Futuro, sola andata (o quasi)


Il vero «Ritorno al futuro» è stato quando siamo usciti dal cinema. Ci siamo improvvisamente ritrovati nel 2010 dopo esserci avventurati per quasi un paio d’ore nel bel mezzo degli anni ’80. Non in quelli di Marty McFly: nei nostri.

Fatico a ricordare se vidi Ritorno al futuro al cinema – ovviamente coi miei – o piuttosto, e più probabilmente all’epoca del primo passaggio in TV, qualche tempo dopo, nel tinello dell’appartamento di via Termanini. Mi affacciavo alle soglie della preadolescenza (le medie!) con timore e tremore puritano, e perfino le innocue trasgressioni di Marty mi provocavano qualche perplesso e stupito rimescolo. Con il secondo, invece, si era già alla fine del decennio, e nell’era del liceo e del cinema con gli amici: ricordo dotte disquisizioni spazio-temporali tra i banchi (e se questo fosse un post su Facebook scriverei: “vero, @Luca Zac?”).

Ma fa inevitabilmente impressione pensare che ora siamo molto più vicini a quel 2015 – senza pattini e macchine volanti, ma con molte altre faccende che a quei tempi neanche s’immaginavano, i blog per dirne una tra tante – che non a quel lontano ’85 (così lo scrivevamo allora). E’ un effetto straniante, da “attraverso lo specchio”, che il gioco delle date dentro e fuori dal film rende pesantemente palpabile. Il migliore degli effetti speciali. Che nel film, a rivederlo, sono pochissmi e ingenui: ma la sua forza non è mai stata quella, bensì il ritmo indiavolato, l’ingranaggio perfetto, la continua e irresistibile ironia, che reggono – molto più che un motore a plutonio – alla prova del tempo; e anzi, a rivederli oggi, appaiono intessuti e retti da una trama di particolari, allusioni e rimandi che anticipa il linguaggio dei migliori telefilm di questo decennio). Valeva la pena anche solo per questo andare a vedere questo “one shot” di Ritorno al futuro rimasterizzato, a 25 anni dall'”esperimento temporale n. 1″.

Con un bel coup de theatre, all’uscita del cinema ci attendeva effettivamente la fida Delorean, vera e luccicante, attorniata dai fans.  Ma siamo tornati a piedi, sempre in direzione del futuro: al ritmo di un minuto al minuto, inesorabile.

[Visto al Capitol – Bologna, mercoledì 27 ottobre.]

2 risposte a Futuro, sola andata (o quasi)

  1. Hagakure scrive:

    Sì è vero: aldilà di certe ingenuità tipicamente holliwoodiane, “Ritorno al Futuro” funzionava in virtù della sua macchina narrativa, dei dialoghi e dei personaggi più che per i suoi effetti speciali. Lo stesso si può dire per la prima trilogia (“quella bella” come viene comunemente chiamata tra noi nerd) di Guerre Stellari, che era costruita con un uso intelligente dei simboli e delle figure archetipiche, e diventò di fatto il Parsifal della fine del ventesimo secolo. Erano film fatti da gente che veniva dal cinema indipendente e per le prime volte incrociava la propria esperienza con il metodo produttivo e le risorse delle majors. Oggigiorno soldi e computer graphic sembrano soffocare tutto. Qualche bravo artigiano però c’è ancora: trovo che per il fantasy Guillermo del Toro (Kronos, Hellboy, il Labirinto del Fauno) sia molto dotato.

  2. lucagrasselli scrive:

    “Il labirinto del fauno” è un film molto bello, tutto giocato su questa collocazione liminale tra mondo reale e mondo fantastico, pietà e crudeltà, orrore e speranza: dimensioni che si intrecciano in modo tutt’altro che banale e sicuramente non consolatorio.
    Le risorse della tecnologia, che spesso ci fa rimanere a bocca aperta, sono una grande potenzialità: il problema non è usarle (in fondo Lucas ha sempre usato largamente gli “effetti” disponibili in quel dato momento) ma pensare che possano supplire alle lacune della storia, della sceneggiatura, in generale delle idee. Troppi film sono solo “scatoloni” fatti per contenere effetti speciali: che per belli che siano, finiscono per stancare molto presto, in una corsa al prossimo ritrovato tecnologico. Mentre un bel racconto non ha mai stancato nessuno. Da Sherazad in poi.

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