La materia dei sogni


Sono della stessa materia di cui sono fatti i sogni“, recita – saccheggiando Shakespeare – un recente slogan di un’auto sportiva. Non so bene quale sia la materia dei sogni, ma forse è questo il problema che rende un film come Inception non completamente convincente.

Intendiamoci. E’ un film gradevole, nonostante le lentezze dell’ultima parte (dopo due ore di film sarebbe meglio sveltirlo, il ritmo, non l’opposto). Un film suggestivo, ben congegnato, che riesce a creare un mondo parallelo originale e sufficientemente attendibile per ambientarvi scene d’azione di tutto rispetto, a ritmo serrato (nonostante quanto appena scritto, il montaggio è magistrale), credibili e godibili. E Di Caprio rimane molto convincente, e molto adatto al personaggio all’interno di un cast piuttosto scialbo (bravo Watanabe, bravina la Page, non male Gordon-Lewitt; a Caine spetta solo un cameo). Sono uscito senza l’impressione che avessimo sprecato i nostri euro.  
Ma la materia di cui sono fatti i film d’azione non può essere la stessa dei sogni. Nolan ha creato “sogni” ricchi di architetture perfette, di panorami maestosi, che fanno da scenario mirabolante a vicende adrenaliniche perfettamente concatenate. La magia e la sovrabbondanza degli effetti speciali dà risultati eccellenti. Ma sono sogni finti, stabili e nitidi come pietra. Freddi, di plastica. I sogni di un architetto (un termine che ritorna nel film), o di uno standista del Cersaie, che si sono addormentati sul lavoro.

Intendiamoci: non è un banale difetto. Nella trama la cosa è perfettamente spiegata in modo coerente: si parla di sogni non solo condivisi, ma abilmente costruiti e indotti artificialmente nella mente di chi sogna. Tutto fila, senza che si debba troppo perdonare alla sceneggiatura, almeno per non più che in un buon film di fantascienza. Ma chi spera di ritrovare nel film una rappresentazione dei nostri sogni è destinato a rimanere deluso. Non si trova traccia della loro deliziosa inverosimiglianza, del loro libero e incurante trascolorare di scenario in scenario: praticamente non è rappresentata la labilità, l’elasticità della struttura di un sogno, l’incoerenza dei tempi e del rapporto di causalità, il mutare continuo delle persone, delle cose, degli stati d’animo delle leggi fisiche. Se questi sogni riproducono creatività e fantasia, è quella di un computer di ultima generazione: non quella sfrenata, spudorata, gioiosa o angosciata del bambino che sogna in noi. E infatti viene inevitabile – perfino in certi paesaggi, atmosfere, ma anche in riconoscibili espedienti narrativi – il paragone con Matrix, troppi anni dopo Matrix
I nostri paesaggi mentali restano inviolati: dopo essersi lasciati intravedere da poeti, psicologi, pittori e scrittori aspettano ancora il loro regista. Se lo troveranno, non sarà Cristopher Nolan.

[Visto al Medica Palace – Bologna, venerdì 24 settembre.]

2 risposte a La materia dei sogni

  1. ipunto scrive:

    !!!!!!!ATTENZIONE, RISCHIO SPOILER!!!!!!!
    Bella recensione, comunque aggiungerei anche il «dettaglio» che il finale, ahimé, comincia a immaginarsi verso la metà del film. A 20 minuti dalla fine è una certezza. E quando lo vedi, dici: «Bè, non è poi un finale originale, in fondo un sacco di film hanno giocato l’arma del “non ti lascio nulla di definito” prima di questo». Giusto per citarne uno «Ronin».
    Quando poi i registi torneranno a fare film lunghi meno di due ore e mezzo, quello sarà un bel momento.

  2. lucagrasselli scrive:

    In realtà, avevo tralasciato di dire che speravo tantissimo in un altro finale: un finale che in qualche modo il film lascia aperta, come possibilità, ma solo in un timido accenno che rimane poco più che un divertissement, una pennellata decorativa.
    E’ uno dei casi in cui mi chiedo se effettivamente il regista avrebbe voluto un certo finale e questo non gli sia stato imposto dalla produzione. Anche perché tracce del “mio” finale, qua e là nel film, si avvertono…

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