Osserva, pensa, picchia: buon lavoro, Sherlock Holmes!

19 gennaio 2012

Robert Downey jr. e Jude Law più che affiatati e assolutamente tonici; uno strepitoso Jared Harris; Rachel McAdams a cui basta un cameo per farsi rimpiangere, anche perché Noomi Rapace, penalizzata financo dalla sala trucco, non dà il meglio di sé. Accessori preziosi, Stephen Fry ma anche Kelly Reilly e William Houston.
Una buona parte di Sherlock Holmes – Gioco di ombre (ma perché non d’ombre, eufonico e anche più metrico?) è il cast. Il resto è inventiva: di trovate – continue e non gratuite, plausibili -, d’inquadrature; non d’intreccio (a parte che giurerei di aver colto una falla logica, le elucubrazioni di Holmes sono fatte apposta per nascondere una trama piuttosto semplice: ma il bello del film è nel micro più che nel macro). E’ eleganza: della fotografia e delle svariate ambientazioni: pregevoli – anche se manipolati – gli esterni, accurati gli interni e in generale la ricostruzione d’epoca. Ma anche dei dialoghi (qualche “deplorevole” di troppo, almeno nel doppiaggio) e dell’ironia, tale da potersi concedere comunque ripetuti tuffi nel grottesco e qualche citazione non troppo nascosta.

Troppa azione? Bisogna partire dal fatto che il personaggio impersonato da Downey ha ben poco a che fare con quello coniato da Conan Doyle, che rimane (e tantopiù per le vicende) l’ispiratore di un “liberamente tratto”. Vero, l’attenzione cruciale agli indizi e ai collegamenti è la stessa dello Sherlock canonico, e così pure la frequentazione degli stupefacenti e un certo distacco nei rapporti sociali. Ma in questo praticante compulsivo del travestitismo, in quest’ingegno onnivoro ed eclettico, il pensiero stabilisce con l’azione un rapporto sicuramente molto, molto più diretto che nel flemmatico personaggio dei romanzi. Lo rappresenta in modo plastico e simbolico la “premeditazione” di Holmes prima di ogni scontro, quando – in un tempo impercettibile – anticipa col pensiero la concatenazione delle mosse sue e degli avversari, che agli spettatori viene mostrata in “stop motion” – prima che nella concitata sequenza “in tempo reale”. Questa che rappresentava una delle principali novità narrative del primo film viene riproposta: ma non senza che diventi significativamente inadeguata nel corso del film, fino all’ironico ribaltamento (!) finale. Non per nulla anche il dottor Watson – eccellente comprimario – benché portavoce di modalità di vita e pensiero borghesi e “regolari”, è eccellente e appassionato tirator d’arme. E perfino sua moglie, l’insopportabile (per Skerlock) alfiere della buona borghesia inglese, finirà per forare la bolla di vetro del suo personaggio.
Anche l’orgia di spari, colpi, mitragliate e cannonate, tutte sottolineate dai relativi effettacci, che risulta gratuita – sebbene divertentissima – nella scena del treno, con tutta la sua improbabilissima giocosità, acquista nella scena della fuga nel bosco un valore più corposo, non solo perché la minaccia per i protagonisti mette stavolta a dura prova le loro forze, ma anche perché quell’ostentazione di potenza bellica funge da evocazione simbolica di quella guerra mondiale la cui minaccia essi cercano disperatamente di stornare dai cieli d’Europa (e questo respiro europeo – congiunto, come si diceva, alle buone ricostruzioni d’epoca – è un’altro elemento piacevole del film).

Insomma: la tendenza verso il neo-kolossal d’azione è percepibile, ma anche temperata e corretta, e viene salvaguardata l’originalità dell’impianto, che trova – ancor più che nel primo film – tutto lo spazio per dispiegarsi agevolmente: ne risulta un’opera godibilissima e ben fatta, “per grandi e piccini”, di quelle che spiace quando finiscono (ma un ulteriore sequel è da mettere in conto). Da vedere, e da tenere in dvd per il momento del bisogno.

[visto al cinema Meridiana di Casalecchio di Reno venerdì 13 gennaio 2012 alle 19.35]


Epicedio a M.M.

13 gennaio 2012

(il testo è stato eliminato per motivi sentimentali :-) )


Haiku

7 gennaio 2012

 

Sta arrivando la primavera:
possono avere torto le mie rose?


Duemilaeundici volte Natale

24 dicembre 2011

“Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
La luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,9.5).

Buon Natale a tutti!


Quell’apostrofo roseo tra Benetton e il Vaticano

15 dicembre 2011

Il «lancio» è ormai terminato, e così pure i clamori: forse possiamo ragionarci su con un po’ di calma. Parliamo dell’ultima campagna di casa Benetton, riassumibile nel neologismo «UNHATE» che fa al tempo stesso da titolo e da slogan di un’unica parola. «UNHATE», un «non odiare» che assuona, nel prefisso, anche alle Nazioni Unite (UN) e naturalmente al più antico e duraturo United Colors of Benetton. La campagna non si presenta direttamente come una campagna pubblicitaria, bensì come l’iniziativa della Unhate Foundation, ente «voluto e fondato» dal gruppo Benetton per «contribuire alla creazione di una nuova cultura di tolleranza». Naturalmente il logo del gruppo è ben visibile, anche se non invasivo, come nella tradizione Benetton.

La campagna raffigura fotomontaggi ben riusciti ritraggono coppie di leaders mondiali avversari – o presunti tali – mentre si baciano sulle labbra. Quella che fa più scalpore raffigura Benedetto XVI e Ahmed Mohamed el-Tayeb, l’imam della grande moschea di Al-Azhar: scalpore che sembra cercato, anche perché la gigantografia – analogamente ad altre fatte comparire nelle principali città del mondo, con quelle che sono state definite dai promotori guerrilla actions, termine tipico delle campagne d’impegno sociale – è stata affissa proprio a Ponte Sant’Angelo, a un passo dal Vaticano. Che reagisce con notevole rapidità: esprime via comunicato della Sala stampa «una decisa protesta per un uso del tutto inaccettabile dell’immagine del Santo Padre, manipolata e strumentalizzata nel quadro di una campagna pubblicitaria con finalità commerciale», considerata «una grave mancanza di rispetto per il Papa, …un’offesa dei sentimenti dei fedeli, …una dimostrazione evidente di come nell’ambito della pubblicità si possano violare le regole elementari del rispetto delle persone per attirare attenzione per mezzo della provocazione». La Santa Sede ventila la possibilità di un’azione legale; in un comunicato successivo – stavolta a firma della Segreteria di Stato – afferma di aver effettivamente demandato ai propri legali «di intraprendere, in Italia e all’estero, le opportune azioni al fine di impedire la circolazione, anche attraverso i mass media, del fotomontaggio». Ciò nonostante i promotori della campagna si affrettino a dichiararsi «dispiaciuti che l’utilizzo dell’immagine del Papa e dell’imam abbia urtato la sensibilità dei fedeli» e a ritirare immediatamente l’immagine «da ogni pubblicazione». Anche un consigliere dell’imam, infatti, ha definito il fotomontaggio «irresponsabile e assurdo», aggiungendo che al-Azhar «non sa ancora se questa immagine merita una risposta, tanto è poco seria». Superfluo aggiungere che l’immagine, ormai, ha già fatto il giro del mondo.
Tra le altre reazioni alla campagna, spicca quella della Casa Bianca, che, come riporta un comunicato, «disapprova l’uso dell’immagine del presidente Barack Obama» – ritratto in un bacio col premier cinese Hu Jintao – per motivi commerciali. Mentre il presidente francese Sarkozy pare abbia reagito in modo positivo: del resto, il suo bacio con la cancelliera tedesca Angela Merkel sembra di gran lunga il meno politically uncorrect. Ma pare che la coppia sia il frutto della scomposizione di due decisamente meno innocue, poi venute a mancare per sopravvenuta scomparsa (politica in un caso, anche fisica nell’altro) dei due partner.

Toscani contro

L’idea è sicuramente geniale per la sua semplicità, anche pratica: per realizzarla serve solo qualche fotomontaggio ben fatto; il che consente di concentrare il budget della campagna sulla diffusione, potendo contare fra l’altro sull’effetto moltiplicatore innescato sia dal riverbero sui media, sia da meccanismi di tipo virale. Iniziano anche a circolare imitazioni e parodie, che in questi casi sono la cartina di tornasole del successo. Nell’ambiente della comunicazione, peraltro, agli apprezzamenti si sono frammiste le critiche.
Quel che è certo è che la campagna sembra segnare il ritorno allo stile che avevamo imparato ad associare a Benetton dai tempi di Oliviero Toscani: immagini a vario titolo provocatorie che veicolano un messaggio di tipo sociale. Stavolta la veste – con la creazione, addirittura, di una fondazione costituita all’uopo dal gruppo Benetton – è ben confezionata: l’iniziativa – di cui la campagna rappresenterebbe, secondo i promotori, solo il momento iniziale – è presentata come una questione di «strategia di responsabilità sociale del gruppo: non un esercizio cosmetico, ma un contributo che intende avere un impatto reale sulla comunità internazionale, specie mediante il veicolo della comunicazione». Alla campagna fotografica si sono affiancate per ora iniziative come un video – che fino a oggi ha avuto oltre 500000 visualizzazioni su YouTube – e il «Kiss Wall», su cui ognuno può inserire la propria immagine di un bacio.
Una delle più «scandalose» immagini firmate da Oliviero Toscani per Benetton raffigurava, come molti ricorderano, il bacio (eroticamente connotato, allora) tra un giovane prete e una giovane suora. Impossibile non associarla alla campagna odierna. Ma proprio Toscani ha rilasciato, rispetto a UNHATE, una dichiarazione che è difficile non considerare velenosa: «Più di 10 anni fa, quando lasciai la Benetton, il figlio di Luciano, Alessandro Benetton dichiarò: “Basta provocazioni, basta pubblicità trasgressive. Alla fine mi sembra che il padre sia stato più bravo e meno presuntuoso”».

Vassalli, confratelli, nemici

In che cosa consiste la provocazione? I baci, è bene precisare, sono letteralmente a fior di labbra (il che, fra l’altro, consente una certa semplicità del fotomontaggio, che può essere fatto in modo più realistico e meno manipolativo), e non compare alcun tipo di allusione erotica. Se forse è legittimo tradurre l’idea di UNHATE con «make love not war», certo non si tratta di «make sex». A essere in evidenza non è – se non come controcanto secondario – l’allusione sessuale, ma piuttosto l’inusitata associazione delle figure di leader politici, o religiosi, con il bacio.
Ma anche questa lettura non è esaustiva. Se non altro perché in certe epoche o culture, anche non lontane dalla nostra, il bacio tra potenti sarebbe percepito come gesto assolutamente comune: basti pensare al «bacio vassallatico», che nel Medioevo europeo suggellava il rapporto tra l’imperatore e il suo vassallo. Commentando la campagna UNHATE, molti hanno ricordato la foto con il bacio di Breznev e Honecker: ed effettivamente quello tra il leader sovietico e il presidente della DDR – uno Stato la cui posizione non era troppo diversa da quella di «vassallo» dell’URSS – potrebbe essere a giusto titolo essere considerato l’ultimo esempio celebre di bacio vassallatico, non per nulla rimontante a quel mondo slavo che era praticamente passato direttamente dall’ancien régime al socialismo reale. Eccettuando naturalmente i riti delle cosche mafiose, in cui i baci, veri o presunti, tra affiliati hanno conosciuto gli onori delle cronache anche in anni recentissimi. Se poi parliamo di religiosi, è facile ricordare il «bacio santo» che nella messa, ma anche in altre occasioni solenni, ci si scambiava – fin dai primi tempi del cristianesimo – tra pastori e tra fedeli (normalmente partendo dai presbiteri, quindi anche qui non senza una qualche connotazione gerarchica).
Si potrebbe pensare, allora, che la campagna di Benetton solletichi e ribalti quel tipo di archetipi, sostituendo l’amico col nemico, il confratello con l’avversario irriducibile. La percezione straniata con cui osserviamo il bacio smaschererebbe la cruda realtà sottostante al linguaggio ovattato e sorridente delle diplomazie, permettendo al tempo stesso di scoprire il fianco al semplice, ma paradossale invito «non odiare!». Per trovare nella nostra cultura un bacio che provoca un simile sbugiardamento delle umane convenzioni dovremmo rivolgerci direttamente a quello di san Francesco al lebbroso: che, rispetto a quello di Benetton, ha il pregevole vantaggio di essere – com’è probabile per un fatto completamente estraneo ai clichés agiografici – realmente accaduto.

Una reazione dura

Il comunicato della Sala stampa sembra concentrarsi sul fatto che l’immagine del Santo Padre è stata «manipolata e strumentalizzata» (il riferimento è evidentemente al fotomontaggio) «nel quadro di una campagna pubblicitaria con finalità commerciale». È questo – in una certa consonanza col comunicato della Casa Bianca – a essere considerato un «uso del tutto inaccettabile»; anche il comunicato della Segreteria di Stato si concentra sul «fotomontaggio, realizzato nell’ambito della campagna pubblicitaria Benetton». Le modalità in cui vi viene raffigurato il Papa vengono definite prima «tipicamente commerciali», poi «lesive non soltanto della dignità del Papa e della Chiesa Cattolica, ma anche della sensibilità dei credenti». La prima «lesione» della dignità è quindi vista nell’utilizzo indebito dell’immagine del Papa: e denunciare che si tratta né più né meno che di un annuncio pubblicitario, al di là delle asserite finalità sociali, è forse l’elemento più efficace del comunicato vaticano.
Tuttavia, si afferma che la lesione si deve anche al contenuto: anche il primo comunicato parlava di violazione delle «regole elementari del rispetto delle persone» e di «provocazione». Ma si evita accuratamente – come dandoli per scontati? – di esplicitare gli elementi considerati provocatori. È offensivo il fatto di ritrarre il Papa nell’atto stesso di un bacio, ancorché casto, sulla bocca? È determinante i protagonisti del bacio siano due uomini? È significativo che il «partner» sia un importante esponente di un’altra grande confessione religiosa, e segnatamente del musulmanesimo? Di ciò nulla è detto.

È circolata la voce che la fotografia abbia irritato personalmente Benedetto XVI. Notizia difficile da confermare come da smentire. Potrebbe essere semplicemente una supposizione tratta dalla durezza e dalla rapidità della reazione vaticana. Quanto alla rapidità, obiettivamente bastava che qualunque impiegato di Curia andasse a prendere una boccata d’aria in via della Conciliazione per accorgersi del manifesto, «bruciando» ogni scoop d’agenzia. Ma a che si deve una reazione così forte? Sicuramente «la sensibilità dei fedeli» è un elemento decisivo: se si può pensare che alcuni abbiano valutato la foto con simpatia o indulgenza, e avrebbero magari voluto che il Vaticano si mostrasse maggiormente disposto all’ironia, certo in altri l’immagine avrebbe provocato un prevalente senso di disturbo e di offesa, e questi andavano tutelati. Bisognava inoltre chiarire che l’operazione non era stata in alcun modo preventivamente autorizzata o comunque conosciuta dalla Santa Sede. Ma la questione è più complessa: vorrei analizzare qui due aspetti.

Di chi è l’«immagine» del Papa?

Dall’inizio del pontificato di Benedetto XVI si registra una crescita dell’attenzione vaticana sui «diritti» (nel senso commerciale del termine) connessi all’immagine del Papa e ai suoi scritti. È del 2005 una stretta – decisa dalla Segreteria di Stato, allora guidata dal Card. Sodano – sui diritti sull’utilizzo degli scritti di Benedetto XVI (ma anche di quelli di Ratzinger prima dell’elezione a pontefice) e in generale dei documenti emessi dagli organi della Curia vaticana. Una decisione discussa sul piano pastorale, ma impeccabile dal punto di vista giuridico e commerciale: fino ad allora, chiunque poteva riprodurre gratis e in modo incontrollato, anche a scopo di lucro, il testo di documenti come – per esempio – le encicliche o le catechesi del Papa; ora è richiesta l’autorizzazione e, di norma, il pagamento di una proporzionata royalty (bisogna ricordare che ora praticamente tutti i documenti vaticani sono pubblicati sollecitamente sul sito della Santa Sede: per chi ha internet, la consultazione e l’uso a fini non commerciali sono semplicissimi e gratuiti).
Alcuni anni dopo, invece, il 19 dicembre 2009, la Segreteria di Stato dichiarò la necessità di tutelare il rispetto del Papa e «salvaguardarne la figura e l’identità personale da iniziative che, prive di autorizzazione, adottano il nome e/o lo stemma dei Papi per scopi ed attività che nulla o ben poco hanno a che vedere con la Chiesa cattolica», anche «mediante l’uso di simboli nonché di loghi ecclesiali o pontifici», sottoponendo tutto all’autorizzazione della Santa Sede.
È del 19 marzo 2011, poi, la promulgazione della nuova legge vaticana sulla protezione del diritto d’autore, che aggiorna la precedente disciplina (risalente al 1960), ma che dedica anche uno spazio specifico alla tutela dell’immagine del Papa: in particolare, «l’immagine del Romano Pontefice non può essere esposta, riprodotta, diffusa o messa in commercio quando ciò rechi pregiudizio, in qualsiasi modo, anche eventuale, all’onore, alla reputazione, al decoro o al prestigio della Sua Persona»; inoltre, «salvo che ciò sia giustificato da scopi religiosi, culturali, didattici o scientifici e salvo che sia collegato a fatti, avvenimenti o cerimonie pubbliche o che si svolgono in pubblico, l’immagine del Romano Pontefice non può essere esposta, riprodotta, diffusa o messa in commercio senza il Suo consenso, espresso a mezzo degli organismi competenti» (la norma si applica anche «alla voce» del Papa).
La norma ha vari obiettivi: anzitutto limitare la proliferazione incontrollata e gratuita del merchandising, ma anche svolgere una funzione di controllo a più vasto raggio sull’immagine del Papa. E i comunicati vaticani sulla campagna del gruppo Benetton sembrano proprio richiamare il dettato della legge.

Un dialogo a rischio

Una seconda considerazione ci porta all’altro soggetto raffigurato nella fotografia, il grande imam della moschea di al-Azhar al Cairo. Per cominciare, cos’è esattamente al-Azhar? È prima di tutto un’università. La più prestigiosa dell’islam sunnita, dotata nel mondo islamico di ineguagliata autorevolezza religiosa e culturale. Nulla di paragonabile a un Vaticano – che è sede di un’autorità gerarchica ben definita – ma comunque un punto di riferimento di grande importanza in un mondo religioso non centralizzato come quello cattolico.
Al-Azhar – in virtù della sua autorevolezza ma anche della sua moderazione – è anche l’ente con cui il Vaticano ha stabilito da alcuni anni un dialogo istituzionale, fin dalla visita di Giovanni Paolo II all’università nel 2000: il «Comitato congiunto per il dialogo» tra il Comitato permamente di al-Azhar per il dialogo tra le religioni monoteiste e il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, che ha effettuato finora una dozzina di incontri annuali. Un appuntamento divenuto tanto più importante con l’aumento della tensione tra occidente e mondo islamico, dall’11 settembre in poi. Un aspetto che investì direttamente il Vaticano con le note polemiche sulla dichiarazione di Benedetto XVI a Ratisbona nell’ottobre del 2006: un «incidente» a seguito del quale la Santa Sede decise di intensificare con decisione i rapporti e i canali di dialogo con il mondo musulmano. Ma proprio con al-Azhar – e veniamo praticamente all’attualità – la tensione si impennò in occasione del sanguinoso attentato, nel Capodanno 2011, contro una chiesa copta (non cattolica) del Cairo. Nel consueto discorso d’inizio anno al corpo diplomatico, la richiesta del Papa di tutelare le minoranze religiose, auspicando anche un’azione diplomatica dei Paesi europei, venne considerata dall’Egitto una grave ingerenza, fino al punto di richiamare il proprio ambasciatore in Vaticano. Alla decisione fece seguito, da parte di al-Azhar, la sospensione immediata del dialogo in vigore col Vaticano per questa «inaccettabile intromissione negli affari dell’Egitto». Un atto che si inserisce chiaramente nelle complesse dinamiche dei rapporti di potere tra le istituzioni e le componenti della società egiziana (il grande imam di al-Azhar era stato nominato direttamente, pochi mesi prima, da Mubarak) in un momento gravido di tensione: sono i giorni dell’inizio della «primavera araba», e di lì a pochissimo sarebbe cominciata l’occupazione di piazza Tahrir.

Questo caso può ricordare quello più noto e più violento delle vignette satiriche su Maometto pubblicate originariamente da un giornale danese nel 2005, che provocarono nei mesi successivi grande sollevazione e forti polemiche nel mondo islamico.
Anche in quel caso la Santa Sede cercò, molto faticosamente, di non rimanere associata all’immagine di un Occidente irrispettoso – in nome del principio di libertà di espressione – verso l’islam e in generale verso i valori religiosi: Benedetto XVI affermo la necessità «che le religioni e i loro simboli vengano rispettati, e che i credenti non siano oggetto di provocazioni»: parole che proprio il Comitato congiunto per il dialogo tra la Santa Sede e al-Azhar citò per condannare, due anni dopo (quando numerosi quotidiani danesi ripubblicarono le vignette dopo la scoperta di una cellula di terroristi islamici nel Paese), «la ripubblicazione di vignette offensive e il crescente numero di attacchi contro l’islam e i suoi profeti, e così pure altri attacchi contro la religione».
Anche la dichiarazione del consigliere di al-Azhar dopo la campagna Benetton ha espresso un dubbio analogo se simili iniziative non fossero «pericolose per i valori universali e la libertà di espressione come le si intende in Europa». Tantopiù in una fase di incomprensione con al-Azhar – e in cui i rapporti tra le fedi religiose in Egitto, e non solo, sono sottoposti a crescenti sfide – il Vaticano non può concedere il minimo sospetto d’indulgenza verso un’iniziativa che comunque è difficilmente compresa e accettata dalla controparte coinvolta.

Conclusione, e un divertissement

Non si sa quanto la reazione vaticana fosse messa in conto dai promotori di UNHATE. Certo è che essa – come avviene in questi casi – ha ulteriormente catalizzato l’attenzione dei media sulla campagna, cosa che non può essere risultata sgradita. La stessa foto del Papa e dell’imam ha goduto di un’immensa circolazione spontanea, specie via internet, nonostante il ritiro tempestivo, che ha dato perdipiù al gruppo Benetton l’occasione di esibire un comportamento ineccepibile.
Riusciranno i procedimenti legali che dovrebbero essere intrapresi per conto della Santa Sede a scoraggiare iniziative analoghe? Quel che è certo, finora, è che la reazione del Vaticano, seppur considerata da alcuni comprensibile o doverosa, è stata vista da altri come un esempio di oscurantismo e di atteggiamento censorio, o quantomeno di un rapporto difensivo e controverso rispetto al mondo contemporaneo.

Una piccola fantasia: se il Vaticano, pur rivendicando il diritto di adire le vie legali, avesse dichiarato di rinunciarvi, e di donare il corrispettivo delle spese alle organizzazioni umanitarie che lottano contro il lavoro minorile (cf. Guida al consumo critico, EMI 2011, voce «Benetton») o a quelle che si battono per la difesa del popolo Mapuche, quale sarebbe stato il punteggio di questo interessante match comunicativo?


Alcune idee (personali!) sulla fusione dei Comuni: terminologia e organi di rappresentanza

25 novembre 2011

Mi è stato chiesto da vari interlocutori di stendere alcune osservazioni riguardo alla fusione dei Comuni della Valle del Samoggia, in particolare sull’aspetto degli organi di rappresentanza e partecipazione (quelli che rientrano nella potestà decisionale delle future amministrazioni, non quelli – come il Consiglio e la Giunta Comunale – che sono già normati dalla legge). 

Ho scelto di farlo presentando direttamente al pubblico dibattito alcune idee – che sono esclusivamente mie idee personali. Lo scopo è quello di arricchire e indirizzare la discussione in senso costruttivo, sperando che altri mi seguano. Credo che raccogliere contributi come questo (e possibilmente migliori!), potrebbe favorire la redazione di una bozza di progetto che contenga gli elementi basilari del nuovo Comune, da sottoporre a un’ampia discussione.

Penso che sarebbe un approccio positivo e difficilmente contestabile anche dagli interlocutori più critici. Del resto, dare sostanza al dibattito – come provo a fare qui nel mio piccolo mi sembra ormai imperativo, sia per i temi più propriamente politico-istituzionali, sia per i principali nodi organizzativi che andranno affrontati e presentati ai cittadini.

Va da sé che le idee presentate qui sotto – e, ripeto, strettamente personali – vanno considerare assolutamente parziali e a titolo di spunto.

Il nome

La cosa più sensata sembra chiamare il futuro Comune ”Valsamoggia”  (che ha il pregio di essere una parola sola) o “Valle del Samoggia”: la descrizione più sintetica possibile del territorio. Escluderei “Samoggia” – non so se esista un solo comune italiano che si identifica tout court col nome di un corso d’acqua -, che fra l’altro è il nome di una piccola (ma antica) frazione di Savigno. E naturalmente va esclusa da subito l’idea di attribuire al Comune il nome della località che diverrà la sede comunale ufficiale: non si può negare nel nome il carattere incancellabilmente policentrico del nostro territorio.

Terminologia, toponomastica… e araldica

Come prevede, o comunque suggerisce, anche la normativa nazionale, i sei Comuni attuali diventeranno “Municipi” del Comune unico.
Penso che tale termine, con la sua importante valenza simbolica, vada valorizzato anche nella terminologia, a cominciare dai cartelli (p. es.: “Savigno, Municipio di Valsamoggia”). I Municipi potranno mantenere lo stemma, lo stendardo ecc. attuali, passando solo dalle insegne di Comune a quelle di Municipio. Il discorso non cambia per i Municipi aggiuntivi che venissero istituiti.
Anche le frazioni dovrebbero rimanere tali quanto a terminologia, ovviamente facendo riferimento al Comune unico (“Oliveto, frazione di Valsamoggia”), e così pure le semplici “località”.
Da notare che anche la denominazione delle vie dovrà continuare a far capo ai singoli Municipi (è impensabile, credo, cambiare il nome di tutte le vie che hanno “sinonimi” in due o più degli attuali Comuni).
Naturalmente, anche la località che ospiterà la sede comunale ufficiale (parlo di “sede ufficiale” perché i Consigli Comunali potrebbero essere convocati anche in modo itinerante) sarà considerato un Municipio al pari degli altri.

Gli organi di rappresentanza e consultazione

Ho preferito premettere alcune considerazioni di carattere più “simbolico” perché penso che influenzino la visione degli organismi partecipativi di cui provo a delineare una proposta.

E’ già stato autorevolmente affermato – e concordo pienamente con tale affermazione – che i singoli Municipi dovranno essere dotati di un’assemblea locale. Ritengo che essa – a cui spetterebbe il nome di Consiglio di Municipio – debba avere funzioni consultive riguardo agli atti di interesse generale del Comune e a quelli inerenti al territorio del Municipio stesso, diritto d’interrogazione riguardo ai medesimi e di proposta nei medesimi ambiti. Per certi tipi di atto si potrebbe stabilire anche una forma di consultazione obbligatoria anche se non vincolante.
Anche riguardo al funzionamento dei servizi offerti dai singoli Municipi (che non hanno, naturalmente, alcuna forma di dipendenza diretta dal corrispondente Consiglio di Municipio), vige il diritto d’interrogazione e proposta dei Consigli di Municipio al Consiglio Comunale.
Penso che la soluzione migliore e piu trasparente per la composizione del Consiglio di Municipio sia istituirlo come organo elettivo, di dimensioni simili (non più grandi, ma nemmeno molto più piccole) a quelle del corrispondente Consiglio Comunale decaduto. Si tratterebbe in sostanza, da questo punto di vista, di qualcosa di simile ai Consigli di Quartiere a Bologna. Gli elettori sono naturalmente i cittadini residenti nei confini del Municipio, e le elezioni dovrebbero svolgersi, di norma, contestualmente a quelle del Comune.
Ogni Consiglio dovrebbe essere presieduto da un Presidente del Consiglio di Municipio, eletto a maggioranza dai consiglieri. Non avrebbe altri organi (naturalmente non ha un organo esecutivo, essendo la competenza esecutiva propria della Giunta comunale); ma nulla vieta, naturalmente, che a singoli consiglieri possa essere demandato di occuparsi di tematiche particolari.
L’attività dei Consigli di Municipio dovrebbe essere supportata dal Settore Affari Generali del Comune. Si configurerà così molto bene il carattere dei Municipi: da un lato, “sportello del cittadino” dove verranno offerti i principali servizi per i quali oggi siamo abituati a recarci in Comune. Dall’altro, “presidio” e punto di riferimento della partecipazione dei cittadini a livello territoriale.
(A questo punto andrebbe affrontato anche il tema dell’utilizzo delle attuali sedi comunali: per farlo occorrerebbe però toccare una quantità di questioni organizzative che qui non si riuscirebbe a trattare; il mio parere è che in linea di massima le sedi vadano mantenute e che gli spazi liberati – come si auspica – dalla centralizzazione degli uffici possano essere dati in uso alle associazioni e ai cittadini, eventualmente dismettendo altri edifici e spazi.)

Per dare voce alle istanze delle associazioni – in particolare sindacali e di categoria ma anche di volontariato, sportive, culturali, ecc., riterrei più opportuna – pittosto che il loro ingresso de iure all’interno dei Consigli di Municipio, che mi sembra improprio e difficile da gestire – l’istituzione di una Consulta che abbracci l’intero territorio del Comune.  Molte associazioni, infatti, sono già strutturate attualmente a livello sovracomunale e possono quindi agevolmente svolgere al loro interno la funzione di mediazione a livello del territorio: si tratta, diciamo così, di ambiti in cui la Valsamoggia è già una realtà, e valorizzarli sarebbe di grande profitto per corroborare l’integrazione territoriale del nuovo Comune. Analogamente, la Consulta potrebbe favorire l’implementazione di una rete territoriale anche per le associazioni meno provviste in questo senso.
Per quanto riguarda le Consulte/Assemblee di frazione attualmente esistenti in alcuni degli attuali Comuni, nulla osta alla loro continuazione. Varrebbe forse la pena di verificare complessivamente il loro funzionamento: non con lo scopo di abolirle (salvo nel caso che il territorio di una frazione corrispondesse a quello di un nuovo Municipio), ma eventualmente di regolarle in modo armonico, con l’inserimento nello Statuto del nuovo Comune, definendo i loro rapporti con il nuovo organismo comunale, e prevedendo la possibilità che possano eventualmente sorgere analoghi organismi laddove non ancora esistenti.
Per altri organi di partecipazione afferenti agli attuali Comuni (per esempio: Consulte di assessorato), invece, converrebbe lasciarne la competenza ai singoli Municipi, in modo che decidano se abolirli, conservarli o riformarli, per esempio utilizzandoli come commissioni allargate del Municipio stesso.

La partecipazione a questi organi sarebbe assolutamente gratuita – quindi nessun costo “politico” –; andrebbero previsti unicamente alcuni costi di segreteria (che dovrebbero fare capo, come ho accennato, all’Ufficio Affari Generali del nuovo Comune) assolutamente modesti e probabilmente assorbibili all’interno del funzionamento degli “sportelli del cittadino” municipali.
Un costo molto basso che consentirebbe però alle istanze del territorio di esprimersi in modo efficace, superando il necessario restringimento della rappresentanza ufficiale dovuto all’istituzione di un unico Consiglio Comunale, senza rallentare e complicare al contempo il processo decisionale degli organi istituzionali.

Che cosa ne pensate?


In margine ad Halloween

2 novembre 2011

La disputa su Halloween sembra diventata, col passare degli anni, più prevedibile e noiosa della festa stessa, e non era facile.

Una gara al ribasso in cui molti soggetti si applicano con impegno. Il livello di base della faccenda lo conoscete. Oltre ai venditori di giocattoli e costumi, che da tempo importano pari pari (o replicano con zelo pari all’assoluta mancanza d’inventiva) l’intero armamentario di zucche, pipistrelli, scheletri e fantasmi, e chi più ne ha più ne metta, dagli States – dove beninteso hanno tutta la loro ragion d’essere, all’interno di una tradizione radicata e ben definita -, ormai anche le scuole e le istituzioni, rotto ogni argine e ogni indugio, rimescolano la solita paccottiglia di plastica prestampata a beneficio di piccoli e piccolissimi, mentre bar, ristoranti e centri ricreativi di ogni ordine e grado fanno lo stesso a uso e consumo delle altre fasce d’età.
Il tasso di omologazione e inettitudine culturale che dimostriamo è abbastanza deprimente; ho visto sugli scaffali delle evidenti Befane riciclate come streghe di Halloween: inconsapevolmente, temo, non solo per i piccoli acquirenti ma forse perfino per i venditori, a cui pure – da bambini – qualche dono la Befana dovrebbe averlo portato. E in effetti gli unici spunti “creativi” che compaiono ad Halloween alle nostre latitudini consistono nell’utilizzo di elementi presi, più o meno di peso, da altre feste nostrane, che siano i travestimenti (da Carnevale) o  – di gran moda quest’anno – i petardi (da Capodanno). Per il resto, una smania emulativa già vecchia in se stessa: un’imitazione così sfacciata degli Stati Uniti sa terribilmente di anni ’80: evidentemente, ancora lì stiamo, o ancora lì stanno molti di quelli che creano mode a uso e consumo del pubblico – e non solo in politica.

La reazione, ahimé, non appare provvista di molta più consapevolezza. L’unica istituzione che sembra essersi assunta il compito di occuparsene pare essere la Chiesa, che però, anziché sul piano culturale, la mette, improvvidamente, sul piano religioso. E  invece di soffermarsi sul trapianto forzato di una tradizione estranea alla cultura del nostro Paese, si mette a contrapporre il “paganesimo” di Halloween con le cristianissime feste dei Santi e dei Morti. Una semplificazione forzata che non rende giustizia alla verità. Per comprendere le cose non sono un po’ più complesse basta soffermarsi sul nome anglosassone della festa che – com’è noto - deriva da All Hallows’Eve, ossia… “Vigilia (Vespro) di Tutti i Santi”. Del resto, se molte feste cristiane affondano, in qualche modo, le loro radici in feste pagane, di cui rappresentano a un tempo il superamento e la rilettura (o meglio: ciascuna risponde in senso cristiano agli stessi bisogni e suggestioni che erano alla base della celebrazione pagana, peraltro rivisitando alcuni elementi propri di quest’ultima, e semplicemente tollerandone altri), questo è ancor più vero per  il ”triduo” (vigilia, festa dei Santi, giorno dei Morti) del principio di novembre. Sia per quanto riguarda le origini stesse della festa – o almeno la sua collocazione in questa data – sia per quanto riguarda gli elementi pagani che vi sopravvivono nelle varie culture popolari. Cosa che si ritrova, evidentemente, sia nella Halloween anglo-irlandese e americana, sia nelle tante tradizioni relative al giorno dei Morti che si possono ritrovare nella nostra penisola.
Per questo la lettura di Halloween in chiave di polemica religiosa, oltre a partire da un assunto di base del tutto fuorviante, sembra dimostrare, in alcuni pastori odierni, assai meno duttilità e disponibilità all’inculturazione di quella dimostrata dai padri evangelizzatori dell’Europa. Lo spiega molto bene un magistrale articolo del laicissimo Leonardo Tondelli, di cui consiglio la lettura integrale. Fra l’altro, quel tipo di lettura finisce per legittimare anche la lettura opposta, di matrice paganeggiante o gnostica, ma anche semplicemente anticlericale, che celebra in Halloween la festa del “vitale” paganesimo (celtico, fra l’altro) rispetto al cristianesimo repressivo, oscurantista ecc. ecc.: altra paccottiglia di scarsissima plausibilità storica, che troviamo puntualmente contrabbandata in rete e non solo. (Per chi pensa – con un anacronismo di qualche secolo – che il cristianesimo abbia soppiantato il paganesimo europeo mediante roghi, spade e persecuzioni, consiglio ancora l’articolo dell’insospettabile Tondelli.) Ma soprattutto, idee come quella di sostituire alle zucche illuminate le icone dei Santi, o altre amene “proposte pastorali” che ogni tanto vengono lanciate sulla stampa cattolica (e, si teme, anche nella realtà), oltre a contribuire a relegare la fede cristiana nell’ambito del tremendamente palloso, mostrano una disarmante subalternità culturale.

Halloween andrebbe invece considerata un’occasione pastorale – per la Chiesa – per rivitalizzare (grazie alla sua collocazione vigilare) una festa, come quella dei Santi, che pur essendo stata conservata nel calendario civile è decisamente “minore” nella mentalità comune, anche del credente: mentre è prevalente – in forma, guardacaso, sia cristiana sia secolarizzata – la celebrazione dei Morti (da notare che il 2 novembre è lavorativo, ma è comunque giorno di vacanza per gli studenti di molte regioni). L’imbarazzo per elementi paganeggianti, o comunque risalenti a concezioni cosmologiche non cristiane (i fantasmi, i morti che tornano sulla terra…), non dovrebbe essere molto superiore a quello per cui la protagonista della festa della Manifestazione del Signore è diventata una vecchia strega (la Befana!): e il potenziale eversivo non potrebbe mai essere maggiore di quello che il  Carnevale rappresenta – per quanto ce ne si dimentichi – di fronte alla Quaresima.
Ma anche a livello “laico” e culturale, invece che copincollare maldestramente elementi della cultura anglosassone, innaturalmente privati del loro substrato specifico e, quindi, della loro profondità e “verità”, perché non cogliere l’occasione di riscoprire le tante tradizioni locali legate al giorno dei Morti? Sarebbe un viaggio in un immaginario popolare imprevedibilmente ricco, affascinante e profondo, che rischia di perdersi, pur essendo una vera miniera di spunti e sorprese interessanti anche dal punto di vista gastronomico (non di sole zucche vive l’uomo, anche a novembre), turistico e commerciale. Un percorso che, soprattutto, potrebbe dare alla nostra società – anche laica – un’occasione in più per riflettere sul tema della morte, il grande tabù del mondo contemporaneo: per osservare come esso è stato affrontato, esorcizzato, narrato, introiettato nel corso dei secoli: perché conoscere, e rivivere, le “risposte” dei nostri padri e madri – dalla grande teologia fino alla spiccia saggezza popolare – può aiutare ciascuno di noi a darsi quella “risposta” personale che in fin dei conti non possiamo evitare di formulare.


Il gergo del tavò: dalla Bolognina a Bazzano?

27 ottobre 2011

Credo che ogni bazzanese, o almeno ogni persona che ha trascorso l’adolescenza a Bazzano negli ultimi 20-25 anni, sappia cosa s’intende parlando di “gergo del ‘tavò’”. E che i più anziani di loro siano assolutamente convinti che quel modo di parlare sia nato tra le mura delle scuole medie di Bazzano – in un momento imprecisato degli anni ’80 – e di lì abbia continuato a irradiarsi per parecchi anni, fino a identificarsi come il gergo dei giovani di Bazzano: un modo di parlare tuttora vivo e in buona salute, non solo tra i ragazzi bazzanesi di allora (la cui gioventù comincia ormai a declinare…) ma anche tra quelli di oggi.
La certezza della “bazzanesità” di questo linguaggio – che per la sua originalità si meritò, alcuni anni or sono, anche una robusta citazione sulla rubrica di Stefano Bartezzaghi sul Venerdì di Repubblica - è dovuta anche al fatto che normalmente la gente degli altri paesi, ma anche di Bologna, non conosce affatto questo modo di parlare. Molti elementi gergali, naturalmente, sono condivisi da un linguaggio giovanile di area assai più vasta (giusto per fare un esempio, assolutamente comune è l’uso di “cartola” per “faccia”): ma i tratti del “nocciolo duro” del linguaggio, come l’uso di ”ta-” come prefisso negativo (“tavò”= “mancanza di voglia”, “tabuò” = “non buono, incapace”, “taciprend” = “non ci prende, ecc. ecc.), sono considerati di conio esclusivamente bazzanese.

Per me è stata quindi una vera rivoluzione copernicana venire a sapere che questo modo di parlare (e parlo proprio del “tavò”) ”è riconosciuto all’unanimità come il gergo della Bolognina“, e precisamente sarebbe nato “in via Barbieri nei pressi del bar Daisy, ora bar Iglù, verso i primissimi anni 80“.  Anzi, “verso l’82, in seconda elementare si cominciava gia a parlare così“. Chi parla così è una persona della zona, che abbiamo contattato fortuitamente, ma che si dimostra appassionata e competente sulla questione.
La nostra fonte (che non aveva idea che questo “slang” fosse in uso a Bazzano) avanza quindi l’ipotesi che “probabilmente qualcuno di Bazzano frequentava la Bolognina ed ha esportato il gergo”. Ipotesi compatibile (ma su questo torneremo più avanti) con la cronologia:  per quanto ne so, a Bazzano questo linguaggio non dovrebbe risalire a molto prima del 1985. Del resto, nulla di strano che un’innovazione linguistica (chiamiamola così) si diffonda dal “centro” verso la “periferia”: in particolare da zone di elevata dinamicità sociale come i quartieri popolari di Bologna.
Un elemento assai particolare è che la nostra fonte - che si dimostra assai ferrata sull’argomento – sostiene che la zona dove si conosce questo tipo di gergo non arriverebbe “oltre il ponte di Galliera” (quello della stazione, che separa la Bolognina dal centro di Bologna), o comunque a persone non cresciute in quella zona, e precisa che “tale linguaggio, ai miei tempi, si usava solo ed esclusivamente alla Bolognina. L’individuo che proveniva da S. Donato, dalla Barca, da Murri o Mazzini ecc ecc non sapeva dell’esistenza di questa ‘lingua’”. Il che spiegherebbe il fatto che alla stragrande maggioranza dei bolognesi essa sembri completamente estranea. Quello che è certo, invece, è che alla Bolognina il gergo è parlato sia dalla generazione degli attuali quarantenni (che, dice la nostra fonte forse con qualche enfasi, “quando si trovano in compagnia parlano praticamente solo così”!), sia dai ventenni che, “per quel che ne so – sostiene – continuano ad usare lo slang e tramandarlo di generazione in generazione”.

A questo punto, però, bisognerebbe chiedersi come sia possibile che un gergo si diffonda fino a Bazzano senza arrivare né agli altri quartieri di Bologna né ai paesi disposti lungo la Bazzanese. Se non ci sfugge qualcosa d’importante, sembra proprio che si debba risalire a un contatto molto puntuale. Se supponiamo che un ragazzino delle elementari non abbia molti contatti con coetanei fuori del proprio quartiere, possiamo allora pensare che il passaggio possa essere avvenuto tra ragazzi delle medie, che hanno già maggiori possibilità di contatto e interazione: quindi arriviamo proprio al punto chiave: le scuole medie, verso la metà degli anni ’80! Sempre che la nascita di questo gergo alla Bolognina non possa essere retrodatata: se uno inizia a parlarlo “in seconda elementare” significa semplicemente che è arrivato all’età della socializzazione, ma può darsi che nell’ambiente sociale a cui si affaccia esso fosse già presente da tempo. In ogni caso, potremmo pensare sia a uno o più ragazzini emigrati a Bazzano dalla Bolognina, sia – e direi più probabilmente – a contatti tra gruppi di ragazzi (alla Bolognina, fra l’altro,  ci sono anche le scuole dei Salesiani, che raccolgono studenti da tutta Bologna e provincia: ma ancora una volta).
Senza contare che anche l’affermazione iniziale andrebbe sottoposta a verifica: se gli abitanti della Bolognina – come i bazzanesi – hanno avuto l’impressione che quel linguaggio nascesse tra loro, nulla esclude che potrebbe essere giunto anche lì da altrove. Un’altra cosa da fare sarebbe confrontare i due tipi di linguaggio: in che misura sono uguali, in che misura si sono evoluti in modo diverso accogliendo o creando elementi differenti? In che misura il gergo bazzanese ha attinto, nei tempi successivi, al gergo della Bolognina, ma anche – e qui il discorso si fa molto più ampio – ad altri gerghi bolognesi e non?

Insomma, da questa scoperta – chiamiamola così, senza pretese – nascono molti interrogativi. Sarebbe bello che qualcuno avesse voglia di indagare. una volta smaltito, naturalmente, lo shock di questa piccola rivoluzione copernicana.
E se qualcuno (per esempio qualche bazzanese prossimo ai 40…) può offrire elementi utili all’indagine, si accomodi nei commenti!


Verso il Comune di Valsamoggia: qualche considerazione

20 ottobre 2011

Il processo della fusione dei Comuni entra nel vivo. Lo studio di fattibilità affidato (senza voti contrari) dai Comuni alla Spisa (Scuola di specializzazione in studi sull’amministrazione pubblica, dell’Università di Bologna) è stato presentato qualche settimana fa ai consiglieri comunali e in questi giorni, in una serie di affollati incontri pubblici, ai cittadini; per domani sera (venerdì 21) il PD ha organizzato un incontro in grande stile con la capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, il sindaco di Bologna Virginio Merola e il segretario provinciale Raffaele Donini (alle 20.30, nella palestra delle scuole medie).

Le mie iniziali perplessità non erano dovute a eccessi di campanilismo, ma al sospetto che, al di là delle intenzioni sbandierate e alla generosità di alcuni promotori dell’idea, mancasse in molti una reale volontà politica di andare avanti. Per questo pensavo che – almeno inizialmente – una fusione di soli due/tre comuni (Bazzano con Monteveglio e/o Crespellano?) fosse una prospettiva più limitata, ma più concreta. Mano a mano, invece, è emerso che  c’era la volontà di fare sul serio e di non rimandare il discorso alle calende greche.

Una ristrutturazione dell’assetto istituzionale dell’intera vallata, infatti, consente economie di scala assai maggiori: la Valsamoggia ha le dimensioni generalmente considerate ottimali (30.000 abitanti circa) per un’organizzazione efficiente dei servizi. Si tratterebbe di un’operazione d’importanza nazionale: finora, i pochissimi casi di fusioni di Comuni portate a termine hanno riguardato territori molto più piccoli. Ora parecchi altri Comuni, anche nella nostra Regione, ci stanno lavorando: da questo punto di vista, il nostro territorio sarebbe all’avanguardia.

Il pensiero di fare dei 5 Comuni della vallata un Comune unico pone interrogativi, e può far  sorgere legittime perplessità, sotto vari aspetti, che così riassumo: l’identità; la rappresentanza; l’organizzazione e l’efficienza.  

Per la stragrande maggioranza degli abitanti, la vita si svolge già nell’ambito della Valsamoggia: se pensiamo a dove lavoriamo, o studiamo, o portiamo a scuola i figli, a dove andiamo a divertirci o a fare una passeggiata, all’associazionismo, allo sport, siamo già tutti abituati a muoverci – direi quotidianamente – ben oltre l’ambito del proprio paese (anzi, diciamolo pure, anche oltre l’ambito della vallata stessa).  Si potrebbe perfino dire – non così paradossalmente – che la vita delle persone è già più avanti delle istituzioni, e che è ora che queste ultime vi si adeguino.
Tutto ciò non toglie che le persone “siano” e “si sentano” cittadini di Bazzano, di Crespellano, di Monteveglio… o magari di Montebudello, Zappolino, Calcara… la dimensione della comunità locale è ben presente – sia quando corrisponde a un’istituzione, come nel caso dei Comuni, sia quando non vi corrisponde, come nel caso delle frazioni -: e non si vede perché questa naturale dimensione identitaria debba essere messa in pericolo da un’organizzazione istituzionale diversa.

Fra l’altro, la fusione dei Comuni – per legge – non prevede la scomparsa dei Comuni attuali, ma la loro trasformazione in Municipi: da un lato essi dovranno diventare i centri erogatori dei servizi ai cittadini (è impensabile che un Comune policentrico costringa i cittadini a spostarsi anche di parecchi km per le esigenze più frequenti!); dall’altro avranno comunque alcune funzioni di rappresentanza delle istanze degli abitanti dei singoli paesi.
Partiamo dalla considerazione che la nascita di un solo Consiglio comunale, con un solo Sindaco e una sola Giunta è fondamentale, non tanto per i risparmi sui “costi della politica”, ma perché consentirà di creare veramente una direzione politica unica, che prenda decisioni di fronte ai cittadini di tutta la vallata (che è ciò che non può avvenire con l’attuale Unione dei Comuni: perché comunque ciascun sindaco rende conto anzitutto ai cittadini del suo territorio, che l’hanno eletto). Ciò, tuttavia, creerà un restringimento della rappresentanza dei cittadini:  si passerebbe dall’attuale media di un consigliere ogni 300 abitanti a uno ogni 2000 (c’è di mezzo anche la riforma prevista dal governo che restringe comunque i numeri dei Consigli Comunali: al prossimo mandato, Bazzano passerebbe comunque da 16 a 11 consiglieri, che è un’idiozia visto che un consigliere non costa quasi nulla). Niente che debba far gridare allo scandalo: il Comune unico sarà più piccolo di qualunque quartiere (l’unità minima di rappresentanza ) del Comune di Bologna. Starà alle forze politiche far sì che le liste proposte vedano sufficientemente rappresentato l’intero territorio. Tuttavia, è fortemente auspicabile che lo Statuto del futuro Comune debba prevedere delle forme di rappresentanza democratica per le singole comunità, che consentano la legittima e doverosa espressione e discussione delle istanze, esigenze, problematiche dei cittadini. Penso che non ci sia nessuna controindicazione a individuare assemblee elettive per ciascun territorio, dotate di funzioni consultive sulle materie di interesse comune e su quelle inerenti il territorio stesso; occorrerà strutturare che non appesantiscano, ma tuttavia arricchiscano, il processo decisionale dei nuovi organi comunali, svolgendo un’importante funzione di collegamento in entrambe le direzioni (“verso” i cittadini e “verso” il Comune). Non vedo neppure motivi per eliminare le consulte di frazione che ora esistono in alcuni dei comuni della vallata, e che potrebbero continuare a esistere. Il Comune unico potrebbe essere anche l’occasione per risolvere – ovviamente col consenso dei cittadini – alcune storiche incongruenze (penso alla collocazione di alcune frazioni attuali, per esempio Montebudello o la Ziribega); ma anche – paradossalmente! – per decentrare alcune funzioni (compatibilmente con le esigenze di bilancio) anche al di là dei limiti dei Comuni attuali (per esempio, molti ritengono che Calcara avrebbe le carte in regola per formare un Municipio a parte).
In generale, credo che i Municipi potranno continuare anche a svolgere una funzione sul piano simbolico: anche fisicamente, come vere e proprie “case dei cittadini” dei singoli paesi.

La domanda su come verrà organizzato in concreto il nuovo Comune quanto a uffici e settori è però in assoluto la più importante. E’ chiaro che l’unificazione funzionale di tutti gli uffici richiederà qualche tempo, e solo al termine del processo sarà possibile vederla nel dettaglio. Penso tuttavia che vadano risolti preliminarmente nodi fondamentali quali:
- la sede del centro di vallata;
- la collocazione e le funzioni dei municipi e di altri eventuali organismi decentrati, l’utilizzo delle attuali sedi comunali, eccetera;
dovranno anche essere date previsioni attendibili sui tempi e le modalità di sviluppo del processo e sul suo impatto (positivo, come si spera!) dal punto di vista del funzionamento della macchina organizzativa (vedi sopra le considerazioni sul personale) e del risparmio (economie di scala, entrate dovute agli incentivi statali e regionali, ecc.)

Se le amministrazioni comunali si prenderanno cura – come solennemente affermato – di costruire nei prossimi mesi una proposta il più possibile condivisa, mediante l’ascolto e la collaborazione dei cittadini, delle forze sociali e anche delle forze politiche di opposizione, penso che lo snodo decisivo sarà affrontato positivamente.
La fusione dei Comuni - molto più che le forme associative finora realizzate – significa una riforma d’importanza storica per le istituzioni della Valle del Samoggia, paragonabile solo a quella realizzata da Napoleone. Di fronte a un cambiamento di questa portata, sarebbero profondamente inadeguato sia – da parte delle amministrazioni in carica – pensare di realizzarla a colpi di maggioranza, sia – da parte delle opposizioni - resistere in modo aprioristico e pretestuoso.  Penso che i cittadini sapranno premiare un atteggiamento aperto e responsabile di fronte a questa sfida.

A tutti noi l’onere di informarci, di discutere, di proporre, di partecipare: dalm momento che tutti saremo chiamati a esprimerci mediante un referendum. Il consiglio è anzitutto di cominciare a partecipare agli incontri pubblici che verranno proposti. E possibilmente di leggere lo studio di fattibilità della Spisa, che potete scaricare e leggere anche da qui (tra i vari files, quello della presentazione fatta il 16 luglio è chiaro e sintetico; suggerisco di approfondire leggendo con calma almeno alcuni degli altri documenti).


Indignati, informati: la Rete e il “tweeting journalism”

17 ottobre 2011

Tra tutte le cose che si potrebbero dire della manifestazione degli “Indignati” di sabato, mi soffermo solo su un aspetto.

Ero a Genova nel 2001 nei giorni del G8. Oltre a una buona dose di spavento (anche se io e il mio amico Davide, essendo andati autonomamente, ce la cavammo con grande fortuna: fummo sfiorati dai lacrimogeni e dalle cariche, ma alle 17 eravamo già di ritorno in auto verso Bazzano), per me lo shock più grande fu la totale mistificazione della verità da parte dei media, in particolare dopo gli eventi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Ci vollero anni – e un processo – perché i fatti emergessero, ma nei giorni successivi l’idea che prevalse di gran lunga (anche su giornali e televisioni non vicini al governo di centrodestra) fu quella di una totale confusione tra manifestanti e violenti (mentre i gravissimi abusi della polizia furono silenziati o ridotti a opinione eversiva), tanto che il movimento no-global, in Italia e non solo, ne ricevette un colpo durissimo.

Stavolta mi sembra che da questo punto di vista le cose siano andate meglio, e non è una piccola consolazione. Mi sembra che la distinzione tra la massa dei manifestanti pacifici, con rivendicazion condivisibili o comunque legittime, e le poche centinaia di “corpi estranei” venuti per sfasciare e rovinare tutto sia stata recepita da buona parte dell’opinione pubblica. Meglio che a Genova, in ogni caso.
Come mai? Fra l’altro siamo in una situazione in cui l’informazione mainstream (in particolare i grandi telegiornali) è molto più funzionale al governo e quindi ha tutto l’interesse di dare una certa interpretazione dei fatti. Non che non sia accaduto: per fare solo un esempio, Studio Aperto, che di solito è un notiziario assai breve, ha prolungato moltissimo la durata del tg pomeridiano (dando quindi l’idea di un fatto di per sé eccezionale ed emergenziale) dedicandola quasi totalmente agli scontri, con un montaggio delle immagini pesantemente fazioso (manifestanti col cartello “arrestate Berlusconi” e, un secondo dopo, le auto bruciate e le colonne di fumo). Per non parlare delle dichiarazioni di alcuni esponenti politici, che addirittura mettevano in collegamento le violenze di piazza con il dibattito parlamentare sulla fiducia al governo del giono prima.
Eppure, mi sembra che queste manipolazioni siano state decisamente meno efficaci di dieci anni fa. Perché?

In parte, penso, per una effettiva maggiore distinzione tra “violenti” e “nonviolenti”: a Genova ci fu effettivamente una “zona grigia” entro la quale trovò facile esca la violenza e su cui il racconto dei media poté facilmente innestarsi.
In parte per il diverso clima politico: nel 2001 il governo Berlusconi era fresco di una grande vittoria, ora è alquanto screditato agli occhi di da gran parte degli italiani, anche non di centrosinistra, come, a ruota, sono screditate le testate giornalistiche che continuano a sostenerlo a spada tratta; mentre il “mordere” della crisi fomenta nell’opinione pubblica tendenze antigovernative e anche populistiche che accrescono il favore o l’indulgenza verso chi protesta.
 Inoltre, stiamo parlando di una manifestazione di protesta globale: le immagini delle TV di tutto il mondo hanno rimandato le immagini di centinaia di manifestazioni pacifiche e senza episodi di guerriglia urbana come quelli di Roma.

Accanto a questi fattori, però penso abbia contato il contributo dell’informazione istantanea online, in particolare quella mediante social network come Twitter, Facebook e Youtube (Youtube è un social network? Boh, sicuramente ne condivide alcune funzioni).
Da un lato perché sempre più persone si informano direttamente tramite queste fonti e possono quindi farsi un’idea (immediata) dei fatti indipendentemente da quanto diranno i tg della sera o i giornali del mattino dopo: un recente sondaggio Ipsos commissionato dal PD (lo leggete qui) mostra come in Italia chi usa internet, e in particolare i social network (che favoriscono non solo un uso più duraturo e abituale della rete, ma anche la condivisione di informazioni: articoli, foto, video, discussioni…), maturi tendenzialmente un’opinione più critica non solo verso il governo, ma anche verso i grandi mezzi di comunicazione. 
Inoltre i grandi media - che sono ancora il luogo che informa la maggior parte delle persone – non possono non tenere conto anche di tale tipo di fonti, e in effetti vi attingono abbondantemente. Specialmente in casi come questi, in cui il ruolo di un inviato di un giornale o di una tv è giocoforza limitato e, anche nel caso si esponga coraggiosamente recandosi vicino ai luoghi più “caldi” dell’azione, non può che avere una visione molto parziale di quanto accade. In questi casi, i messaggi (tweets, posts eccetera) che arrivano ”in tempo reale” dalle persone stesse coinvolte in ciò che accade rappresentano una fonte diretta che i media non possono trascurare: a cominciare dalle edizioni online dei giornali, avide di notizie “in diretta”, e che quindi inevitabilmente orientano progressivamente la loro linea – che influirà sull’edizione cartacea del giorno dopo – anche sulla base di questo flusso d’informazioni. 
Chiaramente anch’esso è un tipo di informazione non privo dei difetti e che si può prestare a sua volta a manipolazioni, proprio per il suo carattere così diretto e non filtrato. Ormai, tuttavia, abbiamo anche in Italia, un tweet-journalism che sta acquistando esperienza e spessore, e riesce a orientarsi nel mare dei messaggi selezionandoli e analizzandoli criticamente: è quanto fanno, per esempio, con ottimi risultati, la milanese Marina Petrillo di Radio Popolare (alaskaRP) e la modenese Claudia Vago (tigella),  che si sono distinte in particolare nel raccontare la “primavera araba” usando la viva voce dei partecipanti.
Ma la Rete non diffonde solo brandelli d’informazione, ma promuove anche il dibattito: un dibattito che non si è limitato, come si potrebbe temere, alle opposte tifoserie “dagli al violento” o ”dagli al poliziotto”. Già sabato sera e domenica circolavano e si diffondevano, anche grazie alla rete, opinioni informate e consapevoli:  che anche le manifestazioni “autoconvocate” implicano una certa responsabilità, che dovrebbe concretarsi in misure (il buon vecchio servizio d’ordine?) volte a evitare le infiltrazioni delle teste calde e dei provocatori; che i toni e i modi della manifestazione italiana di ieri apparivano più “vecchi” e superati di quelli di altre città del mondo; che forse la stessa modalità del “grande corteo” riflette situazioni del passato e non è più quella che dà maggiori garanzie di impatto sull’opinione pubblica ; che il momento dell’”indignazione” e della mobilitazione spontanea è importante, se riesce a portare le persone in piazza, ma che dovrebbe essere il punto di partenza per qualcosa di diverso, di organizzato, di costruttivo. Insomma, un buon livello di discussione critica e autocritica. Le buone idee nascono dalle persone. La Rete è un modo per farle conoscere, discuterle e metterle insieme. 


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