Il gergo del tavò: dalla Bolognina a Bazzano?

27 ottobre 2011

Credo che ogni bazzanese, o almeno ogni persona che ha trascorso l’adolescenza a Bazzano negli ultimi 20-25 anni, sappia cosa s’intende parlando di “gergo del ‘tavò'”. E che i più anziani di loro siano assolutamente convinti che quel modo di parlare sia nato tra le mura delle scuole medie di Bazzano – in un momento imprecisato degli anni ’80 – e di lì abbia continuato a irradiarsi per parecchi anni, fino a identificarsi come il gergo dei giovani di Bazzano: un modo di parlare tuttora vivo e in buona salute, non solo tra i ragazzi bazzanesi di allora (la cui gioventù comincia ormai a declinare…) ma anche tra quelli di oggi.
La certezza della “bazzanesità” di questo linguaggio – che per la sua originalità si meritò, alcuni anni or sono, anche una robusta citazione sulla rubrica di Stefano Bartezzaghi sul Venerdì di Repubblica – è dovuta anche al fatto che normalmente la gente degli altri paesi, ma anche di Bologna, non conosce affatto questo modo di parlare. Molti elementi gergali, naturalmente, sono condivisi da un linguaggio giovanile di area assai più vasta (giusto per fare un esempio, assolutamente comune è l’uso di “cartola” per “faccia”): ma i tratti del “nocciolo duro” del linguaggio, come l’uso di “ta-” come prefisso negativo (“tavò”= “mancanza di voglia”, “tabuò” = “non buono, incapace”, “taciprend” = “non ci prende, ecc. ecc.), sono considerati di conio esclusivamente bazzanese.

Per me è stata quindi una vera rivoluzione copernicana venire a sapere che questo modo di parlare (e parlo proprio del “tavò”) “è riconosciuto all’unanimità come il gergo della Bolognina“, e precisamente sarebbe nato “in via Barbieri nei pressi del bar Daisy, ora bar Iglù, verso i primissimi anni 80“.  Anzi, “verso l’82, in seconda elementare si cominciava gia a parlare così“. Chi parla così è una persona della zona, che abbiamo contattato fortuitamente, ma che si dimostra appassionata e competente sulla questione.
La nostra fonte (che non aveva idea che questo “slang” fosse in uso a Bazzano) avanza quindi l’ipotesi che “probabilmente qualcuno di Bazzano frequentava la Bolognina ed ha esportato il gergo”. Ipotesi compatibile (ma su questo torneremo più avanti) con la cronologia:  per quanto ne so, a Bazzano questo linguaggio non dovrebbe risalire a molto prima del 1985. Del resto, nulla di strano che un’innovazione linguistica (chiamiamola così) si diffonda dal “centro” verso la “periferia”: in particolare da zone di elevata dinamicità sociale come i quartieri popolari di Bologna.
Un elemento assai particolare è che la nostra fonte – che si dimostra assai ferrata sull’argomento – sostiene che la zona dove si conosce questo tipo di gergo non arriverebbe “oltre il ponte di Galliera” (quello della stazione, che separa la Bolognina dal centro di Bologna), o comunque a persone non cresciute in quella zona, e precisa che “tale linguaggio, ai miei tempi, si usava solo ed esclusivamente alla Bolognina. L’individuo che proveniva da S. Donato, dalla Barca, da Murri o Mazzini ecc ecc non sapeva dell’esistenza di questa ‘lingua’”. Il che spiegherebbe il fatto che alla stragrande maggioranza dei bolognesi essa sembri completamente estranea. Quello che è certo, invece, è che alla Bolognina il gergo è parlato sia dalla generazione degli attuali quarantenni (che, dice la nostra fonte forse con qualche enfasi, “quando si trovano in compagnia parlano praticamente solo così”!), sia dai ventenni che, “per quel che ne so – sostiene – continuano ad usare lo slang e tramandarlo di generazione in generazione”.

A questo punto, però, bisognerebbe chiedersi come sia possibile che un gergo si diffonda fino a Bazzano senza arrivare né agli altri quartieri di Bologna né ai paesi disposti lungo la Bazzanese. Se non ci sfugge qualcosa d’importante, sembra proprio che si debba risalire a un contatto molto puntuale. Se supponiamo che un ragazzino delle elementari non abbia molti contatti con coetanei fuori del proprio quartiere, possiamo allora pensare che il passaggio possa essere avvenuto tra ragazzi delle medie, che hanno già maggiori possibilità di contatto e interazione: quindi arriviamo proprio al punto chiave: le scuole medie, verso la metà degli anni ’80! Sempre che la nascita di questo gergo alla Bolognina non possa essere retrodatata: se uno inizia a parlarlo “in seconda elementare” significa semplicemente che è arrivato all’età della socializzazione, ma può darsi che nell’ambiente sociale a cui si affaccia esso fosse già presente da tempo. In ogni caso, potremmo pensare sia a uno o più ragazzini emigrati a Bazzano dalla Bolognina, sia – e direi più probabilmente – a contatti tra gruppi di ragazzi (alla Bolognina, fra l’altro,  ci sono anche le scuole dei Salesiani, che raccolgono studenti da tutta Bologna e provincia: ma ancora una volta).
Senza contare che anche l’affermazione iniziale andrebbe sottoposta a verifica: se gli abitanti della Bolognina – come i bazzanesi – hanno avuto l’impressione che quel linguaggio nascesse tra loro, nulla esclude che potrebbe essere giunto anche lì da altrove. Un’altra cosa da fare sarebbe confrontare i due tipi di linguaggio: in che misura sono uguali, in che misura si sono evoluti in modo diverso accogliendo o creando elementi differenti? In che misura il gergo bazzanese ha attinto, nei tempi successivi, al gergo della Bolognina, ma anche – e qui il discorso si fa molto più ampio – ad altri gerghi bolognesi e non?

Insomma, da questa scoperta – chiamiamola così, senza pretese – nascono molti interrogativi. Sarebbe bello che qualcuno avesse voglia di indagare. una volta smaltito, naturalmente, lo shock di questa piccola rivoluzione copernicana.
E se qualcuno (per esempio qualche bazzanese prossimo ai 40…) può offrire elementi utili all’indagine, si accomodi nei commenti!


Verso il Comune di Valsamoggia: qualche considerazione

20 ottobre 2011

Il processo della fusione dei Comuni entra nel vivo. Lo studio di fattibilità affidato (senza voti contrari) dai Comuni alla Spisa (Scuola di specializzazione in studi sull’amministrazione pubblica, dell’Università di Bologna) è stato presentato qualche settimana fa ai consiglieri comunali e in questi giorni, in una serie di affollati incontri pubblici, ai cittadini; per domani sera (venerdì 21) il PD ha organizzato un incontro in grande stile con la capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, il sindaco di Bologna Virginio Merola e il segretario provinciale Raffaele Donini (alle 20.30, nella palestra delle scuole medie).

Le mie iniziali perplessità non erano dovute a eccessi di campanilismo, ma al sospetto che, al di là delle intenzioni sbandierate e alla generosità di alcuni promotori dell’idea, mancasse in molti una reale volontà politica di andare avanti. Per questo pensavo che – almeno inizialmente – una fusione di soli due/tre comuni (Bazzano con Monteveglio e/o Crespellano?) fosse una prospettiva più limitata, ma più concreta. Mano a mano, invece, è emerso che  c’era la volontà di fare sul serio e di non rimandare il discorso alle calende greche.

Una ristrutturazione dell’assetto istituzionale dell’intera vallata, infatti, consente economie di scala assai maggiori: la Valsamoggia ha le dimensioni generalmente considerate ottimali (30.000 abitanti circa) per un’organizzazione efficiente dei servizi. Si tratterebbe di un’operazione d’importanza nazionale: finora, i pochissimi casi di fusioni di Comuni portate a termine hanno riguardato territori molto più piccoli. Ora parecchi altri Comuni, anche nella nostra Regione, ci stanno lavorando: da questo punto di vista, il nostro territorio sarebbe all’avanguardia.

Il pensiero di fare dei 5 Comuni della vallata un Comune unico pone interrogativi, e può far  sorgere legittime perplessità, sotto vari aspetti, che così riassumo: l’identità; la rappresentanza; l’organizzazione e l’efficienza.  

Per la stragrande maggioranza degli abitanti, la vita si svolge già nell’ambito della Valsamoggia: se pensiamo a dove lavoriamo, o studiamo, o portiamo a scuola i figli, a dove andiamo a divertirci o a fare una passeggiata, all’associazionismo, allo sport, siamo già tutti abituati a muoverci – direi quotidianamente – ben oltre l’ambito del proprio paese (anzi, diciamolo pure, anche oltre l’ambito della vallata stessa).  Si potrebbe perfino dire – non così paradossalmente – che la vita delle persone è già più avanti delle istituzioni, e che è ora che queste ultime vi si adeguino.
Tutto ciò non toglie che le persone “siano” e “si sentano” cittadini di Bazzano, di Crespellano, di Monteveglio… o magari di Montebudello, Zappolino, Calcara… la dimensione della comunità locale è ben presente – sia quando corrisponde a un’istituzione, come nel caso dei Comuni, sia quando non vi corrisponde, come nel caso delle frazioni -: e non si vede perché questa naturale dimensione identitaria debba essere messa in pericolo da un’organizzazione istituzionale diversa.

Fra l’altro, la fusione dei Comuni – per legge – non prevede la scomparsa dei Comuni attuali, ma la loro trasformazione in Municipi: da un lato essi dovranno diventare i centri erogatori dei servizi ai cittadini (è impensabile che un Comune policentrico costringa i cittadini a spostarsi anche di parecchi km per le esigenze più frequenti!); dall’altro avranno comunque alcune funzioni di rappresentanza delle istanze degli abitanti dei singoli paesi.
Partiamo dalla considerazione che la nascita di un solo Consiglio comunale, con un solo Sindaco e una sola Giunta è fondamentale, non tanto per i risparmi sui “costi della politica”, ma perché consentirà di creare veramente una direzione politica unica, che prenda decisioni di fronte ai cittadini di tutta la vallata (che è ciò che non può avvenire con l’attuale Unione dei Comuni: perché comunque ciascun sindaco rende conto anzitutto ai cittadini del suo territorio, che l’hanno eletto). Ciò, tuttavia, creerà un restringimento della rappresentanza dei cittadini:  si passerebbe dall’attuale media di un consigliere ogni 300 abitanti a uno ogni 2000 (c’è di mezzo anche la riforma prevista dal governo che restringe comunque i numeri dei Consigli Comunali: al prossimo mandato, Bazzano passerebbe comunque da 16 a 11 consiglieri, che è un’idiozia visto che un consigliere non costa quasi nulla). Niente che debba far gridare allo scandalo: il Comune unico sarà più piccolo di qualunque quartiere (l’unità minima di rappresentanza ) del Comune di Bologna. Starà alle forze politiche far sì che le liste proposte vedano sufficientemente rappresentato l’intero territorio. Tuttavia, è fortemente auspicabile che lo Statuto del futuro Comune debba prevedere delle forme di rappresentanza democratica per le singole comunità, che consentano la legittima e doverosa espressione e discussione delle istanze, esigenze, problematiche dei cittadini. Penso che non ci sia nessuna controindicazione a individuare assemblee elettive per ciascun territorio, dotate di funzioni consultive sulle materie di interesse comune e su quelle inerenti il territorio stesso; occorrerà strutturare che non appesantiscano, ma tuttavia arricchiscano, il processo decisionale dei nuovi organi comunali, svolgendo un’importante funzione di collegamento in entrambe le direzioni (“verso” i cittadini e “verso” il Comune). Non vedo neppure motivi per eliminare le consulte di frazione che ora esistono in alcuni dei comuni della vallata, e che potrebbero continuare a esistere. Il Comune unico potrebbe essere anche l’occasione per risolvere – ovviamente col consenso dei cittadini – alcune storiche incongruenze (penso alla collocazione di alcune frazioni attuali, per esempio Montebudello o la Ziribega); ma anche – paradossalmente! – per decentrare alcune funzioni (compatibilmente con le esigenze di bilancio) anche al di là dei limiti dei Comuni attuali (per esempio, molti ritengono che Calcara avrebbe le carte in regola per formare un Municipio a parte).
In generale, credo che i Municipi potranno continuare anche a svolgere una funzione sul piano simbolico: anche fisicamente, come vere e proprie “case dei cittadini” dei singoli paesi.

La domanda su come verrà organizzato in concreto il nuovo Comune quanto a uffici e settori è però in assoluto la più importante. E’ chiaro che l’unificazione funzionale di tutti gli uffici richiederà qualche tempo, e solo al termine del processo sarà possibile vederla nel dettaglio. Penso tuttavia che vadano risolti preliminarmente nodi fondamentali quali:
la sede del centro di vallata;
la collocazione e le funzioni dei municipi e di altri eventuali organismi decentrati, l’utilizzo delle attuali sedi comunali, eccetera;
dovranno anche essere date previsioni attendibili sui tempi e le modalità di sviluppo del processo e sul suo impatto (positivo, come si spera!) dal punto di vista del funzionamento della macchina organizzativa (vedi sopra le considerazioni sul personale) e del risparmio (economie di scala, entrate dovute agli incentivi statali e regionali, ecc.)

Se le amministrazioni comunali si prenderanno cura – come solennemente affermato – di costruire nei prossimi mesi una proposta il più possibile condivisa, mediante l’ascolto e la collaborazione dei cittadini, delle forze sociali e anche delle forze politiche di opposizione, penso che lo snodo decisivo sarà affrontato positivamente.
La fusione dei Comuni – molto più che le forme associative finora realizzate – significa una riforma d’importanza storica per le istituzioni della Valle del Samoggia, paragonabile solo a quella realizzata da Napoleone. Di fronte a un cambiamento di questa portata, sarebbero profondamente inadeguato sia – da parte delle amministrazioni in carica – pensare di realizzarla a colpi di maggioranza, sia – da parte delle opposizioni – resistere in modo aprioristico e pretestuoso.  Penso che i cittadini sapranno premiare un atteggiamento aperto e responsabile di fronte a questa sfida.

A tutti noi l’onere di informarci, di discutere, di proporre, di partecipare: dalm momento che tutti saremo chiamati a esprimerci mediante un referendum. Il consiglio è anzitutto di cominciare a partecipare agli incontri pubblici che verranno proposti. E possibilmente di leggere lo studio di fattibilità della Spisa, che potete scaricare e leggere anche da qui (tra i vari files, quello della presentazione fatta il 16 luglio è chiaro e sintetico; suggerisco di approfondire leggendo con calma almeno alcuni degli altri documenti).


Indignati, informati: la Rete e il “tweeting journalism”

17 ottobre 2011

Tra tutte le cose che si potrebbero dire della manifestazione degli “Indignati” di sabato, mi soffermo solo su un aspetto.

Ero a Genova nel 2001 nei giorni del G8. Oltre a una buona dose di spavento (anche se io e il mio amico Davide, essendo andati autonomamente, ce la cavammo con grande fortuna: fummo sfiorati dai lacrimogeni e dalle cariche, ma alle 17 eravamo già di ritorno in auto verso Bazzano), per me lo shock più grande fu la totale mistificazione della verità da parte dei media, in particolare dopo gli eventi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Ci vollero anni – e un processo – perché i fatti emergessero, ma nei giorni successivi l’idea che prevalse di gran lunga (anche su giornali e televisioni non vicini al governo di centrodestra) fu quella di una totale confusione tra manifestanti e violenti (mentre i gravissimi abusi della polizia furono silenziati o ridotti a opinione eversiva), tanto che il movimento no-global, in Italia e non solo, ne ricevette un colpo durissimo.

Stavolta mi sembra che da questo punto di vista le cose siano andate meglio, e non è una piccola consolazione. Mi sembra che la distinzione tra la massa dei manifestanti pacifici, con rivendicazion condivisibili o comunque legittime, e le poche centinaia di “corpi estranei” venuti per sfasciare e rovinare tutto sia stata recepita da buona parte dell’opinione pubblica. Meglio che a Genova, in ogni caso.
Come mai? Fra l’altro siamo in una situazione in cui l’informazione mainstream (in particolare i grandi telegiornali) è molto più funzionale al governo e quindi ha tutto l’interesse di dare una certa interpretazione dei fatti. Non che non sia accaduto: per fare solo un esempio, Studio Aperto, che di solito è un notiziario assai breve, ha prolungato moltissimo la durata del tg pomeridiano (dando quindi l’idea di un fatto di per sé eccezionale ed emergenziale) dedicandola quasi totalmente agli scontri, con un montaggio delle immagini pesantemente fazioso (manifestanti col cartello “arrestate Berlusconi” e, un secondo dopo, le auto bruciate e le colonne di fumo). Per non parlare delle dichiarazioni di alcuni esponenti politici, che addirittura mettevano in collegamento le violenze di piazza con il dibattito parlamentare sulla fiducia al governo del giono prima.
Eppure, mi sembra che queste manipolazioni siano state decisamente meno efficaci di dieci anni fa. Perché?

In parte, penso, per una effettiva maggiore distinzione tra “violenti” e “nonviolenti”: a Genova ci fu effettivamente una “zona grigia” entro la quale trovò facile esca la violenza e su cui il racconto dei media poté facilmente innestarsi.
In parte per il diverso clima politico: nel 2001 il governo Berlusconi era fresco di una grande vittoria, ora è alquanto screditato agli occhi di da gran parte degli italiani, anche non di centrosinistra, come, a ruota, sono screditate le testate giornalistiche che continuano a sostenerlo a spada tratta; mentre il “mordere” della crisi fomenta nell’opinione pubblica tendenze antigovernative e anche populistiche che accrescono il favore o l’indulgenza verso chi protesta.
 Inoltre, stiamo parlando di una manifestazione di protesta globale: le immagini delle TV di tutto il mondo hanno rimandato le immagini di centinaia di manifestazioni pacifiche e senza episodi di guerriglia urbana come quelli di Roma.

Accanto a questi fattori, però penso abbia contato il contributo dell’informazione istantanea online, in particolare quella mediante social network come Twitter, Facebook e Youtube (Youtube è un social network? Boh, sicuramente ne condivide alcune funzioni).
Da un lato perché sempre più persone si informano direttamente tramite queste fonti e possono quindi farsi un’idea (immediata) dei fatti indipendentemente da quanto diranno i tg della sera o i giornali del mattino dopo: un recente sondaggio Ipsos commissionato dal PD (lo leggete qui) mostra come in Italia chi usa internet, e in particolare i social network (che favoriscono non solo un uso più duraturo e abituale della rete, ma anche la condivisione di informazioni: articoli, foto, video, discussioni…), maturi tendenzialmente un’opinione più critica non solo verso il governo, ma anche verso i grandi mezzi di comunicazione. 
Inoltre i grandi media – che sono ancora il luogo che informa la maggior parte delle persone – non possono non tenere conto anche di tale tipo di fonti, e in effetti vi attingono abbondantemente. Specialmente in casi come questi, in cui il ruolo di un inviato di un giornale o di una tv è giocoforza limitato e, anche nel caso si esponga coraggiosamente recandosi vicino ai luoghi più “caldi” dell’azione, non può che avere una visione molto parziale di quanto accade. In questi casi, i messaggi (tweets, posts eccetera) che arrivano “in tempo reale” dalle persone stesse coinvolte in ciò che accade rappresentano una fonte diretta che i media non possono trascurare: a cominciare dalle edizioni online dei giornali, avide di notizie “in diretta”, e che quindi inevitabilmente orientano progressivamente la loro linea – che influirà sull’edizione cartacea del giorno dopo – anche sulla base di questo flusso d’informazioni. 
Chiaramente anch’esso è un tipo di informazione non privo dei difetti e che si può prestare a sua volta a manipolazioni, proprio per il suo carattere così diretto e non filtrato. Ormai, tuttavia, abbiamo anche in Italia, un tweet-journalism che sta acquistando esperienza e spessore, e riesce a orientarsi nel mare dei messaggi selezionandoli e analizzandoli criticamente: è quanto fanno, per esempio, con ottimi risultati, la milanese Marina Petrillo di Radio Popolare (alaskaRP) e la modenese Claudia Vago (tigella),  che si sono distinte in particolare nel raccontare la “primavera araba” usando la viva voce dei partecipanti.
Ma la Rete non diffonde solo brandelli d’informazione, ma promuove anche il dibattito: un dibattito che non si è limitato, come si potrebbe temere, alle opposte tifoserie “dagli al violento” o “dagli al poliziotto”. Già sabato sera e domenica circolavano e si diffondevano, anche grazie alla rete, opinioni informate e consapevoli:  che anche le manifestazioni “autoconvocate” implicano una certa responsabilità, che dovrebbe concretarsi in misure (il buon vecchio servizio d’ordine?) volte a evitare le infiltrazioni delle teste calde e dei provocatori; che i toni e i modi della manifestazione italiana di ieri apparivano più “vecchi” e superati di quelli di altre città del mondo; che forse la stessa modalità del “grande corteo” riflette situazioni del passato e non è più quella che dà maggiori garanzie di impatto sull’opinione pubblica ; che il momento dell'”indignazione” e della mobilitazione spontanea è importante, se riesce a portare le persone in piazza, ma che dovrebbe essere il punto di partenza per qualcosa di diverso, di organizzato, di costruttivo. Insomma, un buon livello di discussione critica e autocritica. Le buone idee nascono dalle persone. La Rete è un modo per farle conoscere, discuterle e metterle insieme. 


Guardiamoci nelle palle degli occhi

9 ottobre 2011

Credere nel valore della sobrietà è una grandissima cosa, ma “resistere con una scelta eroica alle lusinghe del consumismo” è tutta un’altra cosa che “impoverire”.


I have a dream

8 ottobre 2011

Ho anche sogni più grossi; questo sembrerebbe un sogno anche modesto, ma evidentemente è troppo grande per questo Paese. Sogno che un giorno si fermino tutti: gli operai e gli impiegati, i dirigenti e i precari, i dottori e i commercianti, i poliziotti, gli avvocati, i broker, gli idraulici. Gli uffici chiusi insieme alle fabbriche, le serrande abbassate insieme alle tapparelle delle aule scolastiche, i monitor delle borse spenti insieme ai proiettori dei cinema.

Tutti insieme, non gli uni contro gli altri (padroni contro lavoratori, nord contro sud, giovani contro vecchi, disoccupati contro occupati, dipendenti contro partite iva), perché siamo stati messi gli uni contro gli altri troppe volte da chi sa di poter restare al potere solo se il popolo non è unito: unito non necessariamente su interessi, proposte, soluzioni – che possono essere divergenti – ma almeno da un minimo comun denominatore di buon senso e decenza.

Tutti, per un giorno, a non fare nulla, per dire con voce unica e chiara che in queste condizioni non è possibile fare nulla di utile – se non andarcene, o continuare ad agitarci inutilmente come spumante in una bottiglia: perché forse non siamo un Paese da liberare, ma sicuramente abbiamo da liberare molte energie, e in queste condizioni non possiamo farlo. Per chiedere, quindi, a chi è al potere che faccia la sola cosa che gli è rimasta da fare: andarsene.

E per provare, poi, a essere – nelle sue contrapposizioni, nelle sue complicazioni, nelle sue diversità – un Paese normale.


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