Ma che cristiani d’Egitto


Scende dalla sua Fiesta con una talare sobria ed elegante, alto, lunga barba brizzolata e un crocifisso d’argento al collo.
Abuna Anghélos viene direttamente da San Lazzaro, dove due volte al mese celebra  la messa per la comunità copta bolognese (50-60 famiglie, comprese un certo numero che vengono dalle città e dai paesi vicini), per ritornare poi a Firenze – precisamente: a Scandicci, dove vive con la moglie e due figli che frequentano le superiori. Originario di Alessandria d’Egitto, dal 1999 è il parroco copto di Firenze, ma ha anche la cura dei fedeli di Bologna, Reggio Emilia e Borgo San Lorenzo.

Ad accoglierlo in parrocchia a Bazzano siamo pochini, una ventina, ma il ghiaccio si rompe in fretta. Abuna Anghélos introduce brevemente la storia della Chiesa copta: dopo l’orgogliosa consapevolezza di essere “i figli dei faraoni” (“copto” altro non è che la traslitterazione di “egizio”), con il privilegio di essere stati visitati dalla Santa Famiglia e di aver ricevuto il cristianesimo dall’evangelista san Marco, riconosciamo facilmente la descrizione di alcuni tratti della storia della grande Chiesa: sant’Antonio e il monachesimo dei Padri del deserto, la scuola teologica di Alessandria, Origene, san Cirillo….

Poi, anche inaspettatamente, è un botta e risposta continuo di domande.
Inevitabile che si parta dal tragico attentato di Natale avvenuto proprio ad Alessandria (parla di 20 morti e 90 feriti). Nonostante il dolore per i suoi concittadini, abuna Anghélos dichiara con grande lucidità che, in fondo, la persecuzione “è una cosa bella”. Perché “il sangue dei martiri è il seme del cristianesimo”; del resto, “se una chiesa è perseguitata, significa che il diavolo è geloso di lei, quindi sta andando nella direzione giusta”.
I copti, del resto, con la persecuzione hanno avuto a che fare lungo tutta la loro storia: sia all’epoca dei grandi scontri dottrinali tra cristiani (la divisione con la grande Chiesa avvenne dopo il concilio di Calcedonia del 451), sia soprattutto nei 12 secoli di convivenza coi musulmani, divenuti ben presto dominatori. Una storia – da allora – di minoranza, di resistenza pacifica ma salda (ancora oggi i copti contano in Egitto 12 milioni sugli 80 milioni di abitanti del paese, più una diaspora di circa 3 milioni soprattutto in America ed Europa). Una storia costellata di tiranni (celebre il racconto del re che impose ai copti di comprovare la verità del Vangelo pregando per lo spostamento di una montagna, che puntualmente si verificò) e di figure comunque ostili alla Chiesa, come gli ultimi presidenti egiziani Sadat o Mubarak.

E il giudizio di Anghélos sugli ultimi fatti d’Egitto è netto: “Una rivolta giusta, bella, fatta dai giovani egiziani, copti e musulmani insieme”. Una rivolta il cui successo subitaneo e imprevedibile – l’abbattimento di un regime quarantennale – lascia intravedere la mano di Dio. Anche se il sacerdote non nasconde la preoccupazione che l’organizzazione dei Fratelli Musulmani possa ora puntare al potere.

Sull’islam, sulla sua capacità pervasiva e diffusiva – anche solo per via demografica – l’abuna dà un giudizio molto forte, a tratti aspro, giustificato dall’esperienza (“non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”). Che accompagna, tuttavia, a una percezione cristallina su quale debba essere, sempre e comunque, l’atteggiamento del cristiano: “Lasciar fare a Dio”: quello che conta è rimanere fedeli a Cristo, al resto Egli provvederà. E alla domanda: “l’Islam è vostro nemico?” Anghélos risponde nettamente: “Il nostro unico nemico è il diavolo.”

Nel prosieguo, le domande lasciano più spazio alle caratteristiche della Chiesa copta, alla vita dei copti in Italia, alle differenze con i cattolici.
Abuna Anghélos è consapevole della persistenza di alcuni problemi dottrinali e disciplinari ma – anche sulla scorta dei progressi fatti negli ultimi decenni, che hanno appianato alcune grandi incomprensioni – ha la speranza che un giorno l’unità possa essere possibile. Quello che è cresciuto tra copti e cattolici – grazie al dialogo teologico, ma anche grazie a piccoli e grandi gesti di fratellanza divenuti ora più frequenti grazie alla crescente immigrazione, che favorisce l’incontro e la convivenza – è la conoscenza reciproca, la comprensione, la consapevolezza di una vicinanza che ha in Cristo il suo fondamento.
Rispetto alle grandi problematiche teologiche, per cui Anghélos mostra grande rispetto ma anche capacità di distacco (“io penso che quando sente alcune discussioni teologiche, Dio ride”), probabilmente impressionano di più, nella vita quotidiana, alcune differenti abitudini e prassi rispetto alla nostra chiesa latina. Una delle più appariscenti è il matrimonio dei preti (“Come concilia la sua vita matrimoniale con l’impegno pastorale?” “Faccio la spesa, pago le bollette”); sono sposati praticamente tutti i parroci (perché il marito possa essere ordinato prete serve che la moglie dia il suo assenso), mentre i monaci vivono nel celibato e tra essi sono scelti i vescovi. Altre caratteristiche che ci appaiono singolari sono il gran numero di giorni di digiuno (200, contando anche il digiuno mitigato), le differenze nel rito liturgico (la messa dura almeno un paio d’ore; con la dovuta solennità arriverebbe anche a cinque), la cresima e la comunione impartite ai neonati insieme al battesimo, e così via.

Traspare il ruolo fondamentale delle famiglie cristiane e un rapporto molto diretto tra le famiglie e il parroco o altre figure fondamentali come i catechisti: un rapporto fatto di visite frequenti, di conoscenza profonda che diventa in qualche modo direzione spirituale e che permette che la fede si irrobustisca progressivamente mediante l’esempio e l’esortazione. E l’impressione è proprio quella di una chiesa “tosta”, la cui fiducia in Dio le permette di fronteggiare con serenità anche le avversità più pesanti e i compiti più difficili.

Le comunità italiane sono in forte crescita da qualche decennio per via dell’immigrazione dall’Egitto, senza particolari problemi – dice abuna Anghélos – di integrazione. Paradossalmente ma non troppo, solo dopo il terribile attentato di Natale i copti sembrano aver finalmente ottenuto l’attenzione sia di autorità civili sia religiose.
Il sogno della comunità di Bologna è quello di avere una chiesa tutta per sé (attualmente, nell’oratorio di san Marco a San Lazzaro, tutte le volte devono portare e sgomberare gli arredi liturgici necessari). Negli ultimi anni la Curia ha concesso a svariate comunità orientali non cattoliche l’utilizzo di chiese in città: facciamo nostro l’appello dei fratelli copti perché si possa trovare un luogo di culto adatto anche per loro.

Qualche link sulla Chiesa copta ortodossa: qui (Atlante della Chiesa) e qui (Wikipedia).

Qui, una descrizione delle comunità copte in Italia sul sito della diocesi copta di Torino, a cui appartiene la comunità di Bologna. Qui il gruppo Facebook della comunità bolognese.

Qui, il sito ufficiale di s.s. papa Shenouda III, capo della Chiesa copta ortodossa.

Qui, la dichiarazione comune di Paolo VI e di Shenouda III nel 1973.

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