Il mestiere del re, e quello del regista


Curioso che siano le bizzarrie e i difetti della lingua, piuttosto che la bellezza o la preziosità dell’eloquio, a farci ricordare le controindicazioni della splendida arte del doppiaggio. L’ultimo film che avevo desiderato profondamente di vedere in lingua originale era stato Giù al Nord, per poter cogliere le inflessioni e i giochi di parole degli ch’tis, nonostante lo sforzo prodigioso dei doppiatori di reinventare sull’italiano una lingua deformata, inevitabilmente artificiale, ma tuttavia efficace e sufficientemente credibile.
Similmente, nonostante tutta la bravura dei doppiatori, avrei voluto poter bypassare il doppiaggio per poter cogliere meglio la maestria di Colin Firth nel riprodurre i balbettii, gli inceppamenti, i suoni strozzati ma anche gli esercizi eufonici (cantilene, ripetizioni, scioglilingua) di Albert-Giorgio VI ampiamente esibiti e scrutati ne Il discorso del re. Che non per nulla è – credo – il primo film della storia ad aprirsi con una solenne scena di gargarismo.

E l’unico, probabilmente, che – pur conservando per tutta la sua durata i toni lievi e ovattati di una stanza d’arredamento british – riesce a creare suspence (“riuscirà a pronunciarlo correttamente? s’impappinerà?”) in discorsi regali impastati di frasi di circostanza , cogliendo l’obiettivo di riportarci tutti ai momenti terribili delle recite di fine anno all’asilo.

Un film solido e pastoso, il cui primo ingrediente del successo è inevitabilmente l’eccellenza recitativa degli attori: e tenderei ad appaiare Firth e Geoffrey Rush, nonostante al primo, naturalmente, spetti la parte più ardua, e peraltro più adatta ai virtuosismi. Anche se la scena che ho trovato veramente insuperabile, al di là delle varie lezioni di dizione, è quella del racconto di Albert alle bambine: affidare la percezione di uno dei tratti profondi del protagonista – il coraggio –  a una scena del genere è una scelta geniale e difficile, ampiamente ripagata dall’interpretazione di Firth.
Piace anche ritrovare Helena Bonham Carter in un ruolo che permetta di ammirare non solo la sua sempiterna bravura, ma anche la sua grazia: tanto che perfino l’essere talvolta leggermente sopra le righe riesce a tornarle a vantaggio, nel disegnare una credibile duchessa/regina completamente consapevole e padrona del suo studiato vezzo. E buoni praticamente tutti i comprimari, compreso un’untuoso Derek Jacobi (a proposito: possibile che non ci sia un solo film inglese che non descriva in modo completamente negativo un prete anglicano?) e una Jennifer Ehle da tener monitorata,  con riserve su un troppo macchiettistico Michael Gambon (ma anche per un consumato caratterista impersonare Churchill è roba che spezza le gambe ).

Ma il risultato non sarebbe stato possibile senza una sceneggiatura di primissimo ordine, al tempo stesso didascalica e attenta, ordinata ma creativa, con un ritmo ampio ma ben tenuto: inventiva e garbata, insomma, proprio come l’uso della telecamera, morbido ed espressivo, arioso e privo di sbavature, ma non alieno da guizzi capaci di inserirsi armoniosamente nell’insieme. Così pure merita un cenno la fotografia, capace di disegnare e valorizzare gli ambienti – sono notevoli, in particolare, i rari esterni: superba la scena del litigio tra Albert e Lionel nel viale – come quinte scenografiche (l’attitudine “teatrale” è decisamente presente in tutto il film) dalla spiccata funzione narrativa.
Saldo mestiere, vecchia scuola, roba da signori – per non dire “da re” -: che aiuta la narrazione a scorrere senza interruzioni o cadute d’attenzione, nonostante la pressoché totale prevedibilità della vicenda anche per i meno esperti di storia dinastica.

Nel film prevalgono l’aspetto storico-biografico e quello personale-introspettivo-sentimentale  – in particolare, con il focus dell’amicizia tra il re e l’umile logopedista, che riesce fortunatamente a tenersi quasi sempre lontano dai rischi di un manierismo da “Il principe e il povero”. Ma le chiavi di lettura, senza forzature,  sarebbero molteplici. Il discorso del re è anche un film sulla comunicazione, sul ruolo dell’individuo nell’epoca della comunicazione di massa: paradossalmente abbinabile, in questo senso, al suo maggior rivale della notte degli Oscar, The Social Network.
Ci sarebbero anche spunti più propriamente politici, ma preferisco fare solo una nota di natura più etica e personale. Il Giorgio VI ritratto da Tom Hooper non fa nessuna scelta – nessuna scelta di natura politica, non sceglie neppure il proprio nome da re -. Fa quello che gli è richiesto, quello che ci si aspetta da lui, nonostante sia un compito di cui sente tutto il peso: rappresentare il proprio Paese.  Tuttavia, non è né timoroso, né passivo, né succube. All’interno di questo dovere sa prendere decisioni, sa anche imporsi laddove lo richiedano le circostanze. Si prende tutte le sue responsabilità, anche quando sono impreviste e lo pongono di fronte a ciò di cui ha più paura e a cui si sente maggiormente inadeguato. A differenza del fratello, Albert  è un uomo che mantiene il suo posto di fronte al pericolo, senza dubbi e senza esitazioni, come il più umile dei fantaccini. Un’etica del dovere che riflette, si direbbe, un’ideologia conservatrice. Ma dalla quale possiamo decisamente imparare qualcosa.

[Visto al Cinemax 2 – Bazzano, domenica 27 febbraio.]

2 risposte a Il mestiere del re, e quello del regista

  1. Sauro scrive:

    Superbo film, recensione straordinaria.Quasi quasi mi viene voglia di rivederlo

  2. lucagrasselli scrive:

    Puoi sempre rileggere la recensione, costa anche meno😉

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