condivisione di informazioni: articoli, foto, video, discussioni…), maturi tendenzialmente un’opinione più critica non solo verso il governo, ma anche verso i grandi mezzi di comunicazione. 
Inoltre i grandi media – che sono ancora il luogo che informa la maggior parte delle persone – non possono non tenere conto anche di tale tipo di fonti, e in effetti vi attingono abbondantemente. Specialmente in casi come questi, in cui il ruolo di un inviato di un giornale o di una tv è giocoforza limitato e, anche nel caso si esponga coraggiosamente recandosi vicino ai luoghi più “caldi” dell’azione, non può che avere una visione molto parziale di quanto accade. In questi casi, i messaggi (tweets, posts eccetera) che arrivano “in tempo reale” dalle persone stesse coinvolte in ciò che accade rappresentano una fonte diretta che i media non possono trascurare: a cominciare dalle edizioni online dei giornali, avide di notizie “in diretta”, e che quindi inevitabilmente orientano progressivamente la loro linea – che influirà sull’edizione cartacea del giorno dopo – anche sulla base di questo flusso d’informazioni. 
Chiaramente anch’esso è un tipo di informazione non privo dei difetti e che si può prestare a sua volta a manipolazioni, proprio per il suo carattere così diretto e non filtrato. Ormai, tuttavia, abbiamo anche in Italia, un tweet-journalism che sta acquistando esperienza e spessore, e riesce a orientarsi nel mare dei messaggi selezionandoli e analizzandoli criticamente: è quanto fanno, per esempio, con ottimi risultati, la milanese Marina Petrillo di Radio Popolare (alaskaRP) e la modenese Claudia Vago (tigella),  che si sono distinte in particolare nel raccontare la “primavera araba” usando la viva voce dei partecipanti.
Ma la Rete non diffonde solo brandelli d’informazione, ma promuove anche il dibattito: un dibattito che non si è limitato, come si potrebbe temere, alle opposte tifoserie “dagli al violento” o “dagli al poliziotto”. Già sabato sera e domenica circolavano e si diffondevano, anche grazie alla rete, opinioni informate e consapevoli:  che anche le manifestazioni “autoconvocate” implicano una certa responsabilità, che dovrebbe concretarsi in misure (il buon vecchio servizio d’ordine?) volte a evitare le infiltrazioni delle teste calde e dei provocatori; che i toni e i modi della manifestazione italiana di ieri apparivano più “vecchi” e superati di quelli di altre città del mondo; che forse la stessa modalità del “grande corteo” riflette situazioni del passato e non è più quella che dà maggiori garanzie di impatto sull’opinione pubblica ; che il momento dell'”indignazione” e della mobilitazione spontanea è importante, se riesce a portare le persone in piazza, ma che dovrebbe essere il punto di partenza per qualcosa di diverso, di organizzato, di costruttivo. Insomma, un buon livello di discussione critica e autocritica. Le buone idee nascono dalle persone. La Rete è un modo per farle conoscere, discuterle e metterle insieme. 

Una risposta a Indignati, informati: la Rete e il “tweeting journalism”

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