Un Occhio( per nulla )cupo su Bazzano! Intervista al nuovo presidente di Solidarietà Impegno

25 maggio 2012

Inizia ¡EquoLibre! Domenica 27 alle ore 18, all’Osteria Porta Castello, inizia una serie di aperitivi a base di prodotti equi e solidali, promossa in collaborazione con Solidarietà Impegno, l’associazione bazzanese che dal 1993 si occupa di promuovere stili di vita sostenibili. Qui c’è la pagina Facebook dell’associazione, qui quella di ¡EquoLibre!

Recentemente Solidarietà Impegno ha rinnovato le proprie cariche direttive e ha nominato il suo nuovo presidente: Sem Occhiocupo. Abbiamo colto l’occasione per intervistarlo.

Caro Sem (sì, con la “e”), congratulazioni e in bocca al lupo per questa nomina a presidente… ma soprattutto per il tuo matrimonio ormai imminente con Alessia! E’ tutto pronto?

Crepi! In effetti, è un periodo denso di novità e di impegni. Abbiamo cercato un matrimonio che fosse prima un impegno con Dio e poi una grande e semplice festa con i nostri amici: questo ci ha permesso di vivere i preparativi con un pò di serenità, anche se le difficoltà per una cerimonia che cerca di allontanarsi dall’industria dei matrimonifici sono impensabili! Ovviamente parlo così perchè la maggior parte dell’organizzazione ricade su Alessia… ecco perchè io sono sereno!

 Sappiamo che tu e Alessia non siete originari di qui. Qual buon vento vi ha portato a Bazzano? Bazzanesi per caso o per scelta?

All’inizio, per caso. Siamo arrivati per lavoro a gennaio del 2011 e abbiamo deciso di cercare una casa nella vallata. A Bazzano c’era un’opportunità, e - a una prima occhiata – il paese ci sembrava carino. Solo in seguito è scoppiato un amore profondo per Bazzano: la bellezza del paese e dei luoghi, la straordinaria posizione sui colli che si affacciano sulla pianura, ma soprattutto l’accoglienza delle persone, disponibili, gioviali, aperte e curiose. A Bazzano ci sono tutti i vantaggi della vita in una piccola comunità, uniti ad un modo di pensare tutt’altro che provinciale e ristretto. La verità è che a Bazzano ci sentiamo perfettamente a nostro agio, e gran parte del merito è dei nostri amici bazzanesi.

Come avete conosciuto Solidarietà Impegno? E con quali altre realtà del paese siete venuti in contatto? E in che modo? Avete trovato facile o difficile “integrarvi” nella realtà del paese e del territorio? Che cosa vi ha aiutato e cosa invece vi ha ostacolato?

Abbiamo incontrato SI in due occasioni: al Palazzetto Peppino Impastato, in occasione dell’incontro con procuratore Gratteri; in Rocca, d’estate, ad un incontro di presentazione del commercio equo e solidale. Entrambe le volte ci ha accolto Ilaria. Da lì, il Gruppo di acquisto solidale per acquistare prodotti equi; poi un paio di riunioni, quasi per caso, per organizzare la notte bianca 2011; …una cena, e il gioco era fatto.
Inoltre siamo iscritti al Gasbaz, per acquistare i prodotti locali e biologici. Io anche a Slow Food. In più, abbiamo contatti con gli Streccapògn, con il gruppo Libera Niscemi di Savignano e con Genuino Clandestino e Campi Aperti: passaparola, lavori insieme. La verità è che il territorio è in fermento e, se se ne ha voglia e tempo, c’è molto da fare. Nota da “immigrato”: in Emilia la parola integrazione non esiste; avete l’accoglienza insita nel DNA! E’ bello quando perfino gli anziani ti parlano in dialetto e danno per scontato che tu li capisca.
Ovviamente c’è qualche difficoltà, dovuta alle diverse abitudini di vita del Sud. Due esempi, che ci hanno stupito fin da subito: la casa e la piazza. Una casa del Sud ha la porta aperta: qui, ci si accoglie sul portone e, se invece ti vengono a trovare, ci si siede magari accanto alla porta, per non disturbare. Differenti concezioni della privacy! La piazza di Bazzano è bella (mi dicono che prima fosse ancora più bella); ma spesso è vuota: che strano vedere non utilizzato un immenso spazio di aggregazione!

 Dicci una cosa che ti piace molto di Bazzano e una che non ti piace per niente.

Più di tutto, mi piacciono il confine sfumato fra tessuto urbano e campagna: due spazi che si compenetrano; e la disponibilità, l’energia e la passione delle persone. Apprezzo meno la difficoltà a sostenere l’impegno e gli sforzi delle realtà espresse dal territorio: spesso ognuno rimane confinato nella propria idea, le associazioni guardano solo alle proprie attività e non si riesce a raggiungere una “massa critica”, anche solo per una dimensione operativa ottimale.

Parecchio tempo fa Pentagras ha già parlato di Solidarietà Impegno, ma in questi anni l’attività dell’associazione si è profondamente rinnovata. Come la descriveresti?

Io penso che SI abbia un obiettivo associativo molto ambizioso: lavoriamo per l’awareness raising (scusate l’anglismo, ho la mia dolce metà impegnata nella cooperazione internazionale). Cosa significa? Che attraverso le nostre attività, con cui creiamo contatti con i diversi stakeholders [e ridàgli, ndr] del territorio, cerchiamo di raggiungere un obiettivo più ampio e difficile: creare un dialogo sulle tematiche del Sud del mondo. E’, per così dire, un obiettivo di secondo livello, ben diverso da quello di ogni specifica attività.
SI sarà sempre alla ricerca delle attività giuste, in base ai singoli momenti, per raggiungere il proprio obiettivo: dinamismo e diversificazione. Sicuramente non è un’associazione noiosa o ripetitiva!

Quali sono i programmi per il futuro dell’associazione? E i maggiori problemi che essa si trova davanti?

Negli ultimi mesi abbiamo fatto un bel lavoro di sistematizzazione e di costruzione del futuro dell’associazione. è un grande regalo di Filippo. Ora il lavoro fatto va concretizzato, specificato, analizzato. SI ha bisogno di raccogliere tutte le sfide strategiche che si è posta e di lavorarci sopra. E’ vitale non lasciare a metà nessuno dei lavori iniziati, non rimanere inerti negli ambiti individuati.
Parallelamente, a livello personale, sento l’esigenza di mettere in funzione tutti gli organi dell’associazione e di creare fra i soci un flusso di informazioni e uno di responsabilità. Alcuni meccanismi, fino ad ora validissimi ma che funzionavano magari un pò casualmente sia per il numero ristretto degli associati sia perchè si sopperiva con un rapporto di amicizia, ora vanno istituzionalizzati: sarà questa una delle proposte da sottoporre al Direttivo.
Il problema maggiore di SI è la crescita, sia dei collaboratori che dei contatti sul territorio. Mi piacerebbe però che l’aumento del numero dei soci avvenisse mantenendo una caratteristica peculiare di SI: la grande varietà di competenze e di professionalità presenti. SI è sempre riuscita molto bene in quello che ha organizzato anche perchè al suo interno ha tutto: l’ideatore, il progettista, il tecnico. Questa diversificazione di competenze è un valore assoluto, sia per l’associazione, sia perchè permette di valorizzare tutti.

Chi è potenzialmente interessato alle attività dell’associazione? Come potrebbe partecipare? E quali altre realtà di Bazzano e del territorio circostante potrebbero collaborare?

Questa è una domanda molto complessa, la cui risposta può essere trovata solo dopo un gran bel lavoro di analisi. Ragionando per assurdo, lo scopo ultimo della nostra associazione è di non esistere più: se il commercio equo diventasse una parte importante degli scambi commerciali, se i consumatori diventassero, come si suol dire, ”consum-attori”, non ci sarebbe bisogno di SI. Bisogna coinvolgere non solo chi ritiene necessario un mondo più giusto nei rapporti nord-sud, ma anche chi si sforza di capire la realtà che lo circonda. Una task force composta da giovani, famiglie, mamme, nonne! Tutti a dare il loro contributo ad organizzare le diverse attività di proprio interesse che, come già detto, sono soprattutto un mezzo per creare consapevolezza. Non dobbiamo porre nessun limite alla nostra immaginazione di coinvolgere le persone.
Per quanto riguarda le collaborazioni, io ho una visione molto personale e devo ancora capire se può essere valida per SI, parlandone all’interno dell’associazione. Rilevo che nei prossimi anni il WFTO ha centrato il proprio lavoro sull’agricoltura (il giorno di apertura è stato il 12 maggio e una delle prime manifestazioni è Terra Equa a Bologna [ndr: la manifestazione inizia domani, sabato 26! il programma è qui]), che l’agricoltura è al centro di un aspro dibattito a livello planetario ed è uno dei principali strumenti per raggiungere alcuni degli “Obiettivi del millennio”, di cui si parlerà a Rio+20; più vicino a noi, le nostre terre sono a prevalente vocazione agricola e alcune delle più importanti associazioni del territorio operano in questo ambito. Direi che ce n’è, da lavorare!

 Lavori presso l’Unione dei Comuni. Cosa pensi, come cittadino, del recente progetto di fusione dei Comuni lla Valsamoggia?

Inizio con una banalità: se qualcosa viene fatta per bene, funziona; altrimenti, no. Quindi, al di là del “marketing” dei partiti, delle discussioni “bloccate” e delle strategie dei rispettivi schieramenti, io penso che un buon progetto di fusione possa funzionare. Quello che abbiamo a disposizione adesso, è oltremodo lacunoso. Rilevo che mentre, ai prossimi referendum, i cittadini vorrebbero andare a votare pienamente informati e su un progetto compiuto, in realtà è vero esattamente il contrario: la politica appronterà un progetto concreto solo dopo aver avuto l’avallo dei referendum. In effetti, conviene iniziare a parlare di come realizzare la fusione, e di discutere nel merito dei singoli aspetti. Personalmente, molte soluzioni prospettate (e non) meritano ben più di un approfondimento: è probabile che i cittadini, alla fine, voteranno chi fornirà le soluzioni più chiare, semplici ed efficaci, e volteranno le spalle a chi si ostina a creare soluzioni bizantine per incapacità, per volontà di non decidere o semplicemente per forma mentis.


Il PD, qui, adesso. Voci dalla rete

23 maggio 2012

Stavolta nessuna “parola mia”. Sulle ultime elezioni amministrative, e su quel che c’è da fare, riporto solo un po’ di impressioni – più o meno “autorevoli”, per quel che conta -, naturalmente con un occhio particolare all’Emilia-Romagna, ma non solo.

Partirei dall’ottimo riassunto di Luca Sofri, secondo cui «Tra il PD “istituzionale” e quello sovversivo, vince il secondo» (poi Sofri dice anche qualcos’altro, qui. Un monito per tutti, specie per noi in Emilia-Romagna. Dice cose simili anche Giuseppe Civati: “Il Pd dove si apre alla partecipazione ed esprime un profilo di governo, serio e competente sotto il profilo amministrativo, in queste condizioni non ha rivali. Quando sa interloquire con il civismo e con la spinta che proviene dal basso, in questo momento, è letteralmente imbattibile.
Speriamo sappia far tesoro, però, di quella che è prima di tutto un’opportunità che si apre, non una partita che si chiude”.
Civati offre poi (qui) un’ottima analisi di com’è andata la vittoria in Lombardia – in cui ha avuto qualche parte. E dice anche alcune cose piuttosto energiche, qui. Un’analisi notevole, in particolare del successo del Movimento Cinque Stelle al Nord, è anche quella del bravo Stefano Catone, qui. Mentre un commentatore ricorda che «Alle politiche del 2008, nel solo Comune di Parma, il PD ha preso 47.153 voti, contro i 28.498 (di lista) delle regionali 2010 e i 17.472 (di lista) di queste comunali».

Anche Debora Serracchiani dice chiaro e tondo che «il risultato di Parma… offusca ogni altra vittoria del Pd. … Se la credibilità di una leadership politica si rivela nel percepire e nell’accompagnare i mutamenti e i bisogni della società, per Bersani questo è il momento di dimostrare che il Pd è all’altezza delle vittorie e impara sul serio dalle sconfitte. Dopo Parma, il motto “rinnovarsi o morire” non è una critica alla segreteria ma una proposta concreta» (qui l’intero – breve – post).

Un tema che svolge con nettezza anche il nostro vicino di casa, Loris Marchesini, da Anzola: abbiamo vinto, sì, ma «con molti “se” e molti “ma”»: «abbiamo vinto perché si sta chiudendo nel modo peggiore per loro la stagione del centro-destra… abbiamo vinto dove abbiamo saputo esprimere il meglio delle candidature attraverso le primarie, abbiamo perso dove non le abbiamo sapute gestire ed abbiamo presentato candidature usurate (Parma) o rampanti (Palermo)…  abbiamo ancora una estrema lentezza, fino all’arroganza, nel procedere nel cambiamento necessario, nel virare il timone nella direzione giusta». Il resto qui.

Anche il segretario del PD di Bologna Raffaele Donini dice che «O si cambia, o si muore», anche se nella sua intervista di oggi (qui) sembra proiettare questa necessità di cambiamento più su Roma che sul nostro territorio.

Ma l’intervento più inquietante sulle possibilità di cambiamento nel PD è quello di Paolo Cosseddu: “E’ la regola dell’hully gully: se prima eravamo in dieci a ballare l’hully gully, adesso siamo in nove a ballare l’hully gully. Di cui otto dalemiani, però“.  Premunitevi contro la depressione, ma leggetelo assolutamente fino in fondo: qui.

Spostandoci di poco, dice parole brusche - beneficamente scomode – anche Francesco Costanzini da Sasso Marconi: «Caro PD, impara a gestire il dissenso, impara a non pilotare le scelte della gente e a fare primarie vere in ogni luogo. Non ha senso giocare a screditare l’avversario, piuttosto non permettere ad altri di cavalcare quelle che dovrebbero essere le tue battaglie ma che forse sono sopite chissà dove. Il consenso storico finirà, è destinato anagraficamente ad esaurirsi, pertanto è bene tornare a far politica con le passioni dei tempi che furono, tra la gente, con la gente, dal basso. Con trasparenza.
La credibilità la si ottiene agendo in modo democratico in ogni sede, senza collusioni col Potere. La coerenza in tutto ciò che si fa è una carta al tornasole, non si può pensare di proporsi come novità se la gente è la stessa, se le voci fuori dal coro vengono isolate, se non si pratica la democrazia dal basso, se non si rinuncia ai privilegi, se si lotta per le stesse poltrone da decenni.
La gente ha bisogno di tornare alla vera politica, a quel sistema che faceva sognare e che permetteva di amministrare la cosa pubblica in modo onesto, trasparente e per il bene comune. Berlusconi ce lo siamo “meritati”, ora il Paese ha bisogno di rigore da parte di tutti, chi è in Parlamento per primo deve dimostrare equità e di lavorare per la gente, per i lavoratori difendendo i diritti e aiutando i deboli anche rinunciando ai propri iniqui privilegi.
Bisogna imparare a considerare l’avversario in modo più sereno, bisogna imparare a leggere le sconfitte ed imparare dagli errori. Ci vuole un’assunzione di responsabilità, non processi pubblici ma essere capaci di avere coraggio e mettersi da parte quando si capisce di aver sbagliato! Solo così si conquistano le persone e si vincono le elezioni e si ben governa. Altrimenti si resta al palo sino a quando ci si riuscirà, prima di essere spazzati via e col tempo… sparire!»

Una riflessione molto originale e personale è quella di Roberto Balzani, sindaco di Forlì: «La lezione di Parma, pur al netto di tutte le complesse variabili locali, che non e’ sempre facile decifrare per esterni al contesto, e’ chiara: per una quota importante di elettorato, il ceto politico e’ un’oligarchia impermeabile e senza colore, assolutamente intercambiabile. E per questo solo fatto – che si tratti di governo o di opposizione “tradizionali” – da rifiutare in blocco. Ma sarebbe un errore pensare a un po’ di maquillage della comunicazione per ristabilire il contatto: il problema e’ più radicale e profondo e, a mio modesto avviso, riguarda in primo luogo le motivazioni per cui ciascun amministratore sceglie di fare politica. Cosa mette sul piatto? Cosa sacrifica, di se’ e della sua vita, per essere credibile (questione prioritaria rispetto ai risultati, che sono ovviamente interpolati da infinite casualità)? La selezione – anche nei partiti “tradizionali” – non può eludere questo nodo esistenziale: altrimenti cadiamo nella solita retorica dei valori e dei buoni proposti. Dei quali la gente e’ giustamente stufa. Cosa perdi per esporti tutti i giorni al giudizio dei tuoi concittadini? Su questo terreno si misura il tuo coraggio, la tua volontà di connettere pensiero e azione, infine la tua libertà

Da Lugo, Serena Fagnocchi ammonisce: «I voti non sono di proprietà dei partiti.  I cittadini votano le persone non i partiti. I candidati devono essere seri, credibili e nuovi. E se qualcuno pensa che il vuoto politico lasciato dall’astensione enorme non verrà colmato in un anno, e che basterà tenere la rotta con pochi aggiustamenti, assisterà alla riedizione della “gioiosa macchina da guerra”, temo (tanto ad essere chiamata Cassandra, rompicoglioni e inesperta ci sono abituata)».

Lascerei la parola riassuntiva al consigliere regionale PD Thomas Casadei: «Assai preoccupante il crollo della partecipazione; crollano Lega e PDL – ovvero chi ha dominato la scena nella “seconda repubblica”; ottima affermazione del PD e del centrosinistra unito e aperto a istanze civiche in tutta Italia – con successi eclatanti in territori ove da decenni aveva governato la destra (98 comuni sopra ai 15 mila abitanti saranno governati dal centrosinistra; 44 dal PDL); il …”terzo polo” è uno strano miscuglio che si muove in modo molto variopinto e senza grandi successi (peraltro in vari casi alleato della destra); in Emilia-Romagna – dato su cui riflettere con umiltà e serenità, ma anche molto coraggio, è eclatante il successo del Movimento 5 stelle a Parma e Comacchio (e per poco abbiamo “salvato” Budrio): derubricarlo a successo “per i voti della destra” non aiuta a comprendere il fenomeno e rischia di essere fuorviante. Dove il Pd e il centrosinistra hanno espresso spinta verso il cambiamento e programmi e candidati innovativi (a prescindere dal mero dato anagrafico) hanno vinto, dove hanno intrapreso altre vie … no. Abbiamo pochissimi mesi – un lampo – per presentare un’alternativa radicale e credibile alla crisi del sistema. Una sfida straordinaria che richiede, da subito, alcune azioni concrete [segue].»

Ecco: il post finisce così, con un “segue”. Tutto dipende da come lo riempiremo, ciascuno per la propria parte.
Per Bazzano cercherò di buttar giù qualcosa anch’io. Datemi tre-quattro di giorni di tempo.


Come ti censisco l’immobile (sfitto)

16 maggio 2012

Sabato 12, al banchetto organizzato dal Comitato Bazzanese Ambiente Salute, ora Onlus - del quale in passato condiviso alcune battaglie, non tutte -, ho aderito alla campagna di Salviamo il Paesaggio – Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio per chiedere la realizzazione di un censimento degli immobili sfitti o non utilizzati in ogni comune d’Italia.

Non so se piani urbanistici “a crescita zero” (o meglio, a “consumo zero” di territorio) siano a portata di mano, soprattutto non credo che siano un obiettivo generalizzabile in ogni situazione. Ma sicuramente rendersi conto della quantità di edifici già costruiti ma non (non più, o forse mai) usati nel territorio è un fattore importante che dovrebbe aiutare a stabilire il reale fabbisogno di edifici nuovi, contribuendo a evitare la creazione di piani regolatori con espansioni ulteriormente sovradimensionate. Un censimento servirebbe inoltre a stimolare soluzioni per tutti quei casi – e la sensazione è che siano molti – in cui la percentuale di abitazioni e edifici produttivi inutilizzati è decisamente superiore al fisiologico (anche se il potere d’intervento dei Comuni è limitato).

Per chi fosse interessato, il link è qui.


La giornata di uno scrutatore

10 maggio 2012

Le elezioni amministrative hanno fatto tornare d’attualità, come accade sempre, la questione della lentezza  con cui in Italia si ottengono i risultati del voto. Il tema è vecchio e naturalmente ha molto a che fare col modo in cui sono organizzate le operazioni: con la distribuzione dei seggi, con le procedure, coi loro tempi, con gli imprevisti, col funzionamento ufficiale e quello ufficioso. Chi ha fatto lo scrutatore queste cose le conosce tutte, gli altri ne conoscono molte ma altre no, o le conoscono diverse da come sono in realtà.

Questo articolo prosegue su Il Post.


Per contrastare il populismo, un PD più credibile e più aperto

21 aprile 2012

Questo è il testo del mio intervento alla Direzione Provinciale del PD di lunedì 16 aprile.

Caro presidente, caro segretario, cari colleghi,
…dobbiamo essere un po’ meno cari!

L’attuale congiuntura, nella quale il PD sostiene, doverosamente, un governo impegnato in un difficile e necessario sforzo di risanamento, ma che non pare ancora avere imbroccato compiutamente la direzione della crescita, in particolare nel ridare potere d’acquisto alle famiglie delle classi medie e medio-basse (che ritengo condizione imprescindibile per superare la crisi), costituisce inevitabilmente il brodo di coltura per un populismo che si esprime in varie forme ma nel quale è facile riconoscere alcuni tratti comuni.
Nel momento in cui la Lega Nord riceve un colpo molto pesante, i partiti tradizionali risultano spaventati dal movimento di Grillo. Ma occorrerà ricordare che c’è in giro ben peggio di Grillo: parlo, ad esempio, delle forze organizzate basate su un populismo di estrema destra (analoghe a quelle che in svariati paesi d’Europa hanno un forte successo elettorale), ma anche semplicemente – a livello individuale – di quella diffusa apatia, di quel disinteresse che si fa disfattismo, e anche di un antagonismo antisistema, magmatico e potenzialmente pericoloso.

Tantopiù, ritengo, occorre che il PD presti un’attenzione particolare a quelle forze politiche che – è vero – non di rado appaiono indurre a toni e argomenti populisti; ma che tuttavia sono impegnate, nei fatti, a contenere quel tipo di spinte e convertirle in forza propulsiva di governo, come nei fatti avviene in centinaia di amministrazioni locali che governiamo insieme – a cominciare dalla nostra Regione, dalla Provincia e dal Comune di Bologna.

Un ragionamento in parte analogo può essere svolto anche in riferimento alle liste civiche particolarmente diffuse in alcuni territori della provincia. Non è difficile vedere in esse, spesso, toni accesi, attitudine polemica e anche atteggiamenti pregiudiziali contro il PD quando non, in generale, contro i partiti e la politica stessa. Tuttavia, in molti casi, possiamo altresì riconoscere al loro interno lo sforzo di produrre idee e proposte, un forte impegno rivolto alla partecipazione e al coinvolgimento dei cittadini e, a volte, anche l’assunzione (benché non semplice e contrastata) di posizioni più costruttive e responsabili.
Credo che il PD e le locali maggioranze di governo debbano assumersi il compito – non semplice – del dialogo con queste forze politiche, il tentativo di assumerle entro una logica di governo, di responsabilità, di confronto, che possa non fare a meno dei loro stimoli, non di rado di notevole interesse.

Per raggiungere questo obiettivo, va detto, occorre anzitutto a rinunciare, anche a livello locale, a comportamenti da “partito egemone”, che oggi non possono che derivare da una lettura anacronistica della realtà: per cercare piuttosto di costruire, nel segno dell’apertura, un più ampio “spirito civico”: come quello che Raffaele Donini, fin dall’ultima campagna elettorale per il Comune di Bologna, ha saputo evocare, e Virginio Merola ha messo in pratica.

Ma occorre anche essere assolutamente irreprensibili quanto a credibilità. Non è un momento facile. Sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti dobbiamo essere consapevoli che provvedimenti che possono apparire molto, molto pesanti per le casse del partito (tantopiù in una situazione di bilancio non facile anche per la Federazione di Bologna) risultano appena sufficienti per l’opinione pubblica. E’ una lama di rasoio. Siamo sicuramente consapevoli che per fare i voti occorrono anche i soldi: è quello che avviene in tutte le democrazie occidentali, e in tutte le grandi forze democratiche, Obama in testa. Tuttavia, tra le voci del bilancio 2011 del PD di Bologna, quella che penso debba destare maggiore preoccupazione è quella del tesseramento, che ci parla di un 10% di iscritti in meno. Il rischio peggiore è che – di anno in anno, di 10% in 10% – finiamo per considerare dati simili come fisiologici o inevitabili. E’ invece un andamento che non possiamo in alcun modo accettare.

 Grazie.

(Ho ricostruito il testo sulla base dei miei appunti preparatori: può quindi non corrispondere esattamente a quello effettivamente pronunciato.)


Preferirei di no: un appello sulla legge elettorale

28 marzo 2012

Il bipolarismo è l’orizzonte di riferimento in cui trova senso il progetto del PD. Ciò è vero sia nell’ottica di coalizione – quella prevalsa nell’ultimo congresso e del resto messa in pratica nelle amministrazioni di centrosinistra di tutt’Italia – sia, e anche di più, nell’ottica di “vocazione maggioritaria” e tendenzialmente bipartitista, stella polare di Veltroni dal Lingotto in poi.

La bozza di legge elettorale presentata da Violante, e a cui si ispira l’accordo di massima di ieri tra Alfano, Bersani e Casini, va in una direzione profondamente diversa. Nonché diversa dalla proposta – pure compromissoria e, va detto, pasticciata – su cui il PD aveva trovato l’accordo nell’ultima Assemblea nazionale.

Non ci si può girare intorno: prevedere un sistema di fatto proporzionale mediante il quale le forze politiche stabiliscano solo dopo il voto, a seconda dei rapporti di forza che si vengono a trovare in Parlamento, con chi allearsi – e quindi, con quale programma e quali obiettivi, indipendentemente da quelli che hanno sottoposto agli elettori – è un colpo mortale al bipolarismo. È inevitabile che piaccia a qualcuno. Anche nel PD. Ma è preoccupante che nel PD l’alleanza tra i nemici del bipolarismo e coloro che non hanno mai condiviso, evidentemente, il progetto originario del PD, risulti – allo stato attuale – vincente, non solo su quanto deliberato in ultimo dagli organi del partito, ma anche sulla stessa base che ha permesso la vittoria congressuale di Bersani, e che non contraddiceva le ragioni fondanti del partito stesso.
Ce ne sarebbe d’avanzo per chiedere la convocazione di ben più dell’Assemblea nazionale, in effetti: la preoccupazione espressa con estrema forza da Rosy Bindi (già col documento dei Democratici Davvero del 17 marzo), ma anche da Arturo Parisi, è assolutamente giustificata. Se salta il bipolarismo, il PD diventa qualcosa di profondamente diverso da ciò che è. E non è affatto detto che, nel medio periodo, continui a esistere.

Curiosamente ciò avviene dopo che sulla riforma del lavoro il PD ha trovato una notevole unità d’intenti, come non era scontato, con un equilibrio non strumentale che sembra convincere sia coloro che volentieri prepensionerebbero fin da subito il governo Monti, sia coloro che già si spingono a pensare a un governo Monti e a una “grande coalizione” anche dopo le elezioni del 2013.
Se entrambe queste tendenze – due tendenze estreme, nella sostanza, e io credo largamente minoritarie rispetto al buonsenso prevalente nel partito – si trovassero soddisfatte dell’accordo sulla legge elettorale, spero risulti chiaro a chi guida il PD che ciò significa semplicemente prevedere, senza infingimenti, che il partito si spacchi in due. E come quando si gioca con l’osso dei desideri, l’unico dubbio non è se l’osso di pollo si spezzerà, ma solo a chi resterà in mano la parte più grossa.

La legge elettorale abbozzata ieri diventa lo strumento più efficace per ottenere questo risultato. Chi la ritenesse un male minore per superare, con una visione di piccolo cabotaggio, una congiuntura non facile è invitato a riflettere sulle conseguenze pesanti che avrebbe sul medio-lungo periodo. Chi ritenesse che sia un ragionevole compromesso per superare l’attuale Porcellum – in buona fede, per ridare ai cittadini la facoltà di scegliere (anche se non è detto come!) i parlamentari; o in cattiva fede, per dare un contentino al popolo bue eliminando una fettina di posti in Parlamento ma anche il rischio, per la classe dirigente del PD, di sottoporsi a primarie per le candidature annunciate ormai con troppa solennità da Bersani (magari nella non infondata speranza di sterilizzare anche le future primarie per sindaci e presidenti di Regione): ecco, costoro e tutti tengano ben presente che, per la forza inevitabile delle cose, le conseguenze andranno ben oltre questi effetti.

 Per questo ritengo che tutti coloro che nel partito avversano questa legge elettorale, e al tempo stesso il disegno che essa favorisce, debbano mettere da parte le differenze, in particolare quelle di posizionamento e quelle che coinvolgono l’insieme delle riforme istituzionali, e porsi risolutamente di traverso. Insieme. Subito.
So bene che non è semplice mettere d’accordo chi sostiene un ambizioso superamento del bicameralismo perfetto e chi talora interpreta in modo eccessivamente difensivo la necessità di farsi garante della lettera e dello spirito della Costituzione. E chi ha idee diverse sulle prospettive del PD verso il centro e verso sinistra. Ma qui è lo stesso campo comune entro cui esplicitare queste divergenze a essere messo in discussione, e forse spazzato via. Non c’è tempo per accademismi. Chi sostiene la bozza Violante sta mettendo da parte le divergenze strategiche per segnare un punto, apparentemente “tattico”, di grande portata. Sarà meglio che chi la pensa diversamente faccia lo stesso.
Tanto per non far nomi, lo dico a personaggi del calibro di Salvatore Vassallo, alla Bindi e ai Democratici Davvero, a ciò che con Parisi resta dei prodiani, a Civati e al gruppo di Prossima Italia e a settori importanti della vecchia mozione Marino. Tutte persone che non hanno mai temuto di essere in minoranza, e di parlare con forza da posizioni scomode. Bene, anche a me non importa apparire ingenuo o fare la figura del naïf, se dico che ora non è tempo di testimonianza, né di posizionamenti. È tempo di agire insieme.


Venti corpi nella neve: una presentazione (domenica 11 con Giuliano Pasini) e una recensione (qui!)

9 marzo 2012

Ho iniziato questa recensione quando Venti corpi nella neve non era ancora un fenomeno letterario e aveva solo iniziato a scalare le classifiche nazionali e a macinare ristampe. Se no avrei dovuto elencare un motivo d’imbarazzo in più.
Bene: insieme all’autore, Giuliano Pasini, e a Mauro Pirini, presenterò Venti corpi nella neve domenica 11 (dopodomani) alle ore 18.00 a Bazzano all’Osteria Porta Castello di piazza Garibaldi.
L’aperitivo letterario è organizzato con Libreria Carta|Bianca (ringrazio volentieri Beatrice Rinaldi, Stefano Massari e Irene Bartolini, nonché Martina Suozzo di TimeCrime e le ostesse). Siete tutti caldamente invitati. 

Nel recensire Venti corpi nella neve devo confessare tre motivi d’imbarazzo. Il primo, naturalmente, la mia lunga amicizia con Giuliano (e quella, più breve ma altrettanto bella, con la cara Sara). Il secondo, il fatto che il romanzo contenga una mia poesia (che Giuliano mi chiese di scrivere per l’occasione), che a questo punto è già diventata di gran lunga la più letta di tutte le mie poesie. Il terzo: ebbi l’occasione di leggere in bozza La giustizia dei martiri, cioè la prima versione (e quindi la mia bozza era una versione primissima) di questo stesso romanzo, quella che vinse il concorso Io Scrittore (che ora vede Giuliano impegnato sul fronte dei curatori) e che poi scalò le vette (pur non impervie, in Italia) delle classifiche di vendita degli e-books.
Ammetto che avevo qualche ritrosia a cominciare la lettura, proprio perché mi sentivo legato a quella prima versione della storia. Avevo qualche timore che il laborioso editing che Giuliano aveva accettato d’intraprendere per Fanucci finisse per snaturare il romanzo che conoscevo, e che trovavo assai bello nella sua linearità, un po’ magra, un po’ legnosa proprio come i boschi dell’Appennino d’inverno. Del resto faccio il redattore e so quante nefandezze a fin di bene si possono consumare nelle case editrici: siamo capaci di “normalizzare” il talento con la stessa buona fede con cui i colonizzatori civilizzavano i “selvaggi”.

Mi sbagliavo di grosso. Evidentemente, quelli di Fanucci (che ha creato il nuovo marchio TimeCrime “lanciandolo” proprio col romanzo di Giuliano oltre che con due thriller americani) hanno saputo accompagnare l’autore nella ricerca del meglio di se stesso e di ciò che aveva saputo esprimere. Venti corpi nella neve è decisamente più solido, più robusto e “compiuto” rispetto al buon vecchio La giustizia dei martiri. Ed è un gran bel noir. Un giallo “appenninico” (l’ambientazione è sull’alto Appennino tra Modena e Bologna, le due città che la narrazione arriva a lambire) sulla scorta di Macchiavelli e Guccini: col topos del borgo montanaro, in cui l’eccesso di folklore è respinto dal sobrio benché affezionato realismo; e con tanto di memorie di guerra - la guerra: l’ultima, e in particolare la guerra partigiana (e un episodio drammatico che ricorda da vicino la strage dei boschi di Ciano) - che assumono da subito un peso decisivo. Ma con un elemento paranormale – la “danza”, singolare modalità con cui il protagonista percepisce sensazioni appartenenti alle persone coinvolte in un omicidio – che rimanda piuttosto ad altri teatri della narrativa di genere, in particolare – come altri hanno già ben potuto osservare – quello americano (Faletti è precisamente l’eccezione che conferma la regola).

I personaggi appaiono dotati di spessore: non solo quelli che presumibilmente avranno un futuro (fin dal sottotitolo si percepisce l’intenzione di una serialità) come Roberto, Alice, Bernini, sui quali il lavoro di approfondimento si percepisce a occhio nudo; ma anche quelli che popolano il microcosmo di Case Rosse. E proprio nella percezione del borgo montano Venti corpi nella neve risolve ogni residuo d’incoerenza in una ben tornita ambiguità, componendo – a mo’ di presepio vivente - un meccanismo in cui le diverse figure (con una menzione speciale per la vecchia Argia), senza ridursi né a pure funzioni narrative né a meri caratteristi, svolgono la loro parte con credibilità e naturalezza. Mentre l’autore si tiene saldamente lontano dall’oleografia, controllando in modo ferreo – o quasi – la commozione del raccontare i luoghi della sua giovinezza, la natia Zocca.

Anche la modifica di elementi macroscopici del racconto aiuta il romanzo a scorrere meglio. Vediamone alcuni. Lo “spostamento” della stele sul luogo dell’eccidio, che la fa divenire quasi una sorta di arcano menhir. L’azzeramento della “voce narrante” dell’assassino: e qui l’editing fa giustizia di una modalità narrativa suggestiva ma obiettivamente inflazionata (che ne La giustizia dei martiri era un elemento forse più ridondante che utile alla chiarezza).
La “danza”, l’elemento paranormale che era già in origine un elemento originale e distintivo del personaggio di Roberto, viene ulteriormente ampliata e valorizzata. Ad alcuni non piacerà: vuoi perché esula dall’impianto razionalistico del giallo classico, vuoi perché, per preservare il meccanismo del thriller,  queste epifanie a sprazzi, o “emorragie di coscienza” come le definisce felicemente lo stesso Serra, dovranno essere necessariamente – e quindi in qualche modo artificiosamente – selettive. Ma nessuno potrà negare che la loro descrizione raggiunga un’efficacia, una plausibilità, una naturalezza davvero notevoli, sia in sé – possiamo parlare di inserti di realismo magico, che lasciano fortunatamente implicite le pure esistenti possibilità metaforiche – sia nell’influenza di questo aspetto sulla personalità del commissario.

Tra gli elementi ricorrenti, il luogo comune dell’eroe inseguito dal destino da cui cerca di fuggire: elemento in qualche modo duplicato nella figura di Alice, ma anche dello stesso colpevole, tanto da giustificare il sospetto che si tratti di una chiave di lettura – con un’ulteriore e più profonda concessione al soprannaturale – di grande importanza per l’autore. Che se non concede via di fuga ai suoi personaggi, sembra tuttavia lasciar loro, ma non a buon mercato, una possibilità di redenzione. Come pure per quello stesso personaggio collettivo che appare essere il paese di Case Rosse.
Se il male assoluto del nazismo – che a Pasini non interessa per l’aspetto ideologico, ma come incarnazione dell’eterno prevaricare dell’uomo sull’uomo – lascia tracce profonde, forse è possibile, benché a caro prezzo, ritrovare il bandolo dell’intrico tagliente della storia, costruire faticosamente un senso, sia pur parziale, che dia ragione alla propria vita e a quelle altrui, anche quando vilipese e spezzate. Perché anche i martiri, per quanto umanamente possibile, abbiano giustizia.


Baci sui Martedì

1 marzo 2012

Settimana ricca. Appena ieri segnalavo l’articolo scritto a quattro mani con Simone Sereni e pubblicato su VinoNuovo (precisamente qui) che, come potete vedere, ha suscitato una discreta serie di commenti.

Oggi, sono lieto di informarvi che una versione appena riveduta e corretta del mio articolo sulla campagna UNHATE di Benetton e sul Vaticano, che era apparso qui su Pentagras a dicembre, è stata pubblicata sulla bella rivista bolognese I martedì, col titolo “Solo un bacio?” (pp. 44-48).
Per i fans più sfegatati (?), la rivista è in vendita a Bologna all’edicola del Meloncello (v. Irma Bandiera 26) e all’edicola Petroni (v. Vittorio Veneto 22).


Cattolici che litigano su internet

29 febbraio 2012

No, non è l’ultimo libro postumo di Stieg Larsson. E’ grossomodo l’argomento di un articolo che ho scritto a quattro mani (tre sue, una mia) con Simone Sereni e pubblicato sul noto www.vinonuovo.it, “blog collettivo su temi, problemi e storie dei cattolici oggi in Italia”: l’articolo lo trovate qui. Buona lettura!


In coda al Carnevale (una proposta)

27 febbraio 2012

Come autore della zirudella di Barbazècch (da 17 anni, stendiamo un velo sul tempo-che-passa) e come co-presentatore della sfilata dei carri (da un po’ meno, ma vabbe’) penso di essere abbastanza credibile come sostenitore del Carnevale dei Bambini di Bazzano e tutto il relativo ambaradàn: il trenino, la banda, la pesca di beneficenza, le crescentine, eccetera eccetera. Per essere più chiari, diciamo pure che lo vorrei (e lo penso) sempre uguale a se stesso, che rimpiango il vecchio Paroni Express e che ci tengo che il tasso d’innovazione non superi troppo quello – per esempio – delle nuove casse che hanno fatto risuonare potentemente per la piazza gli Abba (!), il rondò veneziano e i nostri più o meno appropriati commenti.  E del resto - anche se immagino ci siano bazzanesi che nelle domeniche di Carnevale si barricano in casa coi tappi alle orecchie o emigrano ben prima che l’orologio della Torre suoni le fatidiche 14 – sembra che la più che collaudata formula piaccia a parecchi, grandi o piccoli, bazzanesi e “forestieri”, che non cessano di affollare la piazza, nonostante le prevedibili variabili del meteo e della concorrenza dei paesi vicini.

Insomma, spero di non essere imputabile di lesa maestà del Carnevale dei Bambini se suggerisco che il Carnevale, a Bazzano, andrebbe rafforzato come festa anche “adulta”. Certo, c’è chi inizia a gustare il Carnevale da piccolo per rimanervi affezionato per sempre. Ma è anche inevitabile che alcuni vedano nel Carnevale un passatempo spiccatamente infantile: chi non ha sospirato, verso la fine delle elementari, l’abbandono del carro e del travestimento come un affrancamento verso un’avventurosa carriera nelle “gang” degli schiumatori, la cui età media, peraltro, si è ultimamente abbassata un bel po’? E non sono sempre più rari, ormai, i gruppi mascherati di adulti e anche le singole maschere fai-da-te che, un tempo non così lontano, erano attrazioni così tipiche e ricorrenti del nostro Carnevale?
Per vedere che qualcosa della tradizione è andato perduto, può bastare un’occhiata alle foto contenute ne Le maschere e il trenino, il bel volumetto edito nel 1994 per i 40 anni del Carnevale dei bambini: e che meriterebbe non tanto una ristampa, quanto che qualcuno decidesse di emulare quello sforzo per giungere a celebrare degnamente (dopo che il traguardo del mezzo secolo è stato superato nel totale silenzio) il sessantesimo.
Ma la bella retrospettiva storica contenuta in quel volume ci insegna anche che la più antica tradizione carnevalesca di Bazzano era fatta di grandi feste da ballo, veglioni e affollate società carnevalesche costituite allo scopo. Quel “gran Carnevale” che il compianto cavalier Ramenghi, già nel 1962, diceva “morto da un pezzo”. Non si pretende di tornare a quei fasti, anche se è difficile sopportare certi discorsi su un irrimediabile declino del Carnevale (per convincersi del contrario non serve andare a Venezia, ma basta mettere il naso in qualche paese a un pugno di chilometri). Ma certo, se scoccasse la parola d’ordine che – per esempio – il sabato di Carnevale è serata di festa, rigorosamente in maschera!, magari in Rocca, e certamente tra i locali e le osterie, potrebbe capitare di veder rivivere qualcosa dell’antica sverzura carnevalesca: e anche la sfilata di domenica – pensiamo – ne beneficerebbe parecchio. Insomma, l’”offerta carnevalesca” di Bazzano sarebbe al tempo stesso differenziata e irrobustita.

C’è qualcuno – l’Amministrazione Comunale, la Pro Loco, le altre associazioni o gli esercenti del paese, realtà benemerite e infaticabili nel proporre feste più o meno nuove, più o meno riuscite, più o meno capaci di attecchire - che sarebbe disposto a scommettere sulla rinascita di una delle tradizioni più antiche e gioiose di Bazzano, sulla possibilità di intercettare un bisogno o un gusto che potrebbe rivelarsi tutt’altro che residuale?


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.