La mappa della fede (in Valsamoggia)


 

Un interessante volume che è stato recentemente presentato in un convegno a Crespellano cerca di descrivere lo stato delle istituzioni della Chiesa nel nostro territorio. Una sezione del libro è dedicata alle valli del Samoggia e del Lavino. Un intento lodevole, una giusta impostazione metodologica: si prende le mosse dall’analisi delle principali dinamiche sociali e geografiche (per esempio la distribuzione dei centri abitati, delle attività industriali e commerciali ma anche culturali e ricreative, i flussi di trasporto, l’età della popolazione e la crescita – o il calo – demografici, l’immigrazione, ecc.) per poi incentrare specificamente l’attenzione sui centri di attività religiosa (edifici di culto, centri e servizi parrocchiali, ecc.).

Accanto ad alcune imprecisioni ed errori non da poco (per esempio, tra le chiese di Bazzano non viene considerato l’oratorio di piazza!) e ad aspetti che potrebbero essere rivisti (per esempio, non si prende in considerazione la presenza e l’attività delle comunità di religiosi e religiose), l’opera è un interessante tentativo di studiare, in modo scientifico, la configurazione della Chiesa sul territorio: ovviamente quella “umana” e “visibile”, che per molti aspetti si relaziona (con influenze reciproche) all’organizzazione civile, economica, sociale, amministrativa.

Nei secoli l’organizzazione ecclesiastica del nostro territorio ha subito mutazioni profonde: basti pensare a quando, accanto a una distribuzione capillare delle chiese – e dei sacerdoti – in ogni piccola località della nostra campagna, l’unità più importante era costituita dalla “pieve”, che raggruppava un territorio abbastanza ampio e accentrava alcune funzioni di rilievo: per esempio, è nelle “pievi” che – fino all’inizio del XX secolo – venivano battezzati i bambini.

Attualmente, come il volume descrive bene, solo le parrocchie maggiori, corrispondenti ad alcuni dei centri abitati più importanti (per esempio: Bazzano, Crespellano, Calcara, Monteveglio, Calderino, Monte San Giovanni…) riescono a svolgere efficacemente tutte le funzioni che consentono a esse di essere veramente un centro della vita religiosa, un punto di aggregazione e attrazione dei fedeli. Secondo gli autori del volume, invece, in parte del territorio collinare – che comprende molti centri sparsi, ma anche paesi come Castelletto e San Martino in Casola, che hanno avuto un grande aumento della popolazione negli ultimi anni – le parrocchie riescono a svolgere solo funzioni più ridotte e insufficienti. Ciò favorisce fenomeni che tutti conosciamo, come la frequentazione di parrocchie diverse dalla propria, a volte anche piuttosto lontane; ma sicuramente incide in modo negativo sulla capacità pastorale, nonché missionaria, della Chiesa.

È uno squilibrio notevole, che la “pastorale integrata” deve riuscire a sanare e non solo a mascherare. Come garantire – all’interno di un processo di diminuzione dei sacerdoti disponibili, oltre che dei fedeli, ma anche di ridistribuzione complessiva della popolazione – una presenza cristiana sui territori a insediamento sparso ma, al tempo stesso, dare la possibilità di una vita parrocchiale e di un’aggregazione “vera” ai bambini e ai giovani, ma anche agli adulti e agli anziani di tutti i nostri paesi e delle nostre campagne?

Una risposta a La mappa della fede (in Valsamoggia)

  1. GOCCE scrive:

    Il Convegno di cui parli non si è tenuto a Crespellano (che mi risulti!), ma a Zola Predosa. Per il resto OK. Il volume è piuttosto deludente nell’analisi storica e sociologica. Molti dati, a volte imprecisi, ma poca analisi.

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