Se la politica non si… arresta

22 luglio 2011

Non mi sento di parlare dell’autorizzazione all’arresto del deputato Papa e del senatore Tedesco (concessa la prima, negata la seconda) senza due premesse. La prima: stiamo parlando di persone che vanno in galera e, anche in un Paese ormai abituato al tifo televisivo nei processi di cronaca nera, bisognerebbe mantenere un po’ di rispetto verso le umane miserie. Le orge di esultanza per un deputato arrestato ci rendono un po’ più simili a quell’Italia peggiore che tanto deprechiamo.
Altra premessa: se queste persone siano colpevoli o innocenti non abbiamo idea. L’accerteranno – sulla base di prove che non ci è dato di esaminare, perché non è il nostro mestiere – i magistrati, con tutta la fallibilità dell’umana giustizia. Potrebbe benissimo darsi che si tratti di persone innocenti – il che non significa affatto perseguitate -, e anche questo ci dovrebbe imporre un po’ di prudenza in più. Pensare che siano per forza colpevoli è il peggiore insulto che possiamo fare non tanto alla politica, ma proprio alla giustizia.

Ma sappiamo certamente una cosa. Se non fossero parlamentari, Papa e Tedesco sarebbero già in galera da un pezzo. E non dico se fossero poveri diavoli: anche se fossero, che so, consiglieri regionali, che godono di una condizione alquanto privilegiata quanto a stipendi e benefit ma non di quest’istituto di garanzia probabilmente pensato con le migliori intenzioni, certo trasformatosi in uno tra i peggiori privilegi corporativi tra i tanti che conta la nostra Repubblica.  La carcerazione preventiva, e le  regole e la prassi cui è sottoposta nel nostro Paese, può piacere o meno: resta il fatto che, se i due non fossero parlamentari, le manette sarebbero già scattate inesorabilmente.

Faccenda tanto più indigeribile quanto più i reati di cui sono accusati non sono solo contemporanei, ma strettamente connessi, diciamo così, all’esercizio delle proprie funzioni politiche (Papa e Tedesco non sono accusati di aver picchiato la moglie, né di aver sfasciato un vetro in una rissa da ragazzi). Cioè quel tipo di sospetti da cui chi riveste una carica pubblica dovrebbe stare il più lontano possibile: tenendosi, per decoro e opportunità, un passo indietro rispetto a quello che gli consente la legge, anzi, e non certo sfruttando la legge per stare un passo avanti a quello che sarebbe consentito ai comuni cittadini.
Certo, non siamo così stupidi da pensare che ci si debba dimettere per un’accusa a caso lanciata dal primo che passa e per un avviso di garanzia emanato come atto dovuto dalla magistratura. Ma un ordine di arresto rappresenta una misura decisamente più pesante. E il fatto che un deputato che, se non fosse tale, starebbe in carcere, sia ancora nell’esercizio delle proprie funzioni è cosa talmente imbarazzante che dovrebbe essere insostenibile per tutti.

Il voto a favore dell’autorizzazione all’arresto di Papa riflette questa crescente indignazione dell’opinione pubblica che, pur se spesso irrazionale, generica e irriflessa, ha dalla sua parte numerosi argomenti logici, razionali ed etici. Certo è impressionante vedere come la distorsione della realtà abbia calato, in questi anni, un velo impressionante sul comportamento pubblico e privato di Silvio Berlusconi e della sua maggioranza di governo. Ma se anche la Lega ha votato, in gran parte, per l’autorizzazione significa che probabilmente, ormai, la stessa opinione di centrodestra non può più reggere fette così pesanti di prosciutto davanti agli occhi.

E quella di centrosinistra? A Bologna, Flavio Delbono si dimise da sindaco dopo essere stato accusato di reati decisamente minori rispetto a quelli contestati al senatore Tedesco (concussione, tentativi di concussione, corruzione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e falso). Ben prima del rinvio a giudizio e, beninteso, senz’alcun genere di richiesta d’arresto. E il PD ebbe la forza e l’autorevolezza di esigere quelle dimissioni. E ci sono altri casi simili.

Ieri il PD, e lo stesso Tedesco, si sono espressi con chiarezza a favore dell’autorizzazione al suo arresto. Così pure, oltre a IDV e UDC, la Lega. Ma quei voti non sono arrivati tutti, e il voto segreto (chiesto dalla destra) impedisce di escludere che anche senatori PD abbiano votato in modo difforme alle indicazioni nette del partito. Un senatore, anzi, l’ha rivendicato esplicitamente e ha detto che un certo numero di colleghi (non sappiamo se determinante) ha fatto la stessa scelta.

Così non va.

Beninteso, il voto su Papa, in cui i deputati PD sono stati compatti, mostra che non c’è stato nessun patto scellerato con la destra, nessun “voto di scambio”, come il PdL ha probabilmente tentato di fare e poi cercato di far credere. Ma questo non basta.

Rosy Bindi – presidente del PD – e altri esponenti, come Debora Serracchiani, hanno chiesto le dimissioni di Tedesco, che però non intende darle (e nessuno, ahimé, può formalmente obbligarlo).
Ora una parola chiara di Bersani è necessaria. Bersani si associ alla richiesta della presidente e chieda con tutta la forza possibile che Tedesco si dimetta e si sottoponga alle spiacevoli misure richieste dai giudici. E vengano quantomeno sanzionati i senatori che hanno ammesso di aver votato contrariamente alle indicazioni. O sarà sempre più difficile convincere l’opinione pubblica – compresi milioni di militanti, iscritti e simpatizzanti del PD – che rispetto alle schifezze del centrodestra il nostro partito è un’altra cosa. Tipo un partito serio, tra l’altro.

Aggiungo il link di una buona analisi del voto parlamentare per le due autorizzazioni all’arresto, su Termometro Politico: http://www.termometropolitico.it/arresto-papa-tedesco-numeri-voto-parlamento/

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O mai più

19 luglio 2011

 

Ma se siamo veramente convinti – e personalmente lo sono e come! – che ogni giorno in più di permanenza di Berlusconi al governo faccia sprofondare ancor più il nostro Paese nell’abisso che ormai si sta spalancando ai nostri piedi – sia per quel che fa, sia ormai soprattutto per quel che non fa -, e che ormai le persone, questo, l’abbiano capito, e lui sia effettivamente aggrappato alla sua raccogliticcia maggioranza parlamentare di venduti, nani e ballerine…
Ecco, se pensiamo veramente tutto questo, perché i partiti, i sindacati, le associazioni di categoria, la società civile – insieme, “mettendoci il cappello” tutti affinché non glielo metta nessuno in particolare – non indicono (ora, per farlo alla riapertura delle attività a settembre) un grande sciopero generale, una serrata dei negozi e delle imprese, una manifestazione globale in tutt’Italia? Fermando il Paese per prendere atto che questo Paese è fermo, e chiedendo semplicemente che questo governo se ne vada, che vengano sciolte le Camere e che si vada a nuove elezioni?
Perché, altrimenti, il sospetto che nonostante tutto ci fa comodo che ora Berlusconi governi, il sospetto che la nostra opposizione non sia così ferma né così radicale come vorrebbe apparire, il sospetto infine che preferiamo la melina e le trame di Palazzo perché non ci sentiamo veramente pronti né a vincere né a governare ci travolgerà.
L’unico modo per arrestare il vento dell’antipolitica, che ci fa tanta paura, è dare agli italiani una politica al tempo stesso seria e determinata. Adesso.


A proposito di province (e non solo)

6 luglio 2011

Controcorrente, non sono favorevole all’eliminazione delle province. Sarebbe da fare un discorso molto differenziato per le diverse aree, ma in molte regioni esse rappresentano l’articolazione più naturale del territorio, conforme alle sue caratteristiche morfologiche e storiche. Un livello che mi pare rischioso perdere, e difficile (salvo che nasca qualcosa di simile alle Città metropolitane) ricoprire completamente con le Regioni e i Comuni.

Questo non ha nulla a che fare con l’incontrollata proliferazione di province nuove , specialmente negli ultimi anni, che obbedisce evidentemente a interessi – talora bipartisan – di bassa lega (se si fosse voluto rivedere in senso più aderente alla realtà e ai bisogni del territorio si sarebbe trattato soprattutto di spostamenti e accorpamenti, più che di ritagliare territori per nuove sedi provinciali, come invece è stato).

In Emilia-Romagna – e non solo – il quadro delle istituzioni amministrative si è evoluto molto con la nascita delle associazioni e unioni di comuni: anche se queste non hanno sempre soddisfatto le aspettative con cui erano nate, l’accentramento di funzioni e servizi finora in capo ai comuni sembra la strada più opportuna e perfino obbligata. Tanto che – come dimostra l’esempio della Valsamoggia – è da un percorso di questo genere che possono nascere più facilmente impulsi alla fusione dei comuni, superando quelle difficoltà che hanno finora reso questa soluzione, in Italia, estremamente sottoutilizzata rispetto  alle aspettative. 

L’importante è, da un lato, che questi processi vengano portati a termine in un’ottica di confronto e condivisione con i bisogni e le aspettative delle popolazioni: faticherà a produrre risultati un procedimento che i cittadini avvertissero passare “sulle loro teste” come completamente avulso dalla loro vita quotidiana, né tanto peggio che fosse sentito produrre strappi rispetto a sentimenti e convinzioni identitarie.

Dall’altro lato, è essenziale che i singoli processi di “ingegneria istituzionale” vengano portati avanti tenendo ben presente il quadro complessivo che ne può risultare. Solo in questo modo sarà possibile, infatti, pervenire a una costruzione armonica che preveda la semplificazione, non la proliferazione, dei livelli amministrativi e decisionali, e che sia al tempo stesso costruita secondo i caratteri e le esigenze proprie di ciascun territorio.


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