Come lo si dipinge


Neanche Anthony Hopkins può salvare un film brutto: l’avevamo imparato con Wolfman, che con tutta la più buona volontà rimane una cosa difficilmente guardabile (tanto che Benicio Del Toro, da allora, si è messo a fare pubblicità di gelati).
Ma se la “base” c’è e la sceneggiatura regge, Hopkins può fare veramente la differenza. Questa è la lezione de Il Rito, in cui il vecchio Anthony – pur apparendo in ritardo – giganteggia sornione.

Onesto film “di esorcismo“, che a scrollarsi di dosso la pesante eredità de L’esorcista neanche ci prova: non tenta il confronto diretto ma va tranquillamente avanti per la sua strada, puntando su una storia “pulita”, uno svolgimento lineare, buon mestiere e qualche preziosismo nelle riprese; con qualche ingegnosa trovata (accanto a qualche debolezza e, specie nella parte centrale, qualche ridondanza) in una trama fin troppo classica, ma nella consapevolezza che il vero asso nella manica è l’anziano gesuita – e soprattutto esorcista dai metodi (solo quelli?) eterodossi – interpretato da un Anthony Hopkins trasvolato direttamente da Dracula, più ancora che dal Silenzio degli innocenti.

Del resto, accanto alla prestazione del protagonista Colin O’Donoghue, che supera con onore la sua prima prova nella parte non scontata di un giovane prete privo dell’incomodo della fede, il film non offre altri grandi spazi di interpretazione. Specie per le parti femminili: una Maria Grazia Cucinotta ridotta a manichino (pronuncia sì e no un buongiorno e buonasera, neanche fosse Peter Jackson in uno dei suoi camei) e un’Alice Braga, coprotagonista tratteggiata, senza sua particolare colpa, in modo particolarmente frettoloso.  Unica eccezione: la giovane Marta Gastini, davvero convincente nella parte della ragazza posseduta.

Le parti maschili, invece, vedono alcune belle caratterizzazioni: spicca, com’era sperabile, Rutger Hauer, che riesce a dare credibilità, senza finire sopra le righe, alla figura paradossale del padre becchino, ma è affatto pregevole anche l’apparizione di un apparentemente cinico Toby Jones.
Accomunati da un’ambiguità che è probabilmente la cifra più chiara di questo film: quell’ambiguità che si manifesta al massimo grado, come solo Hopkins sa fare, nella figura di padre Lucas, e che costituisce l’oggetto dello scetticismo e dell’indagine – molto più esistenziale che razionale – del giovane padre Kovak.
L’ambiguità del diavolo, naturalmente, la cui esistenza e consistenza, sospesa tra occultamento e manifestazione, sembra rimanere lungamente nel segno del dubbio. Forse, anche, l’ambiguità del reale, che mette in crisi la nostra capacità di afferrarlo? O, piuttosto, l’ambiguità dell’io, a cui il reale non può che risultare inattingibile? Domande legittime, anche se occorre avvertire che i temi filosofici, che pure hanno un certo peso nella trama, sono presentati in modo fin troppo semplificato e stilizzato: nonostante effettivamente vi sia una “tesi”, per questo film quella di essere un thriller “di pensiero” è un’ambizione solo blandamente sfiorata.
Piuttosto, verrebbe da suggerire, a essere rappresentata nel film è anche l’ambiguità del cattolicesimo, così come si offre oggi, in particolare – ma non solo – a occhi americani: mistura di arcana fascinazione superstiziosa, fanatismo volta a volta burocratico o visionario, strutturato interesse economico, scoperta manipolazione di giovani menti come pure di corpi indifesi? O – invece – sistema di credenze e di conoscenze capace di una capacità di “presa” fin troppo profonda – almeno quanto scomoda e tutt’altro che facilmente consolatoria – sulla realtà e, in particolare, sul bene e sul male dentro e attorno all’uomo?
Non stupisce che nell’attuale temperie culturale questo film sia stato visto, specie negli USA, come esplicitamente apologetico. Lontanissimo, beninteso e fortunatamente, dai “christian movies” degli effetti speciali e degli angeli nerboruti, nel suo ostentato (e intelligentemente dissimulante) realismo sobrio e creaturale: descrivendo, così come fa, la vicenda intima, ma al tempo stesso cosmica, di un’uomo: carne e ossa (il tema della corporalità è presente fin dalle primissime immagini), psiche e – probabilmente – anima.

Un film, in conclusione, che non teme di instradarsi sugli schemi più classici del suo genere, ma dal quale si esce, nonostante tutto, con l’impressione di un prodotto piuttosto riuscito, dal taglio non banale. Come quello di alcune frasi che padre Lucas dissemina lungo il percorso di padre Kovak: «La cosa interessante degli scettici è che sono sempre in cerca di prove. La domanda è: se le trovassero, cosa cambierebbe sulla terra?».

[Visto al Capitol – Bologna, venerdì 18 marzo. Note tecniche: sala intrisa d’aria pesante e colma di preadolescenti urlanti]

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