Se la bussola è Rosy

29 settembre 2010

 

Ma il PD “dice qualcosa di sinistra” o no? Si rende davvero conto del pericolo che Berlusconi costituisce per la democrazia? Il PD vuol essere davvero un’alternativa alla destra? Si comporta di conseguenza, sia nei programmi sia nei comportamenti? E cerca di unire il centrosinistra in modo responsabile?

Quante volte ci hanno fatto queste domande. Non solo persone critiche e deluse del PD o che rimangono sulla soglia: anche tanti elettori e militanti. Anzi, diciamocelo pure: queste domande, non ce le siamo forse fatte tante volte anche noi?
Penso che sia questo il motivo per cui Rosy Bindi è così popolare e stimata: sia nel PD, sia – forse perfino di più! – tra molte persone di sinistra che invece il PD non lo vedono di buon occhio. Una popolarità e una stima che va ben al di là del peso materiale della “componente” bindiana: una piccola minoranza, che all’ultimo congresso ha seguito la Bindi all’interno della mozione Bersani.
Una posizione comoda, forse, se l’obiettivo fosse solo sopravvivere e guadagnarsi qualche scranno e un po’ di visibilità, pur sgomitando tra più robusti e agguerriti “soci di maggioranza”.
Una sfida difficile, invece, nel momento in cui ci si prefigge di contribuire significativamente alla linea politica del partito. Anzi – come recita il documento elaborato in vista dell’appuntamento di Milano Marittima dello scorso week-end – “un contributo essenziale per mettere il PD sulla strada giusta”.

In che misura questo obiettivo è stato raggiunto? Da “bindiano eretico” (nel senso esclusivo che all’ultimo congresso provinciale di Bologna ho scelto di seguire un’altra strada) mi sembra di dover riconoscere che in più di un caso è proprio Rosy Bindi che ha saputo correggere la “linea” del PD, verso posizioni che tengono maggiormente in conto sensibilità molto diffuse sia nella base del partito, sia al suo esterno. Alcuni esempi? Le primarie in Puglia (la Bindi non riuscì invece a imporle in Lazio), la posizione sul No-B Day, quella sul referendum sull’acqua. Episodi inseriti in un quadro generale molto preciso, i cui risultati, in quel documento, vengono rivendicati nero su bianco.
Un elenco di punti di cui Rosy Bindi e i suoi non possono essere considerati gli unici portabandiera, ma che nel suo complesso costituisce un insieme abbastanza impressionante. Eccoli.

1) “La ripresa del progetto dell’Ulivo”. Che è “progetto e … soggetto portante di un nuovo centrosinistra organico e strategico”, basato su “un patto impegnativo su un progetto … chiaramente di centrosinistra e con comprovata cultura di governo”. Un soggetto che può allearsi con forze centriste (e qui evidentemente si paga un decisivo pegno alle posizioni dalemiane), forze che però “si considerano e sono distinte dal nucleo dell’Ulivo” (e qui invece si segna punto rispetto alla posizione di Letta).

2)”La difesa attiva e creativa della democrazia costituzionale”. Affermazione “pesante” che però si risolve in due punti concreti molto seri: a) ”l’individuazione di un preciso limite alla disponibilità del PD a discutere di riforme costituzionali”, contro “aperture imprudenti e illusioni” verso il centrodestra (manifestatesi in più parti del PD); b) “l’idea di un’alleanza democratica e costituzionale … come risposta all’eventuale precipitare di una situazione che mettesse in serio pericolo la nostra democrazia costituzionale” (e qui bisogna riconoscere, accanto a qualche ambiguità, una certa convergenza anche con sensibilità proprie, per esempio, di Franceschini).

 3) “La sottolineatura del carattere nitidamente alternativo al centrodestra sul piano ideale e programmatico.” Si individua il PD come “partito del lavoro”, per un “riformismo forte”, anzi, “audace” che non si risolva “in ricette culturalmente subalterne a quelle del centrodestra”, ma che si ponga “l’obiettivo si di uscire dalla crisi economica superando le iniquità e le distorsioni di un modello di sviluppo che ha allargato la forbice tra benessere e povertà nel mondo, in Europa e in Italia.” Si tratta, possiamo dirlo, di parole coraggiose, nella misura in cui nell’Italia del 2010 è coraggioso usare la parola “uguaglianza”. E dell’attacco più duro a Veltroni e al “discorso del Lingotto” – esplicitamente nominato –: ma anche a un riformismo da New Labour spesso vagheggiato anche da D’Alema.

4)La difesa del bipolarismo”. Qui i bindiani rivendicano il successo dell’approvazione netta, nel PD, dell’idea di “una legge elettorale di impianto maggioritario e imperniata su collegi territoriali”. Tanto che ci si permette anche una stilettata a chi, nel partito, continua sui giornali a propugnare altri possibili modelli facendo finta di niente.

5) L’“impegno per la trasparenza e la legalità dentro il partito e le istituzioni.” “L’alternativa radicale al berlusconismo deve manifestarsi anche e soprattutto su questo punto”, recita il documento, che non risparmia un attacco molto duro al comportamento del PD siciliano.

Ma quello che ho apprezzato di più in questo documento è la sofferta ma serena ammissione finale. Ve la riporto quasi per intero.

“Onestà intellettuale esige che, pur in un quadro che ci conferma nella bontà delle nostre scelte congressuali, si segnali un punto di sofferenza: quello dell’incompiuto carattere plurale del partito. Non è problema ideologico ma di organizzazione e di quotidiana pratica di partito. In forza di una sorta di istinto e di familiarità di relazioni e di linguaggi stratificatisi nel tempo, la vita del partito al vertice e in periferia ancora sconta una sorta di inerziale continuismo, un deficit di apertura e di pluralismo culturale. Non è un problema di organigrammi ma di natura e cultura di un partito nel quale ci si sta “uti singuli” e “da democratici”, non in nome di appartenenze pregresse. Ove l’identità politica comune coincide con il progetto di oggi e su domani. La pluralità deve essere immanente all’identità democratica. Essa va rispettata e valorizzata. L’opposto della logica spartitoria della quote, ma l’opposto anche di una forzosa ‘reductio ad unum’.

Un bel punto, di quelli “tosti”, da cui ripartire. Per una nuova sfida.

 

[Il testo integrale del documento di cui si parla nell’articolo è qui.]

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La materia dei sogni

27 settembre 2010

Sono della stessa materia di cui sono fatti i sogni“, recita – saccheggiando Shakespeare – un recente slogan di un’auto sportiva. Non so bene quale sia la materia dei sogni, ma forse è questo il problema che rende un film come Inception non completamente convincente.

Intendiamoci. E’ un film gradevole, nonostante le lentezze dell’ultima parte (dopo due ore di film sarebbe meglio sveltirlo, il ritmo, non l’opposto). Un film suggestivo, ben congegnato, che riesce a creare un mondo parallelo originale e sufficientemente attendibile per ambientarvi scene d’azione di tutto rispetto, a ritmo serrato (nonostante quanto appena scritto, il montaggio è magistrale), credibili e godibili. E Di Caprio rimane molto convincente, e molto adatto al personaggio all’interno di un cast piuttosto scialbo (bravo Watanabe, bravina la Page, non male Gordon-Lewitt; a Caine spetta solo un cameo). Sono uscito senza l’impressione che avessimo sprecato i nostri euro.  
Ma la materia di cui sono fatti i film d’azione non può essere la stessa dei sogni. Nolan ha creato “sogni” ricchi di architetture perfette, di panorami maestosi, che fanno da scenario mirabolante a vicende adrenaliniche perfettamente concatenate. La magia e la sovrabbondanza degli effetti speciali dà risultati eccellenti. Ma sono sogni finti, stabili e nitidi come pietra. Freddi, di plastica. I sogni di un architetto (un termine che ritorna nel film), o di uno standista del Cersaie, che si sono addormentati sul lavoro.

Intendiamoci: non è un banale difetto. Nella trama la cosa è perfettamente spiegata in modo coerente: si parla di sogni non solo condivisi, ma abilmente costruiti e indotti artificialmente nella mente di chi sogna. Tutto fila, senza che si debba troppo perdonare alla sceneggiatura, almeno per non più che in un buon film di fantascienza. Ma chi spera di ritrovare nel film una rappresentazione dei nostri sogni è destinato a rimanere deluso. Non si trova traccia della loro deliziosa inverosimiglianza, del loro libero e incurante trascolorare di scenario in scenario: praticamente non è rappresentata la labilità, l’elasticità della struttura di un sogno, l’incoerenza dei tempi e del rapporto di causalità, il mutare continuo delle persone, delle cose, degli stati d’animo delle leggi fisiche. Se questi sogni riproducono creatività e fantasia, è quella di un computer di ultima generazione: non quella sfrenata, spudorata, gioiosa o angosciata del bambino che sogna in noi. E infatti viene inevitabile – perfino in certi paesaggi, atmosfere, ma anche in riconoscibili espedienti narrativi – il paragone con Matrix, troppi anni dopo Matrix
I nostri paesaggi mentali restano inviolati: dopo essersi lasciati intravedere da poeti, psicologi, pittori e scrittori aspettano ancora il loro regista. Se lo troveranno, non sarà Cristopher Nolan.

[Visto al Medica Palace – Bologna, venerdì 24 settembre.]


Prove tecniche (e politiche) di linking

24 settembre 2010

Da Mauro Zani (se qualcuno non sa chi è, chieda in casa o vada su Wikipedia, non prima d’aver fatto ammenda, diciottenni compresi) parecchie cose mi dividono – oltre, è ovvio, alla sproporzione di “stazza” politica. Diciamo che siamo su due coordinate parecchio diverse, e non solo per provenienza.

Forse, allora, all’interno di questa diversità, può interessare a qualcuno misurare le convergenze e le divergenze, anche se all’interno di uno scambio di pareri molto occasionale e molto parziale (e per quanto riguarda la mia parte, anche approssimativo), nato riflettendo sul documento di Veltroni e da quello precedente dei cd. “giovani turchi”.

Il discorso sul “riformismo vaporoso che svanisce in niente” mi ha aiutato anche nel rileggermi, oggi, il fondo di Luca Ricolfi, citato anche da Civati (guardare anche i commenti!) – che mi ha stupito parecchio, visto che Civati mi è sempre sembrato uno ricco di contenuti a un tempo innovativi e di sinistra (ma ultimamente sembra andare un po’ a caccia di tutto ciò che non va, in modo non sempre coerente).

Anche perché Zani mi sembra un eccellente rappresentante di quella sinistra emiliana che di tutto potrà essere accusata, men che di eccessivo idealismo e di scarsa aderenza pragmatica alle cose.

In realtà la mia paura è sempre che, di riformismo in riformismo, quando in Italia ci sarà finalmente una destra decente, democratica, europea e non populista, la scopriremo più a sinistra di noi.

Sarà per questo che mi era piaciuta parecchio anche l’intervista della Bindi al Corriere, non per i rudi personalismi contro Veltroni (in qualche modo in Direzione si è scusata lei stessa, mi pare) ma per il giudizio su quello che del discorso del Lingotto non aveva mai convinto fino in fondo neanche me, pur così forte assertore (e, in questo, agli antipodi di Zani) della necessità del PD.

Poi passo al cartaceo (in un contesto, diciamo così, privato) e mi leggo l’intervista a Ken Follett sul Venerdì di Repubblica, con quella chiusa implacabile: “Siamo seri, Berlusconi è molto buffo… ma il vero problema in Italia è un altro: il fallimento della sinistra“.
Splendida conclusione “ad anello”, visto che Follett è sempre stato vicino al New Labour di Blair, di cui Zani parla – sia pure per criticare d’Alema – con grosso sdegno.
Ma si capisce perché io sono ancora qui a cercare di raccapezzarmi, di link in link.

Aggiornamento: appunto.

Aggiornamento: nei commenti, una nota di Mauro Zani.


Vecchi tempi

24 settembre 2010

Cinque anni fa, il 24 settembre del 2005, ancora non conoscevo quella che sarebbe stata mia moglie. Da buon co-co-pro, per l’azienda per cui ora lavoro compilavo indici e traducevo sinodi dallo studiolo di casa in via Venturi, scendendo e risalendo a orari improbabili.

Un po’ più in là, George W. Bush aveva iniziato il secondo mandato e l’alluvione stava spazzando via New Orleans e la sua popolarità; Barack Obama era ancora il “senatore junior” dell’Illinois. I soldati italiani erano ancora, e ancora morivano, in Iraq. Benedetto XVI era ai primi mesi del suo pontificato, mentre mezza Italia leggeva Il Codice Da Vinci.

Quelli che erano ancora i DS e la Margherita, insieme agli altri partiti di quello che era ancora il centrosinistra, erano in piena campagna per le primarie (le prime primarie) che avrebbero portato Prodi alla seconda, benché effimera, vittoria su Berlusconi.

Carlo Azeglio Ciampi percorreva gli ultimi mesi di presidenza. A Bologna era sindaco da un anno Sergio Cofferati, a Bazzano Renato Baioni (e Rifondazione era ancora in maggioranza).

Si stava terminando la costruzione della nuova palestra, stava per aprire la Libreria Atlante e c’era ancora l’Angela all’Osteria di Porta Castello. E ci si trovava più spesso lì che su Facebook, un po’ perché non sapevamo ancora che cosa fosse Facebook, un po’ perché quei vini e quelle serate ce li ricordiamo ancora.

Di parecchie di queste cose, da allora in avanti, avremmo parlato su Pentagras.

(Il 24 settembre di 26 anni fa, nel 1984, entrava in casa nostra – in via Termanini – una gattina. Era spaventata e miagolava in continuazione, tanto che di lì a poco le avremmo dato il nome di Migneu. Avevo nove anni, e questa è un’altra storia.)


Ci vediamo venerdì 24

15 settembre 2010

 

Dal 24 settembre ritorno a occupare il mio posticino nella blogosfera: ritorno a occuparmi di Pentagras. L’occasione è il quinto compleanno del blog (sì, i bambini che mentre aprivo Pentagras mettevano piede al nido ora sono appena entrati in prima elementare). Il tentativo è quello di avere più dinamismo e più interattività: più post, più contenuti, più link, maggiore facilità di ricerca. Senza nessun’altra pretesa, come in questi anni, che mettere i miei “due centesimi” a disposizione di chi avrà la pazienza e la curiosità di leggere: un piccolo capannello virtuale nella grande piazza di internet, come quelli che si formano a Bazzano al mercato del sabato mattina. E proprio come quelli, aperto a bazzanesi e non bazzanesi, per parlare di Bazzano ma non solo. Vi aspetto.

A presto!

Luca

 
N.B. Vi informo anche che è ritornato online il sito “storico” www.pentagras.it. Per chi vuole andare a vedere quello che ci siamo scritti dal 24 settembre 2005 al 24 dicembre 2008.


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