A proposito di province (e non solo)


Controcorrente, non sono favorevole all’eliminazione delle province. Sarebbe da fare un discorso molto differenziato per le diverse aree, ma in molte regioni esse rappresentano l’articolazione più naturale del territorio, conforme alle sue caratteristiche morfologiche e storiche. Un livello che mi pare rischioso perdere, e difficile (salvo che nasca qualcosa di simile alle Città metropolitane) ricoprire completamente con le Regioni e i Comuni.

Questo non ha nulla a che fare con l’incontrollata proliferazione di province nuove , specialmente negli ultimi anni, che obbedisce evidentemente a interessi – talora bipartisan – di bassa lega (se si fosse voluto rivedere in senso più aderente alla realtà e ai bisogni del territorio si sarebbe trattato soprattutto di spostamenti e accorpamenti, più che di ritagliare territori per nuove sedi provinciali, come invece è stato).

In Emilia-Romagna – e non solo – il quadro delle istituzioni amministrative si è evoluto molto con la nascita delle associazioni e unioni di comuni: anche se queste non hanno sempre soddisfatto le aspettative con cui erano nate, l’accentramento di funzioni e servizi finora in capo ai comuni sembra la strada più opportuna e perfino obbligata. Tanto che – come dimostra l’esempio della Valsamoggia – è da un percorso di questo genere che possono nascere più facilmente impulsi alla fusione dei comuni, superando quelle difficoltà che hanno finora reso questa soluzione, in Italia, estremamente sottoutilizzata rispetto  alle aspettative. 

L’importante è, da un lato, che questi processi vengano portati a termine in un’ottica di confronto e condivisione con i bisogni e le aspettative delle popolazioni: faticherà a produrre risultati un procedimento che i cittadini avvertissero passare “sulle loro teste” come completamente avulso dalla loro vita quotidiana, né tanto peggio che fosse sentito produrre strappi rispetto a sentimenti e convinzioni identitarie.

Dall’altro lato, è essenziale che i singoli processi di “ingegneria istituzionale” vengano portati avanti tenendo ben presente il quadro complessivo che ne può risultare. Solo in questo modo sarà possibile, infatti, pervenire a una costruzione armonica che preveda la semplificazione, non la proliferazione, dei livelli amministrativi e decisionali, e che sia al tempo stesso costruita secondo i caratteri e le esigenze proprie di ciascun territorio.

Una risposta a A proposito di province (e non solo)

  1. Francesco Grasselli scrive:

    Sono sostanzialmente del tuo parere, anche se io insisterei su una diminuzione delle province. Non tutte, neanche quelle “tradizionali” o “storiche” corrispondono ad una effettiva configurazione territoriale e/o culturale. Allo stesso tempo mi rendo conto che è più facile “abolire” le province che non ridurle di numero e sopprimere quindi quelle da poco costituite o addirittura altre “storiche”.
    Però su un altro punto io sarei drastico, pedr ridurre effettivamente i costi della politica, cioè sulla riduzione dei Comuni “per legge dello Stato”: Basterrebbe una legge molto semplice di 5 o 6 articoli che stabilisse le condizioni minime di popolazione e/o territorio per poter essere un comune. Qualche cosa di simile mi sembra sia stato fatto drasticamente in Francia. E questo presentrebbe, per ragioni psicologiche, minori difficoltà politiche che non l’accorpamento solo di alcune province. Purché ci sia una legge dello Stato, che non credo neanche abbia bisogno di modifiche costituzionali.

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