Se la bussola è Rosy


 

Ma il PD “dice qualcosa di sinistra” o no? Si rende davvero conto del pericolo che Berlusconi costituisce per la democrazia? Il PD vuol essere davvero un’alternativa alla destra? Si comporta di conseguenza, sia nei programmi sia nei comportamenti? E cerca di unire il centrosinistra in modo responsabile?

Quante volte ci hanno fatto queste domande. Non solo persone critiche e deluse del PD o che rimangono sulla soglia: anche tanti elettori e militanti. Anzi, diciamocelo pure: queste domande, non ce le siamo forse fatte tante volte anche noi?
Penso che sia questo il motivo per cui Rosy Bindi è così popolare e stimata: sia nel PD, sia – forse perfino di più! – tra molte persone di sinistra che invece il PD non lo vedono di buon occhio. Una popolarità e una stima che va ben al di là del peso materiale della “componente” bindiana: una piccola minoranza, che all’ultimo congresso ha seguito la Bindi all’interno della mozione Bersani.
Una posizione comoda, forse, se l’obiettivo fosse solo sopravvivere e guadagnarsi qualche scranno e un po’ di visibilità, pur sgomitando tra più robusti e agguerriti “soci di maggioranza”.
Una sfida difficile, invece, nel momento in cui ci si prefigge di contribuire significativamente alla linea politica del partito. Anzi – come recita il documento elaborato in vista dell’appuntamento di Milano Marittima dello scorso week-end – “un contributo essenziale per mettere il PD sulla strada giusta”.

In che misura questo obiettivo è stato raggiunto? Da “bindiano eretico” (nel senso esclusivo che all’ultimo congresso provinciale di Bologna ho scelto di seguire un’altra strada) mi sembra di dover riconoscere che in più di un caso è proprio Rosy Bindi che ha saputo correggere la “linea” del PD, verso posizioni che tengono maggiormente in conto sensibilità molto diffuse sia nella base del partito, sia al suo esterno. Alcuni esempi? Le primarie in Puglia (la Bindi non riuscì invece a imporle in Lazio), la posizione sul No-B Day, quella sul referendum sull’acqua. Episodi inseriti in un quadro generale molto preciso, i cui risultati, in quel documento, vengono rivendicati nero su bianco.
Un elenco di punti di cui Rosy Bindi e i suoi non possono essere considerati gli unici portabandiera, ma che nel suo complesso costituisce un insieme abbastanza impressionante. Eccoli.

1) “La ripresa del progetto dell’Ulivo”. Che è “progetto e … soggetto portante di un nuovo centrosinistra organico e strategico”, basato su “un patto impegnativo su un progetto … chiaramente di centrosinistra e con comprovata cultura di governo”. Un soggetto che può allearsi con forze centriste (e qui evidentemente si paga un decisivo pegno alle posizioni dalemiane), forze che però “si considerano e sono distinte dal nucleo dell’Ulivo” (e qui invece si segna punto rispetto alla posizione di Letta).

2)”La difesa attiva e creativa della democrazia costituzionale”. Affermazione “pesante” che però si risolve in due punti concreti molto seri: a) ”l’individuazione di un preciso limite alla disponibilità del PD a discutere di riforme costituzionali”, contro “aperture imprudenti e illusioni” verso il centrodestra (manifestatesi in più parti del PD); b) “l’idea di un’alleanza democratica e costituzionale … come risposta all’eventuale precipitare di una situazione che mettesse in serio pericolo la nostra democrazia costituzionale” (e qui bisogna riconoscere, accanto a qualche ambiguità, una certa convergenza anche con sensibilità proprie, per esempio, di Franceschini).

 3) “La sottolineatura del carattere nitidamente alternativo al centrodestra sul piano ideale e programmatico.” Si individua il PD come “partito del lavoro”, per un “riformismo forte”, anzi, “audace” che non si risolva “in ricette culturalmente subalterne a quelle del centrodestra”, ma che si ponga “l’obiettivo si di uscire dalla crisi economica superando le iniquità e le distorsioni di un modello di sviluppo che ha allargato la forbice tra benessere e povertà nel mondo, in Europa e in Italia.” Si tratta, possiamo dirlo, di parole coraggiose, nella misura in cui nell’Italia del 2010 è coraggioso usare la parola “uguaglianza”. E dell’attacco più duro a Veltroni e al “discorso del Lingotto” – esplicitamente nominato –: ma anche a un riformismo da New Labour spesso vagheggiato anche da D’Alema.

4)La difesa del bipolarismo”. Qui i bindiani rivendicano il successo dell’approvazione netta, nel PD, dell’idea di “una legge elettorale di impianto maggioritario e imperniata su collegi territoriali”. Tanto che ci si permette anche una stilettata a chi, nel partito, continua sui giornali a propugnare altri possibili modelli facendo finta di niente.

5) L’“impegno per la trasparenza e la legalità dentro il partito e le istituzioni.” “L’alternativa radicale al berlusconismo deve manifestarsi anche e soprattutto su questo punto”, recita il documento, che non risparmia un attacco molto duro al comportamento del PD siciliano.

Ma quello che ho apprezzato di più in questo documento è la sofferta ma serena ammissione finale. Ve la riporto quasi per intero.

“Onestà intellettuale esige che, pur in un quadro che ci conferma nella bontà delle nostre scelte congressuali, si segnali un punto di sofferenza: quello dell’incompiuto carattere plurale del partito. Non è problema ideologico ma di organizzazione e di quotidiana pratica di partito. In forza di una sorta di istinto e di familiarità di relazioni e di linguaggi stratificatisi nel tempo, la vita del partito al vertice e in periferia ancora sconta una sorta di inerziale continuismo, un deficit di apertura e di pluralismo culturale. Non è un problema di organigrammi ma di natura e cultura di un partito nel quale ci si sta “uti singuli” e “da democratici”, non in nome di appartenenze pregresse. Ove l’identità politica comune coincide con il progetto di oggi e su domani. La pluralità deve essere immanente all’identità democratica. Essa va rispettata e valorizzata. L’opposto della logica spartitoria della quote, ma l’opposto anche di una forzosa ‘reductio ad unum’.

Un bel punto, di quelli “tosti”, da cui ripartire. Per una nuova sfida.

 

[Il testo integrale del documento di cui si parla nell’articolo è qui.]

14 risposte a Se la bussola è Rosy

  1. Pentagras,

    trovo tutto condivisibile. La ripresa del progetto dell’Ulivo: qui sarebbe meglio approfondire, mi sembra un concetto troppo annacquato e che rischia di voler riprendere una stagione che non può essere ripetuta e che ha acuto, anche, aspetti che poi l’hanno fatta fallire. Io ho fondato ad Anzola il Comitato per Prodi nel febbraio del 1995, quindi sono molto legato a quella stagione. Ma so che dobbiamo costruire ora qualcosa d’altro, soprattutto portare avanti il progetto del PD e il nuovo Ulivo non può essere un’alleanza tattica (pur necessaria) fra forze molto diverse dal PD.

    Poi non capisco perchè la minoranza bindiana porterebbe “un contributo essenziale per mettere il PD sulla strada giusta” ed invece il documento di Veltroni è qualcosa di negativo, per non usare le parole velenose della Bindi (persona che stimo molto, comunque).

  2. marta scrive:

    Purtroppo a me sembra che queste parole siano molto generalizzate e generalizzabili e che ne soffra quindi
    la concretezza. Chi, come, quando, dove sono le domande che non trovano mai risposte, nè dalla Bindi nè da molti altri. Mi piacerebbe sapere per esempio in quale occasione l’ apporto di Rosy Bindi è stato fondamentale per cambiare un aspetto del PD ritenuto negativo. Lo dico senza polemica e per ignoranza. Lo vorrei proprio sapere. Vorrei che i politici lei o altri parlassero per obiettivi da porsi e da raggiungere e ci dessero conto del loro operato: non delle parole che dicono, di quello che scrivono o propongono, ma di quello che portano a realizzazione.
    Adesso abbiamo bisogno di fatti, poi serviranno anche le parole ma ora servono i fatti!
    Marta

    p.s. avevi detto discutibile = da discutere, vero?

  3. lucagrasselli scrive:

    Una sola nota.
    Il documento di cui parlo è proprio una rivendicazione di risultati ottenuti nell’azione all’interno nel PD. Un’azione spesso silenziosa, ma che spesso è emersa anche dalle prese di posizione della Bindi sia all’interno degli organi di partito sia a mezzo stampa o in altri interventi pubblici.
    Un’azione decisa, coraggiosa – anche nei confronti di altri settori del partito dotati di ben maggiore “peso” materiale – e al tempo equilibrata, come di chi riveste quello che in un partito è un ruolo di garanzia.

    Si parla di contenuti che erano presenti fin dall’inizio negli intenti di Rosy Bindi al momento dell’adesione alla mozione Bersani; contenuti non scontati, visti alcuni degli altri “compagni di cordata”. E che ora vengono analizzati quanto ai risultati ottenuti e non ottenuti. Mi sembra proprio che si tratti di quel “parlare per obiettivi” e “rendere conto del proprio operato” che Marta giustamente chiede.
    Al di là del lessico politico, si tratta di aspetti che hanno ricadute molto concrete! E anche che ci possono far guadagnare, o perdere, molti consensi (in particolare di farci riguadagnare molti consensi che abbiamo perso).

    Per quanto riguarda il paragone con il documento di Veltroni: io l’ho ritenuto non condivisibile nel merito, inopportuno nei toni, nei tempi, nelle priorità, ma non l’ho mai ritenuto illegittimo. Penso che uno possa sempre dire ciò che ritiene opportuno, purché se ne prenda la responsabilità – cioè letteralmente il rischio di sentirsi rispondere, magari, che ha detto una cazzata.
    Del resto è inevitabile che i due documenti siano molto diversi: uno viene dal presidente del partito, l’altro da una fetta dell’opposizione interna. Ogni paragone sarebbe improprio.

    Piuttosto vorrei far notare che la grande lacuna messa in rilievo, con onestà intellettuale, dal documento dei bindiani, cioè l'”incompiuto carattere plurale del partito”, riconosce di fatto la validità delle critiche mosse in questa direzione – anche da Veltroni – e può essere intesa come un ponte gettato verso chi condivide queste sensibilità, per lavorare insieme, non contro qualcuno ma per il PD.

  4. marta scrive:

    Forse non mi sono spiegata: i fatti per me sono che, grazie all’azione di pinco e pallo ora in questa circostanza, in quell’organismo si deve rispettare la parità di genere oppure che ora il candidato sindaco si sceglie con le primarie; non esprimo una opinione di merito ma quale è secondo me l’unico linguaggio che può fare l’unica cosa che ci serve: allargare il consenso per il PD. Esagero e estremizzo: se il politico potesse avere una platea e un amplificatore solo quando espone risultati concreti le cose forse cambierebbero un pò. Tutti i discorsi preliminari interessano poco, soprattutto in questi anni, chi vive la vita di tutti i giorni con le sue difficoltà
    Marta

    p.s. lo so che sono polemica, sono romagnola

  5. lucagrasselli scrive:

    Per rispondere proprio al tuo esempio, è evidente che si decise di fare le primarie in Puglia (quelle che poi portarono alla candidatura, e quindi alla vittoria, di Vendola) proprio dopo la presa di posizione della Bindi (che invece non seppe imporle in Lazio, ma lì effettivamente mancava anche un candidato alternativo [personalmente dico “ahimé”] alla Bonino).

  6. Francesco scrive:

    Mi sembra una forzatura affermare che la minoranza bindiana sia stata in grado di condizionare le scelte della segreteria del Pd… Rosy continua ad avere consenso dentro il Pd ma non mi sembra abbia la possibilità di incidere. Tra l’altro in Puglia scelse di appoggiare Boccia. Francesco

  7. lucagrasselli scrive:

    Carissimo Francesco, benvenuto e grazie per il tuo commento.
    L’appoggio a Boccia per la Bindi era quantomento il pegno inevitabile da pagare per le primarie in Puglia.
    Per il resto, mi viene da dire che quanto, della segreteria Bersani, si distanzia dal dalemismo puro vada attribuito anzitutto, ovviamente, alla capacità di visione e di sintesi dello stesso Bersani; poi, però, credo che il ruolo della Bindi sia tutt’altro che irrilevante.
    Personalmente, della pattuglia bindiana continuo a seguire con grande interesse Franco Monaco, che mi sembra tra i più lucidi continuatori dell’ispirazione ulivista.

  8. Ho sempre stimato Rosy Bindi, ho apprezzato il suo lavoro e le sue prese di posizione. Ma è passato un po’ di tempo dal 1996, quando divenne ministro del governo dell’Ulivo (quello vero). Ora, perdonami, mi sento di dare un giudizio un po’ duro.

    Chi propone alleanze elettorali con Fini e Casini, la bussola l’ha persa da un pezzo.

  9. lycopodium scrive:

    Questo link è del tutto OT per l’argomento, ma Luca sa bene che non è OT per lui, vista la visita gradita al blog di padre Augé:
    http://querculanus.blogspot.com/2010/09/la-nuova-traduzione-della-cei.html

  10. lucagrasselli scrive:

    Altrettanto gradita la tua visita, lycopodium. Anch’io mi chiedo il perché delle traduzioni che si discostano dalla LXX e dalla Neo-Vulgata.

  11. lucagrasselli scrive:

    Quell’uscita fu improvvida. Un’alleanza elettorale con Fini e Casini – per tacere di qualunque argomento nel merito – farebbe perdere un fracco di voti a noi, ma soprattutto a loro, rendendoli irrilevanti. Il documento di Milano Marittima – mi sembra – rappresenta sicuramente un passo indietro rispetto a quell’ipotesi. Come scrive stamattina Repubblica, con Fini e Casini può esserci un’alleanza nell’attuale Parlamento per riformare la legge elettorale e, tuttalpiù, gestire la stretta emergenza. Alle elezioni il “terzo polo” deve andare per conto suo, e speriamo prenda più voti possibili a Berlusconi (e non a noi).

  12. Francesco scrive:

    Luca, data la situazione, un governo di resposabilità sembra una strada diffcilmente percorribile… Ciao, Francesco

  13. il moralista scrive:

    … (voce che grida da fuori del partito) “Datece un sogno, un progetto per il futuro del Paese”. Possibilmente con vero leader e non con fotocopia diabetica di Obama…

    ps. se Berlusconi se la prende tanto con la Bindi, maschilismo a parte, vuol dire che c’è qualcosa in lei che teme.

  14. lucagrasselli scrive:

    Penso che chi guida un partito abbia la responsabilità di (ri)mettere in condizioni di sognare. Quella di impegnarsi per creare il sogno, per costruire il progetto, ricade su tutti coloro che ne sentono – appunto responsabilmente – la necessità.
    E’ vero, abbiamo bisogno di sogni e di obiettivi alti, non possiamo limitarci a spalare il letame. Ma forse riesce a spalarlo meglio – e c’è fin troppa necessità di farlo – chi ha – come una bombola d’aria buona – la sua propria riserva di sogni, di speranza che non delude, e può permettersi il lusso di non chiederla alla politica. Mano alla pala, gente.

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