Il mestiere del re, e quello del regista

28 febbraio 2011

Curioso che siano le bizzarrie e i difetti della lingua, piuttosto che la bellezza o la preziosità dell’eloquio, a farci ricordare le controindicazioni della splendida arte del doppiaggio. L’ultimo film che avevo desiderato profondamente di vedere in lingua originale era stato Giù al Nord, per poter cogliere le inflessioni e i giochi di parole degli ch’tis, nonostante lo sforzo prodigioso dei doppiatori di reinventare sull’italiano una lingua deformata, inevitabilmente artificiale, ma tuttavia efficace e sufficientemente credibile.
Similmente, nonostante tutta la bravura dei doppiatori, avrei voluto poter bypassare il doppiaggio per poter cogliere meglio la maestria di Colin Firth nel riprodurre i balbettii, gli inceppamenti, i suoni strozzati ma anche gli esercizi eufonici (cantilene, ripetizioni, scioglilingua) di Albert-Giorgio VI ampiamente esibiti e scrutati ne Il discorso del re. Che non per nulla è – credo – il primo film della storia ad aprirsi con una solenne scena di gargarismo.

E l’unico, probabilmente, che – pur conservando per tutta la sua durata i toni lievi e ovattati di una stanza d’arredamento british – riesce a creare suspence (“riuscirà a pronunciarlo correttamente? s’impappinerà?”) in discorsi regali impastati di frasi di circostanza , cogliendo l’obiettivo di riportarci tutti ai momenti terribili delle recite di fine anno all’asilo.

Un film solido e pastoso, il cui primo ingrediente del successo è inevitabilmente l’eccellenza recitativa degli attori: e tenderei ad appaiare Firth e Geoffrey Rush, nonostante al primo, naturalmente, spetti la parte più ardua, e peraltro più adatta ai virtuosismi. Anche se la scena che ho trovato veramente insuperabile, al di là delle varie lezioni di dizione, è quella del racconto di Albert alle bambine: affidare la percezione di uno dei tratti profondi del protagonista – il coraggio –  a una scena del genere è una scelta geniale e difficile, ampiamente ripagata dall’interpretazione di Firth.
Piace anche ritrovare Helena Bonham Carter in un ruolo che permetta di ammirare non solo la sua sempiterna bravura, ma anche la sua grazia: tanto che perfino l’essere talvolta leggermente sopra le righe riesce a tornarle a vantaggio, nel disegnare una credibile duchessa/regina completamente consapevole e padrona del suo studiato vezzo. E buoni praticamente tutti i comprimari, compreso un’untuoso Derek Jacobi (a proposito: possibile che non ci sia un solo film inglese che non descriva in modo completamente negativo un prete anglicano?) e una Jennifer Ehle da tener monitorata,  con riserve su un troppo macchiettistico Michael Gambon (ma anche per un consumato caratterista impersonare Churchill è roba che spezza le gambe ).

Ma il risultato non sarebbe stato possibile senza una sceneggiatura di primissimo ordine, al tempo stesso didascalica e attenta, ordinata ma creativa, con un ritmo ampio ma ben tenuto: inventiva e garbata, insomma, proprio come l’uso della telecamera, morbido ed espressivo, arioso e privo di sbavature, ma non alieno da guizzi capaci di inserirsi armoniosamente nell’insieme. Così pure merita un cenno la fotografia, capace di disegnare e valorizzare gli ambienti – sono notevoli, in particolare, i rari esterni: superba la scena del litigio tra Albert e Lionel nel viale – come quinte scenografiche (l’attitudine “teatrale” è decisamente presente in tutto il film) dalla spiccata funzione narrativa.
Saldo mestiere, vecchia scuola, roba da signori – per non dire “da re” -: che aiuta la narrazione a scorrere senza interruzioni o cadute d’attenzione, nonostante la pressoché totale prevedibilità della vicenda anche per i meno esperti di storia dinastica.

Nel film prevalgono l’aspetto storico-biografico e quello personale-introspettivo-sentimentale  – in particolare, con il focus dell’amicizia tra il re e l’umile logopedista, che riesce fortunatamente a tenersi quasi sempre lontano dai rischi di un manierismo da “Il principe e il povero”. Ma le chiavi di lettura, senza forzature,  sarebbero molteplici. Il discorso del re è anche un film sulla comunicazione, sul ruolo dell’individuo nell’epoca della comunicazione di massa: paradossalmente abbinabile, in questo senso, al suo maggior rivale della notte degli Oscar, The Social Network.
Ci sarebbero anche spunti più propriamente politici, ma preferisco fare solo una nota di natura più etica e personale. Il Giorgio VI ritratto da Tom Hooper non fa nessuna scelta – nessuna scelta di natura politica, non sceglie neppure il proprio nome da re -. Fa quello che gli è richiesto, quello che ci si aspetta da lui, nonostante sia un compito di cui sente tutto il peso: rappresentare il proprio Paese.  Tuttavia, non è né timoroso, né passivo, né succube. All’interno di questo dovere sa prendere decisioni, sa anche imporsi laddove lo richiedano le circostanze. Si prende tutte le sue responsabilità, anche quando sono impreviste e lo pongono di fronte a ciò di cui ha più paura e a cui si sente maggiormente inadeguato. A differenza del fratello, Albert  è un uomo che mantiene il suo posto di fronte al pericolo, senza dubbi e senza esitazioni, come il più umile dei fantaccini. Un’etica del dovere che riflette, si direbbe, un’ideologia conservatrice. Ma dalla quale possiamo decisamente imparare qualcosa.

[Visto al Cinemax 2 – Bazzano, domenica 27 febbraio.]

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Ma che cristiani d’Egitto

21 febbraio 2011

Scende dalla sua Fiesta con una talare sobria ed elegante, alto, lunga barba brizzolata e un crocifisso d’argento al collo.
Abuna Anghélos viene direttamente da San Lazzaro, dove due volte al mese celebra  la messa per la comunità copta bolognese (50-60 famiglie, comprese un certo numero che vengono dalle città e dai paesi vicini), per ritornare poi a Firenze – precisamente: a Scandicci, dove vive con la moglie e due figli che frequentano le superiori. Originario di Alessandria d’Egitto, dal 1999 è il parroco copto di Firenze, ma ha anche la cura dei fedeli di Bologna, Reggio Emilia e Borgo San Lorenzo.

Ad accoglierlo in parrocchia a Bazzano siamo pochini, una ventina, ma il ghiaccio si rompe in fretta. Abuna Anghélos introduce brevemente la storia della Chiesa copta: dopo l’orgogliosa consapevolezza di essere “i figli dei faraoni” (“copto” altro non è che la traslitterazione di “egizio”), con il privilegio di essere stati visitati dalla Santa Famiglia e di aver ricevuto il cristianesimo dall’evangelista san Marco, riconosciamo facilmente la descrizione di alcuni tratti della storia della grande Chiesa: sant’Antonio e il monachesimo dei Padri del deserto, la scuola teologica di Alessandria, Origene, san Cirillo….

Poi, anche inaspettatamente, è un botta e risposta continuo di domande.
Inevitabile che si parta dal tragico attentato di Natale avvenuto proprio ad Alessandria (parla di 20 morti e 90 feriti). Nonostante il dolore per i suoi concittadini, abuna Anghélos dichiara con grande lucidità che, in fondo, la persecuzione “è una cosa bella”. Perché “il sangue dei martiri è il seme del cristianesimo”; del resto, “se una chiesa è perseguitata, significa che il diavolo è geloso di lei, quindi sta andando nella direzione giusta”.
I copti, del resto, con la persecuzione hanno avuto a che fare lungo tutta la loro storia: sia all’epoca dei grandi scontri dottrinali tra cristiani (la divisione con la grande Chiesa avvenne dopo il concilio di Calcedonia del 451), sia soprattutto nei 12 secoli di convivenza coi musulmani, divenuti ben presto dominatori. Una storia – da allora – di minoranza, di resistenza pacifica ma salda (ancora oggi i copti contano in Egitto 12 milioni sugli 80 milioni di abitanti del paese, più una diaspora di circa 3 milioni soprattutto in America ed Europa). Una storia costellata di tiranni (celebre il racconto del re che impose ai copti di comprovare la verità del Vangelo pregando per lo spostamento di una montagna, che puntualmente si verificò) e di figure comunque ostili alla Chiesa, come gli ultimi presidenti egiziani Sadat o Mubarak.

E il giudizio di Anghélos sugli ultimi fatti d’Egitto è netto: “Una rivolta giusta, bella, fatta dai giovani egiziani, copti e musulmani insieme”. Una rivolta il cui successo subitaneo e imprevedibile – l’abbattimento di un regime quarantennale – lascia intravedere la mano di Dio. Anche se il sacerdote non nasconde la preoccupazione che l’organizzazione dei Fratelli Musulmani possa ora puntare al potere.

Sull’islam, sulla sua capacità pervasiva e diffusiva – anche solo per via demografica – l’abuna dà un giudizio molto forte, a tratti aspro, giustificato dall’esperienza (“non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”). Che accompagna, tuttavia, a una percezione cristallina su quale debba essere, sempre e comunque, l’atteggiamento del cristiano: “Lasciar fare a Dio”: quello che conta è rimanere fedeli a Cristo, al resto Egli provvederà. E alla domanda: “l’Islam è vostro nemico?” Anghélos risponde nettamente: “Il nostro unico nemico è il diavolo.”

Nel prosieguo, le domande lasciano più spazio alle caratteristiche della Chiesa copta, alla vita dei copti in Italia, alle differenze con i cattolici.
Abuna Anghélos è consapevole della persistenza di alcuni problemi dottrinali e disciplinari ma – anche sulla scorta dei progressi fatti negli ultimi decenni, che hanno appianato alcune grandi incomprensioni – ha la speranza che un giorno l’unità possa essere possibile. Quello che è cresciuto tra copti e cattolici – grazie al dialogo teologico, ma anche grazie a piccoli e grandi gesti di fratellanza divenuti ora più frequenti grazie alla crescente immigrazione, che favorisce l’incontro e la convivenza – è la conoscenza reciproca, la comprensione, la consapevolezza di una vicinanza che ha in Cristo il suo fondamento.
Rispetto alle grandi problematiche teologiche, per cui Anghélos mostra grande rispetto ma anche capacità di distacco (“io penso che quando sente alcune discussioni teologiche, Dio ride”), probabilmente impressionano di più, nella vita quotidiana, alcune differenti abitudini e prassi rispetto alla nostra chiesa latina. Una delle più appariscenti è il matrimonio dei preti (“Come concilia la sua vita matrimoniale con l’impegno pastorale?” “Faccio la spesa, pago le bollette”); sono sposati praticamente tutti i parroci (perché il marito possa essere ordinato prete serve che la moglie dia il suo assenso), mentre i monaci vivono nel celibato e tra essi sono scelti i vescovi. Altre caratteristiche che ci appaiono singolari sono il gran numero di giorni di digiuno (200, contando anche il digiuno mitigato), le differenze nel rito liturgico (la messa dura almeno un paio d’ore; con la dovuta solennità arriverebbe anche a cinque), la cresima e la comunione impartite ai neonati insieme al battesimo, e così via.

Traspare il ruolo fondamentale delle famiglie cristiane e un rapporto molto diretto tra le famiglie e il parroco o altre figure fondamentali come i catechisti: un rapporto fatto di visite frequenti, di conoscenza profonda che diventa in qualche modo direzione spirituale e che permette che la fede si irrobustisca progressivamente mediante l’esempio e l’esortazione. E l’impressione è proprio quella di una chiesa “tosta”, la cui fiducia in Dio le permette di fronteggiare con serenità anche le avversità più pesanti e i compiti più difficili.

Le comunità italiane sono in forte crescita da qualche decennio per via dell’immigrazione dall’Egitto, senza particolari problemi – dice abuna Anghélos – di integrazione. Paradossalmente ma non troppo, solo dopo il terribile attentato di Natale i copti sembrano aver finalmente ottenuto l’attenzione sia di autorità civili sia religiose.
Il sogno della comunità di Bologna è quello di avere una chiesa tutta per sé (attualmente, nell’oratorio di san Marco a San Lazzaro, tutte le volte devono portare e sgomberare gli arredi liturgici necessari). Negli ultimi anni la Curia ha concesso a svariate comunità orientali non cattoliche l’utilizzo di chiese in città: facciamo nostro l’appello dei fratelli copti perché si possa trovare un luogo di culto adatto anche per loro.

Qualche link sulla Chiesa copta ortodossa: qui (Atlante della Chiesa) e qui (Wikipedia).

Qui, una descrizione delle comunità copte in Italia sul sito della diocesi copta di Torino, a cui appartiene la comunità di Bologna. Qui il gruppo Facebook della comunità bolognese.

Qui, il sito ufficiale di s.s. papa Shenouda III, capo della Chiesa copta ortodossa.

Qui, la dichiarazione comune di Paolo VI e di Shenouda III nel 1973.


Liveblogging da Magazzino

17 febbraio 2011

Ieri ho partecipato all’assemblea pubblica a Magazzino sul magazzino verticale (eravamo in un magazzino, fra l’altro).  Usando Twitter ho cercato di raccontare “in diretta” come stava andando: potete vedere il risultato nella colonna qui a destra cliccando sul titolo. Ho cercato di riassumere, il più asetticamente possibile, i punti salienti della relazione del sindaco, delle osservazioni dei cittadini e delle risposte dell’Amministrazione. Ovviamente mi scuso per la sintesi, per le probabili imprecisioni e per le molte cose che non ho riportato.

La mia posizione, che ho cercato di esprimere anche ieri, la trovate invece nell’articolo qui sotto .


La posizione del dimissionario

15 febbraio 2011

Come sapete, a fine novembre mi sono dimesso da vicesegretario del PD di Bazzano per ragioni connesse alla vicenda del magazzino verticale ILPA. Ora che le mie dimissioni sono definitive, e alla vigilia dell’assemblea pubblica a Magazzino, dopo essere rimasto in silenzio – nel pubblico dibattito – per un sacco di tempo, mi sembra doveroso e necessario dire qualcosa.

Premetto subito che quella a cui l’Amministrazione si è trovata di fronte è una scelta delicata: di quelle che comunque implicano delle controindicazioni. Una scelta che coinvolge due valori importanti: la tutela del territorio di fronte a un’opera di indubbio impatto paesaggistico e la difesa del lavoro e dell’impresa; una scelta che è stata forzata e resa urgente dalle difficoltà di bilancio (non per colpa di una gestione poco virtuosa, ma per i vincoli-capestro imposti dal patto di stabilità). Un quadro molto faticoso, insomma, in cui in ogni caso era inevitabile sacrificare qualcosa.

Si è riusciti a garantire il migliore equilibrio possibile tra questi valori e a comporre al meglio esigenze giocoforza contrapposte?

Difficile dirlo. Certo, le possibili alternative finora proposte – in particolare dalle opposizioni – sembrano o tecnicamente impossibili (interrare il magazzino; abbassarlo e allargarlo) o controproducenti (rendere edificabili alcuni terreni collinari; o addirittura uscire dal patto di stabilità [!], paralizzando di fatto il Comune). E alcuni degli argomenti “contro” risultano, se non pretestuosi, sicuramente di efficacia limitata: per esempio: è difficile considerare uno scempio ambientale la deviazione di un canale artificiale, per quanto “storico”; e se la demolizione del mulino – antico quanto fatiscente – appare spiacevole, in assenza di questo progetto è probabile che sarebbe crollato per naturale senescenza. (Va anche tenuto conto che entrambi questi aspetti vengono sottoposto alla valutazione dalle autorità incaricate.) Mentre alcune delle migliorie introdotte nell’accordo (e di cui andrà attentamente verificata l’esecuzione), anche in extremis, risultano indubbiamente interessanti ai fini della mitigazione dell’impatto. Impatto – va sottolineato – paesaggistico, più che ambientale, trattandosi di un semplice – benché mastodontico – capannone, che non dovrebbe causare emissioni nocive né altre conseguenze ambientali. E che verrà edificato in una zona che attualmente versa effettivamente in uno stato di profondo degrado.

E’ chiaro che si tratta, comunque, di una decisione “dura”. Che è giusto non edulcorare.

Ma, nella sua durezza, penso tuttavia che il Comune abbia buone ragioni, nel merito, per difendere la decisione che ha preso.

Proprio per questo, penso che non ci fosse alcuna ragione per prendere la decisione in modo così repentino e oggettivamente opaco, senza tentare alcun tipo di coinvolgimento e perfino senza fornire alcuna previa informazione. Alle forze politiche, anzitutto, a cominciare dagli stessi partiti di maggioranza, che non hanno potuto in alcun modo esprimere un parere mediante i loro organi, né tantomeno consultare/informare l’elettorato, su una scelta di notevole importanza, e di impatto politico certo, non compresa nel programma con cui il Sindaco si è presentato alle elezioni. Ma anche alle altre forze politiche rappresentate in Consiglio comunale – comprese quelle con cui era in corso un dialogo delicato e importante, che avrebbe potuto sfociare in un rafforzamento della maggioranza. Né infine alle forze sociali (salvo una rapidissima consultazione delle RSU dell’ILPA) e ai cittadini.

E’ evidente che alla fine la decisione sarebbe spettata comunque all’Amministrazione Comunale, che è stata eletta per governare. Ed è evidente che comunque non avrebbe potuto essere completamente soddisfacente per tutti. Ma sarebbe stato possibile spiegare le ragioni, fornire dati corretti – evitando l’infestazione di voci e supposizioni incontrollate -, rispondere agli interrogativi, consentire di valutare le possibili alternative e di proporre possibili correttivi e migliorie. Senza la pretesa di convincere tutti, ma consentendo anche a chi non fosse rimasto d’accordo di constatare la bontà del percorso e la serietà della scelta che alla fine sarebbe stata presa.

La metodologia utilizzata nella discussione sulla Nuova Bazzanese dimostra che quest’Amministrazione, se vuole, è pienamente in grado di governare, con esiti molto positivi, un processo di questo genere.

Il fatto che l’Amministrazione abbia scelto un’altra strada è molto negativo e mette il PD – che di fatto ne è stato marginalizzato – in una condizione di grande difficoltà.

Ho chiesto che il PD reagisse con una risposta politica adeguata. Devo concludere che non è avvenuto. La robusta – quanto inevitabilmente tardiva – campagna d’informazione, pur essendo in sé positiva, rischia anzi di ridurre il partito – da luogo di confronto e di discussione – a mero organo di propaganda del Comune. Per questo ho reso definitive le mie dimissioni.

Resto – è bene precisarlo, visto che le “voci” hanno lavorato anche su questo punto – pienamente impegnato nel PD di Bazzano e per il PD di Bazzano, cercando di dare il mio contributo franco e leale: nell’intento di rafforzare il partito, rendendolo sempre più capace di fare tesoro delle diversità e delle voci costruttivamente critiche, per realizzare un’unità vera e non superficiale. Un’unità che, tantopiù in un momento così delicato a livello nazionale, non può non allargarsi – come ho sempre creduto – a tutte le forze democratiche, nello sforzo di dare prospettive di rinnovamento e di speranza per il nostro Paese.


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